martedì 29 aprile 2014

L'UNIVERSO COME OLOGRAMMA

E se la realtà fosse solo un Universo Simulato al Computer?





E se tutto – noi, il mondo, l’universo – non fosse reale? Se tutto ciò che siamo, sappiamo e speriamo fosse solo la simulazione al computer di qualcuno?

L’idea che la nostra realtà possa essere il frutto di un videogame di simulazione giocato da un ragazzino sul divano di casa sua, della quale noi siamo i suoi personaggi, in verità, non è del tutto nuova.

Ma ora, un gruppo di fisici crede di aver trovato il modo per verificare se questa idea ha un qualche fondamento o è solo una fantasia di gente appassionata di Simcity.

Martin Savage, professore di fisica presso l’Università di Washington, Zohreh Davoudi, uno dei suoi studenti laureati, e Sila Beane della University of New Hampshire, stanno cercando di capire se è possibile scoprire tracce di questa simulazione studiando i raggi cosmici presenti nel nostru universo. Il lavoro è stato pubblicato su arXiv, un archivio online per le bozze di articoli di ricerca accademica.




L’idea che la realtà possa essere molto diversa da come ce la immaginiamo, ha radici molto antiche. Platone, filosofo della Grecia classica, con il suo mito della Caverna, voleva esprimere il fatto che la realtà che abbiamo sotto gli occhi è solo un’ombra sbiadita della vera natura delle cose.

Anche Renato Cartesio ha affrontato questo tipo di problema. Il suo “Cogito ergo sum” (Penso, quindi sono), nasce dall’esigenza di trovare un punto reale sul quale è impossibile dubitare. Siccome la realtà che abbiamo sotto gli occhi è mutevole ed è causa di dubbio, l’unica realtà sicura è il fatto che “io penso” e che quindi “esisto”.

Poi, nel 2003, un filosofo britannico, Nick Bostrom, dell’Università di Oxford, ha pubblicato un documento che ha messo un vero tarlo nella mente di alcuni filosofi e informatici. Bostrom ha suggerito tre possibilità:


“Le probabilità che una specie intelligente abbia raggiunto e superato il nostro attuale livello di sviluppo tecnologico, tanto da sviluppare una simulazione di noi e del nostro universo, è del tutto trascurabile”; “quasi nessuna civiltà tecnologicamente avanzata e matura sarebbe interessata a sviluppare un universo al computer nel quale simulare le nostre menti”; “quasi certamente viviamo in una simulazione”.

Tutte e tre le possibilità potrebbero essere ugualmente vere, scrive Bostrom, ma se le prime due sono false, la terza è certamente vera. Il ragionamento del filosofo inglese nasce da fatto che in un futuro non tanto lontano, i nostri discendenti avranno la capacità di sviluppare simulazioni informatiche tanto complesse, così complesse da creare dei cervelli capaci di autocoscienza, e che sarà possibile programmare milioni di universi con miliardi di cervelli simulati al loro interno.

Le riflessioni di Bostrom sono nate dopo quattro anni dall’uscita del famoso film “The Matrix”, nel quale gli esseri umani scoprono di essere imprigionati in una simulazione prodotta da macchine malevoli. Ma ancora più vicino alle riflessioni di Bostrom è il film “Il tredicesimo piano”, nel quale i protagonisti scoprono di vivere in un universo simulato da un potente computer. Non c’è dubbio che la popolarità di queste pellicole abbia influenzato la riflessione di Bostrom.





“Ha sistematizzato in modo logico queste idee ed è venuto fuori ciò che potrebbe essere probabile e ciò che potrebbe non esserlo”, dice Savage. Nei film e nella proposta di Savage, la scoperta che la realtà è frutto di una simulazione, arriva quando gli “errori del sistema” si presentano sotto gli occhi dei sims (noi), rivelando le imperfezioni della simulazione.

Savage e i suoi colleghi suppongono che i “nostri programmatori” utilizzino alcune delle stesse tecniche utilizzate attualmente dagli “scienziati simulati” per eseguire, a loro volta, delle simulazioni, con gli stessi vincoli. I “nostri programmatori” dovrebbero mappare l’intero universo su una griglia matematica, costituita da punti e linee. Si tratterebbe di un vero e proprio “ipercubo” composto da quattro dimensioni, tre per lo spazio e una per il tempo.

Un esempio in questo senso è offerto dalla “cromodinamica quantistica”, disciplica che esplora gli effetti della forza nucleare forte, una delle quattro forze fondamentali dell’universo, sulle minuscole particelle elementari come i quark e i gluoni. In questo approccio, le particelle sono in grado di saltare da un punto a un altro senza percorrere lo spazio tra i due punti, in maniera istantanea.

A livello cosmico, invece, l’universo si presenta come un continuum spazio-temporale e simulare un unverso del genere richiederebbe ingenti risorse hardware, quindi è probabile che il programmatore del nostro universo, per creare una simulazione più snella, abbia camuffato l’istantaneità delle particelle elementari, sotto le mentite spoglie di un continuum spazio-tempo.

Poichè Savage e i suoi colleghi danno per scontato che i simulatori usino un approccio simile al nostro, credono di poter trovare le prove della simulazione studiando il comportamento delle particelle ad altissima energia dei raggi cosmici: “Tutto il nostro universo sembra come se fosse in un continuum spazio-tempo”, spiega Savage. “Ma non ci sono prove per dimostrarlo. Noi siamo alla ricerca di qualche elemento che indichi che non il nostro universo non dispone di un continuum spazio-temporale”.

In effetti, Savage e colleghi, cercano un qualche “errore” nel comportamento dei raggi cosmici, i quali, se viaggiano lungo una griglia rettilinea è improbabile che ci troviamo in una simulazione, ma se presentano “deviazioni” in diagonale, la realtà nella quale ci troviamo potrebbe essere un programma per computer.




Argomenti contro la simulazione


La prospettiva nella quale si sono avventurati Bostrom e Savage è sicuramente affascinante, ma anche del tutto inquietante. Cosa potrebbe significare per noi scoprire di essere esseri simulati in una neuroprogrammazione? La nostra vita “simulata” avrebbe lo stesso valore di quella reale? Qual è lo scopo della nostra esistenza?

Primo: perchè creare un intero universo?

Se siamo frutto di una simulazione, allora perchè creare un intero universo? Non sarebbe stato più facile creare un micromondo (la Terra) senza sprecare intere linee di programmazione e ingenti risorse hardware per far funzionare miliardi di miliardi di miliardi di sistemi stellari organizzati in galassie?

Secondo: perchè un universo limitato?

Avendo voluto creare miliardi di stelle sul nostro capo, le quali suscitano in noi il desiderio di raggiungerle, perchè mai imporre il limite invalicabile della velocità della luce che ci impedisce di esplorare questo immenso spazio simulato? Non sarebbe stato più “divertente” consentorci di aggirarci per il cosmo e di impiantare numerose colonie ovunque?

Terzo: perchè un universo vuoto?
Tutto questo sforzo di programmazione per fare di noi le uniche “menti simulate” di tutto il cosmo? Perchè non ci sono altre forme di vita simulate intelligenti? Perchè solo noi in questo immenso vuoto simulato?

Quarto: perchè il male?

Perchè il programmatore del nostro universo simulato avrebbe previsto le malattie, le catastrofi, la morte? Non era più facile creare un universo senza “problemi” da risolvere? E perchè siamo liberi di scegliere, cioè, perchè non eseguiamo un programma predefinito come gli altri animali (il cane non può non essere cane, mentre l’uomo può decidere di non essere uomo”)?

Quinto: la coscienza

Uno dei grandi misteri della scienza attuale è la coscienza, cioè la consapevolezza di se stessi e le domande che ne seguono: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, cosa c’è dopo la morte. E’ possibile programmare una realtà tanto complessa e misteriosa come la coscienza?

E se pure fosse, perchè mai il “programmatore” ci avrebbe fornito la capacità di porci le “domande esistenziali”, fino a scoprire di essere parte di una simulazione informatica? A queste domande cerca una risposta la teoria biocentrica.

La natura della realtà

La vera sfida non è tanto capire la “natura” dell’Universo, che potrebbe pur essere di tipo informatico. Il problema è capire qual è lo scopo della vita. Dire che l’universo è “olografico”, o “informatico” o di “pasta frolla” è solo un modo per descrivere in categorie a noi comprensibili il modo di funzionamento della realtà.

Dire però come funzione l’universo, cioè di cosa sia fatto e come va avanti, non significa spiegare “perchè ci sia un universo”. Questa mi sembra la domanda più radicale e fondamentale della vita umana.

Anche se scoprissi che l’universo nel quale vivo è frutto di una “griglia ipercubica” programmata al computer, ciò non inibirebbe la domanda esistenziale sul “perchè” della mia esistenza e sul suo valore. La vita umana è troppo una cosa seria per essere una semplice simulazione informatica. Buona ricerca navigatori!

lunedì 28 aprile 2014

NUOVE TEORIE SUL PONTE DI EINSTEIN-ROSEN




Cos’hanno in comune un fenomeno come l’entanglement quantistico, con i suoi bizzarri legami fra particelle gemelle, ed entità come i wormholes, le ipotetiche scorciatoie fra coppie di buchi neri ottenute scavando profondi cunicoli nelle viscere dello spazio-tempo? È tutta roba esotica, incomprensibile e contro-intuitiva, d’accordo. Almeno per la maggior parte di noi mortali.

Possiamo fare di meglio? Be’, anzitutto non è difficile notare che in entrambi i casi si tratta di collegamenti: fra infinitesimali particelle nel caso dell’entanglement e fra smisurati buchi neri in quello dei cunicoli spazio-temporali (chiamati, non a caso, “ponti di Einstein-Rosen”), ma pur sempre collegamenti.

Riciclando poi qualche nozione dai fumetti e dal cinema di fantascienza, possiamo azzardare un passo ulteriore: in entrambi i casi si tratta di collegamenti lungo i quali non vige alcun limite di velocità, in quanto teoricamente in grado d’aggirare quell’antipatico vincolo dei 300 mila km/s che sempre ci riporta alla realtà ogni qual volta proviamo a sognare di trasferirci su un altro mondo.



Per avventurarsi in sicurezza al livello superiore, però, similitudini e metafore stradali non bastano più. Occorre armarsi di solidi strumenti matematici. Come hanno fatto Kristan Jensen (University of Victoria, Canada), Andreas Karch(University of Washington, USA) e Julian Sonner (MIT) – i primi due in coppia, il terzo in solitaria – con due studi pubblicati entrambi il 20 novembre scorso su Physical Review Letters. Due studi talmente teorici da far venire le vertigini solo a leggerne i titoli (“Holographic Dual of an Einstein-Podolsky-Rosen Pair has a Wormhole” è quello firmato da Jensen e Karch, “Holographic Schwinger Effect and the Geometry of Entanglement” quello di Sonner), ma resi comprensibili a tutti da un ottimo articolo uscito lunedì scorso sul sito web di Science a firma di Katia Moskvitch.

Ricorrendo al cosiddetto “principio olografico”, in base al quale un mondo a n dimensioni può essere rappresentato dal mondo a n-1 dimensioni che ne segna i confini, i tre fisici teorici sono giunti a stabilire una sorta di corrispondenza frawormholes ed entanglement. Semplificando brutalmente, il fenomeno dell’entanglement quantistico sarebbe una rappresentazione nell’universo a 3D (senza dunque considerare la gravità) di quello che sono i wormholes in un universo a 4D (con la gravità). Insomma, il cunicolo spazio-temporale che unisce una coppia di buchi neri situati agli estremi opposti dell’universo e l’ineffabile stringa che vincola in modo indissolubile le proprietà esibite da una coppia di particelle elementari non sarebbero altro che due facce della stessa medaglia. Una visione, val la pena osservare, che entrerebbe a gamba tesa nell’annosa querelle fra meccanica quantistica e relatività generale.



A rovinare i sogni di chi già s’immagina in viaggio nell’iperspazio verso i mondi di galassie remote, però, oltre alla difficoltà del tradurre in comodi veicoli da turismo spaziale modelli matematici che più eterei non si potrebbe, ci sono due considerazioni che minano il progetto alla base. Partiamo dall’entaglement quantistico: per quanto sia istantaneo, indipendentemente dalla distanza che separa la coppia di particelle, non può essere utilizzato nemmeno per inviare un’informazione elementare come lo stato di spin di una delle due. Questo perché, per definizione, lo si scopre solo nel momento in cui lo si osserva, quello stato, senza che lo si possa imporre. Insomma, il fenomeno è al di là del nostro controllo.

