giovedì 31 ottobre 2013

Apollo 11: “Sulla Luna eravamo scortati da un ufo”


Trentasette anni fa, esattamente in questi giorni, milioni di persone in tutto il mondo affollavano i bar per seguire da preistoriche tv in bianco e nero l’avventura dell’Apollo 11, la capsula che avrebbe portato l’uomo sulla Luna. Coperte dalle voci dei commentatori, si udivano sullo sfondo le incomprensibili comunicazioni tra la base di Houston e i tre astronauti nella navicella: Neil Armstrong, Edward «Buzz» Aldrin e Michael Collins. Due frasi, scambiate il 19 luglio, poco prima dello sbarco, erano sembrate a tutti i tecnici che seguivano la missione una normale richiesta di informazioni, ma nascondevano un segreto che Aldrin ha rivelato solo adesso: l’Apollo 11 non era solo nello spazio. L’equipaggio chiese alla base dove si trovasse rispetto a loro l’S-IVB, il terzo modulo del razzo che li aveva spinti verso la Luna. Dopo qualche minuto, Houston rispose che si trovava a 6000 miglia nautiche, circa 11 mila chilometri. «Non poteva dunque essere quello – ha rivelato Aldrin – il grande oggetto che vedevamo dall’oblò ad una certa distanza da noi. Era a forma di anello e si muoveva ad ellissi. Collins decise di guardarlo meglio con un cannocchiale, non era sicuramente il nostro razzo». I tre astronauti decisero di non comunicare altro alla base, e di parlarne solo al loro ritorno in un briefing riservato. «Che cosa potevamo fare? – ha spiegato Aldrin -. Dovevamo metterci a gridare “ragazzi, c’è qualcosa che si muove qui di fianco, avete idea di che cosa possa essere?” Molta gente ascoltava le comunicazioni tra noi e Houston, gente di tutti i tipi. Temevamo che qualcuno potesse chiedere di annullare la missione, a causa di una minaccia aliena o per qualunque altra stupida ragione. Così decidemmo solo di informarci per precauzione su dove si trovasse l’S-IVB». Tornati sulla Terra, accolti dal presidente americano Richard Nixon a bordo della portaerei Hornet, gli astronauti raccontarono le fasi dell’avvistamento ai responsabili della missione. La Nasa decise di non renderle pubbliche. Il dottor David Baker, all’epoca Senior Scientist dell’Apollo 11, ha spiegato che l’Agenzia spaziale americana, temendo il ridicolo, aveva vincolato l’equipaggio al segreto. «Molti tecnici della Nasa si sono convinti che gli Ufo esistono – ha detto Baker – e questo ha spinto ancora di più l’agenzia ad una politica di segretezza. Nessuno riuscì a scoprire che cosa fosse l’oggetto che quelli dell’Apollo 11 avevano visto, ma è certo che questi avvistamenti non erano rari fino dai tempi dei primi viaggi in orbita: molti equipaggi avevano incontrato oggetti strani». Anche se il nome di Neil Armstrong è rimasto nella memoria di tutti come quello dell’eroe della missione, il primo uomo a mettere piede sulla Luna, in realtà il vero protagonista di Apollo 11 fu Edwin Buzz Aldrin, colonnello dell’aviazione americana, discendente da una famiglia svedese di fabbri e predestinato ai voli sul nostro satellite dal cognome della madre: Moon. Ci sono pochissime foto di Armstrong sulla Luna, ma ce ne sono moltissime di Aldrin, che molti appassionati dei misteri lunari accusano adesso di non avere raccontato tutta la verità. Basta fare una ricerca sul web con Google o Yahoo per rendersi conto di quante persone nel mondo siano convinte che, anche dopo l’allunaggio, «c’era qualcosa di strano là fuori». La convinzione nasce da presunte intercettazioni delle comunicazioni fra gli astronauti e la Nasa, fatta da radioamatori a terra. Sceso sul suolo lunare, Armstrong affermò di vedere una intensa luce che proveniva da un cratere. La comunicazione si sarebbe interrotta bruscamente, ma non per le decine di persone che la intercettavano da casa. «Che cosa sono? Che cosa sono? Potete dirci che cosa sono? – avrebbero continuato Armstrong e Aldrin -. Oh Dio, non ci credereste. Siamo qui, stiamo tutti bene, ma abbiamo dei visitors. Vi dico che ci sono altre navi spaziali qui e sono tutte allineate al bordo del cratere». Di questa flotta galattica non c’è traccia nelle foto e nei filmati che la Nasa ha reso pubblici. Qualcosa dovrebbe potersi vedere negli altri documenti video, custoditi nei National Archives, ma – giusto perché il mistero degli Ufo lunari possa continuare ad affascinarci senza essere smentito -, dei 700 nastri della missione ne sono misteriosamente spariti 698 e l’unica macchina rimasta in grado di trasmetterli non esiste più: era conservata al Goddard Space Flight Center’s Data Evaluation Lab, chiuso e smantellato per mancanza di fondi.

Fonte: lastampa.it
 

mercoledì 30 ottobre 2013

FOTO DI UFO SCATTATE NELLA MISSIONE APOLLO 9


Marzo 1969 – Apollo 9 fu una missione di volo nello spazio nell’ambito del programma Apollo. Obiettivo di questa missione fu il test del modulo lunare in condizioni reali, cioè nell’orbita terrestre. Durante la missione vennero eseguite le manovre di rendezvous, nonché di aggancio tra modulo di comando e modulo lunare.




L’equipaggio dell’Apollo 9 – da sinistra a destra: McDivitt, Scott e Schweickart



Proprio durante questa missione, gli astronauti effettuarono dei fotogrammi della Luna e in uno di questi fotogrammi si possono osservare benissimo tre oggetti sigariformi di enormi dimensioni che fluttuano nello spazio tra la Terra e la Luna. L’immagine reale (scaricabile sul sito della Nasa link) si possono effettuare delle elaborazioni grafiche, per mettere meglio in evidenza i tre oggetti documentati dall’Apollo 9 che si trovava a circa 174 miglia nautiche (circa 320 km) dalla Terra, fotografia registrata con una macchina fotografica HB Hasselblad, 80mm – Film: Kodac Ektachrome, Frame 23.






fotografia filtrata graficamente in cui sono visibili i tre oggetti a forma di sigaro (tratta da ufosightingsdaily.com)

Alcuni ricercatori UFO americani hanno dichiarato che i tre UFO a forma di sigaro, potevano misurare la lunghezza di circa 2-3 kilometri. Molto spesso astrofili e appassionati di UFO segnalano la presenza di UFO sulla Luna o nello spazio vicino al nostro satellite, ma questa foto scattata dall’equipaggio dell’Apollo 9 composto da McDivitt, Scott e Schweickart, sicuramente farà discutere. (fonte: segnidalcielo.it)

LE SFERE PRECOLOMBIANE DEL COSTA RICA


Sarà l’archeologo italiano Emiliano Antonelli a condurre uno studio sulle misteriose sfere di pietra del Costa Rica, considerate tra i reperti archeologici più preziosi del paese. Antonelli è stato scelto dai curatori del Museo Nacional del Costa Rica (dove è esposto un compendio di tutta l’archeologia costaricense ed una piccola collezione di questi enigmatici oggetti) per analizzare lo stato delle sfere e decidere il tipo di restauro da fare ed i controlli da eseguire per evitare i danni provocati dagli agenti atmosferici.

Queste misteriose sfere – chiamate Las Bolas a livello locale ed apparse anche nella famosa scena del film “I predatori dell’Arca perduta” della saga di Indiana Jones – sono state ritrovate a partire dal 1939 nel sud ovest del Costa Rica, nella zona del Pacifico meridionale, quasi esclusivamente nella zona del Delta del Diquís, tra le cittadine di Palmár Sur e Ciudad Cortés, oltre che nella Penisola di Osa e nell’Isola di Caño, al largo della Penisola stessa. Alcuni esemplari sono stati rinvenuti anche nella zona di Fila Costeña, attorno a San Vito de Java (o de Coto Brus) e Ciudad Neilly, e vicino alla località di Bolas.

Negli anni, di sfere, ne sono venute alla luce circa 300 di grandi dimensioni, cioè con un diametro che va dai 50 ai 250 cm, ed un numero imprecisato di piccole dimensioni, di peso variabile tra il chilo e le 25 tonnellate. Gli studiosi non sono ancora riusciti a capire quale sia l’origine ed il significato di questi reperti. Le sfere, fatte di andesite, gabbro e granodiorite, rocce di origine vulcanica, sono infatti quasi tutte state spostate rispetto al luogo di ritrovamento. Inoltre, molte sono state anche sepolte da detriti alluvionali o spostate a causa di smottamenti del terreno, e non solo per colpa dell’uomo, dalla loro collocazione originaria. Questo non ha permesso agli studiosi di analizzare i loro eventuali allineamenti, se non in pochissimi e rari casi. Alcuni archeologi suppongono che le sfere stiano a rappresentare il Sole e la Luna o alcune costellazioni, quindi la loro posizione originale sarebbe stata fondamentale per supportare questa tesi.

Il primo a studiare questi manufatti di pietra è stato il professore americano Samuel Lothrop, archeologo di Harvad che, seppure con qualche cautela, è riuscito a dare delle riposte ai tanti interrogativi. Secondo Lothrop i grandi sferoidi del Costa Rica avrebbero un’origine abbastanza recente e databile intorno al 400 d.c. (anche se altri studioso indicano il 600 d.c.), cioè nel periodo in cui nella zona arrivò la cultura dell’oro. Secondo Lothrop ed altri studiosi gli sferoidi erano considerati indicatori sociali o segnalatori di aree sacre. Per quanto si è potuto accertare, infatti, alcuni di essi erano posizionati ai lati delle rampe di accesso di mounds (monticoli) su cui etano state costruite le case dei capi o dei famosi shamani oppure sul piano di mound su cui si svolgevano cerimonie di culto o civili. Molti studiosi avvallano la teoria che furono gli indigeni di cultura Diquis (Diquis significa “grandi acque” o “grande fiume” in lingua Boruca) a creare queste sfere. Ancora oggi gli indios Boruca vivono nella zona. Come abbiano fatto a farle così perfette rimane un mistero irrisolto.

Sono tante le ipotesi e le teorie sorte intorno a queste sfere – c’è anche chi sostiene che le abbiano fatte gli extraterrestri – ma nessuna è ancora stata supportata da prove certe. Mentre gli studi e le ricerche vanno avanti, il Governo del Costa Rica, ha chiesto all’Unesco di riconoscerle come patrimonio mondiale dell’Umanità e di approvare il progetto di un parco delle sfere chiamato “Plenitud bajo el cielo: el parque arqueológico de las esferas de piedra precolombinas” (Pienezza sotto il cielo: Parco archeologico delle sfere di pietra precolombiane). Per ora sono tre in Costa Rica i luoghi dichiarati dall’Unesco patrimonio naturale dell’Umanità: Isla del Coco, Parque Internacional La Amistad e Parque Nacional Guanacaste.



fonte

DURAKHAPALAM, la macchina smaterializzante


Lo studioso di fenomeni ufologici Ivan Sanderson, nei suoi libri “Uninvited visitors” (New York, 1967 – traduzione italiana: “Ufo: visitatori dal cosmo”, Roma, 1974), “Things” (New York, 1967) e “Invisibile residents” (New York, 1970), ha sostenuto l’ipotesi che, se gli “oggetti volanti non identificati” appaiono e scompaiono in maniera subitanea, come talvolta è stato osservato, potremmo trovarci in presenza di creature invisibili, la cui esistenza si collocherebbe su una scala temporale radicalmente diversa dalla nostra.


