giovedì 26 settembre 2013

L'ENUMA ELISH


Enuma Elish: Quando nell'alto...
L'enuma elish rappresenta il più antico testo scritto documentato sulla creazione, in lingua babilonese e derivante da una versione originale sumera ancora più antica.
I protagonisti sono gli dei che, attraverso battaglie e divine alleanze, donano all'opera una struttura epica e avvincente, con tanto di ribellioni, uccisioni e trionfi.
I sumeri volevano descrivere la creazione di tutte le cose in chiave "mitologica", ma nello stesso tempo conoscevano perfettamente il Sistema Solare e la sua origine. Anzi, conoscevano qualcosa che oggi noi stentiamo a credere: la presenza di un pianeta chiamato Nibiru.
L'enuma elish riesce a conformare le vicende degli dei e le loro battaglie rispettivamente alla fisica dei corpi celesti e alle loro collisioni, tanto per fare un esempio.
I nomi degli dei sono attribuibili ai nomi dei pianeti; le azioni degli dei, le loro decisioni, le loro alleanze, le uccisioni coincidono incredibilmente con i moti dei corpi celesti, con le attrazioni reciproche dovute alle forze di gravità, con le loro orbite, con le loro inevitabili collisioni.
Si ottiene così un forte parallelismo tra epica e documentazione scientifica di cosmologia.
Ecco il risultato:

Enuma elish la nabu shamamu
Shaplitu ammatum shuma la zakrat


Quando nell'alto il cielo non aveva ancora un nome
[E] in basso anche la solida Terra non aveva nome

Questo è l'inizio dell'Enuma Elish, l'epica babilonese della creazione che spiega le origini del Sistema Solare, rivela l'esistenza del pianeta Nibiru, descrive l'arrivo degli Anunnaki sulla Terra e la creazione dell'uomo.
Differentemente dall'idea comune che si tratti di un opera mitologica e fantasiosa, l'Enuma Elish rappresenta un vero e proprio trattato di astronomia, dove Zecharia Sitchin è stato il primo ad intuire che le successive versioni sulla Creazione, Bibbia compresa, facciano senza alcun dubbio riferimento a quest'opera babilonese.
L'intero testo sacro, basato su un precedente testo originale sumero, fornisce quindi una dettagliata descrizione di tutto ciò che esisteva prima dell'essere umano e della Terra.
La narrazione ha come tema le battaglie degli dei celesti, intesi come pianeti e corpi celesti, ma che vengono descritti come entità viventi.

Il Sistema Solare iniziò a prendere forma con solo tre attori celesti: un Apsu primordiale, il suo compagno Mummu e un'entità divina chiamata Ti.amat.
L'unione delle acque di Tiamat con il maschio Apsu generò gli dei celesti, i pianeti, e ne risultò così il Sistema Solare:

Sole - Apsu
Mercurio - Mummu
Venere - Lahamu
Marte - Lahmu
Tiamat - Tiamat
Giove - Kishar
Saturno - Anshar
Il futuro Plutone - Gaga
Urano - Anu
Nettuno - Ea/Nudimmud

Inizialmente il Sistema Solare era instabile e caotico, dove le orbite dei pianeti non erano ancora stabilmente definite. Questa diventava la premessa per l'inizio della battaglia celeste: la continua instabilità dei pianeti (gli dei celesti) provocò turbamento a Tiamat e lo spinse a formare la sua terribile "schiera", formata dai suoi satelliti (i "draghi ruggenti, ammantati di terrore"). Tale situazione, generando ulteriore pericolo e disordine, spinse Ea/Nettuno, il pianeta più esterno, a riequilibrare il Sistema Solare e inviarvi un pianeta (“un dio celeste più grande”) che veniva da lontano. Era un pianeta pieno di splendore, di nome Nibiru (Marduk per i babilonesi), coinvolto direttamente nella battaglia celeste che descrive il testo: a causa del senso orario di rotazione della sua orbita, opposto a quello di tutti gli altri pianeti, Nibiru/Marduk sarà destinato a collidere inevitabilmente con Tiamat.
Il superbo Marduk quindi si stava avvicinando al Sistema Solare:





Soggetto alla trazione gravitazionale di Nudimmud/Nettuno ed entrando sotto l'influenza degli altri pianeti, lo "straniero" venuto dall'esterno curvò il proprio corso verso il centro del sistema solare. I pianeti più esterni gli affidarono il ruolo di eroe supremo della battaglia e gli fornirono i "terribili venti" (i satelliti) che sarebbero accorsi in suo aiuto.
In quel momento un satellite di Anshar/Saturno (il suo consigliere divino) chiamato Gaga diventò il pianeta Plutone: inviato in missione verso gli altri corpi celesti per appoggiare l'impresa di Marduk, fece ritorno girando all'indietro e dirigendosi accanto a Ea/Nettuno; da qui si spiega la sua insolita orbita inclinata che a volte lo porta fuori e a volte dentro l'orbita di Nettuno. I Sumeri lo chiamavano Ushmu ("colui che ha due facce") e veniva raffigurato come un dio con due facce contrapposte, una che guardava avanti e una indietro: ponendosi di fronte a Nettuno, egli lo guarda in due diverse direzioni, proprio come la sua stessa orbita "vede" Nettuno a seconda del suo percorso.

Due erano quindi i fronti opposti coinvolti:
1. Tiamat, con i suoi ruggenti satelliti
2. Marduk/Nibiru con l'appoggio dei pianeti più esterni, quali Ea, Anshar, Lahmu, Lahamu e Kishar.

Tiamat, come detto prima, godeva della sua forte schiera di satelliti, dei quali Kingu era il più grande di tutti e venne nominato comandante della schiera: a lui venne promesso come ricompensa di “unirsi alla schiera degli dei con un suo proprio destino”, ovvero di diventare un pianeta con una propria orbita.

Marduk invece godeva di un arsenale basato sull'appoggio degli alleati: i quattro satelliti che aveva ottenuto da Anu/Urano (“Vento del Nord, Vento del Sud, Vento dell'Est e Vento dell'Ovest”) più tre ottenuti dal gigante Kishar/Giove (“Vento del Male, Turbine del Vento, Vento senza pari”). Sette in tutto.
A Marduk, grazie al sostegno degli dei celesti alleati, fu quindi promesso il titolo di eroe della battaglia e un destino celeste supremo, ovvero un'orbita più grande di tutti gli altri pianeti.

Tutto era pronto, la battaglia celeste tra Tiamat e Marduk stava per avere inizio.

Il Signore distese la sua rete per intrappolarla,
le scagliò in faccia il Vento del Male, che gli stava dietro.
Quando Tiamat aprì la bocca per divorarlo,
le scatenò contro il Vento del Male, così che lei non riuscì a
richiudere le labbra.

Lo scontro fra i due pianeti avvenne in due fasi ben distinte:


Prima fase: Marduk attacca Tiamat con i suoi venti (satelliti), "spezzandole il cuore" e "spegnendo il suo soffio vitale". Kingu, pronto a diventare un pianeta a tutti gli effetti, viene condannato ad essere un Dug.ga.e ("circolatore senza vita", quindi senza atmosfera), poichè Marduk imprigionandolo, gli rubò la "Tavola dei destini". Esso diventerà quello che noi oggi conosciamo come la nostra Luna.

I feroci venti caricarono il suo ventre,
il suo corpo era disteso, la sua bocca spalancata.
Egli scagliò una freccia che le dilaniò il ventre,
penetrò nelle sue viscere e le spezzò il cuore.
Dopo averla così domata, egli spense il suo soffio vitale.




Seconda fase: completata la prima orbita e quindi la prima fase, Marduk ritorna da Tiamat ormai "sottomesso" ed entra in collisione diretta, aprendola in due. La metà superiore (il "cranio") di Tiamat diventerà il nostro pianeta Terra, mentre la parte inferiore viene ridotta in frantumi che, legati tra loro come un bracciale, andranno a formare la fascia degli asteroidi (il “bracciale martellato”).
Il pianeta Terra contiene ora il seme del DNA di Marduk, ottenuto con la collisione con Tiamat, e nella sua nuova orbita si porta con sé l'inanimato Kingu per farne la propria Luna.

Il Signore calpestò la parte posteriore di Tiamat.
Con la sua arma le tagliò di netto il cranio;
recise le arterie del suo sangue
e spinse il Vento del Nord a portarla
verso luoghi sconosciuti.
L'altra metà di lei
egli innalzò come un paravento per i cieli.
Piegò la coda di Tiamat
fino a formare la Grande Fascia come un bracciale.
Incastrando insieme i pezzi,
li appostò come guardiani.


In questo momento, sempre secondo il testo babilonese, "Marduk" fece del sistema solare la sua dimora e si afferma per sempre come pianeta Nibiru, il pianeta dell'attraversamento, con la sua orbita di 3600 anni terrestri.
Tutte le volte che Nibiru si è avvicinato al pianeta Terra, dove un tempo orbitava Tiamat, è stato sempre descritto come un pianeta radiante, pieno di luce ed è per questo che viene spesso rappresentato con una croce.
Ai giorni nostri, viene spesso chiamato “Pianeta X”, mentre quando ancora Plutone era considerato pianeta del Sistema Solare, veniva chiamato il “Dodicesimo Pianeta”, contando anche Sole e Luna.


mercoledì 25 settembre 2013

LE PIRAMIDI DI VISOKO



L'enigma delle Piramidi Bosniache

Le cosiddette "Piramidi Bosniache" sono situate vicino alla città di Visoko, che, a sua volta, non dista molto da Sarajevo. Si tratta di un complesso di strutture che, secondo ilDr. Sam Semir Osmanagich (Foreign Member della Russian Academy of Natural Sciences e Anthropology Professor presso l’American University in Bosnia-Herzegovina), il principale artefice del successo mediatico dell'intera questione relativa alla loro esistenza, ma anche secondo diversi altri studiosi, è costituito da ben quattro "piramidi" (utilizzo le virgolette perché, in realtà, non sono esattamente delle piramidi nel senso tradizionale del termine), un tempio, diversi tunnel sotterranei ed un'area di tumulazione.

Nello specifico, lo stesso Osmanagich si riferisce alle quattro strutture principali del complesso con i termini di "Piramide Bosniaca del Sole", "Piramide Bosniaca della Luna", "Piramide del Drago Bosniaco" e "Piramide Bosniaca dell'Amore"; oltre ad esse, troviamo sempre in zona il cosiddetto “Tempio di Madre Terra”, i “Tunnel di Ravne”, il “Tunnel KTK” ed anche i “Tumuli di Vratnica”.



Prima di tutto è opportuno chiarire la questione “piramidi-non piramidi”. Il motivo per cui il termine “piramidi” va preso con le molle dipende dal fatto che, in realtà, non ci troviamo di fronte a costruzioni monumentali paragonabili a quelle dell’antico Egitto o a quelle Maya, quanto piuttosto a strutture naturali, nella fattispecie alcune colline, rimodellate da un’azione artificiale.

Tra i fautori di questa di teoria “manipolativa” (o delle “strutture naturali rimodellate”), troviamo Riccardo Brett, ricercatore formatosi a Ca’ Foscari, ultimo supervisore degli scavi a Visoko per conto della “Bosnian Pyramid of the Sun Foundation” (la Fondazione diretta da Osmanagich, che presiede al controllo dell’intera area archeologica delle Piramidi Bosniache).

