mercoledì 21 maggio 2014

INNO DELLA CREAZIONE- RIG VEDA


1. Allora non c’era il non essere, non c’era l’essere; non c’era l’atmosfera, ne il cielo che è al di sopra. Che cosa si muoveva? Dove? Sotto la protezione di chi? Che cosa era l’acqua inscandagliabile, profonda?
2. Allora non c’era la morte, ne l’immortalità; non c’era il contrassegno della notte e del giorno. Senza produr vento respirava per propria forza quell’Uno; oltre di lui non c’era nient’altro.
3. Tenebra, ricoperta da tenebra, era in principio; tutto questo universo era un ondeggiamento indistinto. Quel principio vitale, che era serrato dal vuoto, generò se stesso come l’Uno mediante la potenza del proprio calore (Tapas).
4. Il desiderio (Kama) nel principio sopravvenne a lui, il che fu il primo seme della mente. I saggi trovarono la connessione dell’essere nel non essere, cercando con riflessione nel loro cuore.
5. Trasversale fu tesa la loro corda; vi fu un sopra, vi fu un sotto? Vi erano fecondatori, vi erano potenze: sotto lo stimolo, sopra l’appagamento.
6. Chi veramente sa, chi può spiegare donde è originata, donde questa creazione? Gli dei sono posteriori alla creazione di questo mondo; perciò chi sa donde essa è avvenuta?
7. Donde è avvenuta questa creazione, se l’ha prodotta o no, Colui che di questo mondo è il sorvegliatore nel cielo supremo, egli certo lo sa, seppure non lo sa.
L'onestà nella resa vedica della creazione mi stupisce, in quanto comprende la teoria della creazione affermare la limitazione della mente umana. L'affermazione negativa "Chissà poi da dove è nata?" è un tentativo da parte dei veggenti di penetrare la barriera di essere e di entrare in non-essere e Dio senza la sua creazione. Ritengo che l'atteggiamento più maturo e obiettivo sulla natura dell'esistenza. Sono rimasto sorpreso anche dalle forti somiglianze delle teorie biblico della creazione con gli inni Nasadiya, solo rafforzando la mia convinzione della discendenza comune.

LA CROCE EGIZIA “ANKH” IN UN TEMPIO COSTRUITO DAGLI AZTECHI IN MESSICO?

Esiste un antico e misterioso tempio azteco le cui rovine sfidano la normale comprensione della storia dei popoli antichi. Il sito messicano, infatti, contiene una struttura che presenta una somiglianza strana e sorprendente con la croce “ankh”, notoriamente uno degli emblemi fondamentali della cultura egizia.



L’ankh (☥), conosciuto anche come chiave della vita e croce ansata, è un antico simbolo sacro egizio.

Il significato originale di questo simbolo nella cultura egizia rimane un mistero per gli egittologi, e le teorie proposte sulle origini dell’ankh sono molte ed in contraddizione fra loro.

Certamente, si tratta di un simbolo legato alla divinità. Nell’iconografia egizia, infatti gli dèi sono spesso raffigurati con un ankh in mano, o portato al gomito, oppure sul petto.

Tuttavia, l’ankh potrebbe essere un simbolo non solo importante per gli l’antico Egitto, ma anche per altre culture, molto distanti nello spazio e nel tempo (per quanto ne sappiamo) da quella egizia.

Tra le rovine di un antico e misterioso tempio azteco in Messico, denominato Calixtlahuaca , insiste una curiosa struttura dalla forma sorprendentemente somigliante a quella della croce egizia ankh. La costruzione risulta perfettamente allineata ai resti di due piramidi di pietra simili a quelle egiziane.

Originariamente conosciuto come “Matlatzinco” (città dei Matlatzinca ), questo insediamento urbano azteco è parte di quello che fu una potente capitale da cui i re controllavano un ampio territorio nella Valle di Toluca.

Chiaramente, gli studiosi convenzionali escludono qualsiasi connessione tra la cultura Azteca e quella Egizia, dal momento che si sono evolute sui lati opposti dell’Oceano Atlantico e non possono essere entrate in contatto. Eppure, stranamente, il significato dell’ankh azteco sembra parallelo al significato che sta dietro l’ankh egizio.

Calixtlahuaca sembra confermare la sconcertante similitudine tra queste due grandi civiltà del passato.

Il sito di Calixtlahuaca

Calixtlahuaca (in lingua nahuatl “cali” significa “casa”, e “ixtlahuatl” significa “prateria”, quindi la traduzione sarebbe “casa nella prateria”) è un sito archeologico del periodo postclassico mesoamericano, situato nei pressi dell’attuale città di Toluca, Messico.

Originariamente conosciuto come “Matlatzinco” (città dei Matlatzinca ), questo insediamento urbano azteco fu una potente capitale da cui i re controllavano un ampio territorio nella Valle di Toluca.

Si ritiene che i primi coloni di questa regione fossero nativi nomadi che utilizzavano il sito solo stagionalmente. In seguito, intorno al 200 a.C., i Matlatzinca giunsero è fondarono un piccolo insediamento; successivamente ricevettero l’influenza della cultura tolteca e, infine, furono dominati dagli Aztechi nel 1476 d.C., i quali ribattezzarono la città con il dome di Calixtlahuaca.

Il sito comprende due strutture importanti: il Tempio di Quetzalcoatl e l’altare a croce “egizia” detto Tzompantli.

Il Tempio di Quetzalcoatl era probabilmente dedicato al dio Ehēcatl, dato che gli edifici circolari del Centro America precolombiano sono generalmente legati a questa divinità. Ehēcatl, secondo la mitologia azteca, era il dio del vento, una delle sembianze di Quetzalcoatl, il Serpente Piumato.

Dal momento che il vento soffia in tutte le direzioni, il tempio di Ehēcatl ha forma circolare per ridurre la resistenza dell’aria. Sovente è raffigurato con due maschere sporgenti attraverso le quali soffia il vento. Si innamorò di una umana, di nome Mayahuel e donò all’umanità la capacità di amare, in modo che lei potesse ricambiare la sua passione.

L’altra strutture, l’altare Tzompantli, si trova sul lato nord della piazza. La forma a croce ankh è l’aspetto che maggiormente sconcerta i ricercatori, i quali non sono in grado di fornire risposte definitive sul perchè di tale forma architettonica. Originariamente, i lati dell’altare erano ricoperti di teschi scolpiti nella pietra.




Così distanti, così simili…

Calixtlahuaca aggiunge un nuovo elemento alla teoria secondo la quale tutte le civiltà megalitiche del passato, mesopotamica, egizia, mesoamerica e asiatica, discenderebbero tutte da una grande precedente cultura globale andata distrutta in un cataclisma di proporzioni catastrofiche.