Un caso ben noto agli specialisti è quello di un graduato dell’esercito cileno, il caporalmaggiore Armando Valdés Garrido che, il 25 aprile 1977, ala testa della sua pattuglia di sette uomini, fu testimone oculare dell’atterraggio di un “disco volante”. Spintosi in avanscoperta, scomparve alla vista dei suoi soldati in una specie di nebbia violacea, per riapparire 15 minuti dopo, in stato confusionale, “con la barba lunga di cinque giorni e con le lancette dell’orologio bloccate sulla data del 30 aprile”.
Si tratta di un genere di fenomeni la cui natura rimane, per noi, alquanto misteriosa, e per i quali lo studioso americano Meade Layne ha creato la terminologia MAT-DEMAT, ad indicare la materializzazione e la smaterializzazione di corpi umani o alieni e di oggetti, compresi, appunto, i cosiddetti “dischi volanti”. Layne aveva ricevuto la notizia dell’origine ultradimensionale delle creature aliene da un “medium”, nel corso di una seduta spiritica, che ebbe luogo a San Diego, in California, nel 1946.
Del resto, coloro i quali hanno un minimo di dimestichezza con le modalità delle sedute spiritiche, sanno che vi si verificano con frequenza fenomeni di “apporto” ed “asporto” di oggetti, più raramente di creature dall’apparenza umana o animale; ossia la loro comparsa o la scomparsa improvvisa, come se andassero e venissero da un’altra dimensione. Può verificasi, ad esempio, una pioggia di pietre (che, stranamente, di solito non colpiscono i presenti e non provocano alcun danno), che poi rimangono sul pavimento; una caduta di oggetti di uso comune (forbici, ad esempio: che, magari, si infiggono sul tavolo della seduta); un rapido strisciare, correre o saltare di animai quali cani, gatti, volatili; e così via. Questi oggetti e queste entità non conoscono ostacoli fisici, passano attraverso muri e vetrate, irrompono attraverso il tetto o le porte chiuse; in effetti, sembrano comparire dal nulla.
Una fenomenologia analoga è stata osservata a proposito del mistico indiano Sai Baba, il quale sarebbe in grado di far comparire oggetti di vario tipo; ma anche in casi più “umili” e meno spettacolari, come quello di un sacerdote di un paesino pedemontano del Friuli occidentali, del quale si dice che sia in grado di moltiplicare oggetti, come le mele contenute in un cesto, nel corso delle funzioni religiose: fenomeno che ricorda da vicino il miracolo evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Ad ogni modo, si tratta di fenomeni che nulla hanno a che fare con l’emissione della caratteristica sostanza gelatinosa dalla bocca (o, più raramente, dal naso o dagli orecchi) del “medium”, nel corso di una seduta spiritica: anche perché, in quest’ultimo caso, si tratta chiaramente della formazione di “simulacri” di oggetti o di parti anatomiche incomplete (teste, mani, ecc.) e non di cose o persone complete e vitali, che “entrano” istantaneamente, e inspiegabilmente, nel nostro campo percettivo e che, altrettanto subitaneamente, possono scomparire.

Sappiamo che, in certi ambienti, da anni si parla sottovoce di un misterioso esperimento che la Marina degli Stati Uniti d’America avrebbe compiuto, in un porto dell’Atlantico, negli ultimi tempi della seconda guerra mondiale, che sarebbe consistito nel far “scomparire” una nave da guerra e nel farla “ricomparire” simultaneamente, ad alcune centinaia di chilometri di distanza.
Si tratta del famoso – o famigerato, visto che i membri dell’equipaggio avrebbero subito danni irreversibili al sistema nervoso – “Philadelphia experiment”, sul quale esiste una discreta bibliografia; anche se, ufficialmente, esso non è mai stato riconosciuto dalle Forze Armate di quel Paese e, anzi, è stato esplicitamente e recisamente negato.
Ma, tornando al tema MAT-DEMAT nell’ambito delle ricerche ufologiche, va notato che lo studioso Ugo Dettore, fin dal 1978 (1) ha formulato l’ipotesi che gli “oggetti volanti non identificati” non siano oggetti provenienti da altri mondi, ma da “altre dimensioni”: capaci, cioè, di muoversi in un supposto “iperspazio” che si troverebbe al di là del nostro “continuum” spazio-temporale.
Queste considerazioni sono state esposte, con notevole equilibrio e con spirito critico, dal noto ricercatore e saggista italiano Roberto Pinotti, in uno dei migliori testi usciti su questo argomento nella pur ricchissima bibliografia specialistica: “Ufo, contatto cosmico. Messaggeri e messaggi dal cosmo” (2), nel quale egli ha anche ripreso un articolo di Enrico Caprile apparso negli ani Cinquanta del secolo scorso sul settimanale “Domenica del Corriere”.
Riportiamo il passaggio in questione, per l’eccezionale interesse che presenta, al fine di una miglior comprensione della fenomenologia ufologica, una sua possibile connessone con determinati poteri mentali che gli esseri umani possono coscientemente esercitare e sviluppare, sino a materializzare o smaterializzare oggetti, compreso il proprio stesso corpo fisico.

«Venuti per caso in possesso di una vecchia copia della “Domenica del Corriere”, esattamente quella del 15 dicembre 1957, siamo così rimasti alquanto stupiti nel leggere un articolo a firma Enrico Caprile che, nell’ambito dei fatti più misteriosi della vita, tratta del mitico durakhapalam: magico cubo volante che costruito da misteriosi sacerdoti di un tempio perduto nel Deccan (India), serviva per studiare l’etere e i pianeti.
Ma cerchiamo di riassumere le notizie più importanti al riguardo.
La prima (e forse anche l’unica) fonte di notizie in merito a tale argomento sono gli scritti di Sedir, mistico francese e allievo insieme a Papus del famoso taumaturgo di Lione Monsieur Philippe di cui descrive i più importanti viaggi. Fu proprio durante uno d questi viaggi che il taumaturgo si recò in India, nella regione del Deccan, doveva suo dire esisteva un tempio sotterraneo abitato da una élite di bramini, accessibile soltanto da un passaggio segreto che aveva il proprio ingresso i una città morta, distrutta molto tempo prima da un potentissimo terremoto.
A detta di Sedir, questi sacerdoti, dediti completamente allo studio e alla ricerca, avevano coperto svariate leggi fisiche e psichiche del tutto particolari. Infatti sarebbero stati capaci di fabbricare dei metalli speciali forgiandoli mediante un trattamento sui generis a colpi di martelletto, rendendoli così inattaccabili agli agenti atmosferici e addirittura semitrasparenti. (In occasione delle segnalazioni di UFO del dicembre 1978, a Palermo, il commissario di Polizia Boris Giuliano, poi caduto sotto i colpi della mafia, osservò con un binocolo, sulla verticale del locale Motel Agip uno degli oggetti segnalati sulla città. A suo dire “sembrava una ciambella metallica, e lo scafo appariva simile al rame sbalzato, come se il metallo fosse stato sottoposto all’azione di un martello”. È solo una coincidenza?).
I metalli base preferiti a tal fine erano il rame, l’oro e l’argento che secondo l’autore venivano impiegati con questi particolari procedimenti, del tutto isolati dal magnetismo terrestre e atmosferico e si arricchivano allora d particolari energie e capacità. Con anni di lavoro e di studio e con procedimenti sul genere di quelli descritti, essi avevano infine costruito il durakhapalam, un telemobile, la maggiore delle loro realizzazioni.
La forma di tale oggetto era generalmente cubica e le sue dimensioni erano idonee ad accogliervi comodamente all’interno un uomo in posizione seduta e anche alcuni strumenti. Realizzato con un metallo dai riflessi dorati reso semitrasparente, era posto in una caverna sotterranea a circa venti metri alla superficie terrestre, appoggiato su una sorta di pentacolo disegnato sul pavimento. Il durakhapalam, per poter funzionare, aveva bisogno d essere precedentemente caricato di una energia sonica che veniva fornita, attraverso canali psichici, da sete sacerdoti che per quaranta giorni si erano sottoposti in precedenza a una intensa autoconcentrazione mentale. Tale energia veniva accumulata all’interno del telemobile da uno strumento formato da un grande numero di lamelle di uno speciale cristallo variamente tagliate secondo certe regole, in contatto con l’occupante attraverso due manopole di cristallo congiunte, per mezzo di fili d’argento, ad una specie di particolare accumulatore.
A questo punto il settimo sacerdote entrava nel cubo e, mentre si accomodava seduto afferrando le due manopole per poter comandare il durakhapalam stesso e le pareti di metallo trasparente di questo venivano sigillate con un particolare mastice, iniziava una concentrazione logica con gli occhi semichiusi fissando un disco di oro brunito posto di fronte ai suoi occhi. Nello stesso momento cominciava a mettere in funzione le manopole di cristallo e tutta la cavità era permeata a un “fortissimo sibilo e contemporaneamente da un rombo simile al mare in tempesta”.
Così il duracapalan e il suo pilota si “smaterializzavano” sparendo “in un lampo”; il “doppio” del cubo, trasparente, rimaneva però nella stanza, visibile soltanto ai chiaroveggenti, e serviva così come canale o mezzo di trasmissione delle varie immagini mentali che via via il pilota inviava telepaticamente ai sacerdoti rimasti a terra; immagini dello spazio e di lontani pianeti in cui il cubo si tratteneva in esplorazione per svariati giorni.
Poi il cubo si ‘”materializzava” al ritorno e dal suo interno veniva estratto il pilota in stato catalettico che veniva successivamente sottoposto a speciali trattamenti per riportarlo alla vita e permettergli così di fare il suo rapporto.
Non sappiamo fino a che punti siano vere queste notizie, evidentemente in bilico fra realtà e leggenda, ma dobbiamo ammettere che tali concezioni, precorrenti di parecchio l’odierna teoria “parafisica” sugli UFO, sembrano sempre meno impossibili alla luce delle attuali conoscenze. In effetti è a dir poco impressionante notare nel corso del racconto particolari che frequentemente compaiono nella casistica ufologica e parapsicologica d’oggi. A nostro avviso, in tale descrizione ci sono tre punti da notare principalmente per il loro particolare interesse:
il durakhapalam era fatto di un metallo “trasparente”, dunque di apparenza semisolida;
il durakhapalam funzionava solo dopo essere stato “ricaricato” dai sette sacerdoti, con un particolare tipo di energia psichica concentrata atta ad illuminarlo di luce e a proiettarlo nello spazio;
sia alla partenza che al ritorno del “telemobile” si verificavano situazioni ITF (o MAT e DEMAT) associate alla emissione di acuti sibili e particolari rombi ed anche di lampi di luce.

Descrizioni simili e fenomeni analoghi sono effettivamente frequentissimi nella casistica relativa alla comparsa e scomparsa degli UFO, fin troppo spesso subitanea. Innumerevoli volte abbiamo incontrato casi in cui sono stati avvertiti da testimoni attendibili sibili o rumori sordi e in cui le apparenti materializzazioni o smaterializzazioni sul posto degli oggetti sono precedute da lampi di luce.
E gli UFO sono stati più volte descritti come di apparenza semisolida.
Oggi più che mai ci troviamo a dover dibattere il problema della particolare forma di energia utilizzata dagli UFO per i loro spostamenti; energia che forse influenza talvolta, apparentemente, anche le facoltà psichiche umane, quasi sempre rafforzandole (effetto Psi).
Che legami ci sono tra tutte queste componenti del problema UFO?
Forse delle risposte significative ci possono arrivare dalla reinterpretazione di antiche credenze e di miti perduti, partendo dal presupposto che la questione, pur se relativamente moderna, può avere le sue radici anche nel passato. »

E, dal momento che stiamo parlando di possibili radici antiche della questione ufologica, come non notare le analogie esistenti fra il “durakhapalam” e i celebri “vimana”, sorta di aviogetti dalle enormi capacità distruttive, di cui vi è traccia nei grandi poemi epici dell’India antica, il “Mahabarhata” e il “Ramayana”?
Pare che anche i “Vimana” fossero costruiti in metallo (o in legno), battuti nella forma voluta e poi saldati elettricamente, in modo da non lasciar vedere alcuna giuntura; volavano in cielo producendo un rombo di tuono e compivano evoluzioni tali da lasciare completamente sbalorditi coloro che le osservavano da terra.
Secondo un’altra tradizione, il “durakhapalam” sarebbe la creazione di alcuni mistici tibetani, che era in grado di spostarsi essenzialmente ad opera delle loro preghiere.
A seconda che si metta l’accento sull’aspetto mistico o su quello tecnologico, pertanto, il “durakhapalam” può assumere l’aspetto di una sorta di “disco volante” oppure di un semplice mezzo per facilitare il viaggio astrale, che, evidentemente, è cosa diversa dal viaggio “fisico”, e sia pure attuato per mezzo di smaterializzazione e rimaterializzazione del proprio corpo.
Possono sembrare discorsi di pura fantascienza. Eppure vi sono individui e gruppi che, ancora oggi, credono fermamente che i viaggi astrali verso altri pianeti siano possibili, mediante una adeguata preparazione spirituale e particolari tecniche di concentrazione. Fra essi, ricordiamo i seguaci del culto della Coscienza di Krishna (chiamati anche Hare Krishna), fondato da Bhaktivedanta Swami Prabhupada e tuttora vitale, oltre che in India, in molte parti dell’Occidente, dalla California all’Europa, Italia compresa. Si consulti, in proposito, il libro di Bhaktivedanta S. Prabhupada “Viaggio facile verso altri pianeti”, che, nonostante il titolo ingenuamente grossolano, è basato su una precisa concezione fisica del rapporto fra materia e antimateria e non è affatto così semplicistico come potrebbe apparire al lettore impreparato.
Rifacendosi all’insegnamento della “Bhagavad-Gita”, l’Autore sostiene che il Bhakti-Yoga, tappa finale dello Yoga, come servizio di devozione alla Persona Divina, costituisce una via d’accesso all’universo della antimateria, rendendo possibile lo spostamento verso altri pianeti ed altri universi. Di norma, ciò avviene nell’istante della morte e costituisce il coronamento di una vita pura e dedicata totalmente alla contemplazione della Verità divina.
Scrive l’Autore in proposito: (3)