E' possibile visionare un ampio resoconto offerto da Enrico Rizzato, pubblicato dalla rubrica Mistero Bufo del Corriere della Sera, nel quale è contenuta anche un'ampia intervista rilasciata da Riccardo Brett e che si può riassumere nei seguenti punti:


- le “Piramidi Bosniache” esistono realmente, anche se dovremmo più propriamente chiamarle “Colline Bosniache rimodellate artificialmente”;

- sono realizzazioni databili perlomeno al neolitico, forse anche più antiche (questo in base agli ultimi rinvenimenti archeologici);

- successivamente sono state “vissute” ed utilizzate dall’uomo in diversi altri contesti storici (quasi sicuramente in epoca romana e nel periodo medievale), ogni volta con scopi probabilmente differenti;

- all’interno dei “Tunnel di Ravne” sono stati anche scoperti dei muretti a secco che fanno propendere per l’autenticità ed antichità dell’intera struttura;

- almeno una parte di queste strutture (mi riferisco, ad esempio, proprio ai “Tunnel di Ravne”) era libera da detriti ed esplorabile ancora nel XVIII secolo; in particolare, per quel che riguarda i “Tunnel di Ravne”, ne è la prova il reperto costituito da un’antica lampada ad olio del XVIII secolo, ritrovato all’interno dei tunnel stessi, e, di conseguenza, corrisponde a falsità l’affermazione che sia la Fondazione di Osmanagich, attraverso l’opera degli scavatori volontari, a “realizzare” oggigiorno i tunnel, spacciandoli poi furbescamente per strutture antiche;

- alcuni campioni di materiale prelevato dagli scavi sono stati analizzati da un noto esperto internazionale che afferma trattarsi di geopolimero cementizio artificiale;

- alla luce delle ultime scoperte archeologiche effettuate in loco (anche dal Brett), chi insiste nel dire che le “Piramidi Bosniache” e le strutture sotterranee ad esse connesse non esistono, oppure che si tratta solamente di formazioni geologiche naturali è quanto meno in errore o, al peggio, in malafede.

Naturalmente, da quando è stato scoperte nel 2005, il complesso bosniaco delle piramidi è stato oggetto di interesse scientifico da parte di numerosi ricercatori che si sono avvicendati nel corso degli anni.

Tutti i resoconti pubblicati rendono impossibile negare l'autenticità di questa scoperta che potrebbe costringere a riscrivere la storia dell'umanità.

Tra le cause di maggiore interesse da parte degli studiosi ci sono alcuni enigmatici fenomeni energetici che ancora non si riescono a comprendere e che secondo Osmanagich, prima o poi, verranno analizzati scientificamente.

“Il team di scienziati che da anni conduce una serie di studi interdisciplinari è particolarmente interessato allo studio dell'enigmatica energia cosmica che sembra emergere dal sito archeologico in Bosnia. Scopo dello studio è capire la grande conoscenza in possesso della cultura antica che ha lasciato alle sue spalle queste incredibili opere”.

Ecco alcune caratteristiche rilevate grazie alle misurazioni eseguite dei ricercatori:


- la Piramide del Sole misura 220 metri di altezza, un terzo più alta della Grande Piramide di Giza;

- la datazione al radio carbonio mostra che ci troviamo di fronte ad una struttura antica di almeno 25 mila anni;

- l'esplorazione del labirinto sotterraneo ha rivelato un blocco di ceramiche di 8 tonnellate;

- gli strumenti hanno rivelato un raggio energetico, di natura elettromagnetico, con un raggio di 4,5 metri e una frequenza di 28 kHz che parte dalla cima della Piramide del Sole;

- sempre dalla cima della Piramide, sembra esserci un fascio di ultrasuoni con un raggio di 10 metri e una frequenza di 28-33 kHz.



Le quattro piramidi bosniache risultano allineate ai quattro punti cardinali e orientate tutte verso la stella polare.

“Anche se nel corso degli anni sono state scoperte migliaia di piramidi su tutto il pianeta, nessuna di esse ha la qualità costruttiva e l'antichità di quelle Bosniache”, spiega Osmanagich.

“Gli studi condotti dall'equipe interdisciplinare mostrano che le piramidi bosniache sono molto più antiche e molto più grandi di quelle conosciute.

Se come qualcuno ipotizza, le piramidi sono delle grosse centrali capaci di produrre energia, la comprensione della tecnologia che è alla base del loro funzionamento potrebbe liberare l'umanità della dipendenza dai combustibili fossili e inaugurare una nuova era di prosperità e armonia con la natura”.

Inoltre, pare che i test confermino alcuni effetti benefici dal punto di vista medico sulla salute umana, prospettando che la decifrazione della tecnologia delle piramidi bosniache potrebbe avere ricadute benefiche anche sulla cura delle malattie dell'uomo. Ancora una volta, le piramidi ci lasciano a bocca aperta.

Secondo quanto riporta Deborah West sul New Era Times, uno studio comparato condotto da cinque istituti separati confermerebbe in maniera pressoché definitiva l'origine artificiale della controverse Piramidi Bosniache, mettendo a tacere i dubbi e le voci scettiche che in questi anni si sono rincorse incessantemente.

Secondo le analisi condotte dai team indipendenti, il materiale di costruzione della Piramide del Sole contiene calcestruzzo di alta qualità.

Tra gli istituti coinvolti nelle analisi risulta anche il Politecnico di Torino con il suo laboratorio di analisi chimica e di diffrattometria, il quale ha eseguito una serie di test su alcune pietre arenarie e dei blocchi di conglomerato prelevati direttamente dalla piramide bosniaca, dimostrando che i campioni risultano composti da un materiale inerte molto simile a quello che si trovava nell'antico calcestruzzo utilizzato dai romani.

I risultati del politecnico sono stati confermati in maniera indipendente dalle analisi compiute sugli stessi campioni presso l'Università di Zenica, in Bosnia-Erzegovina.

L'ulteriore conferma all'entusiasmante scoperta arriva dal professor Joseph Davidovits, un celebre scienziato francese, membro dell'Associazione Internazionale degli egittologi, il quale ha eseguito personalmente alcuni test sui campioni prelevati nel sito della piramide.

“Ho eseguito le analisi al microscopio elettronico e posso affermare che la struttura chimica del conglomerato utilizzato è molto antico”, scrive Davidovits.

Secondo le sue analisi, il conglomerato risulta essere un cemento composto da calcio e potassio e che, nonostante sia difficile stabilirne con precisione una datazione, non c'è dubbio che si tratti di materiale molto antico, forse più antico della tecnica utilizzata dagli egizi di 3500 anni fa.

Ulteriori prove sull'uso del calcestruzzo per la costruzione delle piramidi arriva dal lavoro del professor Micheal Barsoum, professore presso il Dipartimento di Scienza dei Materiali della Drexel University, e del professor Gilles Hug, dell'Aerospace Research Agency francese, i quali hanno ottenuto la prova scientifica che i materiali che compongono le enigmatiche colline bosniache sono di origine artificiale.


In particolare, questo studio sfata la convinzione che le antiche piramidi del mondo siano state costruite tutte con la tecnica a blocchi di calcare intagliati.
A quanto pare la tecnica del calcestruzzo era già conosciuta dall'umanità in epoca remotissima.

LA PIRAMIDE NEL TRIANGOLO DELLE BERMUDA


Il Triangolo delle Bermuda è uno dei luoghi più misteriosi, pericolosi e, talvolta, mortali di tutto il pianeta Terra. Per decenni, intrepidi esploratori hanno cercato di risolvere l'enigma che si cela dietro i misteriosi fenomeni generati in questa particolare zona del pianeta.
Lo stesso Cristoforo Colombo registra nei suoi diari strani fenomeni luminosi e malfunzionamenti della bussola. Si racconta di bizzarri eventi metereologici, sparizioni di navi e di aerei e di altri accadimenti enigmatici che non possono essere liquidati come fenomeni naturali.

Alcuni ricercatori indipendenti, sono convinti che i misteriosi fenomeni del Triangolo delle Bermuda siano causati da una qualche tecnologia antica - o aliena - sommersa nelle profondità dell'Oceano Atlantico, un dispositivo ad altissima energia in grado di creare dei veri e propri portali spazio-temporali capaci di trasportare uomini e cose verso altri mondi e altre dimensioni.
Ora un team composto da esploratori americani e francesi ha confermato, in maniera indipendente, una scoperta incredibile che ai ricercatori è già nota dal 1968: una strutture gigantesca, una piramide di cristallo, forse più grande della Piramide di Cheope in Egitto, parzialmente trasparente, sembra poggiare sul fondo del Mar dei Caraibi e la sua origine, età e scopo sono del tutto sconosciute.





La lunghezza della base della piramide è di 300 metri per 200 e il vertice della piramide si innalza a circa 100 metri dalla base. Una struttura gigantesca, forse più grande della Grande Piramide di Cheope in Egitto. Sulla cima della piramide ci sono due fori molto grandi, attraverso i quali l'acqua del mare si muoverebbe ad alta velocità generando dei vortici che influenzano fortemente anche la superficie del mare. I ricercatori impegnati sul luogo ipotizzano che questo movimento vorticoso di acque possa avere qualche effetto sul passaggio di barche e aerei, generando quell'alone di mistero che circonda l'area.

Per quanto riguarda il materiale di composizione, dai risultati preliminari sembrerebbe che questa struttura sia fatta di vetro o di un simil-vetro (cristallo?), in quanto risulta completamente liscia e parzialmente traslucida. Comunque, per maggiori dettagli, i ricercatori rimandano ad uno studio più approfondito che offrirà risultati che al momento è difficile immaginare.

Una scoperta o una ri-scoperta?
In effetti, quella fatta dal team internazionale non è una scoperta ex-novo, ma una conferma di una scoperta avvenuta, quasi per caso, negli anni '60. Secondo le cronache del tempo, la piramide fu individuata per la prima volta nel 1968 da un medico, Ray Brown, Arizona. Brown si trovava in vacanza nei Caraibi a fare immersioni con i suoi amici al largo delle Bahamas, in una zona conosciuta come "La Lingua dell'Oceano", a causa della bizzarra conformazione del fondale marino.
Nel bel mezzo di una immersione, il dott. Brown raccontò di essersi ritrovato solo e mentre tentava di raggiungere i suoi amici, guardando verso il basso, notò una massiccia struttura innalzarsi dal fondo dell'oceano: un oggetto lievemente illuminato dal sole e che sembrava avere la forma di una piramide. Siccome era a corto d'aria, non spese molto tempo a studiare l'oggetto, ma si diresse verso i suoi amici.
Successivamente, nell'estate del 1991, il famoso oceanografo dott. Verlag Meyer, durante una conferenza stampa a Freeport fece una dichiarazione alquanto misteriosa. Meyer comunicò che durante una scansione con il sonar del fondale del famoso "Triangolo delle Bermuda", il suo team trovo ben due piramidi gigantesche, più grandi delle Piramidi di Giza, ad una profondità di 600 metri.







Ma il fatto più sconcertante furono le dichiarazioni degli scienziati dell'epoca i quali, una volta osservati i dati e fatte le dovute considerazioni, affermarono che la tecnologia per produrre il materiale di costruzione delle piramidi era sconosciuta. Infatti, si trattava di un elemento simile al vetro di grosso spessore. Quindi le ipotesi erano due: o le piramidi erano state costruite in tempi recenti - circa mezzo secolo fa - con un qualche materiale di ultima generazione, oppure, se si vogliono collocarle in un tempo più remoto, bisogna ipotizzare che non sia di origine umana.