Ma ha un sapore di beffa anche l’ostacolo nel quale ci si andrebbe a imbattere volendo prendere un wormhole come scorciatoia per saltare in men che non si dica da un luogo all’altro dell’iperspazio: il problema, in questo caso, è che mentre è sin troppo facile addentrarsi nel cunicolo dal buco nero d’ingresso, quando si giunge a metà strada, dunque quando dovrebbe cominciare la salita a riveder le stelle, per quanto ci s’impegni l’impresa risulta impossibile. E qui l’allenamento non c’entra: di nuovo, da un buco nero non si esce per definizione.

D’altronde, proprio questa doppia impossibilità per definizione d’impiegare entanglement e wormholes come stratagemmi per aggirare il limite della velocità della luce costituisce un ulteriore punto in comune fra i due fenomeni.

[http://nemsisprojectresearch.blogspot.it]

L’Universo creato dal Collasso di una Stella a 4 Dimensioni




Un gruppo di cosmologi ha presentato una nuova ipotesi molto intrigante riguardo alle dinamiche fisiche che potrebbero aver dato vita a quello che chiamiamo Big Bang, e alla “nascita” dello stato attuale dell’universo in cui viviamo. Secondo questo nuovo modello proposto, l’intero cosmo potrebbe essere il prodotto dei “detriti” espulsi dal collasso di una stella a 4 dimensioni, in un buco nero. Il vantaggio di quest’ipotesi rispetto ad altre, è che può spiegarci il principio isotropico dell’universo, cioè perché in qualsiasi direzione in cui guardiamo, vediamo il cosmo più o meno uguale, con le stesse identiche caratteristiche e leggi fisiche. Una cosa che va detta già da subito, è che si tratta di un’ipotesi puramente teorica, con tante falle ancora, ed in attesa di una possibile dimostrazione.

Il modello cosmologico standard si occupa dell’espansione ed evoluzione dell’universo nato dal Big Bang. Non riguarda però i dettagli di come e cosa è avvenuto prima di questo. Tutto quello che presuppone il modello teorico attuale è che lo spaziotempo si è espanso insieme a tutta la materia e l’energia a partire da un punto infinitamente denso ed infinitamente piccolo, che matematicamente viene chiamato singolarità. “Per quello che ne sappiamo noi (riguardo alla fisica di quello stato dell’universo), potevano uscire dai draghi dalla singolarità!” dichiara Niayesh Afshordi, astrofisico e co-autore dello studio, presso il Perimeter Institute for Theoretical Physics, in Canada.





La teoria cosmologica del Big Bang funziona bene ma ha delle difficoltà a spiegare alcuni aspetti particolari. Per esempio, è difficile dar conto della “singolarità”, visto che è come dire “dentro succedeva qualcosa al di là delle leggi fisiche”. Inoltre, è difficile spiegare in maniera convincente perché l’universo è omogeneo ed uniforme in tutte le direzioni. Secondo i modelli, l’età dell’universo (di 13.8 miliardi di anni) non lascerebbe abbastanza tempo affinché ciò avvenga (almeno per quello che ne sappiamo). In altre parole, non basterebbe il tempo per raggiungere questo equilibrio termico.

A questo proposito la teoria cosmologica del Big Bang è stata integrata con l’inflazione, ma non tutti i fisici ne sono convinti. “La Teoria del Big Bang è così caotica che non è chiaro se c’era anche solo una piccola parte omogenea su cui l’inflazione poteva iniziare a lavorare.” a dicharato Ashford.

Ecco il nucleo della proposta fatta dagli astronomi:

* Si parte da una teoria precedente, dell’universo a brane (o membrane), risalente al 2000. Secondo il modello, un universo a 3 dimensioni “galleggia” come una brana in un universo più grande a 4 dimensioni. Ovviamente noi vivendo in 3D non possiamo immaginare cosa significa di preciso, ma immaginatevi un universo a 2 dimensioni, come un foglio di carta, immerso in un contesto a 3 dimensioni, come la vostra stanza (o l’universo famigliare).

* Quindi c’è un universo più grande, a 4 dimensioni. Ora, l’idea è che anche questo universo sarebbe pieno di galassie e stelle, ma ovviamente a 4D. Si parte dal presupposto che anche queste stelle abbiano una vita ed evoluzione simile a quelle 3D. Così, si immagina che quelle più massicce esplodano come supernove e in alcuni casi collassino come buchi neri.

* Ed è qui che le cose diventano ingarbugliate ma si arriva alla parte di cosmogenesi. Come i nostri buchi neri, anche questi buchi neri 4D avrebbero un “orizzonte degli eventi” oltre il quale nulla riesce a sfuggire, nemmeno alla velocità della luce. L’orizzonte degli eventi è semplicemente il confine dove l’attrazione gravitazionale del buco nero è così grande che neanche andando alla più grande velocità possibile (quella della luce), non si potrebbe sfuggire. Non sappiamo cosa succede nemmeno nei buchi neri 3D, ma secondo gli attuali modelli, l’orizzonte degli eventi in un universo 3D appare come una superficie 2D. Quindi, in un universo 4D, l’orizzonte degli eventi darebbe vita ad un oggetto 3D chiamato ipersfera.

* In altre parole, il modello dice che quando una stella massiccia a 4D esplode e collassa, il buco nero generato crea intorno a se una brana 3D circondando un orizzonte degli eventi 3D, che poi inizia ad espandersi.

Come si collega tutto questo con le osservazioni sperimentali? Il ponte è dato, secondo gli autori dello studio, dall’espansione dell’universo. Sappiamo che il nostro cosmo si espande (e lo fa ad una velocità sempre maggiore, sotto la spinta dell’energia oscura) e nel nuovo modello si suppone che questa avvenga grazie alla crescita di una brana 3D, all’interno della quale ci troviamo a vivere.
Ovviamente non mancano le limitazioni ed i problemi.





Da una parte è vero che questo modello spiegherebbe perché la temperatura dell’universo sembra uniforme (dato che l’Universo 4D avrebbe una storia molto più lunga alle spalle), ma non riesce a riprodurre i dati sperimentali riguardo alla radiazione cosmica di fondo e alle piccole differenze di temperatura viste. Un telescopio spaziale europeo di nome Planck, ha recentemente finito di mappare questa radiazione di fondo risalente all’infanzia dell’universo ed il modello proposto qui differisce dai dati delle osservazioni di circa 4%.
Gli astronomi hanno l’intenzione di migliorare e raffinare il proprio modello e spiegano che Planck mostra che un’inflazione è avvenuta ma non spiega perché. “Lo studio potrebbe aiutarci a capire come l’inflazione sia nata dal movimento dell’universo attraverso una realtà iperdimensionale” spiegato i ricercatori.

http://www.nature.com/news/did-a-hyper-black-hole-spawn-the-universe-1.13743

I BUCHI NERI

Buchi neri: Il motore delle galassie e creatori di universi




Che cosa c’e’ al centro della Via Lattea? Per lungo tempo, gli astronomi hanno sospettato che nel cuore della nostra Galassia si nascondesse un buco nero, ma non ne potevano essere sicuri. Dopo 15 anni di regolare monitoraggio del centro della Galassia con i telescopi dell’ESO all’ Osservatorio di La Silla Paranal, gli scienziati hanno finalmente ottenuto una prova inoppugnabile. I buchi neri al centro delle galassie sono il motore di rotazione e di aggregazione di tutta la materia sparsa per il cosmo.

Le stelle al centro della Via Lattea sono cosi’ densamente concentrate che sono state necessarie speciali tecniche di formazione d’immagini, come l’Ottica Adattiva, per aumentare la risoluzione del VLT. Gli astronomi sono stati in grado di guardare singole stelle con un’accuratezza senza precedenti mentre si muovevano intorno al centro della Galassia. I loro percorsi hanno mostrato, senza ombra di dubbio, che orbitano a grandi velocita’ in un fortissimo campo gravitazionale di un buco nero supermassiccio, almeno tre milioni di volte piu’ massiccio del nostro Sole. Le osservazioni del VLT rivelano anche lampi di luce infrarossa, che emergono dalla regione a intervalli regolari. Sebbene la causa precisa di questo fenomeno rimanga sconosciuta, gli osservatori hanno suggerito che il buco nero starebbe ruotando rapidamente su se stesso. Qualsiasi cosa stia succedendo, la vita del buco nero non e’ calma e tranquilla!



Gli astronomi usano il VLT anche per scrutare i centri delle galassie al di la’ della nostra, dove trovano altri chiari segni di buchi neri supermassivi. Nella galassia attiva NGC 1097, sono stati in grado di vedere, con dettagli senza precedenti, una complessa rete di filamenti che spiraleggia verso il centro di quella galassia. Questa potrebbe essere la prima immagine dettagliata del processo di caduta della materia dalla periferia della galassia giu’ fino al suo nucleo.
Le stelle attorno al buco nero supermassiccio della Via Lattea


E’ ormai certo che la stragrande maggioranza delle galassie di grandi dimensioni ospitano nel loro nucleo un buco nero supermassiccio. La nostra Via Lattea non fa eccezione e il buco nero che si trova nelle sue regioni centrali ha una massa di circa 4,1 milioni di volte quella del Sole. E’ stato denominato Sagittarius A* (Sgr A*), ma non è lui l’oggetto di questo post. Parliamo, invece, delle stelle che gli orbitano intorno, denominate “stelle-S“, che rappresentano uno strumento essenziale per cercare di capire le caratteristiche del gigantesco buco nero e la sua attività.

Ovviamente, un buco nero è impossibile da osservare direttamente, ma soltanto in maniera indiretta, rilevando gli effetti gravitazionali sugli oggetti vicini e la analizzando la radiazione emessa dalla materia che, spiraleggiando viene “fagocitata” da questo “mostro celeste”.



Adesso, un gruppo di astronomi, coordinato da Fabio Antonini, dell’Istituto di Astrofisica Teorica del Canada, e David Merritt, dell’Istituto di Tecnologia di Rochester (USA), sono riusciti recentemente a svelare alcuni misteri riguardo alle stelle che orbitano attorno al buco nero al centro della nostra Galassia.

Oggi però, un nuovo prezioso contributo è arrivato dal gruppo di Antonini, che è riuscito a produrre una teoria nuova, unificata, che spiega l’origine e l’evoluzione delle stelle S e la loro vita nelle prossimità del buco nero.

“Esistono svariate teorie su come potrebbe avvenire la migrazione su grandi distanze di queste stelle, ma nessuna è mai riuscita ad essere convincente e spiegare come le stelle S siano finite ad orbitare attorno al centro galattico come le vediamo fare adesso.” ha spiegato Antonini. “Date le loro caratteristiche, queste stelle non possono avere più di 100 milioni di anni di età, eppure la loro distribuzione orbitale sembra essere “rilassata”, contrariamente alle previsioni che abbiamo dai modelli sulla loro origine.”



Secondo questo modello, le stelle S hanno iniziato la loro vita lontano dal centro galattico, poi sono entrate sotto l’influenza dell’intenso campo gravitazionale del buco nero e hanno cominciato a spiraleggiare verso il nucleo galattico. Ma sulla strada verso il buco nero, non c’è da considerare soltanto la grande influenza gravitazionale di Sgr A*, ma anche quella delle altre stelle con cui interagiscono, che hanno provocato un cambiamento nella loro traiettoria. Si tratta di una cosa relativamente semplice che permette di prevedere molto bene le orbite delle stelle così come le vediamo e di dedurre le caratteristiche del buco nero e sondare i meccanismi dinamici della regione vicina al centro galattico. Indirettamente, quindi, possiamo imparare qualcosa sulla densità ed il numero di oggetti ancora non visti in questa regione.

Anche se sono tanti anni ormai che sappiamo dell’esistenza di grandi buchi neri al centro delle galassie più massicce, sappiamo estremamente poco riguardo alle loro caratteristiche e siamo sicuramente ancora nell’infanzia degli studi su come nascono, crescono e si evolvono nel tempo. Data la sua vicinanza a noi, Sgr A* rappresenta un laboratorio ideale. Lo studio dell’evoluzione dinamica delle stelle S ha permesso di confermare in maniera inequivocabile la presenza del buco nero e di raffinare le stime sulla sua massa, oltre a chiarire molte peculiarità di questa regione della Via Lattea per molti versi ancora misteriosa.


“Ci servivano delle immagini ancora piu’ nitide per chiarire se fosse possible una configurazione diversa da un buco nero e contavamo sul fatto che il VLT dell’ESO ce le procurasse. Ora e’ veramente cominciata l’era della fisica di osservazione dei buchi neri!”