Come riporta Richard Cassaro nell’articolo proposto sul suo blog, certamente, il parallelismo più sconcertante riguarda la civiltà dell’Antico Egitto e quella dell’America precolombiana: entrambe le culture costruirono piramidi; entrambe utilizzarono il simbolismo solare ed entrambe credevano nella vita dopo la morte, preparando i loro morti per il viaggio sacro verso l’aldilà tramite una cerimonia rituale molto elaborata.

Calixtlahuaca, inoltre, rivela che entrambe le culture utilizzavano simboli molto simili, come la croca ankh, per gli stessi scopi : indicare le forze e le interazioni tra la vita fisica (valutata come temporanea) e la vita spirituale (considerata eterna).



La visione contemporanea prevalente tra gli studiosi è che i popoli antichi a indigeni di tutto il mondo erano perfettamente in grado di sviluppare culture complesse indipendentemente da una qualsiasi influenza o ispirazione esterna. Eventuali visioni contrarie sono generalmente respinte ed etichettate come fantasiose, ridicole e imbarazzanti.

Eppure, prove di una storia diversa saltano fuori continuamente, in maniera assillante, ad infastidire le teorie lineari e coerenti sviluppate dagli studiosi “ortodossi”. La questione è che quelle “convenzionali” sono e rimangono teorie, mentre le prove archeologiche stanno lì e provocano, invitando a considerare un’altra storia.

AIN DARA: IL TEMPIO ITTITA CON LE ORME GIGANTI DEGLI DEI


Il tempio di Ain Dara, situato a nordovest di Aleppo, Siria, è una costruzione Ittita realizzata circa 3300 anni fa, noto per la sua somiglianza con il Tempio di Salomone descritto nella Bibbia ebraica. Insieme alle notevoli sculture che raffigurano leoni e sfingi, grandi orme di piedi sono scolpite nel pavimento, lasciando aperto il dibattito su chi fosse la divinità a cui era dedicato il luogo di culto.



Ain Dara, un piccolo villaggio situato a nordovest di Aleppo, in Siria, vanta una notevole sito archeologico scoperto nel 1955, in maniera del tutto casuale.

In seguito al ritrovamento di una colossale statua in basalto di un leone, si avviarò la campagna di scavi che portò definitivamente alla luce il meraviglioTempio di Ain Dara.

Secondo gli studiosi, il luogo di culto risale all’Età del Ferro, costruito intorno al 1300 a.C. e attribuibile alla cultura Ittita, un popolo indoeuropeo che abitava la parte centrale dell’Asia Minore nel 2° millennio a.C.


Il tempio è divenuto famoso innanzitutto per la sua somiglianza con il Tempio di Salomone descritto nella Bibbia (1000-900a.C.).

Secondo l’archeologo Ali Abu Assaf, il Tempio di Ain Dara è rimasto sostanzialmente lo stesso tra il 1300 a.C. e il 740 a.C., quindi è ragionevole supporre che i progettisti del Tempio di Salomone vi siano ad esso ispirati. Il tempio è ricco di sculture in basalto, le quali raffigurano leoni e sfingi, quest’ultime paragonabili ai cherubini del Primo Tempio di Gerusalemme.

L’entrata del tempio è preceduta da un ampio cortile pavimentato con lastre di pietra. Il tempio, con un area approssimativamente di 30 m per 20 metri, sorgeva per circa 2,5 metri di altezza, ed era rivestito con blocchi di basalto scolpiti a formare figure di leoni e sfingi e altre creature mitiche. Una scala monumentale, fiancheggiata da una sfinge e due leoni, garantiva l’accesso adibita al culto.

È oggetto di discussione da parte degli archeologi chi fosse la divinità a cui il tempio era dedicato. Alcuni ritengono che fosse dedicato a Ishtar, la dea della fertilità; altri che fosse Astarte la dea titolare del santuario; altri ancora ritengono probabile che il titolare del tempio fosse il dio Baal Hadad.
L’altra caratteristica che ha reso famoso il tempio di Ain Dara, e forse la più interessante, è rappresentata da alcune grandi orme di piedi scolpite nel pavimento. Non è chiaro se esse rappresentino le orme di uomini giganti o di divinità.

Un paio di impronte si trovano sul pavimento del portico, seguite poi da una singola impronta. Un’altra singola impronta è visionabile sulla soglia della sala principale. Se si tiene conto delle dimensioni delle impronte, si può dedurre che un uomo con tali piedi sarebbe alto quasi 20 metri!

Come riporta Ancient Origins, chiaramente, non si tratta di impronte lasciate da una persone intenta a passeggiare nel tempio, ma di una realizzazione architettonica espressamente voluta dai creatori del tempio. La domanda è: perchè?

I ricercatori, infatti, non hanno idea del motivo per cui sono state create le impronte, né chi o cosa vogliano rappresentare. Alcuni studiosi hanno suggerito che possano essere orme destinate a richiamare la presenza degli dèi, una sorta di rappresentazione iconica della divinità residente. (fonte: www.ilnavigatorecurioso.it)

AURA: L’ENIGMA DELL’ENERGIA FOTONICA CHE CIRCONDA COSE E PERSONE

Alcune fotografie scattate con metodi speciali mostrano una misteriosa luce che circonda oggetti e esseri viventi. Molti interpretano questa “aura” come l'energia spirituale che permea tutto ciò che esiste nell'Universo, altri pensano che si tratti dell'effetto di banali proprietà fisiche dei corpi: in fondo, non è la stessa cosa?



L’aura, parola che deriva dal greco “alos” (corona), è ritenuta essere un sottile campo di radiazione luminosa (invisibile all’occhio umano), che circonderebbe e animerebbe tutti gli esseri viventi (persone, animali e piante), simile al bozzolo di un bruco, tanto da sopravvivere al decadimento della vita biologica dell’essere a cui appartiene.

In antichità, l’aura era considerata luminosità, reale o simbolica, presente attorno al capo o al corpo di uomini illustri, come santi e capi carismatici.

L’esistenza dell’aura è considerata reale presso numerosi popoli di culture diverse, antiche e moderne, così come la raffigurazione dei corpi umani avvolti in ovoidi luminosi, dai quali sarebbe persino possibile capire un’eventuale stato di malattia del corpo.

Dato che l’aura è considerata il riflesso dei pensieri e degli atteggiamenti dell’uomo, essa ne riflette anche le eventuali disarmonie e comportamenti errati, che possono dare luogo a patologie tendenti a trasferirsi progressivamente dal piano spirituale fino a quello materiale.