Poche notizie, imprecise e frammentate
Certo che se la notizia dovesse essere confermata anche dai media "ufficiali", non c'è dubbio che ci troviamo di fronte ad una scoperta sensazionale. Secondo il sito che ha lanciato la notizia, in Florida si è tenuta una conferenza di approfondimento al quale hanno anche partecipato i giornalisti locali. Eppure, al momento, aleggia una sorta di alone di segretezza o di studiato disinteresse. Sebbene la scoperta abbia sconvolto gli scienziati di tutto il mondo, pare che nessuno si stia affannando per organizzare una spedizione esplorativa di approfondimento. La vicenda è molto simile a quella dell'UFO sul fondo del Baltico, nella quale gli scopritori del misterioso oggetto hanno dovuto penare non poco per trovare i fondi e organizzare una missione esplorativa privata.
La posizione ufficiale dell'archeologia classica sembra essere quella di un sarcastico scetticismo, teso a ridicolizzare la scoperta di queste amenità. Eppure non è la prima volta che si scoprirebbe una piramide sottomarina. Basti pensare alle piramidi di Yonaguni, Giappone, scoperte nel 1987, quando alcuni subacquei si immersero nelle acque a sud dell'isola per studiare la grande popolazione di squali martello che si radunano nella zona. Fu il giapponese Kihachiro Aratake, nel corso di queste immersioni, che scoprì per caso quella che gli sembrò una struttura architettonica, una parte della quale è stretta tra due pilastri che si innalzano a otto metri dalla superficie. Nel suo insieme, le strutture rinvenute richiamano le piramidi egiziane.










Da allora molti sono gli scienziati che hanno studiato il fenomeno, malgrado la presenza di forti correnti oceaniche, che rendono proibitive le immersioni. I fondali marini contengono quelle che sembrano essere le rovine di una civiltà formatasi alla fine dell'era glaciale. Sono state rinvenute tracce di flora, fauna e stalattiti che si formano abitualmente solo in superficie. La loro somiglianza con altri reperti del mondo antico ha portato qualcuno a teorizzare che potrebbero essere i resti di un'antica civiltà risalente a 10.000 anni fa. Altre analisi indicano che l'origine della struttura, che misura 120 m in lunghezza, 40 m in ampiezza e 20–25 m in altezza, possa risalire ad 8.000 anni fa.





Bisogna anche ricordare la piramide sommerse del lago Fuxian, in Cina, scoperta nel 2006 da Geng Wei, capo del dipartimento di ricerca di monumenti sottomarini del lago Fuxian a Yuxi e che già aveva scoperto una serie di edifici in questo lago: "Questa piramide è diversa da quelle che si trovano in Egitto dal momento che la sua sommità è piatta. Questo genere di piramide piuttosto ricorda maggiormente gli edifici maya che hanno uno sorta di piattaforma anziche' una punta", affermo Wei al momento della scoperta.

Chiaramente, se la notizia della scoperta della piramide sul fondo del Triangolo delle Bermuda venisse ufficializzata, le conseguenze sarebbero enormi. Gli archeologi si troverebbero costretti a trovare una spiegazione logico-razionale alla presenza di una piramide di cristallo sul fondo del Mar dei Caraibi. "Che diavolo ci fa una piramide in quel posto? Lì non ci dovrebbe essere nessuna piramide, anzi, non c'è nessuna piramide!". Ovviamente, il passo successivo sarebbe quello di dover affrontare uno dei temi più scomodi per l'archeologia ufficiale: l'esistenza di Atlantide. La Piramide dei Caraibi potrebbe essere la prova dell'esistenza di un antico continente sprofondato nell'oceano a seguito di un cataclisma di proporzioni globali? E il fatto che ci sia una piramide, struttura presente in ogni sito archeologico del pianeta, potrebbe indicare che in passato, in un'era pre-cataclisma, esisteva una civiltà globale umana evoluta, andata poi perduta a causa di una qualche distruzione globale? Queste domande fanno venire il mal di testa agli archeologi classici.

E' la piramide di cristallo a causare i fenomeni nel Triangolo?





Alcuni ricercatori hanno ipotizzato per anni che sul fondo del Triangolo delle Bermuda vi fosse una fonte di energia capace di interferire con le radiotrasmittenti e i radar. Se la leggendaria Atlantide esisteva davvero, questa piramide potrebbe essere ciò che rimane di una potente macchina capace di produrre energia e che si trova ancora lì, intatta sul fondo dell'Oceano. Tale macchina, essendo di forma piramidale, potrebbe essere il modello storico originale al quale le culture successive si sono ispirate più tardi in tutto il mondo.
La piramide è una costruzione scoperta in ogni angolo della Terra: Nord, Centro e Sud America, Est Europeo, Medioriente, Siberia, Cina settentrionale e centrale. Qualcuno ipotizza che ce ne sia una anche sotto i ghiacci del Polo Sud, ma lo spessore del ghiaccio - oltre 1 chilometro - non permette nè conferme, nè smentite. Si può affermare che le piramidi planetarie sono l'indizio più evidente dell'esistenza dell'antico continente di Atlantide. Sull'annoso problema dell'effettiva esistenza di Atlantide, Rich Hoffman, esploratore e ricercatore, consiglia di spolverare la storia dell'archeologo dilettante Heinrich Schliemann, l'uomo che trovò e scavò le famose rovine della città di Troia, nonostante gli storici pensavano fosse solo una leggenda.
I ricercatori affermano che questa incredibile macchina energetica potrebbe essere in grano di attrarre e raccogliere i raggi cosmici dal cosiddetto "campo di energia" o "vuoto quantistico", e che potrebbe essere stata utilizzata come centrale energetica per la civiltà atlantidea (umani in pieno regola, solo più antichi di quanto crediamo!).

Un reperto archeologico della mitica Atlantide?





Forse la Piramide dei Caraibi non fa parte direttamente del centro di Atlantide, ma di una sua succursale decentrata. Il dott. Maxine Asher, direttore del Research Association Mediterraneo Antico a Los Angeles, in un intervista di qualche anni fa dichiarò di essere "convinto che Atlantide era una super-civiltà globale che esisteva tra il 10.500 e il 10.000 a.C. e che sia stata sopraffatta da una catastrofe globale, forse quella registrata nella Bibbia e conosciuta come il Diluvio Universale di Noè.
Se Atlantide è esistita, dunque, probabilmente è da collocarsi alla fine dell'ultima era glaciale. La storia del suo affondamento si riferisce a massicce inondazioni dovute ad un brusco innalzamento delle acque, innescato da uno scioglimento improvviso delle calotte polari. Le ricerche dimostrano che il livello del mare si è innalzato di quasi 400 metri e nessuna tecnologia avanzata avrebbe potuto salvare Atlantide da un simile disastro.
Da questo punto di vista, il mistero delle Piramidi sul fondo del mare è risolto. Stiamo semplicemente prendendo atto dei risultati di un evento catastrofico che ha colpito la Terra migliaia di anni fa, generando un rialzamento del livello del mare che ha spazzato via molte civiltà. Gli abissi degli oceani restano la grande frontiera sconosciuta dell'esplorazione umana. Ci troviamo in un momento storico nel quale la scienza conosce più la superficie della Luna che non le profondità degli Oceani, e forse esplorare le profondità dell'Oceano ci aiuterà ad esplorare meglio le profondità del grande mistero dell'Uomo.
fonte: (www.ilnavigatorecurioso.myblog.it)

LA CITTA' SOMMERSA DI YONAGUNI

Cosa sono gli enigmatici monoliti poggiati sul fondo del Pacifico? Formazioni naturali scolpite dall'incessante lavorio di erosione dell'oceano, oppure i fondali marini contengono quelle che sembrano essere le rovine di una civiltà formatasi alla fine dell'era glaciale?
Sulla costa meridionale dell’isola giapponese di Yonaguni, si trovano le più enigmatiche e controverse formazioni sommerse mai rinvenute, presumibilmente databili a oltre 10 mila anni fa.
La natura delle strutture è oggetto di un acceso dibattito tra i ricercatori. Molti di essi sono convinti che si tratti di strutture realizzate dalla mano dell’uomo in tempi remotissimi.
Gli scienziati più conservatori, invece, insistono dicendo che le formazioni sono il risultato dell’erosione naturale delle rocce.
Il maestoso sito, unico nel suo genere, è stato scoperto nel 1987, quando alcuni subacquei si immersero nelle acque a sud dell’isola per studiare la grande popolazione di squali martello che si radunano nella zona.
Fu il giapponese Kihachiro Aratake, nel corso dell’immersione, a scoprire per caso quella che gli sembrò una struttura architettonica. Ad un certo punto della sua esplorazione, si rese conto che sul fondo dell’oceano c’erano una serie di blocchi monolitici, simili alle terrazze realizzate sui fianchi delle montagne.
Quando ne fu divulgata la scoperta, il sito attirò quasi istantaneamente folle di archeologi subacquei, le televisioni di tutto il mondo e una frotta di curiosi appassionati, nessuno dei quali in grado di accertare la natura dei blocchi sommersi. La polemica tra chi ne sosteneva l’origine artificiale e chi quella naturale montava sempre di più.
Da allora molti sono gli scienziati che hanno studiato il fenomeno, malgrado la presenza di forti correnti oceaniche, che rendono difficili le immersioni.
Solo verso la fine del 1997 furono fatti tentativi più seri per raccogliere i dati del sito e delinearne la struttura. Lo studio rivelò molti risultati sorprendenti, tra cui l’esistenza di un arco massiccio e diversi passaggi realizzati tra gli enormi blocchi di pietra che sembravano combaciare perfettamente tra loro.
Inoltre, esplorazioni più approfondite individuarono strutture simili a rampe di scale , strade lastricate e incroci che conducevano a piazze circondate da piloni in pietra. La profondità del sito varia da un minimo di 20 metri ad un massimo di 100 metri, mentre la struttura misura 120 metri in lunghezza, 40 metri in ampiezza e circa 25 metri in altezza.
Cosa sono, dunque, gli enigmatici monoliti poggiati sul fondo del Pacifico? Formazioni naturali scolpite dall’incessante lavorio di erosione dell’oceano, oppure i fondali marini contengono quelle che sembrano essere le rovine di una civiltà formatasi alla fine dell’era glaciale?
Molte delle caratteristiche di Yonaguni sono state osservate anche in formazioni naturali di arenaria sparse in tutto il mondo, ma l’alta concentrazione di strutture simmetriche altamente levigate e i numerosi angoli di 90 gradi in un’area così limitata fanno ritenere altamente improbabile la loro origine naturale.
I sostenitori dell’origine naturale
Nonostante le caratteristiche insolite del sito di Yonaguni, c’è un gruppo di scienziati che ha studiato le formazione sottomarine e che è fortemente convinto che i grandi blocchi monolitici siano di origine naturale, risultato dei movimenti tettonici e di altri fenomeni naturali.
Tra questi c’è il geologo Robert Schoch della Boston University, il quale ipotizza che la formazione del sito dipenda dall’erosione delle rocce da parte dell’oceano e della barriera corallina.
Schoch sostiene che le rocce in questione “sono tutte naturali e sono il risultato di una geologia di base e di una classica stratigrafia di rocce arenarie, che tendono a staccare tra loro diverse placche di fondali marini creando l’effetto particolare dei bordi, specialmente in un’area con forte attività sismica”.
A favore dell’ipotesi naturale si schiera anche lo studioso John Anthony West, convinto che le cosiddette strade siano semplicemente “piattaforme naturali” orizzontali e che le strade siano canali scavati dall’erosione naturale delle rocce.
Altri geologi che hanno familiarità con l’area sostengono che le strutture siano di origine geologica, e le precise forme geometriche di varia complessità comprovate da foto in immersione, hanno caratteristiche non dissimili da altre formazioni geologiche conosciute, come il Selciato del Gigante, in Irlanda del Nord, o le scale della Old Rag Mountain, in Virginia.
Resti di un’antica civiltà?
Tuttavia, un nutrito gruppo di ricercatori persiste nell’opinione che le strutture di Yonaguni siano di origine artificiale, certi di trovarsi davanti alle vestigia di un’antica città esistita almeno 10 mila anni fa, quando il livello del mare era molto più basso rispetto ad oggi.
Infatti, sono state rinvenute tracce di flora, fauna e stalattiti che si formano abitualmente solo in superficie. La posizione della struttura megalitica fa pensare che la città sia improvvisamente sprofondata sul fondo dell’oceano. Nel loro insieme, le strutture rinvenute richiamano sorprendentemente le piramidi egiziane.
Un gruppo di ricercatori guidati dal professor Masaaki Kimura, sismologo marino dell’Università delle Ryūkyū, ha studiato le formazioni, giungendo alla conclusione che le formazioni possano essere state costruite dall’uomo, come confermerebbe il rinvenimento di quella che qualcuno assimila a una “faccia”, posta su un lato della struttura.
Kimura stima che il periodo in cui fu realizzato il sito sia da collocare all’ultima era glaciale, quando l’area dove ora esiste Yonaguni faceva parte di un ponte continentale che includeva le isole di Taiwan e le Ryūkyū, posto tra il Giappone e l’Asia. Il livello dei mari era più basso di quello attuale a causa del ghiaccio che si accumulava nelle zone temperate.
Kimura afferma di aver individuato almeno 15 strutture artificiali al largo di Yonaguni, incluso un castello, collegamenti di strade e acquedotti. Il ricercatore sostiene anche di aver trovato impresse sulle rocce immagini di animali e persone.
Uno dei sostenitori dell’ipotesi artificiali è l’esploratore e ricercatore Graham Hancock, il quale traccia un parallelo tra le formazioni di Yonaguni e altri resti trovati sotto le acque del lago Titicaca e al largo della costa dell’India. Tutte queste strutture sommerse offrono un’ulteriore prova dell’esistenza di un vasto mondo subacqueo, dove esistono monumenti che risalgono ai più antichi capitoli della storia umana.
Se le strutture di Yonaguni dovessero davvero risultare i resti di una città antica, allora una delle possibilità è quella di attribuirla agli abitanti preistorici del Giappone, una cultura chiamata Jomon esistita tra i 12 mila anni e i 2 mila anni fa.
La cultura Jomon viene spesso paragonata alle culture precolombiane del Nordamerica, dato che in entrambi i contesti si registra un’elevata complessità culturale, sviluppata in un ambiente prevalentemente di caccia-raccolta.
Nonostante sia considerata primitiva, la cultura Jomon è stata la prima a sviluppare una complessa lavorazione della ceramica, forgiando vasellame estremamente complesso e figurine umanoidi che lasciano perplessi i ricercatori.
Sebbene le formazioni di Yonaguni siano disponibili ad essere ulteriormente esplorate, al momento non sembrano voler svelare i loro segreti, alimentando il dibattito tra i sostenitori dell’ipotesi naturale e quelli dell’ipotesi artificiale, fino a spingere i ricercatori a trovare nuove prove a sostegno delle rispettive convinzioni.
Fonte: Il Navigatore Curioso.