Reinhard Genzel, Direttore all’ Istituto Max-Planck per la Fisica Extraterrestre


Dai Buchi Neri agli Universi Paralleli



Il concetto di “altri universi” non è estraneo alla letteratura scientifica: esistono alcune teorie cosmologiche e fisiche che ammettono la loro esistenza, la più famosa delle quali è la teoria delle stringhe. In campo filosofico, un indagatore del tema delle dimensioni parallele fu Auguste Blanqui, che nel 1872 indagò gli aspetti teorici e filosofici di un universo a infinite dimensioni nell’opera L’Eternité par les astres.

Come abbiamo potuto constatare, un buco nero è l’oggetto più complesso e misterioso dell’universo dove la luce e la materia subiscono alterazioni spiegabili forse più dalla fantascienza che dalla scienza. I buchi neri hanno origine dal collasso finale di una stella ma non tutte le stelle diventano buchi neri la loro evoluzione e trasformazione dipende dalla massa.

Se la sua massa è piccola collasserà fino a trasformarsi in una nana bianca fino ad esaurire tutta la sua energia.

Se la sua massa è troppo grande la stella esploderà trasformandosi in una supernova così luminosa da poter essere osservata anche di giorno.

Emettendo calore e luce le stelle si equilibrano tra la forza che tende a farle esplodere dovuta alla pressione generata dal calore dell’energia nucleare e dalla forza gravitazionale che tende a farla collassate su se stessa.

Questa implosione avverrebbe nella rete dello spazio-tempo creando un forte campo gravitazionale in grado di modificare la rete spazio temporale ed ogni oggetto, compresa la stessa luce verrebbero attratte cadendo nel vortice ruotante, dal momento che un buco nero non può essere osservato poichè non emette radiazioni, può essere individuato dalle radiazioni emesse dal gas molto caldo del disco di accrescimento.

La superficie di un buco nero è chiamata orizzonte degli eventi (galassie?) oltre la quale la velocità di fuga è maggiore della velocità della luce, in questi ultimi anni sono stati scoperti buchi neri ruotanti chiamati buchi di Kerr circondati da una regione in cui lo spazio ed il tempo sono deformati ove anche le particelle della luce sono costrette a ruotare, mentre i buchi neri non ruotanti sono chiamati buchi di Schwarzschild.

La differenza tra questi due tipi di buchi neri è importante in quanto all’interno del buco nero di Schwarzschild non ci sarebbe possibilità di sopravvivenza neanche per una sonda, mentre per i buchi di Kerr dal momento che ogni stella in fase di collasso è dotata di movimento rotatorio non conclude il suo processo di collassamento in un punto ma si appiattirebbe come un anello, sarà questa nuova teoria che col tempo sostituirà quella precedente legandosi anche alla teoria del Ponte Einstein-Rosen.

Inoltre la teoria della Relatività di Einstein spiegherebbe lo scorrere del tempo che verrebbe rallentato in prossimità di un forte campo gravitazionale e come lo spazio verrebbe distorto, un giorno Einstein riferendosi al nostro sistema solare dichiarò:

“Ecco cosa fa muovere i pianeti lo spazio curvo, lo spazio dice alla materia come muoversi e la materia dice allo spazio come curvarsi”.

Questo in riferimento alla massa del nostro sole, pensate quello che può accadere in prossimità di un buco nero.

Stelle con massa tre volte quella solare potrebbero creare una volta collassate un buco nero con diametro compreso tra i 10 e i 150 km. fermando il tempo in prossimità dell’orizzonte degli eventi.

Dal momento che viviamo in un universo pluridimensionale secondo le nuove teorie cosmologiche di Hawking e Michio Kaku ed altri autorevoli scienziati è più che lecito pensare alla possibilità di interferire con questi universi che potremmo chiamare paralleli, ebbene l’esistenza di universi paralleli è stata confermata matematicamente anche per spiegare diversi fenomeni fisici.

I Buchi neri potrebbero rappresentare un tunnel tra il nostro universo ed altri universi.

Nel caso dei buchi neri ruotanti i fisici e i matematici confermano la possibilità che pur attraversando l’orizzonte degli eventi non è detto che si cada nella singolarità, Einstein – Rosen, ritennero che era possibile superato l’orizzonte degli eventi accedere ad un altro universo o accedere a due punti dello stesso universo.

Secondo Fred Alan Wolf un universo parallelo è uno spazio tempo in cui si trovano stelle, pianeti, galassie simili al nostro stesso universo.

Ma se esistono diversi profili di buchi neri, allora e’ probabile che tra uno di questi, dopo aver inghiottito e compresso nella singolarita’ enormi quantita’ di massa in un punto infinitesimalmente piccolo, esso possa creare, possa esplodere, in un vero e proprio Big Bang.

Bibliografia

Parallel Universes – The search for other Worlds – Simon & Schuster Fred Alan Wolf

LA FORMA DELL'UNIVERSO

La vera forma dell’universo




Un team internazionale di astronomi guidati da ricercatori dell’INAF presenta i primi risultati del grande progetto VIPERS (VIMOS Public Extragalactic Redshift Survey) che sta ricostruendo la struttura a grande scala dell’Universo quando aveva circa la metà della sua età attuale, ovvero attorno ai 7 miliardi di anni.

Misurando la distanza di 55.000 galassie con il Very Large Telescope (VLT) dell’ESO, è stata prodotta una mappa della distribuzione di materia con un’estensione e un dettaglio mai raggiunti prima a quest’epoca cosmica.

L’immagine che viene fuori è quella di un’immensa ragnatela cosmica che si estende per miliardi di anni luce, fatta di galassie, gas, polveri, ma anche di numerose zone apparentemente sgombre di materia visibile, dove invece potrebbe annidarsi quella ‘oscura’.


La novità del progetto è nella combinazione senza precedenti delle dimensioni del volume esplorato e del dettaglio con cui la struttura a grande scale viene ricostruita. L’ambizioso obiettivo è quello di misurare le distanze di circa 100.000 galassie in un volume di quasi due miliardi di anni-luce cubici per ricostruirne la loro distribuzione tridimensionale.

I risultati, molto attesi, cominciano ad arrivare: sono stati infatti presentati una serie di articoli inviati alla rivista Astronomy & Astrophysics e pubblicati online su arxiv.org che si basano sulle prime 55.000 galassie finora osservate. “È il primo traguardo di un lavoro iniziato nel 2008 e che richiederà altri 3 anni per essere completato” commenta Luigi Guzzo, dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Brera, coordinatore generale del progetto.

Il primo e più spettacolare risultato fornito da questi dati è nelle mappe della distribuzione delle galassie basate sulle nuove misure di distanza che mostrano come già a quell’epoca l’Universo fosse organizzato in grandi strutture filamentose, che connettono gli ammassi di galassie e circondano ampie zone vuote.

E’ il cosiddetto Cosmic Web, la ragnatela cosmica che i ricercatori spiegano come il risultato dell’amplificazione da parte della forza di gravità di piccole perturbazioni nell’Universo primordiale. La struttura è analoga a quella osservata nell’Universo più vicino a noi, ma rappresenta un fotogramma intermedio del film cosmico, scattato circa 7 miliardi di anni fa e per di più dettagliatissimo e molto esteso.

Un fondamentale passo in avanti che ci permette di avere a disposizione, per la prima volta, una visione d’assieme dell’Universo a queste epoche. Grazie all’estensione di queste mappe, il team di VIPERS è stato in grado di produrre già con il campione attuale dei risultati che migliorano significativamente la nostra conoscenza sia delle proprietà globali della popolazione di galassie, sia della loro distribuzione spaziale a grande scala.

Il livello di disomogeneità alle diverse scale (galassie, ammassi di galassie, filamenti) è infatti strettamente legato alle proprietà delle componenti fondamentali dell’Universo. Quanta e quale materia oscura è necessaria per spiegare ciò che vediamo? Che cosa produce l’accelerazione dell’espansione che oggi osserviamo?

È la cosiddetta energia oscura oppure in realtà stiamo usando una teoria non corretta per descrivere l’Universo su queste scale? Tra i principali obiettivi di VIPERS c’è quello di fornire risposte a questi interrogativi. Uno dei lavori in fase di pubblicazione mostra che la distribuzione e le velocità delle galassie sono compatibili con le previsioni della Relatività Generale e confermano quindi la necessità di inserire una forma di energia oscura nelle relative equazioni, per spiegare l’espansione accelerata.

Un altro degli articoli in corso di pubblicazione presenta una misura molto precisa del numero di galassie di grande massa già presenti nell’Universo quando questo aveva 7 miliardi di anni. “Avere a disposizione queste informazioni per campioni di centinaia di migliaia di galassie – come sarà il caso di VIPERS al termine del progetto tra tre anni – permette di identificare nel dettaglio i processi e le leggi fisiche che ne regolano l’evoluzione, informazioni che possono essere fraintese se si usano campioni troppo piccoli e non rappresentativi di simili oggetti celesti”, commenta Micol Bolzonella dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Bologna, che nel progetto coordina gli studi di evoluzione delle galassie.

“Non è stato semplice arrivare a questi risultati, ottenuti grazie a un lavoro lungo e sistematico, che ha richiesto lo sviluppo di procedure automatizzate di calibrazione e analisi dei dati e il coordinamento di un grande sforzo collettivo” prosegue Guzzo.

“Gli istituti dell’INAF hanno avuto un ruolo centrale in questo compito. In particolare, presso l’INAF-IASF di Milano si trova il ‘Centro Riduzione Dati’ del progetto, sotto la responsabilità di Bianca Garilli e Marco Scodeggio, che ha sviluppato sia il software di calibrazione e gestione della survey, sia la struttura informatica di archiviazione dei dati”.

E’ da qui che i dati sono scaricabili dai membri del team per le diverse analisi, ed è qui che l’intera comunità scientifica mondiale potrà accedere a questo nuovo campione a partire già da settembre prossimo.

PROVE DEL MULTIVERSO


La sonda Planck mappa l’universo ed osserva universi paralleli





Un po’ più vecchio e un po’ più lento nella sua espansione: è questo l’universo che emerge dai risultati delle osservazioni del satellite Planck dell’ESA. I suoi strumenti hanno prodotto una nuova, dettagliata mappa della radiazione cosmica di fondo, considerata la lontana eco del big bang, che conferma nelle sue linee essenziali il modello standard della cosmologia, ritoccando anche la composizione percentuale dell’universo tra materia ordinaria, materia oscura ed energia oscura. Le disomogeneità su larga scala della mappa dovranno però essere spiegate da nuove teorie.

Le osservazioni del satellite Planck dell’Agenzia spaziale europea (ESA), rese pubbliche oggi, hanno prodotto con un dettaglio mai raggiunto finora una nuova “mappa” dell’universo, che è risultato di 80 milioni di anni più vecchio e più lento nella sua espansione rispetto alle precedenti misurazioni.

L’età è ora stimata in 13,81 miliardi di anni, mentre la costante di Hubble, che misura il tasso di espansione dell’universo, è di 67,3 chilometri al secondo per megaparsec.

In realtà, quando si parla di mappa dell’universo si intende una rappresentazione di una sua precisa caratteristica: la radiazione cosmica di fondo, o CMB, la debolissima radiazione nello spettro delle microonde che pervade lo spazio e che corrisponde a una temperatura di 2,7 kelvin sopra lo zero assoluto.
La radiazione cosmica di fondo osservata da Planck (Cortesia ESA/Planck Consortium)

Prevista su base teorica dal fisico sovietico George Gamow nel 1948, la radiazione di fondo è stata scoperta fortuitamente da Arno Penzias e Robert Wilson nel 1964. I cosmologi ritengono che si tratti di una radiazione “fossile” originatasi nelle fasi primordiali della vita dell’universo e di una delle più convincenti conferme sperimentali della teoria del big bang.

Inizialmente le prove sperimentali portarono a ipotizzare che la radiazione di fondo si propagasse nello stesso modo in tutte le direzioni dello spazio, che fosse cioè isotropa. In realtà lo è solo fino a una parte su 100.000: misurazioni sempre più precise, ottenute soprattutto con il satellite COBE della NASA, hanno rivelato lievi anisotropie (corrispondenti a piccole fluttuazioni di temperatura) sparse in tutto l’universo visibile, che sono rappresentate nelle mappe da punti o da regioni di diverso colore.

Dal punto di vista fisico, queste piccole differenze di temperatura sono il frutto delle variazioni di densitàpresenti nell’universo primordiale che hanno dato origine alle galassie. Secondo il modello standard della cosmologia, la rapidissima espansione dell’universo verificatasi durante il periodo inflazionario ha “stirato” queste zone fino a renderle evidenti su ampia scala.