Il legame tra psiche e malattia era noto già nelle culture pre-moderne, nelle quali il medico era anche sacerdote. La disarmonia tra l’anima, intesa come la forma o il modello che la persona è chiamata a realizzare, e la psiche, si esprime come una frattura del campo sottile che può andare da un semplice assottigliamento a una sorta di buco dell’aura, spesso di colore scuro. Attraverso i buchi dell’aura si determinano fuoriuscite di energia che vengono generalmente vissute come spossatezza e svuotamento.

Ma cosa dice la scienza a proposito dell’aura? Secondo gli scettici, l’esistenza dell’aura è da considerarsi solo nell’ambito del mito e della parapsicologia, dato che non esistono prove scientifiche che supportino tali credenze. Ma è davvero così?

I sostenitori dell’esistenza dell’energia spirituale che permea tutto ciò che esiste nell’Universo si rifanno agli esperimento condotti nel 1939 da Semyon Davidovich Kirlian, uno scienziato, inventore e fotografo russo.

Durante la riparazione di un generatore ad alta tensione, Kirlian fu investito da una scarica elettrica ad alta tensione, ma di bassa intensità (circa 0.1 A, quindi non dannoso), sufficiente a creare dei piccoli aloni luminosi che brillavano attorno alle sue dita e agli elettrodi del generatore.

Appassionato studioso degli studi sull’alta tensione elettrica del suo predecessore Nikola Tesla, per indagare ulteriormente sul fenomeno gli venne l’idea di provare a catturare il bagliore su pellicola fotografica.

I primi oggetti fotografati furono delle monete; poi tentò di fotografare la sua mano. Una volta effettuato il test, Kirlian si accorse che sulla pellicola attorno alle dita della sua mano fotografata apparivano delle tracce luminose che egli stesso attribuì all’aura vitale, e cioè la presunta energia invisibile degli esseri viventi.

Successivamente, Kirlian coinvolse nella ricerca anche la moglie Valentina; i coniugi proseguirono i loro esperimenti all’interno di un laboratorio privato. Tra gli esperimenti più significativi si cita quello delle due foglie, una sana e una malata, le cui foto mostrarono intorno alla foglia sana quella che lui definì un’aura vivida e un’aura opaca, invece, intorno a quella malata.

I sostenitori dell’Effetto Kirlian sostengono una tesi che, se fosse avvalorata dal mondo accademico scientifico, potrebbe avere conseguenze notevoli nella prevenzione delle malattie. Essi ritengono che la presenza di un’aura liscia e regolare rappresenti un segnale di buona salute, mentre un’aura frastagliata suonerebbe come un campanello di allarme per lo stato di salute del soggetto analizzato. Anche la colorazione dell’aura inciderebbe sia sullo stato di salute, della persona sottoposta all’esame, che sullo stato pschico.

Come interpretare l’Effetto Kirlian

Come spesso avviene quando si ragiona di fenomeni a cavallo tra il mondo fisico visibile e quello invisibile (che per ragioni ignote è ancora ritenuto da alcuni appannaggio della spiritualità o dell’esoterismo), anche per l’Effetto Kirlian esiste un gruppo di sostenitori e un gruppo di detrattori. Molti studiosi hanno cercatori effettuare esperimenti sull’aura, i cui risultati, però, sembrano solo rafforzare le opinioni reciproche.

Tra gli scettici c’è il dottor Terence Hines, professore di psicologia presso la Peace University di New York, secondo il quale l’aura è causata dall’umidità che circonda l’oggetto. “Le cose viventi sono umide. Quando l’elettricità attraversa un oggetto vivente, essa produce una ionizzazione del gas intorno all’oggetto fotografato.

Secondo il MIT Technology Review, alcune forme di vita batterica e altri tipi di cellule utilizzano onde elettromagnetiche ad alta frequenza per comunicare e immagazzinare energia. Secondo alcuni ricercatori, questa facoltà permetterebbe a virus e batteri di colpire le cellule di un corpo e danneggiarlo.

Il dottor Victor Stenger, University of Colorado, ha criticato questa teoria, definendola una “spiegazione creativa” dell’aura. A suo parere, il bagliore percepito nelle immagini ha a che fare con la temperatura dei corpi: “è il risultato dei movimenti casuali di tutte le particelle cariche. Quando aumenta la temperatura, si può cominciare a vedere l’aura”.

Il dottor Gary Schwartz, docente di psichiatria e psicologia prima a Yale e poi presso l’Università dell’Arizona, e la dottoressa Katherine Creath, docente aggiunto di scienze ottiche presso l’Università dell’Arizona, hanno condotto uno studio sull’emissione di biofotoni nelle piante, relativo alle ricerche sull’aura.

I due ricercatori hanno scattato e studiato migliaia di immagini nel corso di due anni, scoprendo che ai tessuti sani è associato un ben visibile aumento di biofotoni, mentre in quelli compromessi è osservabile una netta carenza di bioluminosità.

Schwarz e Creath ipotizzano che la bioluminosità sia l’effetto di una sorta di energia che le piante utilizzano per comunicare tra loro. L’effetto, infatti, è apparso più intenso quando le piante erano in stretta vicinanza l’una alle altre.

In una sintesi della storia e delle tecniche utilizzate per fotografare le aure, John D. Zakis della Monash University, Australia, ha spiegato che le malattie, prima di manifestarsi nel corpo fisico in qualsiasi forma diagnosticabile, si presentano in un modello disturbato dell’aura, il quale sembra essere influenzato dal giorno e dalla notte, dai disturbi cosmici come i brillamenti solari e dagli stati psicologici di stress. I punti più luminosi del corpo umano corrispondono a quelli noti per l’applicazione dell’agopuntura. (fonte: ilnavigatorecurioso.it)

MU: IL CONTINENTE PERDUTO


Le notizie riportate di seguito, sono tratte dal libro di James Churchward:
MU: il continente perduto.



Prologo

Tutti gli argomenti scientifici del testo sono basati sulle traduzioni di due serie di tavole antiche: le tavole dei Naacal e una vasta raccolta di tavole di pietra, oltre 2600, portate alla luce da William Niven in Messico. Le due raccolte hanno una origine comune; entrambe sono un compendio delle Sacre Scritture Ispirate del Mu. Le tavole Naacal sono scritte con simboli e caratteri Naga e, secondo la leggenda, furano compilate nella Madreterra e portate prima in Birmania e poi in India. I reperti messicani, come quelli Naacal, testimoniano, in modo inequivocabile ed esauriente che la Terra aveva, un tempo, una civiltà antichissima, sotto molti aspetti superiore alla nostra e notevolmente più progredita in certi settori. Le predette tavole, con altri antichissimi documenti, confermano il fatto stupefacente che le civiltà dell'India, di babilonia, della Persia, dell'Egitto e dello Yucatan, furono le ceneri morenti della prima grande civiltà.