martedì 24 settembre 2013

IL POZZO DI OAK ISLAND

Oak Island è una tranquilla isoletta di 140 acri vicina alla costa ad est della Nuova Scozia (Canada), situata nella baia di Mahone, fin dai tempi dei primi colonizzatori americani sull’isola girano leggende di pirati. Le leggende furono alimentate quando nel 1795 un giovane adolescente, Daniel McGinnis, girovagando per l’isola notò una depressione sul terreno, proprio sotto due alberi che sembravano essere stati tagliati da mano umana per tramutarli in una specie di carrucola. Essendo a conoscenza delle storie raccontate sull’isola che narravano di pirati e tesori nascosti, decise di tornare a casa ad avvertire due suoi amici, John Smith e Anthony Vaughan. I tre giovani scavarono sul posto, spinti anche dal fatto che appena iniziarono a scavare si imbatterono in un lastricato di pietra che sembrava proteggere qualcosa. Continuarono a scavare per alcuni giorni e ad un certo punto, quando raggiunsero una profondità di circa 3 metri, trovarono uno strato di tronchi di quercia, rimossero lo strato di tronchi ma andando ancora pi in profondità ne trovarono altri due, uno a 6 metri e uno a 9 metri.
Visto le numerose difficoltà nello scavare cosi in profondità abbandonarono momentaneamente gli scavi ma si promisero di ritornare…e infatti ritornarono...però solamente 8 anni dopo in compagnia di un ricco uomo d’affari, Simeon Lynds, che incuriosito dalla storia decise di fondare una compagnia (la Onslow Company) con il solo scopo di trovare il presunto tesoro nascosto a Oak Island.




                                               oak11 Il misterioso Pozzo di Oak Island






Con i mezzi più adatti forniti da Lynds i tre raggiunsero in fretta i 9 metri che avevano raggiunto 8 anni prima e si spinsero molto oltre. trovarono molte altre cose oltre che a strati di tronchi a intervalli regolari di 3 metri l’uno dall’altro; a 12 metri uno strato di carbone, a 15 metri uno strato di stucco, a 18 metri uno strato di fibre di cocco, ma la cosa più strana la trovarono a 27 metri di profondità, e cioé una lastra di pietra con delle strane incisioni.
Le incisioni nella pietra erano apparentemente una serie di simboli (linee, quadrati, triangoli, etc etc) senza alcun senso, ma sottoponendoli ad uno studio più approfondito da parte di studiosi di simbologia e lingue antiche, si scopri che i simboli sulla pietra erano un messaggio in codice e che se veniva sostituito un simbolo con una lettera ben precisa, veniva fuori un messaggio che recitava: “quaranta piedi più gi sono sepolti due milioni di sterline”.
Sull’iscrizione si vociferò che era solo un falso, infatti si diceva che era stata fatta apposta da qualcuno che voleva incoraggiare nuovi investitori per la ricerca del tesoro, di certo non può trattarsi di una coincidenza.
Che sia stata un falso oppure no, la pietra incoraggiò il proseguo degli scavi ma poco più gi dello strato in cui venne ritrovata la pietra, la fossa venne inondata di acqua marina con grande stupore di tutti i presenti. Qualche mese dopo venne scavata una nuova fossa parallela ma entrò di nuovo l’acqua e questo scoraggiò le ricerche della Onslow Company che abbandonò definitivamente il progetto.

La ricerca del tesoro di Oak Island venne abbandonata per oltre 45 anni fino a quando la Oak Island Association decise di riprendere gli scavi; ricavarono la fossa fino alla profondità da cui iniziava a entrare acqua, poi per impedire all’acqua di entrare fecero due nuove buche, a est e a ovest, per intercettare il canale che dal mare portava alla fossa del tesoro, ma non venne trovato alcun canale.
Non riuscendo a capire come l’acqua entrasse la Oak Island Association decise di tentare di prosciugare la fossa ma quando stavano per riuscire nell’impresa il fondo della fossa del tesoro crollò su se stesso e tutto quello che si trovava al suo interno cadde più in basso di qualche metro.
Molte persone si interrogarono sul motivo per cui il fondo della fossa sprofondò e soprattutto dove fosse sprofondato, se in qualche canale o in qualche grotta. Diverse compagnie nel corso degli anni provarono a risolvere il mistero senza successo fino a quando nel 1893 entrò in scena la “The Oak Island Treasure Company ”.
La compagnia fondata da Fred Blair scopri l’ingresso del tunnel di allagamento a circa 110 piedi di profondità, lo tapparono con delle rocce ma l’acqua continuava ad entrare, decisero poi di far esplodere il tunnel ma l’acqua entrò di nuovo. A quel punto furono scavate nuove fosse parallele qua e la per tutta l’isola per cercare di trovare altri canali senza però alcun successo. Nel frattempo si continuò a trivellare la fossa del tesoro inondata d’acqua, e a 170 piedi di profondità venne scoperta la cosa più importante mai trovata fino ad oggi, Una stanza di cemento con delle pareti di 18 centimetri!!!
Bucato il cemento, dentro alla stanza la trivella prima urtò del legno, poi un vuoto alto parecchi centimetri, fu raggiunto uno strato di metallo soffice, poi quasi 3 piedi di pezzi di metallo, e poi altro metallo soffice.
Grande fu lo stupore degli scopritori della stanza, ma la cosa più strana e probabilmente anche più importante, fu riportata alla luce attaccata alla trivella, infatti da dentro la stanza era rimasto attaccato alla punta un pezzo di pergamena con delle lettere scritte sopra, ma che erano purtroppo indecifrabili senza tutto il resto della pergamena. La scoperta della stanza alimentò come al solito le speranze dei cercatori di tesori, era un enorme passo avanti, soprattutto per gli oggetti riportati alla luce dalle trivellazioni. A questo punto la Oak Island Treasure Company iniziò a scavare dei tunnel per cercare di raggiungere dall’esterno della fossa la stanza di cemento, ma tutti i tentativi risultarono vani sempre per causa dell’allagamento che continuava a ripresentarsi ogni qual volta si superava una certa profondità.
Questi scavi per servirono a fare un’altra scoperta molto importante, nel maggio 1989 venne scoperto un secondo tunnel di allagamento presso South Shore Cove. Questo secondo tunnel dimostrò ancora una volta che i progettisti della fossa erano molto ingegnosi, e probabilmente tutto questo fù fatto per proteggere qualcosa di valore, perchè fare un lavoro cosi grande per niente? Le ricerche del tesoro proseguirono per altri 36 anni, nel 1936 Gilbert Hadden, insieme a Fred Blair, iniziò una nuova ricerca sull'isola e lontano dalla fossa scopri un frammento di pietra con delle iscrizioni identiche alla lastra di pietra ritrovata anni prima nella fossa del tesoro. Inoltre allo Smith’s cove trovò anche delle travi di legno che furono usate probabilmente dai costruttori originali della fossa.

Nel corso degli anni emersero dagli scavi qua e la per l’isola, cose a dir poco incredibili che alimentarono ancora di più la convinzione che più sotto ci fosse qualcosa. Tra gli oggetti più importanti ritrovati ci sono due anelli d’oro, dei pezzi di bottiglie e i pezzi di pergamena sopracitati, ma oltre a questi sono stati trovati anche altri oggetti di poca rilevanza, come dei chiodi, un pezzo di un barile etc etc… La cosa sorprendente non sono gli oggetti in se, ma la profondità a cui sono stati trovati, infatti ricordiamoci che dopo l’allagamento della fossa tutto quello che è stato ritrovato proviene da trivellazioni a oltre 110 piedi di profondità.
Il ritrovamento di oggetti cosi interessanti attirò un nuovi cercatori, nel 1938 entrò in scena Erwin Hamilton, che ricominciò a trivellare i pozzi precedentemente abbandonati dagli altri cacciatori di tesori. Il ritrovamento più importante fatto da Hamilton furono delle schegge di quercia a -54 metri sotto uno strato di calcare naturale, cosa pi impossibile che strana, il mistero si infitti ancora…
Nel 1959 Bob Restall scopri una roccia con scritto 1704 vicino allo smith’s cove, ma durante uno scavo perse i sensi e cadde nella fossa, il figlio e due operai si gettarono per salvarlo ma tutti e quattro persero tragicamente la vita.
Successivamente nel 1965 Bob Dunfield cercò di risolvere la situazione usando dei mezzi più moderni come bulldozer e gru per bloccare i flussi di acqua nei tunnel di allagamento, non riusci nel suo intento ma scopri che sotto l’isola c’era una caverna di calcare naturale.