Le mappe ottenute dal satellite Planck da una parte confermano con buona precisione il modello standard nelle sue linee generali. Proprio l’estrema precisione degli strumenti del satellite sta però evidenziando nuove caratteristiche che richiederanno nuove teorie e nuove spiegazioni.
Il cielo “anomalo” di Planck (Cortesia ESA/Planck Consortium)

Secondo il modello standard, le regioni di fluttuazione della temperatura dell’universo dovrebbero apparire a un primo sguardo come distribuite in modo casuale. Se si considerano piccole zone della mappa in effetti è così. Se si fa invece un confronto su grandi porzioni di cielo, appaiono sia un’asimmetria tra opposti emisferi sia un “punto freddo” (cold spot) la cui estensione supera le attese. “Il fatto che Planck abbia rivelato queste anomalie sgombra il campo da ogni dubbio sulla loro effettiva presenza”, ha spiegato Paolo Natoli, ricercatore dell’Università di Ferrara, commentando i risultati (Qui il comunicato della Sapienza di Roma, con i commenti di altri ricercatori italiani che partecipano alla missione)
La “nuova” composizione dell’universo secondo Planck (Cortesia ESA)

Infine, le osservazioni di Planck consentono di ritoccare non solo i dati riguardanti età e velocità di espansione dell’universo ma anche quelli che riguardano la materia che lo compone. Finora le stime parlavano di un 4,5 per cento rappresentato dalla materia ordinaria, di un 22,7 per cento da materia oscura (non rilevabile con gli strumenti ma necessaria per spiegare la dinamica delle galassie) e di un 72,8 per cento di energia oscura (necessaria per rendere conto del fatto che l’espansione dell’universo è in fase di accelerazione). Secondo i dati di Planck le percentuali sono invece 4,9 per cento, 26,8 per cento e 68,3 per cento, rispettivamente.
La sonda Planck osserva altri universi: La prima prova del “multiverso”?

Se la scoperta dovesse venire confermata, la parola ‘universo’ potrebbe diventare desueta ed essere sostituita da ‘multiverso’.

Gli astronomi, infatti, sono persuasi di aver trovato la prima prova dell’esistenza di altri universi oltre il nostro, partendo dall’analisi dalla ‘radiazione cosmica di fondo’ lasciata dal Big Bang.

I dati raccolti da Planck, la sonda dell’Agenzia Spaziale Europea, hanno permesso ai ricercatori di mappare la radiazione di fondo, una sorta di traccia di sottofondo predente da quando l’Universo a cominciato ad esistere 13,8 miliardi anni fa.


La mappa mostra delle anomalie che secondo i cosmologi potrebbero essere causate dall’attrazione gravitazionale esercitata da altri universi al di fuori del nostro. I risultati implicano che il nostro universo potrebbe essere solo uno tra miliardi di altri universi, o anche, di infiniti universi.

Nel modello teorico elaborato dai cosmologi, dopo il Big Bang la materia risulta distribuita equamente in tutto lo spazio visibile, ma la mappa fornita da Planck mostra una concentrazione più forte nell’emisfero sud del cielo e un punto più ‘freddo’ che non è possibile spiegare con le attuali conoscenze della fisica.

“Queste anomali sono causate dall’attrazione gravitazionale esercitata sul nostro da altri universi”, ha detto Laura Mersini Houghton, fisico teorico presso l’Università della Carolina del Nord. “Ci troviamo di fronte alla prima prova concreta dell’esistenza di altri universi”.

La Mersini Houghton, assieme al suo collega Richard Holman, professore presso la Carnegie Mellon University, già nel 2005 aveva pubblicato una serie di articoli nei quali aveva previsto ciò che Planck sembra confermare.



“Le anomalie statistiche che abbiamo rilevato, potrebbero essere anche l’effetto di fenomeni fisici profondi che ancora non ci sono noti”, hanno scritto in un documento recente.

Anche se alcuni scienziati rimangono scettici sull’esistenza di altri universi, i risultati delle osservazioni potrebbero segnare un passo decisivo verso un nuovo modo di considerare l’astrofisica. Planck ha raccolto la radiazione dell’Universo primordiale quando aveva appena 370 mila anni di vita.



La precisione della mappa fornita dalla sonda è così alta da rivelare alcune caratteristiche inspiegabili che richiedono l’elaborazione di una nuova fisica per essere comprese.

I risultati, secondo molti scienziati, mostrano l’esistenza di altri universi oltre il nostro. “Questa idea ci sembra stramba in questo momento, proprio come quando fu formulata la teoria del Big Bang tre generazioni fa”, spiega al Sunday Times Geroge Efstathiou, professore di astrofisica presso l’Università di Cambridge. “Poi però abbiamo trovato la prova e tutto il modo di pensare l’universo è completamente cambiato”.

Se cosi’ fosse, dovremmo cominciare ad abituarci alla parola ‘multiverso’ e la domanda tradizionale della cosmologia ‘l’universo è finito o infinito?’, potrebbe essere sostituita da ‘il numero degli universi è finito o infinito?’, e se finito, cosa c’è oltre?

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sabato 26 aprile 2014

STUDIANDO L'AURA ELETTROMAGNETICA UMANA



Due scieziati russi, l'ingegnere ed inventore Yuri Kravchenko e il medico Nikolai Kalashchenko, hanno sviluppato uno strumento originale: il Phase Aurorneter. Questo è uno strumento altamente sensibile per le misurazioni a distanza della radiazione elettromagnetica di ogni oggetto, inclusi quelli biologici. Lo strumento e il metodo sono protetti dal Certificato di Autore, N.321662 rilasciasciato nel 1990.7 Una versione medicale deI Phase Aurometer è utilizzato nella Clinica Ospedaliera della Repubblica di Ufa, nella regione del Bashkortosan. Lo strumento registra le radiazioni proprie dei pazienti con un metodo senza contatto e non ha alcun impatto ambientale. È concepito per l'esame della popolazione e per ricerche cliniche. Le applicazioni del Phase Aurometer potranno essere considerevolmente estese in seguito: ad esempio, nelle assicurazioni, nella ricerca dell'acqua, nel controllo dei guaritori popolari e dei sensitivi, ed in altri campi che apparentemente sembrano distanti, quali le selezioni agricole o le costruzioni, e il controllo delle prestazioni. Le innovazioni in biofisica e la profonda penetrazione di tecniche fisiche nella medicina, sia in Russia che in altri paesi, hanno reso possibili studi che comportano le misure a distanza (fino ad un metro) della radiazione elettromagnetica del corpo umano. 1,2 Comunque, a parte i campi elettromagnetici dello stomaco (frazioni di un Hertz)3 e del cuore (pochi Hertz)2, questa radiazione è registrata dalla gran parte dei ricercatori soltanto come "rumore", che è una somma-totale delle frequenze che vanno da 0.01 a 100.000 Hz. La registrazione è realizzata per mezzo di amplificatori elettrornetrici, il cui segnale d'uscita è inviato ad un oscilloscopio o ad un voltmetro elettronico.4 Gli amplificatori elettrometrici utilizzati allo scopo sono dispositivi a larga banda in corrente alternata con una sensibilità da 0.001 a 1.000 microvolt, equipaggiati con un'antenna a sonda. L'alta resistenza d'ingresso (da 1 a 1.000.000 di MΩ) e la bassa capacità (al di sotto dei 10 pF) degli amplificatori li rende in grado di amplificare l'Intera gamma di frequenze che costituiscono il rumore di variazione della densità spettrale. È degno di nota il fatto che nessuna radiazione del corpo umano sia stata registrata nello spettro tra i 10 e i 100.000 kHz.2 Molti ricercatori sono attualmente impegnati nel registrare segnali nelle microonde termiche e nello spettro EHF (Frequenze Extra Alte, da 1 a 10 GHz), nell'infrarosso e nello spettro del visibile. Una serie di dispositivi (come un visualizzatore all'InfraRosso) sono stati messi a punto allo scopo, onde registrare i campi elettromagnetici del corpo umano e consentire l'identificazione delle caratteristiche delle varie patologie dalla differenza d'intensità dei campi elettromagnetici.1,5 Qui descriviamo uno strumento progettato per ricerche mediche che comprende il rilevamento a distanza del campo elettromagnetico umano tra i 0.5 e i 150 kHz, con un'analisi della frequenza del segnale di rumore ricevuto. Diversi ricercatori6 hanno concluso che alcuni oggetti biologici, inclusi gli esseri umani, sono sorgenti di fluttuazioni impulsive di rumore (I/F - rumore la cui densità spettrale dipende dalla frequenza in armonia con la legge |F|a = 0.8... 1.4). Lo strumento proposto è concepito per valutare il campo elettromagnetico umano sulla base dell'aurometria di fase. Ciò si ottiene usando il metodo di filtraggio digitale per selezionare specifiche componenti di frequenza da un largo spettro caratterizzato dalla pulsazione del campo di rumore, e di eseguire, su ogni frequenza prefissata, una valutazione topografica del campo umano registrandone le dimensioni e la geometria nella forma dell'aura. Lo strumento registra la deviazione di fase delle oscillazioni nella frequenza selezionata ad ogni specifico punto del campo, sia nelle immediate vicinanze (2 o 3 mm.) del corpo che a distanze di 1.5 metri. I risultati di misura ottenuti vengono utilizzati per tracciare un topogramma spaziale di quel campo elettromagnetico, che serve a valutare lo stato di salute di una persona. La figura 1 mostra l'aurogramma di una persona in buona salute, plottata secondo i sette chakras misurati sia da davanti che da dietro. L'aurogramma di una persona ammalata, rappresentata in figura 2, mostra visibili deformazioni del campo. Il Phase Aurometer è un amplificatore a risonanza in corrente alternata altamente sensibile (centinaia di pV) con una grande resistenza in ingresso (oltre 1.000 MΩ). Il suo standard è differente dagli strumenti della stessa classe in quanto è dotato di filtri digitali che sostituiscono quelli analogici di tipo LC (bobina-condensatore) e questo assicura una 'più stretta' larghezza di banda, ed un rilevatore a sensibilità di fase (invece che sensibilità di ampiezza) che rende così possibile valutare la relativa deviazione di fase dell'oscillazione selezionata dal filtro digitale. Il circuito di filtraggio digitale migliora l'immunità al rumore dello strumento ed evita la necessità di utilizzare camere schermate nelle cliniche. Il segnale di rumore prodotto dal campo elettromagnetico umano è ricevuto dall'antenna (1) e passa attraverso il filtro digitale (2); soltanto le oscillazioni la cui frequenza coincide con quella del generatore di frequenza di riferimento (3) raggiungono l'uscita. L'amplificatore AC (corrente alternata) (4) è dotato di un sensore d'uscita di fase (5), il quale registra il valore dello spostamento di fase φmeas tra la frequenza della radiazione misurata sull'oggetto biologico ωmeas e la frequenza del generatore di riferimento ωref come: φmeas = ωmeas - ωref - const. La costante nell'equazione qui sopra è il segnale prodotto dal circuito di compensazione del rumore di fondo (7). Il valore della costante è selezionato automaticamente così da ridurre a nulla la quantità omeas come l'antenna viene spostata via dall'oggetto biologico. In altre parole, il valore di φmeas è misurato relativamente al valore specifico di rumore di fondo di quella stanza. L'amplificatore DC (corrente continua) (6) serve a filtrare e ulteriormente amplificare il voltaggio d'uscita del rilevatore di fase (5). L'unità d'integrazione (8) serve ad integrare il segnale di deviazione di fase e a selezionare i segnali a basso livello degli oggetti biologici dal rumore del fondo. Così, il segnale d'uscita del Phase Aurometer può essere descritto come una caratteristica integrale della deviazione di fase della componente elettromagnetica del campo biologico ad ogni specifica radiazione di frequenza sincronizzata con la frequenza di riferimento. È stato sviluppato un software dedicato per il controllo via computer dello strumento e per permettere la rilevazione dei parametri del sensore, la visualizzazione della topografia dell'aura del campo elettromagnetico e della sua stampa a colori.

Note bibliografiche 1. Dubrov, A. P. e V. N. Pushkin, Parapsychology and Modern Science, Sovaminco, Mosca, 1990. 2. Berezowsky, V. A. e N. N. Kolotilov,Biophysical Characteristics of Human Tissues: A Handbook, Naukova Dumka, Kiev, 1990 (in russo). 3. Sobakin, M. A.,Physical Fields of the Stomach, Nauka, Novosibirsk, 1978 (in russo). 4. Gulyayev. P. I., V. I. Zabotin e N. Ya. Shlippenbak, "Elettromagnetic Fields Produced by Moving Insects, Birds and Animals: Possible Bionic Implications",Problemy Bioniki, Nauka, Mosca, 1973 (in russo). 5. Gulyayev, Yu. V. e E. E. Godik, Physical Fields of Biological Objects, Nauka, Mosca, 1985 (in russo). 6. Buckingham, M., Noise in Electronic lstruments and Systems, Mir, Mosca, 1986. 7. Kravchenko, Yu. P. et. al., Method of Surface Electrostatic Field Exploration, USSR Certificate of Authorship No. 321662 (in russo).