«Chi non è uno yogi, ma muore in un istante propizio grazie alle austerità, agli atti pii e caritatevoli e ai sacrifici che ha compiuto, può elevarsi fino ai pianeti superiori.
Il perfetto yogi, invece, che riesce a lasciare il suo corpo rimanendo tuttavia pienamente padrone della propria coscienza, può andare a un pianeta all’altro tanto facilmente quanto un uomo comune si reca da un punto all’altro del suo quartiere. Se desidera rimanere nel mondo materiale, potrà godere della vita in differenti modi, giungendo fino ad occupare la posizione di Brahma, sul pianeta Brahmaloka o a visitare anche i Siddhaloka, dove vivono gli esseri materialmente perfetti, capaci di dominare la gravità, lo spazio, il tempo ecc. È inutile per questo che egli abbandoni la mente e l’intelligenza (coperture sottili), è sufficiente che si liberi dal suo corpo fisico. Il corpo materiale non è che il rivestimento dell’anima. La mente, l’intelligenza e i falso ego sono i primi involucri e formano il corpo sottile; il corpo fisico, composto di terra, acqua, fuoco, aria ed etere, forma l’involucro esterno. Ogni persona evoluta può lasciare il corpo quando vuole, dopo aver raggiunto la perfezione nello yoga e dopo aver capito le rispettive nature della materia e dell’anima e la relazione che le lega.
Dio ci ha dato una libertà totale e la scelta di vivere dove vogliamo: nell’universo spirituale o in quello materiale, su un pianeta di nostra scelta.
L’abuso di questa indipendenza offerta da Dio ci ha fatto cadere nel mondo materiale e ci obbliga ora a subire le sofferenze generate da questa vita.
Queste sofferenze sono di tre specie: quelle causate dal nostro corpo e dalla nostra mente, quelle che ci sono inflitte dalle altre creature e quelle dovute alle forze della natura. Milton ha bene illustrato nel suo libro “Paradiso perduto” la miserabile vita che l’anima ha scelto di vivere nel mondo materiale. Essa può comunque decidere di riguadagnare questo paradiso e ritornare così da dove è venuta, all’origine di tutte le cose. Si può, in meno di un secondo, raggiungere i pianeti spirituali Vaikuntha e assumere un corpo spirituale che ci permetterà di viverci. Bisognerà solo abbandonare la nostra forma fisica e sottile e lasciare il corpo attraverso l’orifizio del cranio, desiderando uscire dall’universo di materia.»

Inutile insistere sull’analogia fra questo “orifizio del cranio”, attraverso il quale si può abbandonare il mondo di materia, e il settimo “chakra” o “Sahasrara”, che in sanscrito significa “millefoglie”, con riferimento ai petali del loto.
Quando si raggiunge questo livello, significa che si è giunti a fondersi con le energie celestiali, raggiungendo le più alte dimensioni.
Ne abbiamo già parlato nell’ultimo articolo “Infinito e possibilità nell’ontologia di René Guénon”, pertanto non ci dilungheremo ulteriormente su ciò.
Tornando, invece, al “durakhapalam”, osserviamo che, oltre al già citato Roberto Pinotti, altri due autori italiani se ne sono interessati: Peter Kolosimo, una quarantina di anni fa; e, in tempi a noi vicini, Alfredo Lissoni.
Quest’ultimo si è occupato del “durakhapalam” nel secondo capitolo, intitolato “Le conoscenze segrete”, del suo libro “Ufo, impatto cosmico. Guerre atomiche nella valle dell’Indo“, collegandoli, anch’egli, alla fenomenologia UFO e, in particolare, ai leggendari “Vimana”, che sarebbero stati protagonisti, stando a una lettura non preconcetta dei poemi epici indiani, di un vero e proprio conflitto nucleare, avvenuto migliaia di anni fa.
Quanto a Peter Kolosimo, autentico pioniere dell’archeologia misteriosa nel nostro Paese, ha trattato l’argomento del “durakhapalam” nel suo famoso libro “Terra senza tempo” (4), da cui riportiamo il passaggio seguente, significativamente intitolato “Un cubo per l’iperspazio”.

«In fatto di richiami ad un oscuro passato, di sconcertanti manifestazioni extrasensoriali e di leggende cosmiche, anche la grande penisola (indiana) è una miniera inesauribile. Sain-Yves d’Alveydre, un sognatore che si occupò senza troppi scrupoli scientifici dell’Agarthi, vuole che proprio dal regno sotterraneo si sia diffusa la dottrina yoga, e questa storia si sente ripetere da molti santoni, i quali aggiungono che un dominio completo del yoga consente imprese prodigiose. Tali imprese, del resto, vengono chiaramente elencate da un testo precristiano, il Yogasutra, secondo cui consistono nel potere d’ingrandire o rimpicciolire il proprio corpo, d’alleggerirlo sino a renderlo senza peso, di dargli l’invisibilità, nella capacità di raggiungere ogni cosa (non escluse le stelle), d’infrangere con la volontà le barriere naturali (ad esempio attraversando i muri, penetrando nella roccia o nel terreno), di produrre, trasformare o far scomparire qualsiasi oggetto, d’entrare nel corpo, nel cervello e nell’anima d’altre persone.
“Tutto ciò – specifica il Yogasutra – si può ottenere col Samadhi (ascesi, sublimazione), ma se gli dei hanno per nascita questo privilegio, i titani e persino i comuni mortali possono acquisirlo per mezzo delle piante.”
Qualche strambo occultista crede di poterci rivelare che i Naacals, i “grandi fratelli” di Mu, membri di diritto dell’Agarthi, confidarono il segreto degli eletti tibetani, ma gli scettici sogghignano, facendo rilevare che l’accenno a droghe vegetali è più che eloquente e che conosciamo già un mucchio di stupefacenti capaci di darci l’illusione del volo, dell’invisibilità e di tante altre belle cose.
Non dimentichiamo che, in fatto di farmaceutica, gli abitanti dell’India antica erano progreditissimi; sembra che impiegassero, fra l’altro, qualcosa di molto simile alla penicillina, un medicamento noto anche ad altri popoli. Oltre 5 mila anni prima, ad esempio, il primo medico-sacerdote di cui è stata accertata l’esistenza, l’egizio Imhotep, usava una sostanza “tratta dalla terra e dalla decomposizione”, che pareva far miracoli: un antibiotico, dunque!
Sappiamo che i Cinesi ricorrevano a terapie rimesse oggi in uso con grande successo, che gli Indiani praticavano, sotto forma di cerimonia religiosa, la vaccinazione contro il vaiolo; e la loro medicina ayurvedica, che si basava su prodotti vegetai di grandissima efficacia, ci dice come essi la sapessero molto più lunga di noi circa i grandi “depositi” di medicinali esistenti nei boschi.
Alcuni medici orientali, sfogliando il libro della saggezza antica, hanno trovato nuovi, efficacissimi rimedi contro i disturbi circolatori e varie forme di tubercolosi. E l’insigne professor Angelo Viziano, che ha studiato molto da vicino la medicina indiana, ci ha descritto, fra l’altro, i sorprendenti poteri di un’erba detta balucchar, il cui succo “ti dona calma e ti concilia il sonno, solo che te lo passi lievemente sul cuoio capelluto”; lo stesso studioso ha pure accennato a “derivati vegetali ancora segreti”, per mezzo dei quali qualche medico indiano “vince il diabete come se usasse insulina”.
I Russi, comunque, cercano di veder chiaro in queste faccende, e non hanno torto. Se ne avessimo la possibilità, correremmo anche noi a dare un’occhiata da vicino ai misteri indiani, a “fare un giro sul dhurakhapalàm”, come dice, scherzando, chi si occupa della questione.
Le notizie su questo straordinario apparecchio furono lasciate involontariamente in eredità ai Sovietici da Nicola II, il quale si appassionò moltissimo agli studi condotti sul bizzarro argomento da un esperto francese di “scienze occulte”, un tale Sédir. Costui descrisse in un libro dal titolo “Initiations” l’incontro d’un suo maestro con i creatori ed i piloti del misterioso veicolo. Ma l’archivio privato dell’ultimo zar di Russia doveva conservare particolari assai più precisi, avendo il sovrano mantenuto intensi ed amichevoli rapporti con Sédir.
Se vogliamo giungere al “sacro Cape Kennedy” indiano, dobbiamo ancora una volta ricorrere alle leggendarie gallerie: esso sorge, infatti, in un’inaccessibile città morta del Deccan, a cui solo gli iniziati possono giungere, servendosi d’un erto tunnel scavato dalla base alla cima d’una montagna.
I monaci di quel singolare eremo conoscerebbero, fra l’altro, il sistema con cui “isolare i metalli dal magnetismo terrestre”, facendo loro acquistare straordinarie proprietà, rendendoli trasparenti e forniti d’una carica di misteriosa energia. A tanto giungerebbero operando ininterrottamente con speciali martelletti, il cui suono avrebbe un’importanza grandissima nel processo di trasformazione.
Con questo metodo sarebbe stato fabbricato il dhurakhapalàm, un diafano cubo dai riflessi dorati, i lati del quale misurerebbero circa un metro e mezzo. Nell’interno – ci dice Sédir – il pilota siede in una cassetta piena di cenere d’alloro con potere isolante; davanti agli occhi ha un disco d’oro brunito, attraverso il quale controlla la rotta. Gli unici strumenti di manovra sono due manopole di cristallo collegate con fili d’argento ad un accumulatore d’energia sonica.
È principalmente grazie a questa forza ignota che il cubo si muove, pur se alla sua ascesa contribuiscono tutti gli elementi della mistica indiana: con il rombo d’una tempesta, il dhurakhapalàm scompare alla vista degli astanti per tuffarsi in chissà quali dimensioni sconosciute. Esso viaggia nell’iperspazio, descritto come “un nulla grigio attraversato da strisce luminose e da esplosioni biancastre”, per emergere nello spazio, sostarsi con velocità incredibile da pianeta a pianeta, a sole a sole, forse da galassia a galassia.
Può essere che gli studiosi sovietici tendano ad impadronirsi di tali “segreti”?
Noi non crediamo che essi prestino eccessiva fede ai racconti sul dhuarkhapalàm; non è improbabile, però, che vogliano stabilire se queste leggende hanno un sia pur minimo fondamento reale, un fondamento che, sfruttato, possa indirizzare davvero ad una grande conquista scientifica.»

Ci eravamo già occupati di questo ordine di fenomeni in altri saggi ed articoli, in particolare in quello intitolato “Da dove vengono le materializzazioni del pensiero”, e in quello intitolato “Il cane grigio di San Giovanni Bosco: una materializzazione del pensiero?”
Pertanto non aggiungiamo altro, sperando di aver solleticato la fantasia e la curiosità del lettore quanto basta, per spingerlo ad approfondire per proprio conto l’argomento.

fonte


Note:
1. Nella “Enciclopedia di Parapsicologia e dell’insolito” intitolata “L’uomo e l’ignoto”, Milano, Armenia Editore, 1978, alla voce “Ufo”.
2. Roma, Edizioni Mediterranee, 1991, 1997, pp. 149-150.
3. Op. cit., s. d., pp. 18-19.
4. Milano, Sugar Editore, 1964, 1970, pp. 90-92.

STRUTTURE PIRAMIDALI A CUBA


Nel 2001 un team di ricercatori facenti parte di una società canadese che lavorava al largo della costa occidentale di Cuba, scoprì delle rovine di un’antica città sommersa da migliaia di anni. L’incredibile scoperta, avvenuta grazie alle sofisticate apparecchiature sonar capaci di rilevare strutture in pietra sino a 650 metri di profondità, destò particolare interesse in tutta la comunità scientifica, che ne avviò le indagini. I primi esploratori individuarono il complesso nel 2000, quando venne scansionata l’area attraverso una sofisticata apparecchiatura che produsse varie immagini di pietre disposte simmetricamente. Paulina Zelitsky, ingegnere russa assegnata allo spionaggio sottomarino durante la guerra fredda, e suo marito Paul Weinzweig, ricercatore della “Advanced Digital Communications” (foto sotto a sinistra) che ha sedi in Canada e Cuba, a bordo del loro vascello di ricerca “Ulises”, stavano esplorando i fondali al largo di Capo Sant’Antonio a nord ovest di Cuba, in cerca di relitti da recuperare. Ci si rese quindi conto che la struttura doveva rappresentare un complesso urbano, per cui venne successivamente inviato un robot esplorativo molto avanzato. Scelsero di avvalersi del Remotely Operated Vehicle (ROV), teleguidato, in grado di riprendere immagini e raccogliere campioni di roccia a grandi profondità. Ad accompagnarli nella spedizione c’erano anche esperti locali, tra i quali il dott. Manuel Iturralde, geologo ricercatore del Museo di storia Naturale di Havana.