Dopo tutte queste peripezie siamo arrivati ai giorni d’oggi e Oak Island è rimasta un mistero. Dagli anni 70 se ne sta occupando la Triton Alliance, capitanata inizialmente da Daniel Blankenship che con mezzi più moderni ha fatto numerose scoperte e ritrovamenti.
Durante scavi qua e la per l’isola, ritrovò: un paio di forbici, un cuore di pietra, dei tronchi con incisi dei numeri romani risalenti a 250 anni fa, un paio di scarpe di pelle e un paio di strutture in legno tenute insieme da delle fascette di metallo e dei chiodi. Incuriosita da tutte queste scoperte la Triton commissionò ad uno studio di geologi una costosissima perizia sull’isola, il risultato dello studio geologico non fù mai reso pubblico ma fatto stà che dopo questo studio la Società investi più soldi che mai nel progetto.
Nel 1976 la Triton diede il via al progetto più ambizioso mai realizzato a Oak Island, il progetto fù chiamato “Borehole 10-X”, e consisteva nel conficcare letteralmente nel terreno un grande tubo di acciaio lungo pi di 70 metri, vicino alla fossa del tesoro. Questo servi a raggiungere delle cavità naturali al disotto dell’isola, che probabilmente la Triton si aspettava già di trovare per via dello studio geologico, fu calata una telecamera all’interno del tubo e delle immagini a dir poco fantastiche vennero riprese nelle cavità sotterranee. Si poteva vedere distintamente una mano amputata che galleggiava nell'acqua insieme a tre casse di legno e altri strumenti, più tardi fu visto anche un corpo umano!
Viste le immagini inviarono giù dei sub ma che non ebbero successo viste le forti correnti presenti nelle cavità. Prima che i sub finirono di esplorare le cavit la Borehole 10-X croll su se stessa quasi uccidendo Blankship che si salv per miracolo.
Attualmente i misteri di Oak Island sono ancora celati nelle sue cavità sotterranee, la Triton sull’orlo del fallimento sta chiedendo al governo canadese dei fondi per continuare gli scavi ed ha in progetto di costruire un tunnel di cemento armato per raggiungere le grotte scoperte con il progetto Borehole 10-X.

Forse non si saprà mai quale sia il tesoro di Oak Island, e forse neanche il tentativo con il tubo di cemento armato avrà successo, questo non lo potremo mai sapere fin quando la Triton non porterà a termine il suo progetto. Molte ipotesi nel corso degli anni sono state fatte sul tesoro, dalle più pessimistiche che pensano che non esista alcun tesoro, fino alle pi fantasiose che attribuiscono la realizzazione della fossa addirittura ai cavalieri templari che raggiunte le coste americane, nascosero il loro tesoro (Santo Graal?) in questa piccola isoletta.
Che ci sia o non ci sia il tesoro, Oak Island sempre un luogo affascinante che attira sempre appassionati di misteri e cercatori di tesori. (fonte: http://www.misteridelmondo.com)

LE MAPPE IMPOSSIBILI

La carta di Pirì Reis.

Il 2 novembre 1929, durante il lavoro di catalogazione degli oggetti appartenenti al Museo Topkapi di Istanbul, venne ritrovata una carta geografica, in due pezzi, che lasciò esterrefatti gli studiosi. Quella carta è oggi nota come "carta di Pirì Reis", dal nome del suo autore, Pirì Reis Ibn Haja Mehemet.

Pirì era un uomo di incredibile cultura (conosceva il greco, l'italiano, lo spagnolo ed il portoghese) ed uno stimato cartografo. Disegnò la mappa in questione nel 1513, collezionando numerose carte antiche, tra cui una venuta in possesso tramite un marinaio di Colombo, catturato da Kemal Rais, zio di Pirì. Ma che cosa ha di tanto speciale questa mappa?

La carta di Pirì ha suscitato l'attenzione di molti ricercatori, poiché è forse la più strana ed incredibile delle cosiddette "mappe misteriose", cioè carte geografiche che raffigurano territori inesplorati ai tempi in cui vennero disegnate. La carta di Pirì raffigura gran parte della penisola iberica, una piccola porzione della Francia, una vasta parte dell'Africa nordoccidentale, le coste dell'america centromeridionale ed un tratto del litorale antartico. Ebbene, nel 1513, molte di queste regioni erano completamente sconosciute, come mostra un esame della cartografia coeva. Dell'Antartide, la carta di Pirì rappresenta la Penisola di Palmer, la Terra della Regina Maud e parecchi picchi subglaciali, al largo delle coste, riconosciuti come tali solo nel 1949 da una spedizione organizzata da Norvegia, Svezia e Gran Bretagna. Lo stesso continente antartico fù scoperto solo durante il XIX secolo (1820). La carta raffigura inoltre, con relativa precisione, altre regioni dell'Antartide che non potevano essere in alcun modo note nel '500, poiché ricoperte da ghiacci, e che fu possibile cartografare solo nel 1958 nel programma di ricerche organizzato dall'Anno Geofisico Internazionale:. Tra le diverse miniature che corredano la mappa, è possibile distinguere, accanto alla Cordigliera delle Ande, un lama ed un puma. Questi animali e la stessa Cordigliera dovevano essere, all'epoca di Pirì, completamente sconosciuti, poiché l'esplorazione del sistema andino iniziò soltanto dopo il 1531, quando Pizzarro mosse alla conquista dell'impero Inca.

Tutto questo sarebbe spiegabile solo ammettendo che l'America e le coste dell'Antartide fossero già state esplorate in tempi remoti e che antichi cartografi ne avessero realizzato mappe dettagliate. Ma ciò non fa che infittire il mistero: l'ultima volta che l'Antartide sarebbe stata possibile rilevarla e cartografarla priva di ghiacci, risalirebbe a circa 15000 anni fa: Quale civiltà poteva esistere a quell'epoca, in cui storicamente si colloca l'uomo di cro-Magnon?

In un suo memoriale, intitolato Bahriye, Pirì afferma che Colombo conosceva l'esistenza dell'America ancora prima di esserci stato, poiché in possesso di antiche mappe che la mostravano, e che avesse usato queste stesse mappe per convincere la regina di Spagna a finanziare la sua impresa. Pirì aggiunge che Colombo vi giunse portando perline di vetro poiché sapeva che gli indiani erano attratti da questo genere di ninnoli.

Sempre secondo Pirì, non solo Colombo aveva raggiunto l'America, ma anche i Vichinghi, S. Brindano, Nicolas Giuvan, Antonio il Genovese, ed altri ancora.

La carta fù oggetto di studio, nel XX secolo, da parte dello studioso Charles Hapgood, la quale per confermare le proprie impressioni, la sottopose allo studio dell?USAF, l'ente aeronautico militare degli USA. La loro risposta fù strabiliante in quanto essi stessi asserivano, in una nota inviata ad Hapgood, che era inspiegabile l'esistenza di tale mappa, in quanto riportante elementi non conosciuti all'epoca di Pirì Reis o di qualunque altra civiltà, a noi conosciuta, di epoca antecedente.

Ciò costrinse Hapgood a rigettare l'idea che la mappa derivasse da sunti Vichinghi, in quanto, seppur essi fossero mai giunti, prima di Colombo, nelle Americhe, non avrebbero potuto rilevare il continente Antartico, in un' eventuale altra spedizione, così come era stato disegnato, cioè senza ghiacci.

Non è nemmeno possibile che sia stato il marinaio di Colombo, catturato dallo zio di Pirì Reis, ad informare lo stesso Pirì in maniera tanto dettagliata, poiché, al ritorno della sua quarta spedizione (1504) Colombo aveva esplorato soltanto le coste dell'Honduras, Costarica, Nicaragua e Panama.

Hapgood conclude che doveva esserci stata un'antica civiltà di re dei mari, con conoscenze marittime, geografiche et astronomiche, estremamente sviluppate e poi andate perdute.



La carta di Oronzo Fineo

Charles Hapgood nella sua ricerca di portolani antichi, oltre alla carta di Pirì Reìs, si imbattè in unaraffigurazione del 1531, opera di Oronzio Fineo chiamata, appunto, "Mappamondo di Oronzio Fineo". Tale mappa è il risultato di copiature di numerose carte "sorgenti" e rappresenta la parte costiera del continente antartico priva di ghiacci.

In essa il continente antartico è fedelmente riprodotto e posizionato, geograficamente, perfettamente. Su di esso vengono annotate catene montuose e fiumi, quali effettivamente abbiamo scoperto siano esistiti, ora coperti dalla coltre di ghiacci. La parte interna invece e priva di raffigurazioni fluviali e montuose, il che ci indica che tale parte, a differenza di quella costiera, era già ricoperta di ghiacci.

Il mappamondo di Fineo sembra essere un'altra prova convincente riguardo alla possibilità di una remota colonizzazione del continente australe e lo ritrae in un'epoca corrispondente alla fine dell'ultimo periodo glaciale.

La carta mostra anche numerosi estuari, insenature e fiumi, a sostegno delle moderne teorie che ipotizzano antichi fiumi in Antartide in punti in cui sono oggi presenti ghiacciai come il Beardmore e lo Scott. I vari carotaggi effettuati negli ultimi tempi sono a sostegno della tesi che l'Antartide era un tempo abitabile: i campioni sono ricchi di sedimenti che rivelano condizioni differenti di clima, ma soprattutto si nota una rilevante presenza di grana fine, come quella che viene trasportata dai fiumi. Inoltre, i carotaggi rivelano che solo intorno al 4000 a.C. l'Antartide venne completamente ricoperto dai ghiacci.



La mappe di Mercatore e Buache

Chi erano Gerardo Mercatore e Philiphe Buache?

Mercatore, conosciuto ancora oggi per la proiezione cartografica che porta il suo nome,

fu un insigne studioso della sua epoca, tanto che la sua voglia di sapere lo portò, nel 1560, ad avventurarsi in Egitto per visitare la Grande piramide e ad accumulare testi antichi per la sua biblioteca personale.Nel suo "Atlante" rappresentò il continente australe, (questo nell'anno 1569, e ricordiamo che il continente antartico fu scoperto solo nel 1818): alcune parti identificabili di tale continente sonoCapo Dart, il Mare di Amundsen, l'isola Thurston, le isole Fletcher, l'isola di Alexander I, la penisola Antartica di Palmer, il Mare di Weddel, la Catena Regula, la Catena Mühlig-Hoffman, la costa Principe Harald, e la Costa principe Olaf.

Buache era un geografo francese del XVIII secolo.La sua carta ha una peculiarità unica: rappresenta, perfettamente, il continente antartico completamente privo di ghiaccio. Ricordiamo che la topografia subglaciale di tale terra fù possibile solo nel 1958. Il canale navigabile che sembra dividere in due il continente esisterebbe realmente se non fosse ricoperto dai ghiacci eterni, quindi dovremmo dedurre che le carte originali, cui dovette fare riferimento Buache per la compilazione della sua mappa, erano antecedenti di millenni rispetto alle fonti a cui avevano attinto Mercatore, Fineo, Pirì Reìs.


fonte: (http://www.antikitera.net)