La testimonianza della distruzione del Mu, la Madreterra dell'Uomo, è davvero strana. Essa ci dà la probabile soluzione del mistero delle razze bianche nelle Isole del Sud Pacifico, e ci fa conoscere la grande civiltà che fior¡ nel Pacifico centrale e che si estinse quasi nel giro di una notte. Fino a qualche decennio fa gli scienziati sarebbero stati molto scettici sulla ipotesi della remota esistenza nell'oceano Pacifico di un enorme continente quale fu il Mu. Ma recentemente sono venute alla luce testimonianze del passato e, sulla base di raffronti, si è avuta la prova che quella terra esistette. Le prove sono di vari tipi:

Primo, queste tavole diedero la prima traccia sulla esistenza del Mu e spinsero le ricerche in tutto il mondo. Furono scritte dai Naacal, in Birmania o nella Madreterra. Testimoniano come i Naacal fossero venuti dal Mu, il continente nel centro del Pacifico. Esse trattano anche della storia della creazione dell'uomo e del suo apparire su questa terra. Documenti di epoca posteriore scritti nel Mayax, in Egitto e in India raccontano e descrivono la distruzione della terra del Mu, quando la crosta terrestre fu frantumata dai terremoti e sprofondò in un abisso di fuoco. Poi le acque agitate del Pacifico la ricoprirono e si formò una distesa di acqua laddove un tempo vi era stata una meravigliosa civiltà.

Secondo, la conferma del Mu e in altri manoscritti antichi, tra cui un testo classico come il Ramayana, poema epico indù scritto dal saggio e storico Valmiki, per ordine di Narana, sommo sacerdote del tempio Rishi a Ayhodia, il quale gli lesse i documenti antichi del tempio. In un punto Valmiki cita i Naacal, dicendo: "...e vennero in Birmania dalla terra della loro origine nell'Est ", cioè in direzione dell'oceano Pacifico. Un altro documento che conferma la storia delle tavole sacre e di Valmiki è il Manoscritto Troano, oggi conservato nel British Museum. E' un antico libro Maya scritto nello Yucatan. Parla della "Terra del Mu", usando per il Mu gli stessi simboli che troviamo in India, in Birmania e in Egitto. Altro riferimento è il Codex Cortesianus, un testo Maya all'incirca della stessa epoca del Manoscritto Troano. Poi vi è il Documento Lhasa, con centinaia di altri raccolti in Egitto, Grecia, America Centrale, Messico, nonché i graffiti scoperti nell'Ovest degli Stati Uniti.

Terzo, vi sono ruderi che, per la loro ubicazione e per i simboli che li decorano, testimoniano l'esistenza del continente perduto Mu, la Madreterra dell'Uomo. In talune Isole dei Mari del Sud, specialmente nelle Isole di Pasqua, Mangaia, Tonga-tabu, Panape e Ladrone o Marianne, si trovano ancor oggi vestigia di vecchi templi di pietra e altri resti litici che ci riportano all'epoca del Mu. A Uxmal, nello Yucatan, un tempio distrutto reca iscrizioni commemorative delle "Terre dell'Ovest, donde venimmo"; e la straordinaria piramide messicana a sud-ovest di Città del Messico, fu innalzata, secondo le iscrizioni che reca, come monumento in memoria della distruzione di quelle stesse "Terre dell'Ovest".

Quarto, vi è l'universalità di determinati simboli e usanze antiche, scoperte in Egitto, Birmania, India, Giappone, Cina, Isole dei Mari del Sud, America Centrale, Sud America, e presso alcune tribù indiane del Nord America e altri centri di antiche civiltà. Simboli e usanze sono cos¡ identici, che sicuramente derivarono da un'unica fonte: il Mu. Con tali premesse, quindi, è possibile affrontare il racconto della distruzione del Mu.

Quel continente era una vasta distesa di terreno ondulato che andava da nord delle Hawaii e giù, verso sud. Tracciando una linea tra l'isola di Pasqua e le Figi si ha il suo confine meridionale. Copriva oltre 8000 chilometri da est a ovest e sui 5000 da nord a sud. Il continente era formato da tre zone divise l'una dall'altra da stretti canali o da mari. Risalendo lontano, molto lontano, a tempi remotissimi a molte, molte migliaia di anni fa, eppure sull'orlo di quella che chiamiamo epoca storica vi fu un grande continente nel mezzo dell'oceano Pacifico dove adesso "troviamo solo acqua e cielo", e gruppi di isolette, che oggi sono chiamate le Isole dei Mari del Sud. Nel continente del Mu abbiamo trovato, senza ombra di dubbio, indicazioni della prima presenza dell'uomo sulla Terra. Varie testimonianze dimostrano, in modo decisivo, che quella terra fu il biblico Giardino dell'Eden; dimostrano che il Mu era a ovest dell'America e a est dell'Asia, e quindi nell'oceano Pacifico. Gli elementi esaminati dimostrano pure che la "Madreterra" era nell'oceano Pacifico, perché molti di quegli elementi consistono nelle vestigia del continente perduto. Nelle parti che non furono sommerse si rintracciano ancora ruderi di templi, tradizioni, sculture, simboli sacri; testimonianze scritte. Iscrizioni confermano che certi ricordi di una razza perduta risalgono al Mu. L'autenticità dei reperti è corroborata in tutti i modi da documenti scritti, da iscrizioni, da usanze, dalla lingua, e, infine, dalle tradizioni. Con questi elementi certi si è stabilito il luogo dove fior¡ una civiltà preistorica. Gran parte delle prove è concretamente fornita da templi, monumenti, statue di pietra, cumuli di pietre tagliate e levigate pronte per l'imbarco, e le cave donde era stata estratta la pietra. In tali cave sono state reperite statue non finite, e poiché le scoperte riguardano le Isole dei Mari del Sud, ciò dimostra, senza dubbio alcuno, che queste isole fecero parte, un tempo, del continente sommerso. Le testimonianze e le informazioni, basate sulla presunta epoca del Manoscritto Troano, confermano che la terra del Mu esistette fino al limite dell'era storica esistette, cioè, fino a un periodo compreso fra 12.000 e 12.500 anni fa. Da vari documenti sembra che il continente consistesse di tre terre separate, divise tra loro da piccoli mari o stretti, ma non vi sono indicazioni su dove o come la natura avesse operato queste divisioni, tranne forse in un geroglifico egiziano che rappresenta tre terre lunghe e strette che si estendono da est a ovest. Per vari motivi, primo fra tutti la colonizzazione, si pensa che la terra si estendesse molto più a nord di quanto indicato, con l'Isola di Pasqua come estremità a sud-est, Tonga-tabu a sud-ovest, le isole Ladrone a nord-ovest, le Hawaii a nord, lasciando indefinito il confine a nord-est. Ci sono molte baie e estuari perché, dalle informazioni, risulta che la terra era pianeggiante, senza montagne. E poiché era bassa, ondulata, con immense pianure, la linea costiera doveva assomigliare naturalmente al disegno. Il Manoscritto Troano e il Codex Cortesianus riportano che il Mu era terra di colline o "creste di terra". Il documento greco parla di "pianure". Probabilmente tutti e tre i documenti sono esatti, perché fino al periodo in cui il continente non scomparve sotto il Pacifico non esistevano montagne. L'attività vulcanica che fece sommergere il Mu dalle acque fu il preludio del sollevamento delle montagne. Dove la terra affiora a piccoli tratti dall'oceano, con incontrovertibili prove di risorse continentali, siamo doppiamente certi che quelle isolette siano frammenti o resti di un continente. Quei pezzetti di terra sono, come già detto, piccole isole popolate da selvaggi. Distano migliaia di miglia da qualsiasi terraferma, e costituiscono la prova più valida, al di là di reperti, iscrizioni, tradizioni, che in epoca preistorica vi fu un continente e che quel continente fu popolato da esseri umani molto evoluti. Documenti e ruderi antichi nelle Isole dei Mari del Sud indicano che l'uomo fu creato come essere civilizzato ma senza istruzione né cultura. Fu creato con la cognizione della sua anima, credeva nella Divinità e la venerava. La presenza di certe figure usate come simboli sacri rivela che l'uomo fu, generalmente a quell'epoca, in uno stato intellettuale non evoluto, e la semplicità dei primi simboli sacri servì necessariamente a trasmettere oggetti ordinari alla sua mente. Quando, però, migliaia e migliaia di anni dopo il suo avvento sulla terra, noi prendiamo il primo contatto con l'uomo, notiamo che, allora, era in uno stato molto evoluto e illuminato e si parla di oltre 50.000 anni fa!