Le riprese subacquee confermarono la presenza di enormi blocchi di granito ben levigato. Secondo i ricercatori alcuni di questi presentavano delle forme piramidali, altri circolari, alcuni incredibilmente allineati. Dopo le analisi dei campioni e delle immagini relative alle spedizioni del 2001, Iturralde confermò che quelle strutture erano sicuramente fuori dell’acqua in passato e che, non essendoci spiegazioni geologiche diverse in merito alla loro composizione, forma e disposizione, potrebbero essere state perlomeno modificate da un intervento umano. La datazione delle strutture risaliva a 6000 anni fa, una data che precede di 1500 anni le grandi piramidi egizie. “E’ una struttura veramente meravigliosa che sembra un grande centro urbano del tempo,” riferì l’esploratrice Paulina Zelitsky all’agenzia di stampa Reuters. “Tuttavia, sarebbe del tutto irresponsabile affermare qualcosa di certo prima di avere prove“. Qualcuno ha anche ipotizzato probabili correlazioni con il Diluvio Universale narrato dalla Bibbia, sulla quale si legge che il nostro pianeta venne sconvolto da pesanti inondazioni diverse migliaia di anni fa. Ad oggi questa meraviglia resta sconosciuta al grande pubblico, quasi dimenticata dai media e dalle fonti giornalistiche. Come riferito dal ricercatore Carlo Alberto Cossano, senza voler entrare nel campo della teologia, dell’esegesi biblica o della filosofia, quindi, non è certo da visionari, mitomani o irragionevoli ammettere che le rovine sommerse di Cuba abbiano potenzialità che potrebbero obbligare a riscrivere la storia delle civiltà dell’uomo, se non addirittura contribuire a chiarire i misteri concernenti la sua origine.



Foto sopra: una delle piramidi scoperte nei fondali vicino Cuba





Il alto il sito archeologico scoperto nei fondali del Mid-Atlantic Trench



IL COVER -UP E I VIDEO

A quanto pare in Italia le notizie ( come quelle pubblicate su alcuni siti web) vengono accuratamente filtrate e distorte, per creare disinformazione, ma si apprende da altre fonti che i due scienziati Paulina Zelitsky e e suo marito Paul Weinzweig, hanno effettuato altro sopralluogo con i sottomarini per sondare i fondali a largo di Cuba e hanno trovato enormi strutture piramidali che come grandezza sono simili a quelle della piana di Giza in Egitto, costruite con pietre che pesano centinaia di tonnellate. Hanno trovato sfingi, pietre disposte come Stonehenge, e una lingua scritta incisa sulle pietre. Perché tutto questo è stato messo a tacere?



Paulina Zelitsky

Fotografie della grotta dell’Isola della gioventù cubana in cui si osserva un simbolo a stella identico a quello visto nei fondali marini a Cuba © 2001 da Paulina Zelitsky



Il governo degli Stati Uniti ha scoperto il luogo presunto durante la crisi dei missili a Cuba negli anni Sessanta, i sommergibili nucleari da crociera nel Golfo che si trovavano in alto mare, hanno scandagliato la zona effettuando ricerche, fotografie e rilievi delle strutture piramidali. Hanno immediatamente creato una zona Off Limits e il sitoarcheologico è stato messo sotto controllo, in modo da non essere preso dai russi. Un informatore dall’esercito, cheprestava servizio a Montego Bay, ha detto che stanno ancora lavorando sul sito e recuperare alcuni oggetti e strumenti (compresi quelli che funzionano ancora) a partire dagli anni ’60. Questa zona a Cuba, non poteva essere un Bacino di meno di 10.000 anni fa … Un sito molto ben conservato. La nostra ipotesi è che se l’area della piattaforma delle Azzorre, se fosse meglio esplorata si potrebbero trovare i resti di altre città come questa. Vi è un rapporto non confermato di una struttura di città come questa a 250 miglia a sud delle Azzorre. Questo viene confermato anche dallo scrittore famoso Charles Berlitz.

Nel numero di settembre / ottobre della rivista americana Ancient American, c’è un breve articolo intitolato ‘US Navy Atlantis Cover-up?’ Si dice che il 7 settembre 2001, una squadra navale proveniente dalla Spagna, era in cerca di petrolio e si è fermata a 250 km a sud ovest delle Azzorre. La squadra navale era dotata di due sommergibili di ricerca e durante l’immersione hanno trovato una sporgenza lunga 90 chilometri con un tempio centrale sostenuto da tre stand di nove pilastri di circa 3 metri di diametro che sostengono un tetto piano in pietra di circa 20 metri di larghezza e 30 metri di lunghezza. Ci sono i resti di cinque canali circolari e ponti, oltre a quattro anelli e strutture come un tempio nel mezzo. Esso si trova a circa 2.800 piedi di profondità nel Mid-Atlantic Trench. Secondo i ricercatori, quando hanno cercato di inviare le immagini fotografiche dal sito archeologico, i loro segnali sono stati bloccati da una nave della US Naval che si trovava nelle vicinanze. (fonte: segnidalcielo.it)

MUMMIA EXTRATERRESTRE NELLA PIRAMIDE DI SEMURSET II


Egitto: mummia extraterrestre trovata in una piramide di Senusret II. Verità, finzione o disinformazione?



Il corpo perfettamente conservato di un alieno mummificato, è stato trovato sepolto in un’antica piramide. Una creatura misteriosa della lunghezza compresa tra i 150 ei 160 centimetri è stato trovato da un archeologo vicino Lahun durante l’esplorazione di una piccola piramide appartenente alla dinastia di Senusret II. Tuttavia, questo fatto non è stato rivelato immediatamente. “La mummia di quello che sembra essere un alieno, risale a più di 2000 anni e sembraessere un umanoide “, ha detto una fonte del Dipartimento di Antichità egiziano, che ha fornito i dettagli e le fotografie della mummia, ma lo ha fatto sotto anonimato”.



Alcune fonti online dicono che la mummia si trovava all’interno di un sarcofago e possedeva occhi grandi, troppo grandi per essere di un umano ed era di forma ovale. Le iscrizioni sulla tomba della mummia mostrano che era un Re ed era un consigliere di nome Osirunet, che significa stella o mandato dal cielo.

“Il corpo mummificato è stato sepolto con grande rispetto e cura, accompagnato da una serie di strani oggetti che i responsabili del museo archeologico non sono riusciti ad identificare. Secondo fonti egiziane, la mummia aliena è stato scoperta dal Dr. Viktor Lubek, cittadino cecoslovacco e professore emerito della University of Pennsylvania. L’Archeologo ha trovato il vano nascosto mentre conduceva un’indagine su un piccola piramide a sud della piramide principale, Senusret II, che contiene la regina del faraone. Nel sito ha anche trovato alcune miscele d’oro e d’argilla che coprono il corpo, e tracce di panno di lino, che aveva l’aspetto di una pellicola che ricopriva la pelle dell’essere enigmatico.
La fonte anonima che ha ottenuto le informazioni, ha anche detto che la scoperta ha causato grande costernazione tra i funzionari egiziani, che vogliono tenerlo nascosto fino a quando non ci sarà una spiegazione plausibile per la strana mummia. Il governo ha consultato una serie di archeologi famosi e rispettati, ma fino ad oggi nessuno può spiegare il risultato in termini ordinari.

“La verità è, che ogni esperto che ha visto la mummia ha concluso che non è di origine terrestre”, ha detto la fonte. “si tratta di un alieno che in qualche modo ha finito per fornire consulenza a un re egiziano.” Ma tutti nel governo si stanno allontanando da questa conclusione che permetta di sostenere le nuove idee che gli antichi Egizi erano stati aiutati e supportati dagli alieni soprattutto nella costruzione della loro straordinaria civiltà . “Gli egiziani si rifiutano di credere che il loro patrimonio è venuto dallo spazio.”

Verità o finzione?

Secondo quanto riportato da alcuni ricercatori, la mummia che si vede nella foto sopra è uno dei due feti che apparivano nella tomba di Tutankhamon nel 1922 quando fu scoperta. I feti erano di due gemelli e dopo i test del DNA hanno dimostrato di fatto che erano le figlie del faraone. I feti misurano 25 e 36 pollici (63 e 90 cm). La foto è stata fatta al momento della sua scoperta. Attualmente le mummie sono già talmente danneggiate che sono irriconoscibili. Ma allora a chi dobbiamo credere? Si tratta di una messa in scena oppure di disinformazione? (fonte: segnidalcielo.it)

IL LAGO VOSTOK: Una macchina del tempo naturale


I ricercatori russi hanno ottenuto il primo campione di ghiaccio del lago subglaciale Vostok, che si trova in Antartide sotto una coltre di ghiaccio spessa quattro chilometri ed è il più grande lago del continente.

Gli scienziati ritengono che il suo ghiaccio possa avere particolari proprietà fisiche. Il Lago Vostok è il più grande di diversi centinaia di laghi subglaciali in Antartide. Ha una superficie di più di 15.000 chilometri quadrati, poco meno del Lago Ladoga, il più grande d’Europa. Da diversi milioni di anni Vostok è rimasto isolato dall’atmosfera terrestre. Ora il lago è coperto da una strato di ghiaccio spesso 3.700-4.200 metri.



Lo scorso 10 gennaio i membri della spedizione antartica russa hanno ottenuto il primo campione di ghiaccio del lago. Al momento gli scienziati non possono ancora dire esattamente quali proprietà abbia il ghiaccio estratto dalle profondità. Solo a metà maggio a San Pietroburgo tornerà dall’Antartide la nave della spedizione scientifica “Akademik Fedorov”. I campioni a bordo saranno consegnati a terra. Il capo della spedizione antartica russa dell’Istituto di Artico e Antartico Valerij Lukin ci rivela i dettagli della scoperta:



“Su questi campioni verranno fatte in laboratorio analisi di microbiologia e chimica. In termini di biologia, studiamo la biodiversità di un oggetto naturale completamente sconosciuto che è il Lago subglaciale Vostok. Ancora nessuno al mondo ha preso dei suoi campioni d’acqua. Prendiamo questi campioni, ma congelati. Se troveremo microrganismi potremo aver ricevuto nuove informazioni sul percorso dell’evoluzione, in quanto questi organismi si sono sviluppati in un ambiente che nel nostro pianeta non si trova da nessun’altra parte.”



L’analisi del ghiaccio può fornire risultati insoliti e farci vedere nel passato di migliaia di anni della Terra. Gli scienziati non escludono che lo studio dei campioni possa consentire delle analogie con la storia di altri pianeti, sottolinea il vice direttore dell’Istituto limnologico del dipartimento siberiano dell’Accademia Russa delle Scienze Tamara Khodzher:

“Lo studio dei laghi subglaciali può essere paragonato con ciò che c’è su Marte. Infatti è in piedi l’ipotesi che sotto la superficie marziana ci sia del ghiaccio e sono state trovate alcune molecole di acqua. In questo modo il lago subglaciale contribuirà a costruire alcune ipotesi su come la vita si possa essere sviluppata sugli altri pianeti del sistema solare.”

L’analisi delle acque di Vostok risponderà ad un altro importante quesito: quali microrganismi un tempo esistevano sul pianeta. Non sono ancora state ottenute le prove dirette dell’esistenza di forme di vita nel Lago Vostok. Ma molti scienziati ritengono che in queste acque ricoperte dai ghiacci possano vivere microrganismi, sottolinea Tamara Khodzher:

”Il Lago Vostok è rimasto isolato da oltre un milione di anni. Analizzando la composizione chimica delle sue acque, si può parlare di una ricostruzione del paleoclima. E’ possibile che siano rilevate le più primitive forme di vita.“ L’Antartide è ancora avvolto dai misteri. Gli scienziati russi sono vicini a svelare i segreti che conserva il Vostok, il più grande lago subglaciale. Ora la cosa più importante è non contaminare i campioni di ghiaccio e riportarli tali e quali in Russia. In seguito la parola toccherà ai ricercatori.

SFERE METALLICHE NEL TEMPIO DEL SERPENTE PIUMATO


Scienziati non sanno ancora dare spiegazione del ritrovamento di centinaia di sfere misteriose, ritrovate sotto il Tempio del Serpente Piumato, un’antica piramide a sei livelli che si trova poco lontano da Città del Messico. Le sfere sono state ritrovate durante uno scavo archeologico effettuato utilizzando un robot dotato di fotocamera in uno dei più antichi e importanti tempi dell’antica Teotihuacan.

Il nome Teotihuacan fu dato alla città dagli Aztechi solo secoli dopo la sua caduta, e viene tradotto come “il luogo dove vengono creati gli dei”. Sono state proposte anche traduzioni alternative, quali “Il luogo di nascita degli dei” e “Il luogo di coloro che hanno la via degli dei “

Le rovine di Teotihuacan fanno parte del Patrimonio dell’Umanità, la città è uno dei più grandi centri urbani del mondo antico e poteva contare 100.000 abitanti, nel momento del suo massimo splendore. Il centro fu abbandonato intorno al 700 d.C., molto tempo prima che arrivassero gli Aztechi.