LE TAVOLE DEL MICHIGAN

Le tavole del Michigan rappresenterebbero la prova inconfutabile che il Continente Americano fu colonizzato ben prima della scoperta di Colombo: fatte d'argilla, ardesia o rame furono estratte a migliaia da tombe di, forse, "indiani" nei dintorni di Detroit, nel Michigan appunto, tra il 1874 ed il 1915…
Tutte le tavole erano incise di motivi ebraici, cristiani e lingue non conosciute…gli studiosi le decretarono subito false, con il giusto disappunto degli scopritori…molti anni dopo la studiosa Henriette Mertz, nel tantativo di dimostrare definitivamente e scientificamente che si trattava di falsi, si convinse dell'autenticità delle tavole e le attribuì a profughi cristiani i quali, fuggiti dall'impero romano nel 312 d.C., trovarono rifugio sul continente americano. Ma dove sono finite ad oggi tutte queste tavole? Secondo numerosi ricercatori non ne dovrebbe esistere più traccia... Ma si sbagliano: molte tavole sono in possesso dei Mormoni dell'Utah, che le hanno ricevute in donazione dall'Università di Notre Dame; questa collezione è composta da quella precendemente in possesso di Savage (1045 pezzi) e quella di Soper (495 pezzi) per un totale di 1540 tavole. Si pensa che però i pezzi più belli e interessanti siano stati nascosti da qualche parte, in quanto Mertz nelle sue ricerche aveva catalogato 2700 pezzi. Oltre a quella custodita dai Mormoni ne esistono altre, disseminate fra il Michigan e il New Hampshire, anche se di dimensioni ridotte.
Anche il fondatore dei Mormoni, Joseph Smith, raccontò di aver riportato alla luce altre tavole nel 1823. Secondo la sua storia fu un arcangelo a rivelargli la loro esistenza e gli diede il compito di tradurle, fu così che scrisse il sacro libro di Mormon. Solo che nelle tavole donate dall'Università di Notre Dame (la collezione Savage-Soper) non troviamo iscrizioni e simboli che fanno riferimento alla storia di Smith, troviamo invece iscrizioni e simboli biblici!. Su alcuni pezzi inoltre sarebbero stati notati dei segni lasciati molto probabilmente da un macchinario, per questo molti studiosi mostrano scettiscismo verso l'autenticità delle tavole.
Indubbiamente la cosa gioca a favore della chiesa Mormone, in quanto se le tavole iniziassero a suscitare l'interesse di diversi scienziati, e qualcuno di questi riuscisse a decifrare le iscrizioni, e quindi a svelare l'origine delle tavole, sarebbe un brutto colpo per la chiesa Mormone: secondo alcuni studiosi infatti decifrare le tavole equivale a smontare alcune basi della chiesa Mormone.
Su alcune di queste tavole inoltre vi è raffigurata la storia dell'arca di Noè, con diluvi e inondazioni, nonchè impatti di asteroidi. Quindi volendo prestare fede a queste raffigurazioni si può pensare che il diluvio universale, descritto nella bibbia, sia stato generato da un impatto di un meteorite con la terra: peccato che questa tesi è stata formulata per la prima volta a metà del 1900 e le tavole siano state trovate a fine 1800. Se le tavole sono false, allora bisogna fare i complimenti ai falsari che sono stati in grado di vedere 50 anni nel futuro.

LE ROVINE MEGALITICHE DI BAALBEK


Il complesso megalitico di Baalbek, in Libano, fu realizzato con l’ausilio di strumentazioni tecnologiche? Furono davvero i romani a porre in opera il Trilithion o, invece, continuarono a costruire su una struttura preesistente realizzata da una sconosciuta civiltà? Tra ipotesi, prove archeologiche e leggende facciamo il punto degli studi.



Le rovine di Baalbek si trovano a circa 90 km da Beirut, Libano, nella valle della Beqa’a, ai piedi delle montagne dell’Antilibano in una valle in cui si originano l’Oronte, a nord, e il Litani, che scorre da sud a ovest. Il sito godeva, soprattutto in epoca romana, di grande importanza tanto che veniva considerato una delle meraviglie del mondo. Ma cosa rende così speciale questo luogo?



Ebbene tralasciando per un momento le implicazioni di ordine religioso, ciò che rende straordinario questo complesso monumentale è la presenza di numerosi megaliti, inseriti nella struttura del tempio di Giove. La maestosità del tempio era tale, che gli imperatori romani arrivarono a percorrere fino a 2.500 chilometri per consultarne l’oracolo e godere dei suoi vaticini. Il sito di Baalbek pone molti interrogativi e gli studiosi sono divisi tra coloro che considerano l’intero complesso come un prodotto delle maestranze romane, coloro che, invece, ritengono che il podio su cui poggia il tempio di Giove sia di origine fenicia, e infine coloro che lo considerano ancora più antico, forse appartenente alla cosiddetta civiltà megalitica di cui si ritrovano le tracce sparse in tutto il mondo, dall’Egitto al Mesoamerica. Qualunque sia l’indirizzo d’indagine in tutti e tre i casi rimane insoluta la spiegazione di come sia stato possibile trasportate i megaliti dalla cava fino all’acropoli, sebbene il tragitto non sia molto lungo. Le asperità del terreno e il peso dei blocchi complicavano molto il trasporto, come fu possibile, quindi, mettere in sede gli enormi blocchi in maniera così perfetta che tra loro non si può infilare neanche la lama di un coltello? In epoca moderna uno dei primi ricercatori che se ne occupò, nel 1851, fu il francese Louis Felicien de Saulcy, che in seguito condurrà i primi scavi archeologici sistematici a Gerusalemme, il quale visitando il sito si convinse che le rovine potevano appartenere a un tempio pre-romano, ipotesi che raccolse nel libro intitolato Viaggio intorno al Mar Morto, pubblicato nel 1854. Alla metà del XIX sec. l’archeologo francese Ernst Renan, condusse le proprie ricerche nel sito, egli affermò che quando giunse a Baalbek non incontrò elementi sufficienti in grado di convincerlo che il sito fosse stato realizzato per ospitare un tempio pre-romano, e ne ipotizzò invece un’origine fenicia. Attualmente si ritiene che il podio su cui poggia il tempio di Giove fu costruito dai romani nello stesso periodo della base del tempio, ma è davvero questa la verità?







La prima cosa che stupisce, visitando questo colossale complesso architettonico è la sua estensione e la sua monumentalità, infatti, i tre megaliti che compongono il cosiddetto Trilithion ovvero le “tre pietre”, sono alti come una costruzione di cinque piani. Le pietre furono tagliate e trasportate da una cava non molto distante, dove in un momento successivo, fu ritrovato un quarto monolite, la cosiddetta Hajar el Gouble, Pietra del Sud, oppure Hajar el Hibla, o pietra della partoriente, ancora imprigionata nella cava e pronta per essere separata. Le sue dimensioni sono enormi: 21 metri di lunghezza, 10 di altezza e uno spessore di 5 m, il peso stimato è di circa 1.200 tonnellate e si ritiene che venne lasciata in situ in seguito a un errato calcolo delle dimensioni.

Leggende e archeologia

Nel complesso religioso di epoca romana esistono altri due templi dedicati ciascuno a una divinità, in modo da realizzare la triade divina, Giove, Venere e Mercurio. Dei tre è il tempio di Giove il più enigmatico. Tutta la sua imponente struttura, infatti, è costituita da blocchi di pietra tra i più pesanti che si possono incontrare al mondo. Nel muro di sudest esiste una fila di nove blocchi di granito dove ciascuno ha un peso di 300 tonnellate, con una dimensione di 10 metri di larghezza per 4 di altezza e 3 di profondità. Nel lato opposto esiste un fila di 6 blocchi aventi le medesime caratteristiche, che fanno da base ai tre giganteschi blocchi del Trilithion. Le tradizioni locali che risalgono fino al Medioevo, specificano che il complesso fu costruito durante il regno di re Salomone, sulla base del confronto tra i blocchi megalitici e quelli che presumibilmente furono impiegati per la costruzione del Tempio di Salomone. Le fonti arabe, infatti, come Al Idrisi, viaggiatore e geografo arabo vissuto tra il 1099 e il 1166, affermano proprio che “il Grande, (tempio) dalla strabiliante apparenza fu costruito al tempo di re Salomone”. Della stessa convinzione era anche Beniamino di Tudela, (ca. 1160) viaggiatore ebreo, che nel Sefer massa’ot, visitando Baalbek scrisse: “Questa è la città che è menzionata nelle scritture come Baalath, nei pressi del Libano, che Salomone costruì per la figlia del Faraone. Il complesso fu costruito con pietre dalle dimensioni enormi”. Una versione che si ritrova anche nel testo biblico di Re, IX, 17 e 2 Cron. 8,6, in cui è menzionato il nome del re Salomone in connessione con un sito che potrebbe essere identificato con l’antica Baalbek, leggiamo, infatti: “Salomone riedificò Ghezer, Bet Horon inferiore, Baalath, Tamàr, nel deserto del paese […]”. Esiste, dunque, una relazione tra Baalbek e Baalath? Alcuni ricercatori sono molto diffidenti in questa identificazione ed esitano a considerare valida l’equazione Baalath-Baalbek, negando ogni relazione tra Salomone e le rovine, soprattutto perché se veramente il re avesse costruito una simile opera così imponente stupisce che non venga assolutamente menzionata nell’Antico Testamento. Questa attribuzione a Salomone si è perpetrata anche nell’800 con Robert Wood, autore di The ruins of Palmira and Baalbek, un’importante monografia dedicata a queste misteriose rovine, il quale affermò: “Gli abitanti del luogo, musulmani, ebrei e cristiani sono tutti convinti che Salomone costruì sia Palmira sia Baalbek”.







Nei testi dei musulmani, dei cristiani maroniti e dei cristiani ortodossi, quindi, non viene mai menzionata l’attribuzione ai romani della costruzione del sito, ma raccontano che il primo insediamento di Baalbek fu costruito prima del diluvio universale dallo stesso Caino, figlio di Adamo, che Yahwe bandì dalla “terra di Nod”, per aver ucciso il fratello Abele. Una versione confermata anche dal patriarca maronita Estfan Doweini, il quale riferisce che “La tradizione ci dice che la fortezza di Baalbek è la costruzione più antica del mondo. Caino la costruì nell’anno 133 della creazione, durante una crisi di demenza feroce. Le diede il nome di suo figlio Enoch e la popolò con i giganti che erano stati puniti dal diluvio per la loro iniquità”. Secondo le sacre scritture la cittadella cadde in rovina al tempo del diluvio e fu successivamente ricostruita dai giganti sotto il comando di Nimrod, il grande cacciatore, e re del paese di Sennar (Genesi 10, 32). Altre leggende narrano che Nimrod ribellandosi al suo dio costruì la torre di Babele.



Infine, Al-Qazwini Zakariya ibn Muhammad, nella sua Cosmografia, narra che Baalbek era connesso a Balkis, la leggendaria regina di Saba e a Salomone.



I musulmani riferiscono, inoltre, che il complesso fu costruito dai Djinn, geni, o numi tutelari agli ordini di Salomone (cfr. HERA n° 26 pag. 27) per la leggenda dell’anello di re Salomone). Il mistero che avvolge la costruzione di Baalbek ha, però, solleticato anche le fervide fantasie di alcuni ricercatori, come un certo David Urquhart, il quale era dell’opinione che i costruttori impiegarono dei mastodonti, elefanti estinti, a mo' di gru per spostare gli enormi blocchi.

Le fonti classiche

Dopo il periodo di regno di Salomone, i fenici si stanziarono nella zona, divenendo i signori incontrastati della Siria, e scelsero Baalbek per stabilire il tempio di Baal, dio del Sole. Poco si conosce di questi anni. Nell’XI sec. a.C. le armate assire di Tiglatpileser I giunsero sulla costa del Mediterraneo, ma leggendo gli annali assiri, il sito di Baalbek non è mai menzionato tra le città fenicie, dunque, possiamo dedurne che almeno in quel periodo, il sito non godeva di molta importanza politica o commerciale, forse era solamente un piccolo centro religioso. Probabilmente, il tempio era dedicato alla triade Baal, Astarte e Mercurio. Durante il periodo tolemaico, tra il 323 e il 198 a.C., il sito di Baalbek fu identificato dai greci con il nome di Heliopoli, la città del Sole, assumendo lo stesso toponimo della più celebre città del Basso Egitto. A partire dal 27 a.C. la zona passò sotto il dominio romano, e l’imperatore Augusto decise di costruire il tempio Giove, il dio del Cielo, la più importante delle divinità per i romani, come per i greci era Zeus. E’ probabile che tale scelta rispondesse alla volontà di rimpiazzare l’antica divinità preesistente, il semitico Baal, che possedeva caratteristiche in comune con Zeus-Giove. Il toponimo di Baalbek, come molti studiosi affermano, ha il significato di Signore della Beqa’a, oppure Signore della Città, a seconda dell’interpretazione. Nei testi arabi spesso è identificata con Baal bikra, o Baal del bue o dell’agnello, seguendo l’etimologia popolare che associa il valore semantico al culto che veniva seguito nel tempio. In epoca romana, l’oracolo di Baalbek era molto venerato tanto che l’imperatore Traiano, alla vigilia della guerra con i parti, nel 115 scrisse ai sacerdoti di Baalbek per ottenere un vaticinio. Anche durante il IV sec. Macrobio nei suoi Saturnali dichiarò che “il tempio di Baalbek è il più famoso degli oracoli”. Il tempio romano, come abbiamo già detto, fu costruito sopra un podio preesistente costituito da enormi blocchi. Gli archeologi suggeriscono che proprio tale piattaforma di pietra faccia parte di una struttura non finita, appartenente a un tempio a cielo aperto, costruito dai sacerdoti seleucidi al di sopra di un tell, una collina artificiale, dell’Età del Bronzo. Alla metà del secondo secolo circa, fu aggiunto il cosiddetto tempio di Bacco, o Mercurio. In direzione sud al di fuori della grande corte, sorge il tempio più picciolo dedicato a Venere. In accordo con le teorie più accreditate dalla comunità archeologica, la storia di Baalbek risale approssimativamente a 5.000 anni fa. Gli scavi archeologici sembrano confermare tale ipotesi, infatti, durante i lavori di scavo effettuati nelle vicinanze della grande corte del tempio di Giove, sono venute alla luce tracce di insediamenti databili all’Età del Bronzo Medio (1900-1600 a.C.), costruito su un livello di frequentazione più antico che risale al 2900-2300 a.C.