La misteriosa Khara Kota.

La vicenda di Mu ebbe inizio con la scoperta di Khara Kota, città sepolta dalle sabbie del Deserto del Gobi ritrovata all’inizio del secolo dall’avventuriero russo Kolkov.

Sotto le mura di questa città, l’esploratore asserì di averne ritrovato un’altra più antica, Uighur, capitale del regno dei mongoli delle steppe che portavano questo nome; il suo stemma era la lettera greca M ("Mu") inscritta in un cerchio diviso in quattro settori.

Sulla reale portata dei ritrovamenti di Kolkov vi sono giustificati dubbi, in quanto i pochi resti rinvenuti sul luogo da esploratori successivi non corrispondono affatto alle magnificenze da lui descritte; sta di fatto, comunque, che, secondo Churchward, Uighur era una semplice colonia di un vasto continente che egli battezzò, appunto, Mu.

Esso occupava un territorio delimitato dalle attuali isole Fiji, dalle Marianne, dalle Haway e dall'ISOLA DI PASQUA; era abitato da sessantaquattro milioni di persone e estendeva il proprio dominio su tutto il mondo, ivi compresa ATLANTIDE.

Era popolata da molte razze, su cui predominava quella bianca, e, dodicimila anni prima, era stato sommerso da un gigantesco maremoto, e finì inghiottito dalle acque del Pacifico.

Una storia che, come si vede, non si discosta molto da quella di ATLANTIDE, anche se la sua origine è molto più recente.

Il continente-ponte.

A ipotizzare l'esistenza di un altro continente perduto fu uno zoologo inglese del diciannovesimo secolo, Philip L.Slater, che aveva rilevato alcune analogie nell'evoluzione biologica e ambientale delle coste dell'Africa, dell'India e della Malesia.

Esso avrebbe dovuto trovarsi nell'Oceano Indiano; Slater lo aveva battezzato "Lemuria" perché, tra le specie animali comuni a questi tre territori, c'erano, appunto, le proscimmie chiamate lemuri. Non era una teoria del tutto campata in aria: ancor oggi i geologi chiamano con questo nome un continente o un subcontinente che potrebbe aver unito l'Africa all'Asia nel periodo Giurassico (da 180 a 130 milioni di anni fa).

Non c'è da stupirsi se, nel romantico clima ottocentesco, l'ipotesi dell'esistenza di un’altra terra scomparsa incontrò subito grande successo.

Nel 1888 Madame BLAVATSKY scrisse che Lemuria si trovava nel Pacifico, e vi aveva dimorato la terza delle sei razze che (almeno secondo lei) avevano popolato la terra; anche lei aveva appreso queste informazioni da una biblioteca segreta. Lo scozzese Lewis Spence riprese il discorso affermando che la razza dominante di Lemuria era quella bianca, secondo le teorie razziali in voga al momento; Churchward popolarizzò ulteriormente la vicenda e diede a Lemuria il nome definitivo di Mu.


lunedì 19 maggio 2014

LE ENIGMATICHE ESPERIENZE DI QUASI-MORTE: POTREBBE LA MORTE ESSERE SOLO UN’ILLUSIONE?

Perchè viviamo? E ancor di più, perchè moriamo? Ogni essere umano, di ogni tempo e di ogni luogo, percepisce la morte come l'ultimo predatore a cui far fronte, l'inesorabile varco che attende ogni uomo di qualsiasi condizione sociale, qualsiasi latitudine e di qualsiasi credo filosofico o religioso. E ognuno di noi, nella parte più recondita del proprio essere, si chiede se la morte è l'esperienza definitiva con la quale veniamo consegnati al nulla assoluto, oppure se si tratti solo di un passaggio verso una nuova condizione esistenziale.



Tutte le culture umane che si sono succedute nella storia, fin dalla loro comparsa, hanno considerato la morte come il passaggio verso un’oltrevita.

Le culture preistoriche la pensavano come un ricongiungimento con i propri antenati.

Le culture antiche più evolute, come quella sumera, egizie e greca, credevano che la morte fosse l’inizio di un viaggio che portasse il defunto in un luogo fisico, nel quale cominciare il nuovo stato di vita.

Bisognerà attendere le religioni orientali, come l’induismo e il buddismo per assistere ad una concezione più spirituale della vita oltre la morte, fino a quando il cristianesimo parlerà addirittura di “risurrezione dei corpi”.