Lo scavo sotto il tempio si è incentrato su un tunnel che percorre il sottosuolo della struttura, scoperto nel 2003. L’esplorazione del tunnel, volutamente riempito di detriti e rovine dalla popolazione di Teotihuacan, ha richiesto diversi anni di lavoro. Recentemente sono state scoperte due camere laterali poste rispettivamente a 72 e 74 metri dall’ingresso.





Il tunnel è stato esplorato dagli archeologi tramite un robot telecomandato battezzato Tlaloc II-TC, che dispone di una fotocamera ad infrarossi e di uno scanner laser che genera visualizzazioni in 3D degli spazi esplorati. Il robot è stato in grado di penetrare nella parte non esplorata del tunnel ed ha scoperto tre camere poste a 100-110 metri dall’ingresso.

Le misteriose sfere ritrovate all’interno del condotto giacevano sia a nord che a sud delle camere, hanno un nucleo di argilla e sono rivestite di un materiale giallo chiamato jarosite, formatosi dall’ossidazione della pirite, un minerale metallico. All’epoca dell’invasione spagnola del continente sudamericano, queste sfere dovevano apparire come se fossero state scintillanti palline d’oro. Ce ne sono centinaia nella camera più a sud del tunnel.

Anche le pareti e il soffitto di entrambe le camere erano coperte di una polvere minerale composta da magnetite, pirite ed ematite, che deve aver reso il luogo particolarmente luminoso. I ricercatori pensano che questo tunnel sia servito a nobili, sacerdoti e governanti per eseguire antichi rituali, dal momento che sono state ritrovate molte offerte: ceramiche e maschere di legno ricoperte di cristallo di rocca intarsiato, giada e quarzo, il tutto databile al 100 d.C..

Gli archeologi hanno scoperto che il tunnel è stato sigillato due volte dalla popolazione di Teotihuacan. Sono state erette mura piuttosto spesse per bloccare l’accesso al percorso sotterraneo, mura che sono state demolite circa 1800 anni fa, al fine di depositare qualcosa di molto importante nella camera centrale. Gli archeologi sperano di ritrovare i resti di coloro che, un tempo, governarono Teotihuacan.

martedì 29 ottobre 2013

ANALISI SCIENTIFICA DI UN CROP CIRCLE


Un’analisi del caso del crop circle di Hoeven: esistono davvero prove che a crearlo sia stata una misteriosa sfera di luce?

(di Paolo Russo)

Chi ritiene che non tutti i cerchi nel grano siano fatti con attrezzi semplici come corde e assi sostiene quest’idea citando svariate presunte anomalie che sarebbero rintracciabili nei cerchi genuini (qualunque cosa significhi questo termine). Tra queste, l’allungamento dei nodi degli steli si distingue non solo per essere una delle più citate in assoluto, ma anche perché, stando all’ingegnere olandese Eltjo H. Haselhoff, da uno studio matematico del suo andamento sarebbe possibile dedurne l’origine: una radiazione emessa da una non meglio identificata sfera di luce (BOL, da Ball Of Light).

Nodi e allungamenti

I nodi sono piccole sezioni dello stelo con caratteristiche particolari e hanno l’aspetto di anelli di colore diverso dal resto dello stelo. Normalmente sono lunghi qualche millimetro (due-quattro). Una delle loro funzioni è di consentire allo stelo di piegarsi, il che è utile in varie situazioni: la pianta può protendersi verso la luce e può rialzarsi almeno in parte dopo uno schiacciamento al suolo. In casi del genere sono proprio i nodi, deformandosi, a inclinare lo stelo nella direzione voluta. La deformazione avviene per allungamento selettivo di un lato del nodo. Esiste nella pianta un sistema di controllo ormonale che pilota l’allungamento dei nodi e che è sensibile alla luce (fototropismo) e alla gravità (gravitropismo o geotropismo); entrambi i tropismi possono attivarsi nel caso di una pianta schiacciata.

Alcuni studiosi del fenomeno crop circle hanno notato da tempo che in almeno una parte dei cerchi i nodi appaiono notevolmente allungati. Nonostante questo fatto venga spesso citato come un’anomalia, di per sé non appare molto strano, dato che i nodi sono fatti apposta per allungarsi e risultano molto allungati anche nelle piante appiattite al suolo da vento, pioggia e intemperie varie. Di fronte a questo fatto, qualcuno, come Nancy Talbott del gruppo BLT (Burke, Levengood & Talbott), uno dei principali gruppi di ricerca sui cerchi nel grano, arriva a sostenere che le zone irregolari di piante piegate, che contadini e agronomi attribuiscono appunto alle intemperie o a un eccesso di fertilizzazione, non siano affatto prodotte da queste cause ma dallo stesso fenomeno che produce gli schiacciamenti geometrici, cioè i cerchi nel grano propriamente detti. Quest’idea porta a svariati problemi concettuali e metodologici, tra i quali spicca il rischio di circolarità del ragionamento: un cerchio è genuino perché i nodi sono allungati, l’allungamento è un’anomalia perché capita solo nei cerchi genuini... la tesi di base che l’allungamento dei nodi sia un’anomalia deve essere dimostrata in qualche altro modo.

Nel 1994 Levengood pubblicò un articolo sulla rivista scientifica Physiologia Plantarum in cui parlava di svariate anomalie che sarebbero state trovate nei cerchi nel grano; tra queste figurava naturalmente l’allungamento dei nodi.

Più interessante, ai fini della presente analisi, è il successivo articolo del 1999 firmato da Levengood e Talbott, interamente dedicato a questa presunta anomalia. In quest’articolo veniva presentato il risultato di un esperimento di piegatura del grano con corde e assi, dove sarebbe stato osservato un progressivo allungamento dei nodi dopo la piegatura, dell’ordine del 2% al giorno. Dopo un’intera settimana l’allungamento era ancora inferiore al 20%, mentre in cerchi ritenuti genuini gli autori dichiaravano di aver misurato allungamenti tra il 30% e il 200% dopo soli tre giorni dalla formazione. È questa la tanto sospirata prova che l’anomalia è anomala? Lo vedremo più avanti. Nell’articolo Levengood e Talbott citavano tre cerchi nel grano (Devizes 1993, Chehalis 1994 e Sussex 1994) dove l’allungamento dei nodi appariva dipendente dalla distanza dal centro della formazione: nodi più lunghi al centro, meno lunghi ai bordi. Veniva anche proposto un modello matematico di vortice di plasma per tentare di spiegare questa dipendenza dalla distanza. L’idea era che un ipotetico vortice al centro del cerchio, oltre a piegare le piante con lo spostamento d’aria, irradiasse onde elettromagnetiche e fossero queste a provocare l’allungamento dei nodi per dilatazione termica. A questo proposito è forse opportuno sfatare un mito piuttosto diffuso: Levengood non ha mai scritto in alcuno di questi articoli di aver riprodotto l’allungamento dei nodi mettendo delle spighe in un forno a microonde. Ha dichiarato invece di aver riprodotto in questo modo la dilatazione dei pori delle pareti cellulari (cell wall pits), strutture microscopiche che non hanno niente a che fare con i nodi. Se avesse riprodotto anche l’allungamento dei nodi, perché avrebbe omesso dall’articolo un dettaglio così cruciale? Tra chi si interessa di cerchi nel grano è anche piuttosto diffuso un equivoco: in alcune fotografie di steli prelevati da un crop circle si vedono nodi non solo allungati, ma anche piegati, quindi c’è chi pensa che qualche misterioso fenomeno agisca sui nodi, allungandoli e piegandoli, proprio allo scopo di creare il cerchio. Quelle fotografie ritraggono invece i nodi più allungati, che, stando ai dati di Levengood, sono gli ultimi (quelli più in alto lungo la spiga) o i penultimi, comunque non quelli in basso, dove la pianta è stata piegata per formare il cerchio. I tropismi attuati dalla pianta dopo uno schiacciamento al suolo provocano spesso la piegatura dei nodi lontani dalla base; si chiama ginocchiatura. Nel 2001 Haselhoff scrisse un commento all’ultimo articolo di Levengood e Talbott, pubblicato nella stessa rivista, dove criticava (giustamente) la loro analisi, mettendo in luce un paio di vistosi errori, e proponeva il proprio modello: non un vortice di plasma ma una sorgente puntiforme o sferica di radiazione (fig. 1).

Figura 1.
BOL che irraggia sul terreno.


In base a questo modello, l’allungamento dei nodi dovrebbe essere inversamente proporzionale al quadrato della distanza r; dovrebbe quindi essere massimo al di sotto della BOL e diminuire con la distanza, seguendo un andamento a campana. Haselhoff rianalizzò i dati delle tre formazioni pubblicati nell’articolo del 1999, reinterpretandoli alla luce del suo modello. Li confrontò poi con quelli da lui raccolti nel cerchio di Nieuwerkerk (o "di Dreischor"), di origine dichiaratamente umana, dove non trovò lo stesso andamento matematico.

Questi (criticabili) articoli e commenti sono stati tutti pubblicati su una rivista scientifica con referee, caso rarissimo nel campo degli studi sui cerchi nel grano. L’allungamento dei nodi è quindi, tra tutte le anomalie, quella con la più alta pretesa di scientificità; può quindi essere considerato appropriato criticare quegli articoli dalle pagine di una rivista scientifica ed è appunto ciò che è stato fatto poco tempo fa da Francesco Grassi, Claudio Cocheo e il sottoscritto. Per questa ragione, nel seguito non tratterò di quei tre articoli, già analizzati in altra sede, ma degli ulteriori scritti di Haselhoff, non pubblicati su rivista scientifica.

Il cerchio di Hoeven (o di Noord-Badant)

Haselhoff scrive, che un giovane olandese asserì di aver visto, verso l’una e mezza di notte del 7 giugno 1999, una lucina di colore rosa chiaro muoversi nell’aria, poi trasformarsi in una forma ellittica e svanire lentamente, lasciandosi dietro un cerchio nel grano di circa nove metri di diametro, ancora caldo (letteralmente). La mattina dopo il giovane avrebbe visto anche un secondo cerchio di una sessantina di centimetri di diametro vicino al primo. Cinque notti dopo il testimone avrebbe visto un lampo di luce azzurro pallido provenire da un singolo punto; questa volta il testimone avrebbe trovato un altro cerchio di nove metri di diametro, ancora caldo. Il giorno dopo Haselhoff prelevò sul posto 25 campioni di piante da ognuno dei cerchi maggiori, due dal cerchio piccolo e nove lontani dai cerchi come gruppo di controllo. Ogni campione era costituito da una ventina di steli vicini tra loro. I campioni all’interno dei cerchi grandi furono raccolti seguendo uno schema a stella; quella del cerchio più vecchio è composta dalle "tracce" (insiemi di campioni raccolti in linea retta) A, B e C, l’altra dalle tracce D, E ed F (fig. 2). Le tracce A, B e C hanno in comune il campione centrale (A4=B4=C4) e così anche le D, E ed F.

Figura 2.
Schema di campionamento dei due cerchi maggiori. Non sono mostrati né il cerchio piccolo (traccia G) né i campioni di controllo.


Dopo aver lasciato seccare i campioni per alcuni mesi, Haselhoff misurò i nodi, calcolò gli allungamenti rispetto ai campioni di controllo, ne confrontò l’andamento con quello previsto dal suo modello a sfera di radiazione e giudicò che ci fosse una corrispondenza significativa. Nel suo libro La natura complessa dei cerchi nel grano5 Haselhoff presenta i dati relativi alla lunghezza dei nodi delle tracce A, B e C sotto forma di colorati grafici a barre (pp. 84-85). Riporto i dati in fig. 3 in una forma simile (omettendo per semplicità le deviazioni standard, non usate nell’analisi).

Figura 3.
Lunghezza dei nodi nelle tracce A, B e C.


Nel libro non è invece riportato alcun grafico delle tracce D, E ed F; il loro andamento viene lasciato all’immaginazione del lettore. Haselhoff riporta il risultato di un’analisi statistica dei dati della sola traccia B alla luce del modello BOL (p. 88): il massimo grado di coincidenza tra il modello e i dati si ha ipotizzando una BOL ad un’altezza di 4,1 metri. Il coefficiente di Pearson risultante (di cosa si tratti sarà più chiaro nel seguito) è 0,988, un valore cioè molto prossimo all’unità che si otterrebbe se la corrispondenza fosse perfetta. Haselhoff scrive anche di aver eseguito la stessa analisi sui dati di un crop circle di sicura origine umana (Dreischor, 1997); non riporta il coefficiente così ottenuto, ma dichiara che era "del tutto insoddisfacente" (p. 89).