Tecnologie impossibili

Il mistero di Baalbek risiede soprattutto nei suoi megaliti, non si conoscono, infatti, i metodi impiegati per mettere in opera i blocchi, posizionati a una considerevole altezza da terra, 6 metri, e abilmente inseriti nella struttura del tempio. Prima che Roma conquistasse il sito e costruisse l’imponente tempio di Giove, e molto prima che i fenici vi stabilissero la sede del tempio dedicato al dio Baal, a Baalbek, esisteva già una vasta costruzione formata da blocchi megalitici, forse il lascito di una civiltà megalitica di cui se ne sono perse ormai le tracce. Il Tempio di Giove era davvero imponente, le sue colonne erano alte fino a 32 metri, con una larghezza pari a circa 4 metri. Purtroppo, solamente 6 di queste splendide colonne hanno resistito ai secoli. Incredibile è l’imponenza dei blocchi su cui poggia il tempio, che stando alle stime dei ricercatori, attualmente nessun macchinario sarebbe in grado di mettere in opera. Su tale argomento è stato chiesto a Bob MacGrain, direttore tecnico della Baldwins Industrial Services, una delle più importanti industrie inglesi, di provare a spostare con i propri macchinari la Pietra del Sole. Ebbene, si pensò di utilizzare una gru, la Gottwald ak912, in grado di lavorare con pesi fino 1.200 tonnellate. Il macchinario, però, risultò inutile al momento del trasporto, in quanto tali gru non possono muoversi durante il carico di un tale peso, dunque, sarebbe stata necessaria una macchina dotata di cingoli.



E’ evidente quanto sia difficoltoso realizzare oggi una simile opera, e certamente di più con l’impiego di strumentazioni non tecnologiche.



La spiegazione risulta molto ardua da individuare. Alcuni ricercatori, però, hanno sottolineato che non esisterebbe alcun mistero a Baalbek, in quanto gli enormi blocchi sarebbero stati trasportati utilizzando dei rulli di legno, su cui sarebbero scivolati i megaliti, in un secondo momento sarebbero stati messi in opera con l’ausilio di terrapieni. Purtroppo, questa spiegazione rimane controversa se pensiamo che per realizzare un simile trasporto, ammettendo che i rulli non si sgretolino sotto il peso, occorrerebbero circa 40.000 uomini per muovere un solo monolite.



Quindi, il quesito: in che modo, furono poste in sede le enormi pietre, e chi ne fu l’artefice?



L’attribuzione ai romani è valida per la costruzione del tempio di Giove, ma per quale motivo avrebbero dovuto tagliare e spostare tali megaliti, impiegando uno sforzo straordinario di uomini e di mezzi per spostarli, quando avrebbero potuto tagliare i blocchi in dimensioni minori? In più, una piccola imperfezione verticale nel monolite avrebbe potuto causare più danni strutturali di un’imperfezione distribuita su più blocchi di pietra. Dunque?



A tale proposito nel 1980, lo studioso francese Friederich Ragette, nel suo lavoro intitolato Baalbek, suggerì che l’impiego dei blocchi monolitici rispondeva a una tradizione cananea, secondo la quale i podi dovevano consistere al massimo di tre livelli di pietre, e visto che questo podio era alto 12 metri, significava utilizzare necessariamente i monoliti. Ipotesi molto discutibile. In più sempre Ragette, suggerisce che i romani tagliarono nella cava i blocchi con piccozze di metallo e con l’impiego di una sorta di macchinario da estrazione in grado di lasciare su molti blocchi segni di incisioni circolari larghi fino a 4 metri di raggio. Un enigma nell’enigma, in quanto oltre a dover spiegare in che modo i romani riuscirono a trasportare i blocchi affiora il quesito di che genere di macchinario si trattava in grado di lasciare segni circolari sulla pietra? Forse una sega circolare?



Sulle modalità del trasporto dei blocchi sovente vengono chiamate in causa le raffigurazioni presenti sui rilievi mesopotamici ed egizi, che secondo alcuni ricercatori spiegherebbero in che modo furono spostati i megaliti. Purtroppo dobbiamo osservare che tale spiegazione non sembra sufficiente, in quanto sebbene i rilievi mostrino tale tipo di trasporto, raffigurano blocchi singoli aventi un peso stimato all’incirca di 100 tonnellate, ovvero un decimo del peso delle pietre del Trilithion. Maggiori perplessità sorgono, inoltre, cercando di spiegare in che modo i romani riuscirono a manovrare i monoliti. Ragette suggerì per la messa in opera l’impiego di scavi e terrapieni, dove le rampe di terra compattata costruite su un piano inclinato che saliva fino alla cima del muro servivano per far salire i blocchi, che erano tirati da gruppi di operai disposti dall’altro lato del muro. Si suppone che tale metodo sia stato impiegato per la realizzazione del sito megalitico di Stonehenge. Per consolidare l’ipotesi romana, Ragette menziona il matematico e ingegnere greco Erone di Alessandria, vissuto si suppone tra il III e il I sec. a.C., celebre per le sue macchine idrauliche.



Nei suoi testi compaiono anche indicazioni per l’utilizzo di sistemi basati su leve per il sollevamento e la messa in opera di enormi blocchi. Purtroppo, però, l’unica versione di questo trattato che possediamo è una traduzione araba, realizzata intorno all’860 d.C., da un abitante di Baalbek chiamato Costa ibn Luka, che secondo Regette testimonierebbe una continuità delle conoscenze tramandate negli anni. E’ tutto così semplice?



I romani riuscirono a trasportare a Roma gli obelischi come quello proveniente dal Tempio del Sole a Heliopoli in Egitto, ora posto a Piazza del Popolo, 235 tonnellate, oppure quello di Piazza di Montecitorio, 230 t, che sebbene testimonino la capacità di trasportate grandi monoliti, le loro dimensioni, sono assolutamente minori rispetto a quelle di Baalbek, e non sembrano determinanti per spiegare in che modo il Trilithion fu messo in opera.



In conclusione, possiamo certamente evidenziare che il sito di Baalbek rappresenta per molti aspetti un vero e proprio enigma architettonico e culturale, in quanto nulla si conosce dei suoi costruttori. Inoltre, il mistero si complica analizzando la superficie della Grande Corte. Lo strato superiore, infatti, presenta un livello di pietra vetrificata, un fenomeno che forse fu provocato dall’esposizione a una sconosciuta fonte di calore, o dall’impiego di trapani o seghe circolari che impiegavo il calore. Purtroppo, tra le molte interpretazioni proposte nessuna sembra spiegare in maniera esaustiva né le modalità, né gli strumenti impiegati e tanto meno gli autori di questa monumentale struttura megalitica. (fonte: http://www.fuocosacro.com)

MERAVIGLIE DA WIKIPEDIA


A volte non è necessario scavare a fondo per trovare il mistero, basta consultare le fonti ufficiali e maggiormente alla luce del sole. Leggete da wikipedia la lista dei re sumeri, se non notate niente di incredibile significa che avete problemi di vista.

Lista reale sumerica
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La Lista reale sumerica (detta anche Lista dei re sumerici, Lista dei re sumeri o Lista reale sumera) è un antico testo in lingua sumera che annota le varie dinastie dei re sumerici.

Sono conosciute sedici versioni di questo testo (indicate con sedici lettere dell'alfabeto inglese, da A a P), tutte scritte in sumerico, anche se alcune mostrano una chiara influenza accadica. Il testo potrebbe essere stato composto verso la fine del III millennio a.C.(Terza dinastia di Ur) ed essere stato poi diverse volte rimaneggiato.

La Lista dei re babilonesi e la Lista dei re assiri, di epoca posteriore, sono documenti simili.

La lista registra le città e i nomi dei re e governanti che detennero il potere ufficiale e la durata dei loro regni. I Sumeri credevano che la regalità fosse donata dagli dei e che potesse passare da una città all’altra con le conquiste militari.

La lista ha la particolarità di mescolare re anti-diluviani, probabilmente mitici e con regni dalla durata lunghissima, con le più plausibili dinastie storiche.

Il primo re sulla lista di cui l’esistenza storica è stata attestata indipendentemente attraverso ritrovamenti archeologici è Enmebaragesidi Kish (ca. 2700 a.C.), il cui nome è citato anche nell’epopea di Gilgamesh. Sembra anche che lo stesso Gilgamesh sia stato un re storico di Uruk.

Stranamente assenti dalla lista sono i sacerdoti-re della dinastia di Lagash che sono conosciuti direttamente da iscrizioni del 2500 a.C. circa. Un altro antico re della lista, realmente esistito, è Lugalzagesi di Uruk del 2300 a.C. che conquistò la città di Lagash e fu poi sconfitto da Sargon di Akkad.

La lista accenna soltanto ad una donna re, Kug-Babza, la "donna custode della taverna", che da sola rappresenta la terza dinastia di Kish.

La lista risulta fondamentale, data la mancanza di altre fonti, per ricostruire la cronologia sumerica del III millennio a.C. Tuttavia, la presenza nella lista di dinastie che hanno probabilmente regnato contemporaneamente ma in città differenti e che invece nella lista vengono messe in sequenza, rende impossibile fidarsi completamente della cronologia che appare nella lista. Tenendo in considerazione questo, molte date sono state riviste negli ultimi anni e generalmente spostate molto più indietro, anche di un intero millennio.

Alcuni autori hanno proposto di rileggere la durata dei regni dei re anti-diluviani in numeri più realistici, trasformando le date in sars (1 sar = 3600 anni) in semplici anni o decenni.

Inoltre le incertezze presenti, soprattutto per quanto riguarda la durata del periodo dei Gutei, rende impossibile conoscere con esattezza le date degli eventi avvenuti nella Terza dinastia di Ur (ca. 2100 a.C.).