Forse l’unica cultura ad aver smarrito la domanda fondamentale sulla morte, e quindi sulla vita, è proprio quella contemporanea. Intriso di materialismo scettico, generato da una parziale interpretazione della rivoluzione scientifica e dell’illuminismo, l’uomo del nostro tempo non pensa più alla morte, e se ci pensa, tende a considerarla come il definitivo disfacimento dell’esperienza esistenziale.

Con la perdita del significato della morte, paradossalmente assistiamo ad una perdita del senso della vita. Eppure, potrebbe essere proprio la scienza a gettare nuova luce sul mistero della morte, a partite dai più recenti studi sulle esperienze di premorte e della fisica quantistica.

La “quasi-morte”

L’esperienza di premorte è uno degli eventi più enigmatici che possa capitare nella vita di una persona. I pazienti che hanno vissuto questa esperienza la descrivono come una sensazione di pace e l’inizio di un viaggio verso una fonte di luce intensa, spesso accompagnata dall’incontro con alcuni familiari defunti che raccomandano alla persona il ritorno alla vita terrena, per completare il proprio ciclo esistenziale.

Incuriositi da questi racconti, diversi scienziati hanno cominciato a compiere delle ricerche sul fenomeno, cercando di capire quale possa esserne l’origine. Ciò che più stupisce è la somiglianza delle visioni raccontante dai pazienti in stato di premorte: a prescindere dall’età, dalla provenienza e dalla culture, tutti raccontano grosso modo la stessa visione.

Tra gli studi più interessanti sull’argomento ci sono quelli cella dottoressa Laura Wittman, ricercatrice presso l’Università di Stanford, la quale ha analizzato tutta la letteratura prodotta a partire dal 1880 sulle esperienze di premorte, fino a giungere alle sceneggiature di film contemporanei come Brainstorm (1983) e Linea Mortale (1990), e alle opere di fantascienza di Bernard Werber, come Les Thanatonautes (1994) e Passage (2001) di Connie Willis.

Comparando i dati ottenuti dalla letteratura con quelli della scienza, la Wittman ha individuato una sostanziale somiglianza con i racconti di quasi-morte dei romanzi con quelli descritti dai pazienti. La ricercatrice ne ha tratto alcune conclusioni:

“La codificazione letteraria di tali esperienze, ci permette di guardare i racconti di quasi-morte nel contesto dell’evoluzione della ricerca scientifica su questo argomento”, spiega la Wittman. “Nel corso dei decenni, le narrazioni di quasi-morte sono state inserite in decine di romanzi e film, quasi a voler combattere la crescente invisibilità della morte nella nostra cultura, dove la morte è diventata un affare essenzialmente privato, spesso consumato in una terribile solitudine”.

Laura Wittman, laureata in lingua italiana e francese e titolare della cattedra in Studi Italiani, prima di dedicarsi all’esperienza di quasi-morte, si è dedicata allo studio della storia biblica della risurrezione di Lazzaro trattata da alcuni autori del 19° e 20° secolo.

Nel racconto biblico, Lazzaro è un uomo che tramite l’intervento di Gesù ritorna in vita, senza dire una parola su quanto vissuto. Wittman ha scoperto che il silenzio di Lazzaro ha affascinato e perplesso numerosi scrittori europei.

Nelle opere letterarie di D.H. Lawrence, Luigi Pirandello, Graham Greene, Andrè Malraux e Eugene O’Neil, gli autori hanno riesaminato la vicenda di Lazzaro, facendone diventare l’emblema degli studi sulle esperienze di pre-morte.

“Lazzaro esprime in modo univoco le ansie moderne sulla morte e il morire. Si avverte il desiderio di dare un senso alla morte, facendola diventare un viaggio di trasformazione piuttosto che un minaccioso varco verso il nulla”, continua la Wittman.

Approfondendo la questione, la ricercatrice si è accorta che l’interesse letterario per la storia di Lazzaro è coincisa con una crescita dell’interesse scientifico in materia, quando alla fine del 1880 i medici hanno cominciato a raccogliere le testimonianze di visioni e di viaggi dai loro pazienti. “Circa un secolo dopo, i neuroscienziati hanno cominciato a interessarsi al fenomeno, aprendogli una finestra sul funzionamento del cervello”.

Qualche tempo fa ci fu l’esperienza vissuta dal dottor Eben Alexander, un neurochirurgo di Harvard ricoverato nel 2008 per un attacco di meningite.

Entrato in stato vegetativo, al suo risveglio ricordava di un viaggio in una “dimensione più alta”. Quella di Alexander è un’esperienza che ha modificato profondamente una radicata visione scientifica della coscienza umana. “Come neurochirurgo, non credevo alle Nde (Near Death Experience)”, dichiarò lo scienziato su Newsweek, “avendo sempre preferito le ipotesi scientifiche”.

Il dottore specificò anche di non avere credenze religiose e di non credere nella vita eterna. Ma poi ha sperimentato “qualcosa di così profondo”, da fargli riconsiderare le esperienze NDE in chiave scientifica.



“La convergenza tra racconti letterari, sociologia e ricerca scientifica, in realtà ci dimostra ancora una volta che le supposte barriere tra discipline umanistiche e scientifiche sono determinate più dalla paura che dalla mancanza di interesse nei reciproci campi”, continua la Wittman.

La ricercatrice spera che il suo lavoro possa promuovere una maggiore collaborazione tra discipline umanistiche e medicina, in particolare per quanto riguarda la cura dei malati terminali, mettendo in campo una partnership naturale dei due campi.

“Penso che scienziati e umanisti siano interessati agli stessi problemi: perchè il mondo è così come lo vediamo, qual’è la nostra relazione interpersonale e con il pianeta, che cosa è la vita e se c’è un’anima”, conclude la ricercatrice.

PROFESSOR W. A. TILLER: SIAMO ESSERI SPIRITUALI RIVESTITI DI UN BIO-CORPO

I filosofi pitagorici ritenevano che il corpo fosse la prigione dell'anima; la religioni, poi, nel corso dei secoli hanno affermato con forza la componente spirituale dell'essere umano. In epoca contemporanea, anche la scienza si sta spingendo oltre i confini del corporeo per cominciare ad esplorare, nell'abito della fisica quantistica, la possibilità che la coscienza umana sia una realtà sussistente indipendente dal corpo.



Molte persone descrivono il professor William A. Tiller come uno scienziato in anticipo sui tempi.

Professore emerito di Scienza e Ingegneria dei Materiali presso la Stanford University, Tiller si è guadagnato la sua reputazione accademica per il suo lavoro scientifico nel campo della cristallizzazione.

Ma le sue riflessioni più intriganti fanno riferimento a idee che vanno molto al di là delle teorie scientifiche convenzionali sulla natura della coscienza umana: egli ipotizza l’esistenza di energie sottili che vanno al di là delle quattro forze fondamentali, le quali lavorano in concerto con la coscienza umana.