Haselhoff non azzarda alcuna ipotesi su come una BOL possa piegare le piante; di certo non asserisce che sia la radiazione della BOL a farlo, sarebbe alquanto implausibile sul piano fisico. Non precisa neanche di che natura sia questa radiazione; ipotizza che possa essere un misto di infrarossi o microonde e radiazioni ionizzanti, queste ultime per giustificare altre presunte anomalie (p. 130).

L’indagine ha inizio

Sul cerchio di Hoeven e sull’analisi condotta da Haselhoff è stato possibile reperire le seguenti fonti:
il libro di Haselhoff precedentemente citato5. Pubblicato in più lingue e in più edizioni, ampiamente pubblicizzato nel sito del Dutch Center for Crop Circle Research (www.dcccs.org), notissimo agli appassionati, può certamente essere definito il magnum opus del ricercatore olandese;
svariati articoli on-line scritti da Haselhoff che si limitano a riportare le conclusioni del ricercatore, ma poco o nulla dei dati e dei calcoli su cui sarebbero basate;
un rapporto disponibile on-line7 nel sito del DCCCS che descrive abbastanza in dettaglio l’analisi che Haselhoff ha condotto sul crop circle di Hoeven. Ne esistono almeno due versioni che differiscono solo per l’impaginazione e l’intestazione: una sembra una comunicazione privata a Levengood, l’altra ha un’intestazione più generica e sembrerebbe un vero e proprio articolo. A prescindere dalla versione, questo testo è la fonte più completa e accurata tra tutte quelle che è stato possibile trovare sul crop circle di Hoeven ed è alla base della presente analisi.

Procurarsi i dati

Anche nel rapporto, purtroppo, i dati non sono presentati in forma numerica ed è stato quindi necessario rileggerli dai grafici a barre. Naturalmente, anche a causa del formato JPEG delle immagini (un GIF sarebbe stato più nitido), la procedura può aver introdotto qualche piccolo errore dell’ordine del pixel, ma... questa è la forma in cui Haselhoff ha pubblicato i suoi dati e questo è ciò che chiunque ha a disposizione per verificare le sue conclusioni. Ho scritto a Haselhoff chiedendogli i dati originali, ma non mi ha mai risposto. Riporto in tab.1 i valori ottenuti.

Tabella 1.
Lunghezza dei nodi in millimetri. "Co" = controlli. L'ultima cifra non è significativa ma è stata inclusa comunque nella tabella per uno scrupolo di perfetta riproducibilitá dell'analisi. A4, B4 e C4, che dovrebbero coincidere, danno un'idea dell'errore introdotto nella rilettura dei grafici. E4 ed F4 sono semplici copie di D4.


Già ad una prima occhiata risulta evidente che le tracce D, E ed F (fig. 4), presenti nel rapporto ma omesse dal libro, hanno un aspetto del tutto diverso dalle A, B e C.

Figura 4.
Nel grafico originale i campioni di F sono numerati 0,7,6,5,[4],3,2,1,8, non si sa perché. Ho assunto che l'ordine spaziale fosse quello del grafico e ho rinumerato i campioni da 0 a 8.


In queste tracce i nodi sono poco più lunghi di quelli di controllo (che sono mediamente di 2,054 mm) e non si vede traccia dell’andamento a campana che sarebbe tipico di una BOL, tant’è vero che i coefficienti di Pearson di queste tracce non sono neppure menzionati nel rapporto. Del cerchio di Dreischor avevo invece i dati originali, fornitimi da Francesco Grassi, che li aveva avuti tempo prima da Haselhoff.

Metodo di analisi

Ottenuti i dati, il passo successivo è verificare i calcoli.

Per giudicare quanto un modello matematico si adatti ai dati reali bisogna calcolare i valori predetti dal modello e confrontarli con quelli reali, calcolando un unico numero che riassuma tutte le differenze riscontrate: si chiama "scarto quadratico medio" e lo indicherò con S. Minore è S, migliore è il modello. Spesso al posto di S si preferisce calcolare il "coefficiente di regressione" (o "di Pearson") R, che fornisce un valore compreso tra -1 e 1 e risulta di più facile interpretazione: 1 significa che c’è una perfetta correlazione tra i due insiemi di dati, 0 significa che non c’è alcuna correlazione lineare, -1 significa che la correlazione è negativa (il modello sembra sbagliato ad arte). Spesso si usa il quadrato di R, indicato come R2. Nei suoi lavori Haselhoff usa appunto R o R2. Il coefficiente di Pearson consente di confrontare modelli usando dati differenti, ma ha anche i suoi svantaggi: non sempre un R (o R2) maggiore implica un minor S, cioè una migliore corrispondenza tra il modello e i dati. Quando si confrontano modelli diversi con gli stessi dati (nel nostro caso, quelli dello stesso crop circle) è meglio guardareS. Il modello proposto da Haselhoff è questo:

y = k / r2 = k / (d2 + h2)

ossia, l’allungamento dei nodi (y) è assunto proporzionale a svariati fattori (energia totale emessa, grado di assorbimento da parte del tessuto vegetale...) tutti riassunti in un unico parametro k, e inversamente proporzionale al quadrato della distanza r (questa sarebbe la "firma" di una sorgente sferica di radiazione). A sua volta, la distanza r tra la BOL e la pianta, in base al teorema di Pitagora, può essere ottenuta dalla distanza d della pianta dal centro del cerchio e dall’altezza h della BOL, che si suppone fluttui sopra il centro del cerchio (fig. 1). Il problema è che non conosciamo né h né k. Ciò che ha fatto Haselhoff è stato di calcolare quali valori di h e kavrebbe dovuto avere una BOL per produrre gli effetti osservati, o, più esattamente, per produrre gli effetti più simili a quelli osservati (S minore nel confronto con i dati). Questa procedura, chiamata fitting, è ampiamente usata nella scienza e del tutto legittima; tuttavia è bene ricordare che più parametri liberi ha un modello, più è facile adattarlo a un insieme di dati qualunque e, di conseguenza, meno significativo è il risultato da un punto di vista statistico. Bisogna quindi essere cauti nel valutare i risultati.

Ma come si calcolano questi h e k2 Se il modello è semplice si può farlo per via analitica, cioè lavorando con carta e penna per dedurre dal modello una formula per calcolarli; è il metodo migliore, perché fornisce la soluzione esatta. Se il modello è più complesso si può procedere per via numerica, facendo cercare ad un computer i valori di h e k migliori, per tentativi (tanti). Infine si può andare per tentativi a mano, con carta e penna, che è il sistema più scomodo e impreciso. Nel caso del modello BOL ho ricavato analiticamente k da h e poi ho cercato il solo hcon un computer.

Una volta trovati i valori ottimali di h e k, è immediato calcolare S o R; ma dopo? Non è tanto facile capire quanto sia significativo, in assoluto, un certo valore di S o di R; se per esempio R=0,9, questo autorizza a dire che i dati comprovano l’ipotesi? O, meglio, che la dimostrano? Per avere un termine di paragone ho confrontato il modello di Haselhoff con il più semplice possibile modello a due parametri:

y = ad + b

ossia, una banalissima linea retta. Mi pare ragionevole pretendere che il modello di Haselhoff si adatti ai dati meglio di una retta, altrimenti non vedo proprio su quali basi si possa sostenere che i dati forniscono un’evidenza empirica a sostegno di quel modello. Il confronto con la retta ha in sostanza lo scopo di rispondere a una domanda: la curva prevista dal modello è obiettivamente deducibile dai dati, o è solo nell’occhio di chi giudica? Attenzione che non sto neppure pretendendo che il modello della BOL sia il migliore tra tutti quelli a due parametri; come test preliminare, mi accontento che sia migliore del più semplice.

Elaborazione dei dati

Sono disponibili 50 campioni, 25 per cerchio. Dato che le ipotetiche BOL responsabili dei due cerchi avrebbero potuto avere parametri h e k diversi, bisognerebbe analizzare separatamente i due insiemi di 25 campioni, calcolando per ogni cerchio i valori ottimali di h e k e i risultanti S ed R. Il metodo seguito da Haselhoff appare invece affetto da tre gravi errori:

1) Per prima cosa, i 25 campioni del secondo cerchio vengono ignorati; nessuna analisi viene compiuta su di essi e non sono neppure mostrati nel libro. Non è difficile capire perché: la loro corrispondenza con il modello BOL è bassissima. Non è lecito ignorare i dati sfavorevoli a una teoria.

2) Dai 25 campioni rimanenti vengono esclusi i sei più esterni. In effetti in ogni traccia i campioni da 1 a 7 sono presi a intervalli di un metro e mezzo, con i campioni 1 e 7 in prossimità del bordo del cerchio, mentre i campioni 0 e 8 sono raccolti appena fuori dal cerchio, il più vicino possibile a 1 e 7 (così scrive Haselhoff nel rapporto, senza precisare la distanza; una mia richiesta di dettagli è rimasta senza risposta). Questo schema di campionamento è validissimo, perché il confronto diretto tra 0-8 e 1-7 consente di capire se l’allungamento dei nodi termini bruscamente al bordo del cerchio o continui ancora un po’ oltre, che è quel che ci si aspetterebbe da una fonte di energia a simmetria sferica: una graduale diminuzione con l’inverso del quadrato della distanza. I dati parlano chiaro: l’allungamento cessa di colpo al bordo del cerchio. Questo fatto non è evidente a colpo d’occhio nei grafici di Haselhoff, perché, stranamente, non mostrano la linea della lunghezza media dei campioni di controllo, che agevolerebbe il confronto; inoltre, stranamente, sono a barre anziché cartesiani com’è d’uso in questi casi e quindi non mostrano le distanze reali tra i campioni. Nel libro, stranamente, sotto ogni grafico c’è perfino un diagramma di campionamento che riporta delle distanze errate tra i campioni: le distanze tra i campioni 0 e 1 e tra il 7 e l’8 sembrano uguali a tutte le altre. Alcune pagine prima, quindi in minor evidenza, c’è un diagrammino tre volte più piccolo e meno fuorviante (p. 81), ma quasi certamente ancora non in scala. Curiosamente, il testo del libro non cita la differenza di distanze, limitandosi alla seguente sibillina frase: "il campione a0 (20-25 steli), venne raccolto ad un’estremità del cerchio; i campioni a1, a2 e a3 vennero prelevati alla stessa distanza l’uno dall’altro, in direzione del centro del cerchio; a4 venne raccolto al centro; a5, a6 e a7 dalla parte opposta, allontanandosi dal centro; a8 all’estremità opposta di a0" (p. 84). Haselhoff esclude dall’analisi tutti i campioni esterni, nonostante la loro notevole rilevanza.

3) I rimanenti 19 campioni vengono elaborati in modo errato, analizzandoli separatamente in tre gruppi di sette (A, B e C, con il campione centrale in comune), trovando tre diverse coppie di parametri h e k, come se si stesse parlando di tre BOL diverse. Nel modello di Haselhoff un cerchio è creato da una BOL che irradia una energia (k) a una altezza h, pertanto tre analisi separate non hanno senso. Anche così, il modello descrive meglio di una retta solo i dati di B e C: abbastanza meglio per B, meno per C. I sette campioni interni di B sono gli unici che Haselhoff mostra nelle sue pagine web "divulgative"6; tuttavia, gli altri 43 raccontano una storia diversa.

Risultati

In tab. 2 sono riportati i risultati delle analisi effettuate su entrambi i cerchi, con o senza campioni esterni (per i quali ho assunto una distanza dai campioni interni di ben 30 centimetri), a tracce separate o mettendole assieme.

Tabella 2.
In grassetto sono indicati i valori migliori (S minori o R2 maggiori), in corsivo quelli relativi ad analisi prive di significato.


Il modello BOL non funziona mai meglio di una retta, eccetto nei casi (senza senso) delle tracce B e C isolate e private dei campioni esterni. Il minimo che si possa dire è che i dati non supportano l’ipotesi BOL. Riporto in fig. 5 i dati di A, B e C e le linee della BOL e della retta che li approssimano meglio, in modo che sia possibile valutare anche a occhio quanto la BOL "salti fuori" dai dati.

Qualche commento s’impone. I valori di R2 per A e C divulgati da Haselhoff non coincidono con quelli in tab. 2, da me calcolati. Le differenze possono essere dovute alla rilettura dei dati dai grafici o a una procedura di ottimizzazione di h e k più accurata; i valori da me ottenuti sono infatti più favorevoli all’ipotesi BOL degli originali, quindi ritengo che queste differenze non inficino l’analisi. La differenza più marcata riguarda la traccia C: R2=0,95 (h=3,3 metri) per me, R2=0,85 (h=6,6 metri) per Haselhoff. Anch’io ottengo un valore simile (0,86) per h=6,6 metri, quindi ipotizzo che al ricercatore sia semplicemente sfuggita la combinazione di parametri migliore, che ipotizzo abbia cercato a mano, per tentativi.