Alcune delle più antiche iscrizioni conosciute che contengono la lista dei re sono datate al terzo millennio a.C., come ad esempio il cosiddetto prisma di Weld-Blundell, datato al 2170 a.C. Le posteriori liste dei re babilonesi e assiri che furono basate su esso, hanno preservato le parti più antiche della lista fino al III secolo a.C., quando Berosso diffuse la lista nel mondo ellenico. Durante il lungo periodo di tempo in questione, i nomi si sono inevitabilmente modificati e la versione greca di Berosso, una delle prime scoperta e studiata dai moderni accademici, utilizza traduzioni ormai molto lontane dall'originale, specialmente nei nomi dei re.
Lista:
Periodo protodinastico I

Re esistiti prima del diluvio universale, leggendari o anteriori al 2500 a.C. I loro regni sono misurati in sar, periodo che vale 3600 anni - è l'unità successiva dopo il numero 60 nel computo sumerico (3600 = 60x60) - e in ner', unità che vale 600.Dopo che la regalità calò dal cielo, il regno ebbe dimora in Eridu. In Eridu, Alulim divenne re; regnò per 28.800 anni
Alulim di Eridu: 8 sars (28.800 anni)
Alalgar di Eridu: 10 sars (36.000 anni)
En-Men-Lu-Ana di Bad-Tibira: 12 sars (43.200 anni)
En-Men-Ana
En-Men-Gal-Ana di Bad-Tibira: 8 sars (28.800 anni)
Dumuzi di Bad-Tibira, il pastore: 10 sars (36.000 anni)
En-Sipad-Zid-Ana di Larag: 8 sars (28.000 anni)
En-Men-Dur-Ana di Zimbir: 5 sars e 5 ners (21.000 anni)
Ubara-Tutu di Shuruppak: 5 sars e 1 ner (18.600 anni)
Zin-Suddu
Periodo protodinastico II

Re mitologici o sovrani del XXVI secolo a.C. circa. Numerosi governanti, noti grazie a iscrizioni coeve, non rintracciabili nelle liste reali.Dopo che il Diluvio spazzò via ogni cosa e la regalità fu discesa dal cielo, il regno ebbe dimora in Kish.
Prima dinastia di Kish
Jushur di Kish: 1.200 anni
Kullassina-bel di Kish: 960 anni
Nangishlishma di Kish: 670 anni
En-Tarah-Ana di Kish: 420 anni
Babum di Kish: 300 anni
Puannum di Kish: 840 anni
Kalibum di Kish: 960 anni
Kalumum di Kish: 840 anni
Zuqaqip di Kish: 900 anni
Atab di Kish: 600 anni
Mashda di Kish: 840 anni
Arwium di Kish: 720 anni
Etana di Kish (3000 a.C. circa), il pastore, che ascese al cielo e consolidò tutte le contrade straniere: 1.500 anni
Balih di Kish: 400 anni
En-Me-Nuna di Kish: 660 anni
Melem-Kish di Kish: 900 anni
Barsal-Nuna di Kish: 1.200 anni
Zamug di Kish: 140 anni
Tizqar di Kish: 305 anni
Ilku di Kish: 900 anni (Il primo re sulla lista di cui l’esistenza storica è stata attestata indipendentemente attraverso ritrovamenti archeologici.)
Iltasadum di Kish: 1.200 anni
En-Men-Barage-Si di Kish (morto verso il 2680 a.C.), che conquistò Elam: 900 anni
Agga di Kish: 625 anniQuindi Kish fu distrutta e la monarchia fu assunta da E-ana.
Prima dinastia di Uruk
Meskiaggasher di E-ana, figlio di Utu: 324 anni. Mesh-ki-ang-gasher andò in mare e sparì.
Enmerkar (2800 a.C. circa), che edificò Unug: 420 anni
Lugalbanda di Unug, il pastore: 1200 anni
Dumuzi di Unug, il pescatore: 100 anni. Catturò En-Me-Barage-Si di Kish.
Gilgamesh, il cui padre fu un "fantasma", signore di Kulaba: 126 anni.
Ur-Nungal di Unug: 30 anni
Udul-Kalama di Unug: 15 anni
La-Ba'shum di Unug: 9 anni
En-Nun-Tarah-Ana di Unug: 8 anni
Mesh-He di Unug: 36 anni
Melem-Ana di Unug: 6 anni
Lugal-Kitun di Unug: 36 anni

Quindi Unug [Uruk] fu sconfitta e la regalità fu assunta da Urim [Ur].
Prima dinastia di Ur

ca. XXV secolo a.C.
Mesh-Ane-Pada di Urim: 80 anni
Mesh-Ki-Ang-Nanna di Urim: 36 anni
Elulu di Urim: 25 anni
Balulu di Urim: 36 anni

Quindi Urim fu sconfitto e la regalità fu assunta da Awan.
Periodo protodinastico III (La I dinastia di Lagash non è menzionata nella lista dei re, sebbene sia ben nota grazie alle iscrizioni).
Awan
Tre sovrani di Awan, che governarono per un totale di 356 anni.

Quindi Awan fu sconfitta e la regalità fu assunta da Kish.
Seconda dinastia di Kish
Susuda di Kish: 201 anni
Dadasig di Kish: 81 anni
Mamagal di Kish, il battelliere: 360 anni
Kalbum di Kish: 195 anni
Tuge di Kish: 360 anni
Men-Nuna di Kish: 180 anni
? di Kish: 290 anni
Lugalngu di Kish: 360 anniQuindi Kish fu sconfitta e la regalità fu assunta da Hamazi.
Hamazi
Hadanish di Hamazi: 360 anniQuindi Hamazi fu sconfitta e la regalità fu assunta da Unug.
Seconda dinastia di Uruk
En-Shakansha-Ana di Unug: 60 anni
Lugal-Ure (or Lugal-Kinishe-Dudu) di Unug: 120 anni
Argandea di Unug: 7 anniQuindi Unug fu sconfitta e la regalità fu assunta da Urim.
Seconda dinastia di Ur
Nani di Urim: 120 anni
Mesh-Ki-Ang-Nanna di Urim: 48 anni
? di Urim: 2 anniQuindi Urim fu sconfitta e la regalità fu assunta da Adab.
Adab
Lugal-Ane-Mundu di Adab: 90 anniQuindi Adab fu sconfitta e la regalità fu assunta da Mari.
Mari
Anbu di Mari: 30 anni
Anba di Mari: 17 anni
Bazi di Mari: 30 anni
Zizi di Mari: 20 anni
Limer di Mari, il sacerdote gudu: 30 anni
Sharrum-Iter di Mari: 9 anniQuindi Mari fu sconfitta e la regalità fu assunta da Kish.
Terza dinastia di Kish
Kug-Baba di Kish (2480 a.C. circa), la donna custode della taverna, che rese solide le fondamenta di Kish: 100 anni(la sola donna nella Lista dei Re)Quindi Kish fu sconfitta e la regalità fu assunta da Akshak.
Akshak
Unzi di Akshak: 30 anni
Undalulu di Akshak: 6 anni
Urur di Akshak: 6 anni
Puzur-Nirah di Akshak: 20 anni
Ishu-Il di Akshak: 24 anni
Shu-Sin di Akshak 7 anniQuindi Akshak fu sconfitta e la regalità fu assunta da Kish.
Quarta dinastia di Kish
Puzur-Sin di Kish: 25 anni
Ur-Zababa di Kish: 400 (6?) anni
Zimudar di Kish: 30 anni
Ussi-Watar di Kish: 7 anni
Eshtar-Muti di Kish: 11 anni
Ishme-Shamash di Kish: 11 anni
Shu-Ilishu di Kish: 15 anni
Nanniya di Kish, il gioielliere: 7 anni.Quindi Kish fu sconfitta e la regalità fu assunta da Unug.
Terza dinastia di Uruk
Lugal-Zage-Si di Unug: 25 anni(2259 a.C.2235 a.C.) sconfisse Lagash.
Akkad
Sargon (dal 2334 a.C. al 2279 a.C.), il cui padre fu un giardiniere, il coppiere di Ur-Zababa, il re (primo imperatore) di Agade, che costruì Agade: 56 anni
Rimush, il più giovane figlio di Sargon: 9 anni
Manishtushu, il più vecchio figlio di Sargon: 15 anni
Naram-Sin, figlio di Manishtushu: 56 anni
Shar-Kali-Sharri, figlio di Naram-Sin: 25 anni

Quindi chi fu il re? Chi fu il re?
Irgigi, Imi, Nanum, Ilulu: quattro di questi regnarono solo 3 anni
Dudu: 21 anni
Shu-Durul, figlio di Dudu: 15 anniQuindi Agade fu sconfitta e la regalità fu assunta da Unug.
Quarta dinastia di Uruk
(Probabilmente governanti della bassa Mesopotamia contemporanei alla dinastia di Akkad)
Ur-Ningin di Unug: 7 anni
Ur-Gigir di Unug: 6 anni
Kuda di Unug: 6 anni
Puzur-Ili di Unug: 5 anni
Ur-Utu (o Lugal-Melem) di Unug: 25 anni

Unug fu sconfitto e la regalità fu assunta dall’esercito dei Gutei.
Periodo dei Gutei

Nell’esercito dei Gutei, all'inizio non c'era nessun re famoso; avevano i loro propri re e dominarono così per tre anni
Inkishush di Gutium: 6 anni
Zarlagab di Gutium: 6 anni
Shulme (o Yarlagash) di Gutium: 6 anni
Silulumesh (o Silulu) di Gutium: 6 anni
Inimabakesh (o Duga) di Gutium: 5 anni
Igeshaush (o Ilu-An) di Gutium: 6 anni
Yarlagab di Gutium: 3 anni
Ibate di Gutium: 3 anni
Yarla di Gutium: 3 anni
Kurum di Gutium: 1 anno
Apil-Kin di Gutium: 3 anni
La-Erabum di Gutium: 2 anni
Irarum di Gutium: 2 anni
Ibranum di Gutium: 1 anno
Hablum di Gutium: 2 anni
Puzur-Sin di Gutium: 7 anni
Yarlaganda di Gutium: 7 anni
? di Gutium: 7 anni
Tiriga di Gutium: 40 giorni
Uruk
Utu-kegal di Unug: date contraddittorie (427 anni / 26 anni / 7 anni)scaccia i Gutei.
Terza dinastia di Ur
Ur-Nammu di Urim: 18 annigoverno ca. 2065 a.C.2047 a.C.
Shulgi: 48 annigovernò ca. 2047 a.C.1999 a.C.
Amar-Sin di Urim: 9 anni
Shu-Sin di Urim: 9 anni
Ibbi-Sin di Urim: 24 anni

Quindi Urim fu sconfitto. La regalità fu assunta da Isin.
Dinastia di Isin

(Stati amorriti indipendenti nella bassa Mesopotamia. La dinastia si concluse nel 1730 a.C. circa.)
Ishbi-Erra di Isin: 33 anni
Shu-ilishu di Isin: 20 anni
Iddin-Dagan di Isin: 20 anni
Ishme-Dagan di Isin: 20 anni
Lipit-Ishtar di Isin 11 anni
Ur-Ninurta di Isin (il figlio di Ishkur, dovrebbe aver avuto anni di abbondanza, un buon regno e una vita piacevole): 28 anni
Bur-Sin di Isin: 5 anni
Lipit-Enlil di Isin: 5 anni
Erra-Imitti di Isin: 8 anni
Enlil-Bani di Isin: 24 anni (il giardiniere del re, per la celebrazione del Nuovo Anno, era nominato "re per un giorno" quindi sacrificato, il re morì durante la celebrazione. Enlil-Bani rimase sul trono.)
Zambiya di Isin: 3 anni
Iter-Pisha di Isin: 4 anni
Ur-Dul-Kuga di Isin: 4 anni
Suen-magir di Isin: 11 anni
Damiq-ilicu di Isin: 23 anni

Ci sono 11 città, città in cui la regalità fu esercitata. Un totale di 134 re, che in totale governarono per 28876 + X anni.

Notato niente di strano? Persone vissute anche più di mille anni sono una sranezza incredibile già di per sè. Certo a meno che non si ritengano le fonti antiche un mucchio di storie inventate e senza fondamento, quasi come se gli antichi sumeri si divertissero ad inventare numeri a caso e resoconti ufficiali partoriti dalla fantasia. Come se oggi giorno ci si mettesse a scrivere la lista dei presidenti della repubblica e si attribuisse a Napolitano una presidenza di mille anni... 
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Licenza Creative Commons
Enuma Elish diDario Sumer è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.