Fonte: http://www.gotanotherway.com/

giovedì 17 aprile 2014

"I 432.000 anni terrestri"

Nibiru, mistero vicino ad una svolta
Potrebbe essere un pianeta o una stella nana bruna o rossa. I suoi abitanti? Creatori della razza umana.


Nibiru, il corpo celeste che i Sumeri associavano al dioMarduk, la divinità protettrice dell’antica città di Babilonia, potrebbe non essere un racconto simbolico o mitologico. Ad affermarlo, questa volta, non sono i paranoici sostenitori delle teorie apocalittiche legate al calendario Maya o i soliti studiosi revisionisti alla ricerca di popolarità e da sempre contestati dalla comunità scientifica, ma due autorevoli astrofisici americani.



Stiamo parlando di John Matese e Daniel Whitmire, emeriti professori di fisica presso la University of Louisiana a Lafayette, che, nel novembre 2010, hanno pubblicato uno studio sulla rivista scientifica Icarus, concernente la possibile esistenza di un enorme corpo celeste in prossimità della nube di Oort, un ipotetico alone sferico che si estende fino ai confini dell’influenza gravitazionale del Sole, tra le 20 mila e 100 mila unità astronomiche (da 0,32 a 1,58 anni luce), costituito da milioni di nuclei di comete e per questo paragonabile a un grosso “serbatoio”.


Cosa ci sia di preciso in quella zona ai margini del nostro sistema solare ancora non lo sappiamo con certezza, ma l’ipotesi è che laggiù ci sia qualcosa di mastodontico, un pianeta o una stella nana, bruna o rossa, con una massa pari a circa quattro volte quella di Giove, che interferirebbe nelle orbite delle comete avvicinandole alla nostra stella.


L’idea che il nostro sistema solare sia di tipo binario, cioè composto da due diverse stelle che ruotano una intorno all’altra, non è una cosa nuova. Già nel 1984, David M. Raup e John J. Sepkoski Jr, paleontologi della University of Chicago, presentarono sulla rivista Nature il risultato di una loro indagine statistica, che rivelava una periodicità costante nelle estinzioni di massa avvenute durante gli ultimi 250 milioni di anni. La causa di questi eventi, che scientificamente assumono la denominazione di transazioni biotiche, sarebbe da imputare a un corpo celeste sconosciuto che ogni 26 milioni di anni attraverserebbe la nube di Oort, disturbando col suo campo gravitazionale l’orbita delle comete ivi presenti, alcune delle quali finirebbero per colpire la Terra.


Le conseguenze di tale impatto porterebbero ogni volta al sovvertimento dell’intero ecosistema terrestre, con la conseguente scomparsa di un grande numero di specie viventi e la sopravvivenza di altre che diventerebbero dominanti; la scomparsa dei dinosauri, che recenti studi hanno dimostrato essere tra gli animali più intelligenti della preistoria, e il prosieguo dell’esistenza umana, potrebbero essere un valido sostegno a questa teoria. La prova del nove di tutta questa storia, tanto affascinante quanto incredibile, risiederebbe nella datazione di alcuni crateri meteoritici lunari e terrestri (solo sul nostro pianeta se ne contano oltre 190), il cui impatto si sarebbe verificato in coincidenza con le estinzioni di massa.


Di opinione completamente diversa è lo scienziato Coryn Bailer-Jones del Max Planck Institute for Astronomy, che, dopo aver notato alcuni errori commessi dai suoi predecessori nella fase di acquisizione dati, avrebbe esaminato nuovamente la cronologia dei crateri ed elaborato le informazioni raccolte con l’ausilio delle più moderne tecniche statistiche. Il risultato di tale studio evidenzierebbe che non esiste una frequenza costante degli eventi calamitosi ma solo un lieve incremento degli impatti di asteroidi e comete negli ultimi 250 milioni di anni, un fenomeno ancora tutto da spiegare, almeno per noi uomini dell’era spaziale.


Si perché per i nostri antenati vissuti all’alba dei tempi, quando il cielo si scrutava ancora ad occhi nudi, questi fatti non sembravano affatto rappresentare un mistero. Sulle pagine di 2duerighe ci siamo già occupati in passato di fatti curiosi come questo. Storie affascinanti e misteriose, spesso ai limiti della credibilità, capaci di mettere in crisi la visione delle cose che la scienza ritiene di avere ormai acquisite e che comunque non possono non essere considerate come portatrici di almeno un po di verità.


E’ proprio alla luce di queste considerazioni che abbiamo deciso di indagare su Nibiru partendo dalle origini, da quel giorno in cui nella più grande biblioteca dell’antichità, quella del re Assurbanipal, a Ninive (odierna Kuyunjik in Kurdistan, nelle vicinanze di Mossul), vennero alla luce circa 25000 tavolette d’argilla scritte in caratteri cuneiformi, alcune delle quali lasciarono attoniti gli addetti ai lavori, facendo sorgere seri dubbi sulla reale storia dell’uomo.



incisione sumera VA/243 (Berlino)


In alcuni documenti, vecchi di circa seimila anni, viene descritta la nascita del nostro sistema solare; altri manufatti, datati intorno al 2000 a.C., descrivono in maniera completa e minuziosa i pianeti della via Lattea indicandone dimensioni e caratteristiche, peculiarità, queste, acquisite dall’astronomia solo in epoche decisamente più vicine a noi. E’ il caso dell’incisione sumera conservata presso il Vorderasiatische Museum di Berlino, catalogata con la sigla VA/243, che raffigurerebbe in scala tutti i principali corpi celesti del nostro sistema solare.


Ciò che intriga anche gli scettici più incalliti è proprio l’elevato grado di sviluppo tecnologico raggiunto da questa civiltà, che già 4000 anni prima di Cristo utilizzava un sistema di stampa a caratteri mobili. Leggi, precetti e documenti di cui era necessario dimostrarne l’autenticità, venivano realizzati con dei cilindretti in pietra su ciascuno dei quali era inciso in rilievo un pittogramma.


Questi “caratteri tipografici” venivano infine impressi sull’argilla bagnata e servivano per scrivere, comunicare, tramandare ai posteri usi, consuetudini e notizie di fatti accaduti. Se consideriamo che l’invenzione della stampa viene attribuita al tedesco Johann Gutenberg intorno alla metà del 1400 e che i primi rudimenti di questa tecnica risalgono intorno all’anno mille per opera dei cinesi, c’è da chiedersi come facciano ancora certi storici a giudicare nella norma simili conoscenze.


Considerando il grado di sviluppo intellettuale e tecnologico posseduto da questa civiltà, pur assumendo per semplicità di calcolo che ci sia stato nel tempo un progresso lento ma costante della ricerca scientifica, oggi dovremmo essere qui non a pianificare un viaggio su Marte ma a preparare la colonizzazione di altri pianeti al di fuori del nostro sistema solare! I Sumeri, per chi ancora non lo sapesse, avevano delle conoscenze matematiche sbalorditive, basate non sul sistema decimale, quello che noi uomini dell’era spaziale utilizziamo nella vita di tutti i giorni, ma su quello sessagesimale, oggi impiegato per le misure temporali, astronomiche, angolari e geografiche (coordinate).


Le cognizioni di matematica complessa permettevano loro di costruire edifici di ogni genere. Non capanne fatte di erba secca e fango, ma costruzioni di alto livello ingegneristico realizzate con mattoni cotti al forno, quei laterizi che essi stessi producevano e poi essiccavano in sofisticatissime fornaci alimentate a petrolio. Petrolio? Si, avete capito bene signori miei, “l’oro nero”, il combustibile per eccellenza delle nostre automobili, che i sumeri estraevano dai giacimenti petroliferi di cui la loro terra era ricca.


Insomma, penso abbiate capito da soli che ci troviamo realmente di fronte ad un popolo che presenta un bagaglio culturale notevole, senza eguali nella storia dell’umanità. Dopo una lunga parentesi riprendiamo il filo del discorso dal punto in cui l’avevamo lasciato e cioè dal sigillo cilindrico VA/243, conservato presso il museo di Stato di Berlino.


Osservando il bassorilievo si notano delle forme tondeggianti in rilievo concentrate tutt’intorno ad una stella. Questa rappresentazione ha scatenato per anni un putiferio tra le spiegazioni dell’archeologia tradizionale, che le vuole delle stelle e precisamente la costellazione delle Pleiadi, una delle formazioni astronomiche più rappresentate dall’arte sumera, e le teorie dello scrittore e archeologo Zecharia Sitchin, secondo il quale quei “pallini” sarebbero in realtà i pianetidel nostro sistema solare.

Nonostante il letterato abbia dedicato tutta la sua vita allo studio delle lingue semitiche e sia un esperto di civiltà Sumera, tanto da essere considerato uno dei pochi studiosi al mondo capace di decifrare le iscrizioni scritte in caratteri cuneiformi che ricoprono i bassorilievi e le tavolette d’argilla ritrovate in tutto il Medio Oriente, le sue affermazioni vengono giudicate inattendibili dal mondo scientifico per l’assenza di prove a sostegno.


Sitchin sostiene che circa 4,5 miliardi di anni fa, quando il nostro sistema solare era ancora in fase di formazione, un corpo celeste vagante nello spazio venne catturato dal campo gravitazionale di Nettuno che ne deviò la traiettoria verso l’interno. Giunto in prossimità di Giove, la forza di attrazione del “colosso gassoso” lo fece sobbalzare su un’orbita ancora più interna e uno dei sette satelliti naturali dell’oggetto venne a trovarsi sullo stesso percorso di Tiamat, un pianeta che allora esisteva tra Marte e Giove.


L’impatto tra i due corpi celesti fu inevitabile. Nello scontro, una parte dei frammenti di Tiamat vennero catapultati nello spazio dando origine alle comete, altri andarono a formare la cintura di asteroidi oggi presente tra Marte e Giove. Ciò che rimase dell’astro originò il sistema Terra-Luna. Da allora, l’oggetto celeste portatore di morte e distruzione ripercorrerebbe l’antico tragitto ogni 3500 anni, seguendo un’orbita ellittica molto ampia. Il suo nome è Nibiru, che in lingua accadica significa “punto di attraversamento”. Anche se come abbiamo detto all’inizio questa teoria di Sitchin è fortemente contrastata da storici e ricercatori, che la ritengono il frutto di una sua personale interpretazione, le ultime scoperte scientifiche sulla formazione della Luna avvalorerebbero il suo pensiero.


La datazione isotopica dei campioni di roccia lunare portati a Terra dagli astronauti, evidenzierebbe che il nostro satellite risale a circa 4,5 miliardi di anni fa, lo stesso periodo in cui si suppone sia nata la Terra. Inoltre, analizzando la composizione della Luna è emerso che questa è pressoché identica a quella del mantello terrestre privato degli elementi più leggeri, evaporati per la mancanza di un’atmosfera e della forza gravitazionale necessarie a trattenerli.


E non finisce qui! Infatti Nibiru potrebbe essere quella compagna del Sole, tanto decantata da Matese e Whitmire, nota con il nome diNemesis. Se così fosse, però, il periodo orbitale dell’astro sarebbe di circa 26 milioni di anni e non di 3500 (Corsivo mio: Zecheria Sitchin, nei suoi libri parlava di 3600 anni) come supposto da Sitchin! Di conseguenza, potremmo finalmente ammettere di aver sfatato un po di bufale che da tempo circolano in rete sulla fine del mondo attesa per il 21 dicembre 2012, visto che l’incontro-scontro con Nibiru-Nemesis sarebbe rimandato di qualche milione di anni. Nel frattempo gli scienziati della NASA, grazie al telescopio spaziale infrarosso Wide-Field Infrared Survey Explorer (WISE), scandagliano il cielo alla ricerca di nuovi corpi celesti e chissà se prima o poi, dopo la scoperta di WISE 1828+2650, la stella nana bruna più piccola e fredda mai osservata prima, possano finalmente annunciare al mondo che il “pianeta dell’attraversamento”esiste realmente.



WISE

Ma c’è un ultimo aspetto che vorrei toccare a proposito del caso Nibiru, e riguarda i suoi abitanti menzionati in molti testi epici e religiosi della Mesopotamia. Dopo aver tradotto l’Enuma Elish, il poema mesopotamico sul mito della creazione, Zecharia Sitchin si sarebbe reso conto che quelli che venivano rappresentati come degli deidall’archeologia ufficiale, erano in realtà dei pianeti o esseri viventi di altri mondi: i sumeri li chiamavano Anunnaki.