È interessante notare che i dati di Dreischor pubblicati nel libro presentano un R2 per il modello BOL (0,549 con i campioni esterni, 0,505 senza) più alto delle tracce D, E ed F. Se quindi Haselhoff giudica "del tutto insoddisfacente" questo valore, a maggior ragione dovrebbe ritenere la stessa cosa riguardo al cerchio DEF, ma sarebbe vano cercare un’ammissione esplicita nel libro o nel rapporto.

Haselhoff sottolinea la simmetria presente in ogni singola traccia, ma il fatto è che tale simmetria non corrisponde a quella del modello BOL. Haselhoff lo ammette nel report, e solo lì, suggerendo che il modello sia solo un’approssimazione di una realtà più complessa. Può darsi, ma può anche darsi che alla base di quei dati ci sia una realtà del tutto diversa. Quando e se Haselhoff avrà un modello migliore, ne riparleremo; al momento, l’asserzione che i dati supportino il modello BOL appare ingiustificata.

Conclusioni e ipotesi

A questo punto ci si può chiedere cosa effettivamente dimostrino i dati raccolti, anche prendendoli per oro colato. Non molto, in effetti:
le piante piegate hanno i nodi allungati;
l’allungamento è correlato alla distanza dal centro del cerchio;
c’è una certa simmetria, non perfetta e non circolare;
l’allungamento cessa di colpo al bordo del cerchio.

Haselhoff presenta il punto 1 come un effetto misterioso, sostenendo che i tropismi possano sì allungare i nodi ma non così tanto in così poco tempo; al massimo, del 10-20% in una settimana (p. 84). L’unica fonte di questa stima è un esperimento di piegatura di piante condotto da Levengood2. Tuttavia, non si puo' escludere su queste basi l'intervento di fattori naturali; è noto che i tropismi dipendono molto da fattori contingenti come luce, vento, umidità, fittezza della coltivazione [8] e altri ancora, e la stima di Levengood è stata ottenuta in condizioni imprecisate che avrebbero potuto non essere ottimali ai fini dell’allungamento. Esistono indicazioni in tal senso? Al momento, una: il cerchio di Dreischor, fatto da persone in accordo con il proprietario del campo, dove Haselhoff ha riscontrato un allungamento del 30% dopo soli tre giorni. Stranamente, il ricercatore olandese cita Levengood ma non i suoi stessi dati. Nella tab. 3 riporto, per Hoeven e Dreischor, gli allungamenti massimi, il tempo (dichiarato) trascorso tra la formazione e la misura e infine il rapporto tra questi due numeri; si può constatare che i ritmi di allungamento calcolati non sono così diversi da suggerire meccanismi radicalmente differenti, specie considerando che neanche le condizioni di Dreischor sono note.

Tabella 3.
Dati sull'allungamento dei nodi in varie formazioni.


In quanto ai punti 2 e 3, dimostrano solo che l’allungamento dipende da qualche fattore che varia da un punto all’altro del cerchio. Haselhoff scrive che una pianta non può sapere in che parte del cerchio si trova, ma quest’asserzione è un po’ eccessiva. Ad esempio, l’intensità del vento può cambiare da un punto all’altro (più le piante piegate sono vicine al bordo, meno sono esposte); il vento potrebbe piegare le piante che cercano di rialzarsi, inducendo i nodi ad allungarsi ancora. Forse chi ha piegato gli steli ha calpestato maggiormente quelli al centro, stimolandone probabilmente una reazione maggiore. Potrebbe anche essere la temperatura delle piante o del suolo a cambiare; in fondo steli orizzontali intercettano la luce in modo diverso (tant’è vero che i crop circle sono nettamente visibili da notevole distanza) e, dato che il calore tende a fluire dalle regioni calde a quelle fredde, potrebbe formarsi un gradiente di temperatura tra interno ed esterno del cerchio. Potrebbe perfino essere la pioggia a essere raccolta in maniera diversa... le possibilità sono tante. Come già notato, non si può dimostrare l’inesistenza di fattori imprecisati.

Passiamo al punto 4, che dimostra solo che, se fosse intervenuta una BOL, non avrebbe irradiato in tutte le direzioni ma solo sul cerchio, a cono. Non smentisce quindi l’ipotesi BOL, ma demolisce l’idea di una BOL che piega le piante con un influsso misterioso e, in aggiunta, per sua stessa natura (perché è "di luce", appunto), emette luce e radiazione in ogni direzione. No, bisogna allora pensare che l’emissione sia intenzionale, ma a che scopo, dato che di per sé non può certo piegare nulla? Per allungare i nodi e fare contenti quelli che poi li misurano?

C’è poi un altro problema piuttosto grave. La tesi di Haselhoff (che era già di Levengood) è che i nodi si allunghino per dilatazione termica dei liquidi contenuti (essenzialmente acqua). Qui i casi sono due. Se il presunto riscaldamento si limitasse a scaldare un po’ l’acqua senza trasformarla in vapore, i conti non tornerebbero: il coefficiente di dilatazione termica dell’acqua è di gran lunga troppo basso per giustificare gli allungamenti misurati. Se invece l’acqua arrivasse a bollire, le piante, che non sopportano più di una settantina di gradi, morirebbero subito. A tal proposito ricordo che Levengood, che ha messo piante in un forno a microonde, non ha mai scritto né che si siano allungati i nodi, né che la pianta sia sopravvissuta, né tanto meno che le due cose si siano mai verificate insieme. Del resto chi ha fatto la prova riferisce tutt’altro esito8, benché non si possa trarne una conclusione definitiva, non potendo provare in tutte le condizioni possibili: come già ricordato, non si può dimostrare su queste basi una tale asserzione negativa.

Ognuno tragga le sue conclusioni. Le mie sono che i dati del cerchio di Hoeven non supportino l’ipotesi BOL e non smentiscano possibilità più "tradizionali" come l’uso di corde e assi. (fonte: http://www.fisicamente.net)

UFO NEI CIELI DI OSAKA

Una notizia non troppo antiquata riporta il caso di un ufo che rischia la collisione con un aereo di linea avvenuto nei cieli dell'aeroporto di Osaka, in Giappone.

Oltre al video originale riportato da History Channel
allegherò il rapporto del NARCAP,che oltre a confermare
la genuinità del video,escluse qualsiasi possibilità di
cause naturali ed artificiali conosciuti.
Si parla di materiale molto ma molto interessante.
 

Di seguito il rapporto

ANALISI DEL FILMATO DI UN PRESUNTO UAP (FENOMENO AEREO NON IDENTIFICATO) RIPRESO VICINO UN AEREO IN VOLO PRESSO OSAKA (GIAPPONE) IL 23 OTTOBRE 2004

Il NARCAP (National Aviation Reporting Center on Anomalous Phenomena) è una piccola associazione americana il cui direttore di ricerca è Richard F. Haines, uno psicologo che ha lavorato a lungo per la NASA.
Sul sito del gruppo:

www.narcap.org/

si spiega che sin dalla sua nascita, avvenuta nel 1999, scopo del NARCAP è di raccogliere dati di alta qualità provenienti dal mondo aeronautico su osservazioni fatte da aeromobili in volo circa luci ed oggetti che non sembrano riconducibili a fenomeni naturali o a corpi artificiali conosciuti. Queste luci e questi oggetti sono raccolti sotto l’etichetta UAP (Unidentified Aerial Phenomena).

Di tanto in tanto, grazie ad Internet il NARCAP rende disponibili i suoi “Technical reports”, studi di grande interesse su vari aspetti del proprio oggetto di ricerca. Uno dei rapporti più recenti – risale all’aprile 2007 - s’intitola Analysis of Digital Video Aerial Event of October 23, 2004 at Osaka, Japan ed è opera dello stesso Haines oltre che di William Puckett.

Lo studio valuta le immagini di un filmato fatto a circa 50 km ESE dell’aeroporto internazionale Itami di Osaka, in Giappone, intorno alle 17.30 locali dal sig. Kiyoshi Amamiya, che ha usato una videocamera digitale Hi-8 a mano. Egli stava riprendendo il passaggio di un aereo commerciale a reazione B777-300 (volo Japan Airlines 1521 proveniente da Tokyo) che stava scendendo presso l’aeroporto, quando nel display della macchina vide comparire una luce piccola ma dall’intensa luminosità giallo-bianco-arancio. Rimase in vista e fu ripresa per tre minuti prima di scomparire movendosi a velocità costante verso la parte superiore sinistra del display stesso.

Secondo gli Autori l’UAP si trovava fra l’aereo e la videocamera, aveva un’intensità luminosa almeno pari alle luci delle estremità alari dell’aereo, aveva dimensioni medie stimate in 2,5 m circa e la sua immagine parve ingrandirsi leggermente nei primi secondi della ripresa. Inoltre, nelle fasi iniziali della ripresa doveva avere una velocità angolare di 1,25 deg/sec. Il fatto che non sia stato possibile osservarne una controparte ottica fa ritenere probabile agli Autori che l’UAP emettesse radiazione IR. Infine, il numero degli UAP ripresi varia nel corso del filmato da uno a tre.

In termini di sicurezza del traffico aereo, gli Autori suppongono che se l’UAP fosse stato visibile otticamente esso avrebbe potuto attivare qualche procedura d’emergenza da parte dei piloti o addirittura una loro risposta disfunzionale.

Il NARCAP conclude che al momento attuale il potenziale UAP rimanga non spiegato in termini convenzionali.

Link: www.narcap.org/reports/NARCAP_CASE_16_PART_1.htm
Link: ciph-soso.blogspot.com/2007/11/analisi-del-filmato-di-un-presunto-...
Link: www.sspc.jpn.org/ufo/data/amamiya070502.pdf

IL CASO KECKSBURG: un ufo crash in Pennsylvania?





Nella cittadina omonima, di Kecksburg in Pennsylvania America, fu teatro il 9 dicembre 1965 di un presunto ufo crash, quello stesso giorno in Canada precisamente ad Ontario migliaia di persone videro nel cielo una sfera di fuoco, gli avvistamenti continuarono; in Michigan a Detroit, nella parte Nord dell’ Ohio
IN Pennsylvania, fu udito un forte rumore simile ad uno schianto, si pensò quindi alla caduta di un meteorite. Erano le 4.45 di pomeriggio, e la caduta avvenne precisamente in un paesino sul Mt. Pleasant Township, Westmoreland County.





Successivamente, vari voci e testimonianze riportavano il ritrovamento nel bosco a 30 miglia di Pittsburgh dei resti di un presunto ufo, vi furono anche le testimonianze, di chi raccontò di aver visto la zona recintata, con il divieto d’accesso per i civili, e la presenza di molti soldati armati, probabilmente alcuni di loro si presentarono come ufficiali nelle case della zona minacciando le persone per indurle al silenzio. Molti testimoni diretti affermarono che a precipitare dal cielo non fosse un meteorite ma un grande oggetto metallico dalla forma simile a quella di una ghianda.
Sul bordo dell’ oggetto metallico vi erano simboli di tipo geroglifico, l ‘ oggetto venne portato via dai militari a bordo di un camion.

Recentemente la Nasa ha reso noto che verranno resi disponibili informazioni sul caso Kecksburg. L’ agenzia spaziale riaprirà il caso, e ha segnalato la scomparsa di due scatole contenente documenti dell’ epoca. La notizia è ufficiale proviene da Steve Mc Connell portavoce Nasa. Il caso è stato probabilmente riaperto grazie alla giornalista Leslie Kean che non accettando la versione ufficiale che parlava di un’ esperimento militare si è appellata alla legge sulla trasparenze , e pretendendo dalla Nasa la pubblicazione dei documenti, sul caso, disponibili in archivio.



Centinaia di persone secondo la giornalista vennero messe a tacere con le minaccie perché davano la loro testimonianza non conforme con le dichiarazioni ufficiali. Secondo un’ ufologo, Stan Gordon i testimoni tutt’oggi raccontano di quanto accadde allora. Oggi nella cittadina di Kecksburg si svolge nel mese di settembre la festa denominata "Old-fashioned Days and UFO festival", quest’ anno Stan Gordon, ed altri interessati hanno distribuito materiali informativi e tenuto relazioni, alle numerose persone partecipanti. Oggi molti testimoni, iniziano a farsi avanti, sanno di avere informazioni utili a riguardo e le varie testimonianze servono a chiarire gli avvenimenti riguardanti il presunto ufo crash.