Tiller, le cui idee sono contenute sul sito web della sua fondazione http://tillerfoundation.com/, è convinto che la nostra mente e le nostre emozioni possono evolvere al punto tale da poter influenzare la nostra vita quotidiana, fino a modificare fisicamente la realtà. Certamente, si tratta di idee che affondano nella teoria quantistica della realtà, una vera e propria sfida per la comunità scientifica ortodossa.

I pensieri possono cambiare la realtà?

Tiller considera noi esseri umani come esseri spirituali rivestiti di un bio-corpo e con enormi poteri di cui non siamo consapevoli. Il professore ritiene che la nostra coscienza sia un sottoprodotto che viene a generarsi quando lo spirito entra nella materia densa.

Tiller, il quale ha trascorso ben 34 anni nel mondo accademico dopo essere stato per nove anni fisico consultivo presso i Laboratori di Ricerca Westinghouse, ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici convenzionali e numerosi brevetti. Parallelamente, da oltre 30 anni, ha condotto un rigorosissimo studio sperimentale e teorico nel campo della psicoenergia, materia che probabilmente diventerà parte della fisica di domani.

Il professor Tiller non dice che la scienza classica sia sbagliata, ma semplicemente che è troppo limitata per spiegare la complessità del reale. Ad esempio, la nostra comprensione della coscienza è limitata perchè l’attuale paradigma è legato essenzialmente alla prospettiva dello spazio-tempo.

“Non puoi usare li spazio-tempo come quadro di riferimento per comprendere la coscienza”, spiega Tiller. “Bisogna espandere i sistemi di riferimento in modo da poter cominciare a vedere cosa significhi e come questa interagisce con la realtà fisica grossolana”.

“La nostra coscienza interagisce con la realtà attraverso il nostro bio-corpo: la nostra natura spirituale si esprime così su più livelli: fisico, emotivo, mentale”, continua Tiller. “Veniamo al mondo inseriti in questo mega contenitore fisico chiamato Universo, per crescere in coerenza, sviluppare i nostri doni e diventare che che abbiamo intenzione di diventare”.

“L’Universo è la scuola in cui impariamo ad esprimere il nostro libero arbitrio, facendo delle scelte e ad accettare le conseguenze di quelle scelte che partecipano alla creazione del nostro futuro vicino e lontano, e guarire i danni collaterali conseguenti a tali scelte”, dice ancora il professore. “Per essere in grado di esplorare i nostri pieni poteri, dobbiamo prima capire chi e cosa siamo”.

E’ chiaro che per Tiller siamo molto più che carne e sangue. “Siamo tutti spiriti che vivono un’esperienza fisica. Siamo il prodotto dei nostri pensieri, atteggiamenti e azioni vissute in questo enorme simulatore che è l’Universo”, dice Tiller. “In questo simulatore siamo mortali dal punto di vista corporeo, ma essenzialmente indistruttibili dal punto di vista della coscienza”.

Per realizzare se stessi in questa vita, e quindi influenzare la nostra realtà fisica, dobbiamo prima trovare uno scopo nella vita. “Bisogna dare un senso alla vita”, dice Tiller. “Bisogna essere sisposti a sospendere il giudizio, essere individui aperti e imparare il più possibile su se stessi, sugli altri e sul mondo. Con la meditazione è possibile spingersi ad esplorare la proprie interiorità”.

La scienza psicoenergetica inaugurata da Tiller, assumendo le idee della Teoria Quantistica, afferma essenzialmente che la coscienza umana e la realtà fisica si influenzano reciprocamente, e il fine della vita fisica è quello di imparare a conoscere se stessi, gli altri e il mondo. La ricerca del professor Tiller è riassunta da lui stesso con un pensiero del Buddha: “Tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato”. (www.ilnavigatorecurioso.it)

“LA MORTE NON ESISTE”! ALLA SCOPERTA DEL BIOCENTRISMO DEL DOTT. ROBERT LANZA

Molti di noi, a buona ragione, temono la morte. Noi crediamo nella morte perchè così ci è stato detto: “noi moriremo”! Ma una nuova teoria scientifica suggerisce che la morte corporale non è l'evento terminale che pensiamo. Scopriamo l'affascinante teoria del “Biocentrismo”.



Siccome identifichiamo la nostra persona con il corpo, e sappiamo che gli organismi biologici sono destinati a morire, ci siamo sempre più convinti che la morte del corpo sia anche la fine della nostra coscienza.

Il dott. Robert Lanza è attualmente direttore scientifico presso l’Advanced Cell Technology ed è professore aggiunto presso la Wake Forest University School of Medicine.

Ha pubblicato centinaia di articoli scientifici e numerose invenzioni e ha scritto, fino ad ora, più di 30 libri, tra i quali Principles of Tissue Engineering (Principi di ingegneria dei tessuti) e Essentials of Stem Cell Biology (Fondamenti di biologia delle cellule staminali), due pubblicazioni che sono riconosciute come riferimenti definitivi in campo scientifico.

In un articolo scritto per l’Huffington Post, il dott. Robert Lanza descrive un’affascinante teoria scientifica che è stata definita biocentrismo e che potrebbe offrirci una visione completamente nuova, dal punto di vista scientifico, della morte e del destino della coscienza umana dopo la morte.

Come abbiamo già scritto in un recente post, la fisica quantistica è alla base di questa rinnovata attenzione che la scienza sta dedicando alla coscienza umana, tanto da far definire “l’anima” come una delle strutture fondamentali dell’Universo.

La coscienza non è più solo un problema per i biologi, i filosofi e i teologi, ma lo è diventata anche per la fisica. Ad oggi, nella fisica moderna non esiste nessuna spiegazione valida che giustifichi come un gruppo di molecole in un cervello possa creare la coscienza. La bellezza di un tramonto, il sapore di un pasto delizioso o l’innamoramento, sono tutti misteri ai quali la scienza non è ancora in grado di dare una spiegazione convincente.

Certo, la biologia e la neurologia possono spiegare i meccanismi che regolano il funzionamento del cervello rispetto agli stimoli ricevuti dai sensi, ma non siamo ancora in grado di spiegare, dal punto di vista scientifico, la soggettività dell’esperienza sensoriale.

Quel che è peggio, è che nessuna disciplina scientifica è capace di spiegare in che modo la coscienza possa emergere dalla materia. La nostra comprensione dell’enigmatico fenomeno della coscienza è praticamente nulla.