Erano gli abitanti di Nibiru, una razza tecnologicamente avanzata molto simile a quella umana ma di statura più alta, arrivati sulla Terra circa 450 mila anni fa, (Corsivo mio: Zecheria Sitchin nei suoi libri parlava di 432.000 pari a 120 Sar, un Sar = 3600 anni della Terra) anni con l’intento di instaurare un cantiere per l’estrazione dell’oro indispensabile per la sopravvivenza del loro pianeta. Nell’Africa meridionale e centro-orientale trovarono le zone ideali per scavare le proprie miniere.


Il minerale una volta trasformato in polveri sottili e rilasciato nell’aria avrebbe riparato i danni arrecati all’atmosfera: dall’eccessivo calore del Sole, nel punto in cui la distanza tra i due corpi celesti diventa minima e dall’aumento di velocità che Nibiru subiva nella parte più stretta della sua traiettoria ellittica.


Durante la loro permanenza terrestre gli alieni, attraverso un’operazione di ingegneria genetica avrebbero dato vita all’Homo Sapiens, incrociando la loro razza con gli abitanti primitivi (ominidi) della Terra. Il nuovo essere doveva servire per coadiuvare gli Anunnaki, essenzialmente come forza lavoro, nelle operazioni di prelievo dei metalli dalle miniere. Mentre la scienza si chiede quale film di fantascienza abbia visto Sitchin per arrivare a fare simili affermazioni, qualcosa di veramente sconcertante noi di 2duerigheabbiamo appreso dalle Sacre Scritture e precisamente dal capitolo 6, versetti 1-8 del libro della Genesi:


«1 Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, 2 i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. 3 Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni». 4 C’erano sulla terra i Giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi. 5 Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. 6 E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. 7 Il Signore disse: «Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato: con l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d’averli fatti». 8 Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.»


E’ possibile che i figli di Dio fossero gli Anunnaki, angeli caduti dal cielo, asessuati, in grado di assumere sembianze umane e replicare la sessualità dell’uomo a fini riproduttivi? Se così fosse, chi erano invece i giganti?


Di loro troviamo traccia non solo nella mitologia mesopotamica ma anche in quella romana e greca, dove venivano descritti come creature prodigiose e abili conoscitori dell’arte della lavorazione del ferro. Come si può dimenticare il celebre combattimento biblico tra Davide e Golia o lo scontro tra Ulisse e Polifemo nel poema omerico dell’Odissea? La risposta a tutte le nostre domande è contenuta nel misterioso Libro di Enoch, un testo apocrifo di origine giudaica e dai contenuti sconcertanti risalente al I secolo a.C., rinvenuto nel 1773 dall’archeologo scozzese James Bruce, in una grotta del sito archeologico di Qumran (ebraico: קומראן, arabo: خربة قمران – Khirbet Qumran), sulla riva nord-occidentale del Mar Morto. In tutti i 108 capitoli che compongono l’opera vengono affrontati temi incredibili, da lasciare a bocca aperta anche gli scienziati più integerrimi.


Infatti, oltre a tipiche descrizioni narrative e parabole, l’autore parla di visioni apocalittiche e metafisiche, viaggi in cielo, concetti di astronomia e astrologia. Tutto ebbe inizio quando un gruppo di “angeli ribelli” capeggiato da Samyaza, un angelo di rango elevato, decise di scendere sulla Terra sotto sembianze umane per studiare da vicino gli altri figli di Dio (gli esseri umani) e insegnare loro ad amare.


Ma durante la loro permanenza gli angeli vollero strafare e spiegarono: agli uomini lo studio delle costellazioni, dei pianeti e la costruzioni delle armi; alle donne l’arte della seduzione e della bellezza. Alla fine furono proprio loro ad adulare le femmine umane accoppiandosi con esse e dando origine a delle creature ibride: i giganti o Nephilim. Per aver dato ai loro “fratelli umani” conoscenze nuove e proibite gli angeli caduti furono puniti da Dio. E’ chiaro a questo punto che i famigerati Anunnaki non erano giganti bensì angeli.


Nel suo libro dei segreti, Enoch li descrive come uomini grandissimi come mai ne aveva visti prima: il viso lucente come il sole, gli occhi ardenti come lampade, le braccia simili a delle ali d’oro. Impaurito dalla loro imponenza l’uomo restò impietrito, immobile, con lo sguardo pieno di paura. E’ facile immaginare come questi esseri non fossero in realtà delle divinità ma degli alieni in carne ed ossa con tanto di tute spaziali; gli antichi vedendoli scendere dal cielo li scambiarono per degli dei e da qui presero forma i miti, le leggende e i testi sacri di tutto il mondo. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

QUANDO GLI IMMORTALI MORIRONO




Tra queste pagine abbiamo già parlato dell'immortalità degli dèiAnunnaki fosse in realtà una grande longevità che può essere attribuita al loro ciclo vitale nibiruano. Il concetto degli déi (o perfino dei semidei) come esseri immortali ci è arrivato dalla Grecia: la scoperta dei miti cananiti nella loro capitale Ugarit (sulla costa mediterranea della Siria) ha mostrato dove hanno preso l'idea i Greci.


Elencando le coppie di antenati su Nibiru, gli Anunnaki ammettevano che fossero morti da tempo. Nel primo racconto sul paradiso di Enki e Ninmha lei lo colpisce con malattie (per porre fine alle sue intemperanze sessuali) che lo portano quasi alla morte, permettendo che gli déi si ammalino e muoiano.


In effetti, l'arrivo stesso di Ninmha la dottoressa con il suo gruppo di infermiere ammette la presenza di malattie fra gli Anunnaki. Lo spodestato Alalu, ingoiando la virilità di Anu, morì avvelenato. Il malvagio Zu fu catturato e giustiziato.


I testi sumeri descrivono la morte del dio Damuzi, annegato mentre cercava di fuggire agli sceriffi di Marduk. La sposa Inanna Ischtar, ne recuperò il corpo, ma tutto quello che poté fare fu mummificarlo nella speranza di una resurrezione futura.


Vari testi parlano di Damuzi come residente degli inferi. La stessa Inanna Ischtar, recatasi senza essere stata invitata nel regno del mondo inferiore di sua sorella, fu messa a morte: "un cadavere appeso a un palo". Due salvatori androidi recuperarono il suo corpo e lo riportarono in vita con un pulsatore e un emettitore.


Quando il vento nucleare del male cominciò a soffiare verso la Sumeria, gli déi e le dee, né immuni né immortali, fuggirono precipitosamente in presa al panico. Il dio Nannar/Sin indugiò e rimase zoppo, la grande dea Bau di Lagash si rifiutò di abbandonare il proprio popolo e il giorno della calamità fu il suo ultimo giorno.


"Quel giorno la tempesta la portò via come se fosse stata una mortale", si legge in un testo delle lamentazioni. Nella versione babilonese dell'Enuma elish, che veniva letta in pubblico durante la festa per il nuovo anno, un dio di nome Kingu (omonimo del comandante della schiera di Tiamat) fu ucciso per ottenere il sangue necessario per la creazione dell'uomo.


In Sumeria la morte degli déi era accettata come il racconto della loro nascita. La domanda è: dove venivano sepolti?

Seguirà la storia della dea che non se n'è mai andata: "Nin.shu.ba.ad", "Nin.Pu.a.bi", morta sulla terra ma con DNA misto? Umano/Anunnaki...

Quando i giganti abitavano la Terra p.368-369 di Zecharia Sitchin

mercoledì 16 aprile 2014

IL MISTERO DI CHOLULA: La piramide più grande del mondo

Il mistero di Cholula, la piramide più grande del mondo
Lo studio delle piramidi, costruite nel lontano passato da molti popoli che vivevano in differenti zone della Terra, è interesante non solo dal punto di vista storico e architettonico, ma anche per comprendere le loro usanze, le loro credenze religiose e la loro visione del mondo.
Le piramidi più conosciute sono certamente le egiziane, soprattutto quelle della piana di Giza.
Nel mondo però vi furono varie le culture antiche che costruirono piramidi, per esempio le piramidi cinesi di Xian, quelle peruviane diCaral o Tucumè e quelle mesoamericane, come le Maya di Tikal, Uxmal, Palenque, o le famose piramidi del Sole e della Luna di Teotihuacan.
Stranamente la pirámide di Cholula (detta anche Tlachihualtepetl), che è la più grande del mondo, è quasi ignorata sia nei programmi televisivi dove si divulga la Storia sudamericana che nelle riviste specializzate.
La piramide, che è alta 66 metri ed ha una pianta quadrata di 400 metri, è la più voluminosa del mondo: ben 4.450.000 metri cubi.
Per fare un paragone, la piramide di Cheope, ha un volume di “soli” 2.500.000 metri cubi.
Il nome Cholula significa “acqua che cade nel luogo della vita”. Secondo la mitología fu costruita dal gigante Xelhua, che riuscì a salvarsi dal diluvio universale.
Ecco un brano dell’opera Cholula 2000 tradizione e cultura dello scrittore Rodolfo Herrera Charolet (1995):

Nell’epoca del diluvio vivevano sulla Terra i giganti, però molti di essi morirono sommersi dalla acque, alcuni invece furono trasformati in pesci e solo sette fratelli si salvarono in alcune grotte della montagna Tlaloc. Il gigante Xelhua viaggiò fino al luogo che in seguito si chiamò Cholollan e con grandi mattoni fabbricati nel lontano Tlalmanalco, cominciò a costruire la pirámide in memoria della montagna dove si salvò. Siccome Tonacatecutli, il Padre degli Dei s’irritò vedendo quella immensa costruzione, che poteva arrivare alle nubi, lanciò delle lingue di fuoco e con un grande masso che aveva forma di rospo schiacciò molti lavoratori e scacciò i sopravvissuti, cosìcchè l’opera fu interrotta…

La piramide di Cholula è in realtà il risultato di 6 differenti costruzioni sovrapposte nel corso dei secoli. Secondo gliultimi studi in situ s’iniziò a costruire nel periodo Preclassico(1800 a.C.-200 d.C), nell’epoca degli Olmechi.
Intorno al 100 d.C. la piramide di Cholula era utilizzata da genti di Teotihuacan, sia per motivi rituali che cerimoniali.
Si stima che il complesso urbano che si era sviluppato nei dintorni della piramide assommava a quasi 100.000 abitanti intorno al 200 d.C. essendo così la seconda città del Mesoamerica dopo Teotihuacan.
La zona fu abbandonata intorno all’800 d.C. in seguito alla decadenza di Teotihuacan. In seguito la piramide fu utilizzata da etnie Tolteche e Cicimeche. Quindi con il dominio degli Aztechi in Messico, fu dedicata al culto di Queztalcoatl.
In seguito alla conquista spagnola del Messico, fu costruita una chiesa cattolica nella sommità della piramide (nel 1594), allo scopo di affermare la religione cristiana sui culti locali.
Il primo archeologo che studiò a fondo la piramide fu lo svizzero Adolph Bandelier nel 1881. Rinvenne molti resti umani in alcune sepolture di stile Teotihuacano, oltre a una notevole quantità di cerámica, anch’essa attribuibile a Teotihuacan.
Nel 1931 l’architetto Ignacio Marquina diresse degli scavi con lo scopo di aprire dei tunnel al di sotto della pirámide. Nel 1951 sono stati scavati circa 6 chilometri di tunnels al di sotto della piramide, che formano un vero e proprio labirinto.
Durante questo primo periodo di scavi furono pórtate alla luce notevoli quantità di ceramiche risalenti alle culture di Tula e Teotihuacan oltre a strumenti musicali come per esempio flauti.
In seguito ci fu un secondo periodo di scavi dal 1966 al 1974 condotto da Miguel Messmacher, ma non si riuscì a trovare una camera funeraria principale.
Oggi il mistero di Cholula, ovvero quali furono i reali costruttori di questa imponente struttura, resta insoluto. Successive opere di scavo sono state bloccate perché potrebbero minacciare la stabilità dell’intera piramide ma anche perché la chiesa cattolica costruita dagli spagnoli sulla sua sommità, è stata dichiarata patrimonio della nazione e pertanto è proibito intervenire sulle sue fondamenta.
Sappiamo che nelle leggende c’è sempre un fondo di verità: forse Xelhua era una personaggio reale che, come Viracocha o Queztalcoatl era riuscito a fondare una nuova civiltà e aveva costruito la piramide come simbolo del suo potere?