Anche al al Westmoreland County Community College si è tenuto un convegno ufologico, qui l’ investigatore Michel Rambacher dell'Ohio ha raccontato ai presenti la sua diretta testimonianza in merito all'ufo di Kecksburg. Raccontando di essere all'epoca nella sicurezza. E di essere arrivato alla base nel 1966, praticamente un anno dopo il presunto ufo crash. Sentì parlare di un oggetto portato nel campo su di un camion, proveniente dalla Pennsylvania, non era consentito l’ accesso poiché l’ oggetto era materia di studi. Quindi capì di trovarsi di fronte proprio l’ oggetto di Kecksburg. Personalmente non vide l’ oggetto ma dei compagni di stanza, poterono osservarlo, e gli dissero che aveva la forma di una ghianda alta tre metri per due di diametro con un cerchio nella parte inferiore, l’ oggetto appariva senza giunture . Una guardia di sicurezza gli raccontò di aver visto dei simboli sul bordo, linee ondulate e cerchi e geroglifici. Michel Rambacher lasciò la base nel 1967, e si dichiara certo che il manufatto non sia di origine terrestre.

Dal corriere.it: La Nasa riapre il caso dell'Ufo di Kecksburg
Qualcosa cadde nei boschi intorno alla cittadina. Ora un tribunale impone di rendere note le carte



L'ufologo Stan Gordon e la giornalista Leslie Kean

WASHINGTON - È uno dei misteri che appassiona maggiormente gli ufologi di tutto il mondo e a oltre 40 anni conserva intatto il suo fascino. In questi giorni la Nasa ha annunciato che effettuerà una nuova ricerca e renderà disponibili informazioni relative al presunto incidente di un Ufo avvenuto nel 1965 a Kecksburg, in Pennsylvania.


CORPO LUMINOSO - Secondo le testimonianze dell'epoca, la sera del 9 dicembre 1965 gli abitanti della città americana videro nei cieli un grande corpo luminoso di colore blu che probabilmente precipitò in un bosco della zona provocando un fragoroso rumore. Dopo l'impatto, essi affermarono di aver visto numerosi soldati armati, che recintarono meticolosamente il territorio, proibendo il transito ai civili. Inoltre altri testimoni rivelarono che nei giorni successivi alcuni ufficiali visitarono le case nei dintorni e minacciarono i residenti di tenere la bocca chiusa sulla vicenda.

METEORITE O SATELLITE RUSSO - Il governo americano ha sempre sottolineato che quella sera non accadde niente di strano. All'indomani gli esperti e la stampa locale parlarono della caduta di un meteorite o di un satellite russo. Tuttavia il governo confermò a più riprese che nella boscaglia non era stato trovato niente. In questi giorni, però, Steve McConnell, portavoce della Nasa, ha sostenuto che due scatole di documenti relative all'incidente di Kecksburg sono scomparse e ha annunciato che l'Agenzia spaziale americana riaprirà il caso cercando di fare luce definitivamente sul mistero.

NUOVA RICERCA - Chi non ha mai creduto alla versione del governo, è la giornalista Leslie Kean che quattro anni fa ha fatto causa alla Nasa appellandosi alle legge sulla trasparenza e ha chiesto a più riprese la pubblicazione dei documenti presenti nei suoi archivi sull'incidente di Kecksburg: «Per tanti anni una miriade di persone in Pennsylvania sono state avvertite dal loro governo che quello che avevano visto era una menzogna o un'allucinazione», dice la giornalista al britannico Observer. Il giudice del tribunale di Washington Emmett Sullivan non ha accettato la giustificazione della Nasa secondo cui le carte dell'incidente erano irrimediabilmente scomparse e vuole che entro la fine dell'anno siano riportati alla luce i documenti relativi all'incidente degli anni Sessanta. «Quella sera qualcosa è accaduto», sottolinea la Kean. «La Nasa fino a oggi ha fatto ostruzionismo e adesso ha l'obbligo di portare alla luce la verità che 40 anni fa tenne nascosta. È una vittoria per quei cittadini che a suo tempo non si fecero intimidire». Stan Gordon, un investigatore privato che vive nella zona dell'incidente e che sostiene senza mezze misure la teoria extraterrestre taglia corto: «Sono certo che il governo sa molto di più di quello che ha detto in pubblico».



lunedì 28 ottobre 2013

IL MISTERIOSO UFO DI AURORA


Un incidente UFO si è verificato il 17 aprile 1897 in Aurora, Texas, una piccola città sita a nord ovest di Dallas. L'incidente (simile al più famoso UFO crash di Roswell avvenuto 50 anni dopo) sarebbe stato provocato da una fatalità e il corpo del presunto alieno sembra essere sepolto in una tomba anonima nel cimitero locale. Nel corso del periodo 1896-1897 (circa sei o sette anni precedenti al primo volo dei fratelli Wright), sono stati riportati numerosi avvistamenti di un misterioso sigaro a forma di dirigibile in tutti gli Stati Uniti. Andrea Rinaldi ci spiega come andarono le cose dal suo punto di vista.



In uno di questi racconti apparso in un trafiletto nell’edizione del Dallas Morning News del 19 aprile 1897, scritto da S.E. Haydon, il presunto UFO si dice che abbia colpito un mulino a vento sulla proprietà del giudice J.S. Proctor due giorni prima (il 17 aprile) intorno alle ore 6:00 del mattino, con conseguente schianto a terra. Il pilota, che è stato definito "non di questo mondo" e "marziano", secondo quanto riportato da T.J. Weems, ufficiale dell'esercito della vicina Fort Worth, non sopravvisse all’impatto, e fu sepolto con rito Cristiano presso il cimitero locale di Aurora. Nel cimitero vi è una targa della Commissione Storica del Texas che, tra gli altri avvenimenti locali, cita l’accaduto:“Questo sito è anche noto per la leggenda di una navicella spaziale che si è schiantata nelle vicinanze nel 1897 e il pilota, ucciso nell’impatto, è stato sepolto qui.”



Secondo il racconto, i rottami del velivolo furono gettati in un pozzo situato sotto il mulino a vento danneggiato, mentre alcuni resti finirono nella tomba con l'alieno. Al mistero si aggiunge la storia di Brawley Oates, che acquistò la proprietà del giudice Proctor intorno al 1945. Oates ripulì il pozzo dai detriti del rottame, al fine di utilizzarne l’acqua, ma successivamente sviluppò una forma di artrite estremamente grave, si pensò che fosse causata dall’acqua contaminata dai resti metallici gettati nel pozzo. Di conseguenza sigillò il pozzo con una lastra di cemento e vi collocò sopra una costruzione di mattoni. Secondo l’incisione sulla lastra, questo avveniva nel 1957.

Teoria della bufala

La teoria della bufala si basa principalmente sulla ricerca storica effettuata da Barbara Brammer, ex sindaco di Aurora. La sua ricerca (presente come parte della puntata UFO Files sull'incidente) ha rivelato che, nei mesi precedenti il presunto schianto, la cittadina di Aurora era stata afflitta da una serie di tragici incidenti:

In primo luogo, la coltivazione del cotone locale, la principale fonte di reddito della città, era stata distrutta da un’infestazione di Anthonomus grandis (Boll Weevil, coleottero infestante del cotone).

In secondo luogo, un incendio nella parte ovest della città danneggiò diversi edifici.

Poco dopo l'incendio, una epidemia di tifo colpì la città, uccidendo quasi tutti i restanti abitanti e mettendo di fatto la città in quarantena.

Infine, la pianificazione della costruzione di una ferrovia rimasta a 27 km di distanza da Aurora, e mai arrivata in città. In sostanza, Aurora (che contava circa 3.000 abitanti all’epoca) era in grave pericolo di estinzione, la ricerca di Brammer ha anche mostrato che Haydon era conosciuto in città per essere un burlone, e quindi la sua conclusione è che l'articolo di Haydon era un ultimo disperato tentativo di tenere in vita Aurora.

La teoria è stata ulteriormente supportata dal fatto che Haydon non effettuò nessun tipo di verifica sull’accaduto, e non scrisse niente sul funerale dello straniero, fatto che è a dir poco molto strano, data l’importanza di tutta la storia.

Inoltre, nel 1979, la rivista Time intervistò Etta Pegues la quale disse: ”Haydon inventò l'intera storia per pubblicizzare la cittadina di Aurora. La ferrovia ci aveva saltato e la città stava morendo”. Pegues dichiarò inoltre che nella proprietà del giudice Proctor non vi fu mai un mulino a vento.





Le indagini

Il caso è stato studiato in varie occasioni. Il primo fu trasmesso dalla televisione locale KDFW FOX 4 e gli altri due furono andati in onda nella televisione via cavo.

Nel 1998, il canale televisivo KDFW con sede a Dallas mandò in onda un lungo reportage sull'incidente Aurora. Il giornalista Richard Ray intervistò l’ex giornalista del Fort Worth Star Telegram Jim Marrs e altri abitanti, che confermarono che qualcosa che si era schiantato ad Aurora, Texas. Purtroppo, il reportage di Ray non riuscì a trovare prove inconfutabili della vita o della tecnologia extraterrestre. Ray riportò che lo Stato del Texas aveva eretto una lapide storica in città che descrive la storia e la definisce una "leggenda".

UFO Files

Il 2 dicembre del 2005, la serie UFO Files dedica un episodio sull’incidente intitolato “Texas’ Roswell”. L’episodio narra di un’indagine svolta nel 1973 da Bill Case, uno scrittore dell’aviazione, per il Dallas Times Herald e per il direttore dello Stato del Texas del Mutual UFO Network (MUFON). Il MUFON ha trovato altri due testimoni oculari del crash di Aurora. Mary Evans, allora quindicenne che ha raccontato di come i suoi genitori siano accorsi sul luogo dell'incidente (a lei avevano proibito di andare) e la scoperta del corpo estraneo. Charlie Stephens, che aveva 10 anni, raccontò che vide un dirigibile la cui coda fumava mentre si dirigeva a nord verso Aurora. Voleva vedere cos’era successo, ma il padre gli fece finire le faccende di casa. L’indomani, il padre, gli raccontò che aveva visto le macerie dell’impatto mentre andava in città.

Il MUFON esaminò il cimitero di Aurora scoprendo una lapide sulla quale vi era raffigurato un disco volante di qualche tipo, il metal detector rilevava qualcosa. Venne chiesto il permesso di riesumare la tomba ma le autorità non lo concessero. Dopo l’indagine del MUFON, la lapide sparì misteriosamente dal cimitero e il metal detector non rilevò più niente, quindi si presume che il metallo sia stato rimosso. Il rapporto del MUFON dichiarò che le prove erano inconcludenti, non escludendo la possibilità di una bufala. L’episodio televisivo riporta un intervista con il sindaco Brammer la quale si rifà alla tragica storia della città.

UFO Hunters 

Il 19 novembre 2008, va in onda un altro documentario televisivo riguardante l'incidente Aurora della serie UFO Hunters (A caccia di UFO), dal titolo "Primo contatto".

Il documentario evidenzia un notevole avanzamento nelle indagini rispetto alla storia di UFO files - Tim Oates, nipote di Brawley Oates, ormai proprietario della terra con il pozzo dove il relitto UFO è stato presumibilmente gettato, ha permesso agli investigatori di rimuovere la lastra che sigillava il pozzo, al fine di esaminarlo per raccogliere campioni e detriti residui. L'acqua prelevata dal pozzo è risultata normale eccetto che per le grandi quantità di alluminio presente, nel pozzo non c’era niente di anormale. Gli investigatori hanno scavato attorno al pozzo riportando alla luce quello che era un supporto metallico che è stato associato al supporto del mulino. Quindi era evidente che sopra il pozzo ci fosse stato un mulino a vento, questo contraddice le dichiarazioni di Etta Pegues. Il figlio di Brawley Oates ovvero il padre di Tim Oates afferma che anche lui bevve l’acqua del pozzo come suo padre ma non ha mai avuto quella forma molto grave di artrite, pensa piuttosto che potrebbe essere stata la gotta ad aver colpito il padre. Quest’ultimo chiuse il pozzo poiché le tubature erano deteriorate e non forniva quindi più acqua e non per paura dell’acqua contaminata come si pensava. Afferma, inoltre, che lui non ha mai visto il mulino, suo padre comprò la proprietà nel 1945 e probabilmente il giudice Proctor smantellò il mulino negli anni dal 1897 al 1945. Suo padre, Brawley Oates, però, pulì il pozzo e rinvenne del metallo. Gli investigatori hanno rinvenuto dei residui di metallo sull’albero vicino. Una volta analizzati, hanno rivelato che si trattava di una lega di alluminio con un metallo sconosciuto che non poteva esistere sulla terra.

Inoltre, gli investigatori, hanno esaminato nuovamente il cimitero partendo dalle fotografie del MUFON per ricostruire la posizione della tomba. Una volta stabilita dove si trovava la lapide, hanno usato un radar a penetrazione. La tomba è stata rinvenuta nella zona dove c’erano altre tombe risalenti allo stesso periodo, 1890. Purtroppo, però, la sua condizione non ha permesso identificare definitivamente i resti sepolti, e a questo si aggiunge che ancora una volta le autorità non hanno permesso di scavare per riesumare la tomba. Quindi, in conclusione, si è arrivati molto vicini alla teoria dell’impatto alieno. (fonte ufoonline.it)
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