YURI LEVERATTO www.yurileveratto.com/it

UNA NUOVA SUPER TERRA

Gli astronomi hanno scoperto un nuovo pianeta extrasolare delle dimensioni simili alla Terra chiamato Keplero-21b, grazie ad osservazioni dallo spazio e da telescopi terrestri.



La missione Keplero della NASA è stata progettata per gestire una porzione della nostra regione della Via Lattea al fine scoprire pianeti come la Terra nella zona della "zona abitabile" (la regione in un sistema planetario in cui l'acqua liquida può esistere) e stabilire quanti dei miliardi di stelle nella nostra galassia ospitano tali pianeti.

Un gruppo di ricerca guidato da Steve Howell, del NASA Ames Research Center, ha dimostrato che una delle stelle più brillanti nel campo visivo di Keplero dispone di un pianeta con un raggio di solo 1,6 quella del raggio della Terra e una massa maggiore di 10 masse terrestri, orbitando attorno sua stella madre in 2,8 giorni.

Il team di ricerca comprende David Silva, Ken Mighell e Mark Everett del National Optical Astronomy Observatory (NOAO), due telescopi multipli a terra per sostenere e confermare le loro osservazioni di Keplero. Tra questi era presente il telescopio Mayall e il telescopio WIYN a Kitt Peak National Observatory.

Con un periodo di soli 2,8 giorni, questo pianeta, designato come Kepler-21b, è a solo circa 6 milioni di chilometri dalla sua stella madre. In confronto Mercurio, il pianeta più vicino al Sole, ha un periodo di 88 giorni e una distanza dal Sole di quasi dieci volte maggiore, o 57 milioni di km.

Così Keplero 21b è molto più caldo di ogni luogo in cui gli esseri umani potrebbero esistere. Il team ha calcolato che la temperatura sulla superficie del pianeta è di circa 1900 K o 2960F. Anche se questa temperatura non è neanche lontanamente quella della zona abitabile in cui potrebbe trovarsi l'acqua liquida, le dimensioni del pianeta si avvicinano di molto a quelle della Terra.

La stella madre, HD 179070, è abbastanza simile al nostro Sole: la sua massa è pari a 1,3 masse solari, il suo raggio è di 1,9 raggi solari e la sua età, sulla base di modelli stellari è di 2.84 miliardi di anni (o un pó più giovane dei 4,6 miliardi di anni del Sole).

HD 179070 è di tipo spettrale F6 IV, un pó più calda e più luminosa del Sole. Per gli standard astronomici, HD 179070 è abbastanza vicina a noi, ad una distanza dal Sole di 352 anni luce.
Non può essere vista ad occhio nudo, ma basta un piccolo telescopio per essere facilmente individuata.

Per la difficoltà nel rilevare questo pianeta è stato necessario il telescopio Keplero, che mostra le oscillazioni di breve periodo nella luminosità di molte stelle, in cui, la luce stellare viene esclissata dal passaggio del pianeta davanti alla stella.

Il team ha combinato le osservazioni per consentire loro di scoprire questo piccolo segnale periodico e hanno poi anche utilizzato i dati spettroscopici e le immagini da un certo numero numero di telescopi a terra.

I risultati di questo lavoro sono stati accettati per la pubblicazione sulla rivista Astrophysical Journal.

Il NOAO è gestito da Associazione delle Università per la Ricerca in Astronomia Inc. (AURA) nell'ambito di un accordo di collaborazione con la National Science Foundation.


Traduzione a cura di Arthur McPaul

PIANETI A META' DIAMANTE

Secondo i modelli elaborati da un nuovo studio potrebbero esistere pianeti rocciosi formati per metà da diamanti. Una situazione che però comporterebbe condizioni ostili alla vita.



Sembra fantascienza ma possono esistere pianeti fatti per metà di diamante. Lo afferma il risultato di un nuovo studio della Ohio State University che, partendo da esperimenti di laboratorio, è giunto a simulare cosa può accadere all’interno di un pianeta roccioso extrasolare ricco di carbone. Conclusione: se il pianeta è almeno 15 volte più massiccio della Terra, gli strati sotto la crosta rocciosa potrebbero essere ricchi di diamanti. L’annuncio non va confuso con quello recente riguardante la scoperta di un pianeta di diamante: in quel caso si trattava in realtà di una stella spenta costituita in parte da materia simile al diamante. Qui invece si parla di pianeti veri, anche se la loro esistenza è puramente teorica.

Per giungere a questa affermazione, i ricercatori hanno ricreato in laboratorio le stesse condizioni fisiche presenti nel mantello della Terra. Grazie a questo ambiente simulato hanno poi studiato il comportamento del carbone quando è sottoposto ai valori di temperatura e pressione presenti nel mantello. Sulla base dei risultati ottenuti, il passo successivo è stato costruire al computer un modello teorico in grado di simulare cosa può accadere all’interno dei pianeti extrasolari di tipo roccioso. L’attenzione è stata posta su quei corpi che potrebbero presentare una notevole abbondanza di carbone rispetto la Terra, differenza giustificata in partenza da una maggiore presenza di carbonio nella nube primordiale di gas e polveri dalla quale si è formato il pianeta.

Come illustrato al meeting dell’American Geophysical Union, secondo questi modelli nei pianeti rocciosi 15 volte più massicci del nostro le condizioni di temperatura e pressione presenti nel mantello sarebbero le più favorevoli alla trasformazione del carbone in diamante, sino a raggiungere un totale del 50% dell’intero pianeta. In definitiva saremmo di fronte a un pianeta fatto per metà di roccia e per metà di pietra preziosa. Peccato che questo comporti nello stesso tempo condizioni tutt’altro che ospitali: un mantello di diamanti produce un rapido raffreddamento dell’interno e impedirebbe la formazione di un campo magnetico e di un’atmosfera, due “scudi” fondamentali per la nostra salute. Quasi a ricordarci che ogni ricchezza richiede il suo prezzo.

LA BIOPSICOCIBERNETICA

La Biopsicocibernetica è un nuovo paradigma scientifico interdisciplinare che studia l'uomo e le interazioni che intrattiene, in linea generale, con l’ambiente in cui vive.

L’etimologia di questo neologismo, coniato in tempi recenti da Enrico Marabini, è presto esplicata: richiama inevitabilmente la molteplice natura dell’oggetto di studio di tale branca scientifica che è l’uomo, come si è detto, ed è innegabilmente un’entità per lo meno duale: biologica e psichica (“bio”+”psico”). Per quanto riguarda, invece, il termine “cibernetica”, il rimando è alla a scienza che studia i fenomeni di autoregolazione (vedi controlli automatici e controlli adattativi) e comunicazione (vedi Teoria dell'informazione), sia negli organismi naturali quanto nei sistemi artificiali.



Per quanto concerne l’oggetto dello studio, essendo esso un sistema complesso e aperto riceve ed invia continuamente informazioni; sostanzialmente, in base alle informazioni che riceve, elabora coscientemente o più spesso inconsciamente una strategia per muoversi all'interno dell'ambiente fisico/sociale nella massima economia e mantenendo, a livello biologico, uno stato di equilibrio più propriamente detto “omeostasi”.

I fenomeni di interazione biopsicocibernetica sono stati divisi, mediante classificazione, in 3 classi fondamentali: Eventi Biocibernetici, Eventi Biopsicotranspersonali ed Eventi di interazione PSI, come si evince dalla tavola riportata a seguire.





La sottoclasse dei fenomeni psicognitivi comprende due tipologie fenomeniche riconducibili ai fenomeni telepatici e ai fenomeni chiaroveggenti, mentre la sottoclasse dei fenomeni psicocinetici comprende i fenomeni di microPK e macroPK (più propriamente detti di Interazione psi materica).

Gli eventi di interazione psi avvengono in natura e presentano caratteri particolari (ad esempio una certa irregolarità o imprevedibilità, dovuta alla complessità del sistema “uomo”) e una varietà di aspetti che li rendono difficilmente studiabili, anche se è possibile farlo.


La scienza ufficiale, a causa della non-regolarità che caratterizza questa classe di interazioni, in molti casi preferisce non pronunciarsi. Talvolta alcuni personaggi o associazioni cercano di negare le fenomenologie legate all’interazione psi in base ai criteri riduttivistici che adottano, tra i quali la ripetibilità dei fenomeni in ambiente controllato ed altri criteri assolutamente arbitrari che, se ben si associano a oggetti di studio fisico/matematici, si dimostrano totalmente inefficaci nel caso delle scienze umane (un simile grave errore si è riscontrato, ad esempio, nella storia della sociologia…).

E' proprio questo il punto cruciale su cui gli scientisti e gli scettici fanno leva –unitamente alla CREDENZA della NON ESISTENZA di taluni fenomeni- per falsificare la realtà di questa fenomenologia; va detto, tuttavia, che generalmente in natura ogni fenomeno è di per se strettamente irripetibile, in quanto la sua apparente ripetibilità è in realtà un'approssimazione dell'evento già accaduto non una sua identicità; nell’ambito del comportamento umano, poi, e soprattutto a livello individuale, diventa ancor più arduo riscontrare anche solo un’approssimazione che possa definirsi accettabile, data la complessità e la costante interazione sistemica di cui si è parlato.

Inoltre bisogna specificare che il paradigma fisico matematico delle scienze empiriche non è applicabile allo studio delle interazioni PSI. Non è possibile, quindi, provare o smentire un'ipotesi dall'osservazione di un esperimento, facendo esclusivamente ricorso ai criteri logici e metodologici di una scienza fisicistica, perché le interazioni biopsicocibernetiche, coinvolgendo anche sistemi biologici e la sfera mentale, non posseggono solo caratteristiche quantitative ma anche e soprattutto qualitative.


Gli eventi riconducibili all’interazione psi sono stati per lunghi decenni definiti col termine “paranormale”, così come i suoi ricercatori, sin dal 1953 e dalla scuola americana di J. N. Rhine, utilizzavano il termine “parapsicologia” per indicare il loro settore di studio.

Enrico Marabini –e come lui diversi ricercatori fin dagli anni ’60- fa notare alcuni aspetti che mettono profondamente in crisi tale terminologia sul piano etimologico.

Innanzi tutto questo tipo fenomeni sono manifestazioni che emergono dal comportamento umano; prima di definirli paranormali (para = a lato), bisognerebbe essere in grado di fissare in primo luogo il concetto di “comportamento umano normale”, per potere poi stabilire quale è la fenomenologia che gli “sta di fianco”. La normalità, come sappiamo, è un concetto quanto meno arbitrario in quanto legato a riferimenti che l’uomo stesso costruisce in modo artificioso; inoltre, come abbiamo visto, la complessità ed apertura sistemica umana impediscono in generale, e soprattutto a livello individuale (in particolar modo a causa delle dinamiche inconsce delle persone), di stabilire delle regole sempre riscontrabili nell’osservazione diretta dello stesso.


Per queste ed altre ragioni il direttore generale del Laboratorio ha suggerito di adottare una nuova terminologia per descrivere questo tipo di fenomeni, una terminologia però che non facesse riferimento a possibili interpretazioni aprioristiche di ciò che si vuole descrivere come, invece, lo è la parola “para-normale” (o meta-psichica, o super-normale).

In base a questi concetti egli ha fondato, in collaborazione con altri studiosi sensibili a questa problematica, il nuovo paradigma Biopsicocibernetico che, andando ben oltre l’oggetto di studio della vecchia parapsicologia, si occupa più in generale di studiare l'uomo e le sue interazioni nel suo perenne rapporto col tutto, sfruttando tra l’altro, a questo scopo, quanto di meglio possa offrire la tecnologia moderna in ogni disciplina coinvolta in questo affascinante e ciclopico lavoro di ricerca.

LE TEORIE DI CALLIGARIS: La metapsichica

Scritto da Claudio Salvatore Letterato



Nozioni generali
Quest'articolo non vuole essere un'esposizione di tutti i fenomeni inerenti alla metapsichica mentale, altrimenti chiamata Metapsicologia oParapsicologia, e neanche un trattato contenente il resoconto del suo sviluppo, a cominciare dal magnetismo animale di Mesmer per continuare con l'ipnotismo di Braid, con lo spiritismo di Allan Kardec, e finire con la metapsichica di William Crookes, con quella più moderna di Richet, con la conoscenza sopranormale di Osty, con la « prosopopèse del Sudre, ecc. Per tutto ciò indirizzo il lettore alle opere più accreditate, in questa letteratura vastissima che ha ricevuto nuovo impulso dallo spiritualismo del dopoguerra. Mi limito qui soltanto a presentare (attraverso le sperimentazioni fatte dal Calligaris), un brevissimo riassunto dei principali fenomeni riguardanti la Metapsichica Intellettuale, che vennero constatati e studiati in tutti i Paesi, avvertendo a priori il lettore, disposto all'incredulità e propenso a rimanere scettico, che si tratta "di fatti ormai documentati, accertati, innegabili ed acquisiti dalla scienza", il cui grande edificio, in continua costruzione, non è basato soltanto su quelli che hanno il bollo ufficiale in fronte e la marca universitaria sul dorso, ma da tutto un mondo di ricercatori che sono animati dall'amore per la ricerca scientifica, verso qualunque branca essa sia rivolta, portando onestamente e pazientemente il contributo della loro opera e il frutto del loro lavoro. Queste poche righe d'introduzione sono scritte per i profani e non per i cultori diMetapsichica, a cui è riservato invece, tutto il resto degli articoli che ci sono nella sezione.

L'auto- e l'Eteroscopia
Se l'autoscopia , che consiste nella visione esterna e interna del proprio corpo, rappresenta, come scrisse Richet, il " borderland" che separa il psichico dal metapsichico, lo stesso si può dire, e a maggior ragione, dell'eteroscopia , che conferisce all'uomo, la visione esterna e interna di altri individui, vicini o lontani. Con l'autoscopia e l'eteroscopia siamo entrati già in pieno, nel campo della Metapsicologia, per questo motivo le consideriamo come introduzione preliminare, al vero e proprio dominio classico della Metapsichica tradizionale, rimandando quindi il lettore, alle specifiche sezioni e agli articoli che sono già stati pubblicati nel sito. (Autoscopia, Eteroscopia).

Criptestesia.
Questa parola, usata dal Richet, etimologicamente parlando significa "sensibilità nascosta ". Nel nostro caso, si tratta più precisamente di una percezione straordinaria delle cose, di cui conosciamo solo gli effetti, ma che ci rimane ignota nel suo meccanismo. Oggi si può affermare, che per la conoscenza della realtà, ci sono altre strade oltre a quelle sensoriali comuni, e questa proposizione compendia in se tutta la metapsichica soggettiva. Si parla anche di lucidità, di lettura e di trasmissione del pensiero (Pickmann, Gabrielli, ecc.), e specialmente di Telepatia (Myers). Charles Richet fa osservare che, mentre la telepatia include un'ipotesi, l'enunciato sopra esposto, che contempla la possibilità, da parte dell'intelligenza umana, di conoscere, un frammento di realtà senza l'aiuto, dei nostri sensi ordinari (vista, udito, tatto, ecc.), è un fatto. Se ad esempio, a B si rivela A nel momento della sua morte, (qualcuno dice che:) Aha voluto intenzionalmente presentarsi a B, questo è poco probabile, osserva Richet, mentre si corre meno pericolo di sbagliare dicendo; che B ha avuto una sensibilità speciale, chi gli ha fatto conoscere la morte di A. Esempi veri di telepatia non si possono negare (comunicazioni mento-mentali, intermentali a distanza), ma senza dubbio, dice Richet, la telepatia non è che un caso e non rappresenta che una modalità di quella nuova (o vecchia?) facoltà dell'essere umano che si chiama senso criptestesico, sensibilità criptestesica o criptica, o più semplicemente criptestesia, che può essere sperimentale o accidentale.

Criptestesia sperimentale
Non pochi furono quei ricercatori i quali ammisero, che anche nei soggetti normali, c'è qualche debole traccia di questo potere criptestesico. Come vedremo più avanti, nei vari articoli, gli esperimenti svolti dal Calligaris dimostrarono che in realtà, la Criptestesia è un fenomeno proprio di ogni individuo e latente nell'intelligenza umana. Intanto, si sa che questa facoltà aumenta nello stato ipnotico. Alcuni individui sotto ipnosi, possono infatti vedere o udire a distanza, descrivere paesaggi ignoti con precisione sorprendente, riprodurre disegni chiusi in buste apache, leggere nel passato, a loro sconosciuto, degli astanti, dire ciò che succede, in quel momento, in luoghi remoti, e perfino predire il futuro. Durante lo stato medianico, nelle esperienze così dette spiritiche, la Criptestesiaraggiunge l'intensità massima. Si ricorda a questo proposito, Mad Piper medium della metapsichica soggettiva, che venne studiata da grandi scienziati del passato (Myers,Lodge, Hodyson, Hyslop, ecc.), e che stupì lo stesso William James. Questa medium portentosa, vedeva da lontano e leggeva nel passato con una precisione meravigliosa. Quando, per esempio; Paul Bourget le diede in mano il suo orologio, la veggente disse a chi era appartenuto prima, l'oggetto e aggiunse, anche che l'antico proprietario si era suicidato (fatto reale); dopo di questo, descrisse minuziosamente allo scrittore la sua casa di Parigi. Oltre a questa grande criptestesica, si ricordano i nomi di Chawrin, diReese, di Ossowietsky, di Kahn, Forthuny, ecc. Alcuni mediums sono in grado d'indicare il luogo in cui si trova un oggetto perduto, o di dire il nome proprio dei parenti di qualche presente, quantunque questi gli sia sconosciuto e sia appena arrivato dall'altro capo del mondo. Altri descrivono, durante lo stato di trance, un avvenimento che in quel momento si verifica a distanza, per es. un naufragio nel Mare del Nord o un delitto nell'America del Sud, con i più piccoli dettagli e con i più precisi particolari. Infine ci sono quelli che danno avvertimenti su fatti imprevedibili, ma che si verificheranno in seguito. Da ultimo, diciamo che alcuni soggetti, che chiameremo semplicemente sensitivi, senza entrare in una delle categorie surricordate, vale a dire senz'essere sonnambuli o mediums, possono avere una speciale chiaroveggenza. Affinché questa lucidità sperimentale possa esercitarsi, qualche volta sono necessarie al veggente alcune condizioni esterne, ed è qui che dev'essere ricordata, per es., la visione per mezzo del cristallo e la cartomanzia, alla quale si potrebbero aggiungere molte altri "manzie".

Criptestesia pragmatica.
Si sa che una misteriosa varietà di chiaroveggenza, è rappresentata da quella che un tempo si chiamava Psicometria e che oggi passa sotto la denominazione più appropriata di Criptestesia pragmatica, termine coniato dal Richet. Data l'importanza del fenomeno, che per certi versi è uno dei più sorprendenti della metapsichica mentale, ne riparleremo più diffusamente, in un capitolo a parte.

Trasposizione dei sensi

Alcuni soggetti in uno stato isterico possono vedere e udire a grandi distanze, possono leggere delle lettere chiuse oppure un giornale attaccato sulla fronte o sul dorso, ecc. Oltre a questi strani fenomeni d'iperestesia visiva e uditiva, se ne conoscano altri d'iperestesia tattile, che conferiscono ad alcuni, la facoltà di percepire i sapori e di conoscere i colori con le punte delle dita .

Xenoglossia e Xenografia

Consistono nell'eccezionale capacità, che possono avere questi soggetti, di parlare o di scrivere in lingue sconosciute. Un tale fenomeno viene impugnato dalla teoria spiritica, ma non sembra avere alcun valore probatorio in suo sostegno, essendo anch'esso, riconducibile, alla facoltà Metagnomonica. (Vedi più avanti).

Criptestesia naturale
Si tratta di fenomeni di lucidità non voluti dallo sperimentatore, ma che si manifestano d'un tratto e per caso, senza sforzi, in alcuni soggetti (che rimangono per primi sorpresi del fenomeno) e che hanno rapporto con un fatto reale a loro sconosciuto. Qui ci sono da considerare le Retrocognizioni, le Monizioni e le Premonizioni.

Retrocognizioni

Mentre A si presenta a B, questi, improvvisamente, lo vede bambino e descrive minuziosamente un episodio della sua vita passata.

Monizioni
A vede apparire B e sente chiamarsi per nome, nell'istante in cui quest'ultimo muore a mille chilometri di distanza. In qualche caso si verifica una Monizione vaga, senza, ricognizione. A è colto da una sensazione intensa, inesplicabile, di ansia di angoscia, d'inquietudine, di paura o di orrore, oppure da una crisi immotivata di pianto, mentre Bmuore a molti Km di distanza: una vibrazione misteriosa ha risvegliato il suo potere criptestesico (emozione criptestesica). La concordanza dell'ora è spesso così esatta e la scena si presenta non di rado con dettagli così precisi, che l'ipotesi del caso, non può essere assolutamente preso in considerazione, il fatto, quindi, non può venire in alcun modo infirmato. Ricordiamo qui l'esempio riferito dal Richet, di una signora di Parigi, la quale vide nel suo salotto, il ritratto del figlio animarsi all'improvviso, mostrando l'occhio sinistro schiacciato e sanguinante, nello stesso giorno in cui egli capitano nell'esercito, combattente durante l'ultima guerra, era stato colpito all'occhio sinistro da una pallottola di fucile. Le Monizioni riguardano in genere i casi di morte (uno si sente, per es., chiamare da un altro che muore a grande distanza) , ma possono essere in rapporto anche con malattie, con infortuni o con avvenimenti di poco conto, e son costituite da fenomeni visivi o uditivi, raramente tattili. Si manifestano nella veglia o nel sonno (sogni veridici e profetici), spesso nei dormiveglia, l'apparizione è per lo più fugace, eccezionalmente è durevole, come nel caso di un marinaio che sulla nave, durante una tempesta, si vide passeggiare accanto per due ore il padre che moriva in terraferma. La maggior parte delle mozioni o avvertimenti, la cui storia è tutta dominata, come vedremo spesso, dalla tendenza al simbolo Come vedremo, è grandissima l\'importanza del simbolo in metapsichica mentale. É verosimile supporre, che si tratti di un\'espressione del subconscio., sono soltanto soggettive, raramente oggettive Alcuni parlano, in questi casi, di telepatia, ma è poco probabile che l'agente faccia uno sforzo per indirizzare il suo pensiero al percipiente. E' invece quest'ultimo che acquista la proprietà di conoscere il pensiero del primo: non si tratta, quindi di un fenomeno di emissione deliberata, ma piuttosto di ricezione fortuita.
Le Monizioni collettive sono molto rare.

Premonizioni
Resta il fatto, che il fenomeno portentoso della Premonizione, o Precognizione (a prescindere da ogni autosuggestione, da ogni perspicacia del profeta e da ogni elemento casuale) in realtà è possibile. Il Bozzano scrive che "la premonizione, nonostante sia il fenomeno più straordinario, è anche il più definito nella metapsichica" . In qualche caso il soggetto ha un avviso che riguarda la sua stessa persona (autopremonizione di malattia, di morte accidentale, ecc.), e a questo proposito, ilCalligaris racconta la storia del Dr. Gudden, che sogna di dibattersi nell'acqua e che annega insieme ad un uomo. Riferisce del suo sogno alla moglie. Dopo pochi giorni, venne ritrovato il suo corpo: era annegato nel Lago di Starnberg con il Re Luigi II° di Baviera. La premonizione propriamente detta, che sarebbe il vero campo degli indovini, dei sonnambuli e dei chiaroveggenti, può prodursi in uno stato ipnotico o medianico, come può presentarsi in modo accidentale. In qualunque caso, il fenomeno è sempre lo stesso: A predice per es. a B, che il tal giorno del tale anno, egli sarà vittima di un furto o di una disgrazia, e il fatto si verifica: ecco la premonizione. In un caso studiato dal Dr. Roux, tre sonnambule (sensitive) avevano predetto ad una signora che sua figlia sarebbe morta, come infatti morì, di malattia addominale. Le premonizioni accidentali sono le più interessanti e riguardano spesso, preavvisi di malattie o di morte dovute a cause naturali oppure ad un infortunio. In quest'ultimo caso è chiaro che nessuna autosuggestione o perspicacia del soggetto profetico, bastano a spiegare il fenomeno. In altri esempi, la premonizione riguarda avvenimenti diversi (terremoti, guerre, ecc.), che si verificano poi, o in un futuro prossimo o in quello remoto. Sono note anche le premonizioni così dette "Tutelari", perchè servono a salvare una persona da qualche pericolo. Per finire ricordiamola la "Criptestesia di vicinanza" (monition d'apriche), vale a dire il presentimento, che noi tutti, qualche volta, abbiamo avuto, di incontrare una persona, che di lì a poco, ci appare realmente per strada o nella casa. Si può quindi affermare, che nei sonnambuli, nei mediums, nei sensitivi, e in piccola parte anche in tutti gli uomini, la criptestesia è un fatto ampiamente dimostrato. Vi è in noi una facoltà di conoscenza, superiore e misteriosa, che non è gestita dai nostri comuni 5 sensi, ma è sottoposta ad altre leggi naturali che sono extrasensoriali, e di cui (per ora) ne ignoriamo il meccanismo di esplicitazione.
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