La teoria scientifica, chiamata biocentrismo, cerca di raffinare queste considerazioni. Uno degli aspetti più noti della fisica quantistica sta nel fatto che certi fenomeni non possono essere previsti in maniera assoluta. L’unica possibilità che abbiamo è quella di calcolare le probabilità che un determinato evento si verifichi. Secondo l’interpretazione offerta della Teoria del Multiverso, a ciascuno di questi eventuali eventi corrisponde un universo differente.

Esiste un numero infinito di universi, e tutto ciò che potrebbe accadere, si verifica in qualche universo. Tutti gli universi possibili esistono simultaneamente, indipendentemente da ciò che accade in ciascuno di essi. Quindi significa che le leggi che regolano gli infiniti universi possono essere, appunto, infinite.

Chi o cosa pone le regole che sono alla base di questi infiniti universi? Un noto esperimento di fisica quantistica, dimostra che l’osservatore è in grado di determinare il comportamento delle particelle.

Cosa significa ciò? Qual è la relazione che c’è tra la percezione del mondo e il mondo in sè? E’ possibile che il mondo che abbiamo sotto gli occhi sia determinato, in larga parte, dalla nostra mente? Lo spazio è il tempo sono dimensioni che esistono a prescindere dall’osservatore, oppure il nostro cervello, in qualche modo, li determina?

Secondo il biocentrismo, lo spazio e il tempo non sono quelle dimensioni immutabili e rigide che abbiamo sempre pensato. Secondo le considerazioni degli esperimenti di fisica quantistica, tutta la nostra esperienza sensoriale non è altro che un vortice di informazioni che si verificano nella nostra mente.

Lo spazio e il tempo sono semplicemente “regole” create dal nostro cervello attraverso le quali la nostra coscienza cerca di dare un “ordine” a quella esperienza che chiamiamo “realtà”. Come già scriveva Ralph Waldo Emerson nel 1844 in Experience:

“Abbiamo capito che non vediamo la realtà direttamente, ma mediatamente e che non abbiamo alcuna possibilità di modificare o correggere le lenti colorate attraverso le quali vediamo il mondo, nè di calcolare l’entità dei loro errori. Forse queste lenti hanno un potere creativo, forse non esiste nessun oggetto”.

Chiaramente, tutto ciò trascende le nostre idee classiche di spazio e tempo.

Già, ma allora che cosa è la coscienza?

Secondo Robert Lanza, sebbene i singoli corpi siano destinati alla morte e alla disintegrazione, la coscienza viva dell’individuo – il “chi sono” – esiste come forma di energia (circa 20 watt) che opera all’interno del cervello.

Siccome il Secondo principio della Termodinamica (uno degli assiomi più sicuri della scienza) afferma che l’energia non si può nè creare, nè distruggere, ma solo trasformare, dobbiamo concludere che questa “energia di coscienza” che opera nel cervello non scompare con la morte del corpo.

Se è vero che spazio e tempo sono “filtri” posti dal cervello alla nostra coscienza, dobbiamo concludere che in un territorio senza tempo e senza spazio la morte non può esistere. L’immortalità non significa una vita perpetua nel tempo, ma risiede piuttosto in una realtà totalmente al di là dello spazio e del tempo.

Conclusioni

Per molti secoli, a partire dal Rinascimento e con la rivoluzione scientifica, una visione rigida del cosmo ha dominato il pensiero scientifico. Questo modello ci ha portato innumerevoli intuizioni sulla natura dell’universo e numerose applicazioni tecnologiche che hanno trasformato ogni aspetto della nostra vita. Ma questo modello, inizia a manifestare tutti i suoi limiti nel riuscire a spiegare in maniera esaustiva la complessità della realtà.

Il vecchio modello cosmologico propone l’immagine di un universo come una immensa collezione senza vita di particelle che rimbalzano l’una contro l’altra, obbedendo a leggi fisiche predeterminate dalle origini misteriose. L’avvento della fisica quantistica ha portato una ferita nel modello dell’universo-orologio, che da una prospettiva prevedibile dei fenomeni fisici, si sta addentrando in una prospettiva semi-prevedibile.

Tuttavia, con l’attuale paradigma cosmologico, rimangono aperti ancora molti problemi, alcuni ovvi, altri raramente citati, ma altrettanto fondamentali. Ma il problema di fondo riguarda la vita che, sin dalla sua comparsa, rimane ancora un processo scientificamente sconosciuto, sebbene alcuni meccanismi di sviluppo possono essere compresi tramite i meccanismi della Teoria di Darwin.

Il problema più grande è che in una particolare forma di vita, quella umana, esiste un fenomeno come quello della coscienza, la cui comprensione rimane ancora, a dir poco, un mistero.

Se il 20° secolo è stato dominato dalla fisica, il 21° secolo si configura come l’epoca della convergenza tra diverse discipline, fino ad oggi ancora in apparente conflitto tra loro, quali la fisica e la filosofia, la biologia e la teologia. Tutto sembra convergere in una unificazione dei saperi.

Forse è questo il tentativo più qualificante di una teoria come quella del biocentrismo, secondo la quale la vita precede l’esistenza dell’Universo. E’ un concetto semplice ma sorprendente: la vita determina l’universo, anziché il contrario. (www.ilnavigatorecurioso.it)

domenica 18 maggio 2014

WAFFLE ROCK: BIZZARRIA GEOLOGICA O RESIDUO DI UNA TECNOLOGIA DI 250 MILIONI DI ANNI FA?

Un gigantesco masso sulla riva occidentale del Jennings Randolph Lake continua a confondere ricercatori e visitatori. L'enigmatica conformazione reticolare impressa sul lato della roccia è una semplice bizzarria geologica, oppure il residuo di una tecnologia antica. Il problema è che il masso risale a 250 milioni di anni fa!



È uno dei più grandi enigmi e ancora conosciuti dell’America, e sono molti i motivi per cui la Waffle Rock è considerata un mistero.

L’intricata rete di motivi geometrici è talmente regolare che risulta difficile credere che si tratti di un fenomeno naturale.

Se non si tratta di una struttura naturale, vorrebbe dire che la sua origine è da attribuire ad una civiltà antica in possesso di una sofisticata tecnologia sconosciuta.

Alcuni addirittura credono che la roccia mostri chiaramente i segni provocati da un’intensa radiazione lasciata dallo scavo di un velivolo spaziale atterrato sulla Terra eoni fa, o forse più recentemente. Fatto sta, che finchè non ci sarà una risposta definitiva all’enigma, ognuno potrà immaginare la causa preferita.

La Waffle Rock si trova in Virgine, Stati Uniti, sulle sponde occidentali del Jennings Randolph Lake, posizionato sul piazzale di accesso dell’osservatorio del lago. Il Jennings Randolph Lake è un bacino artificiale completato nel 1981 dall’U.S. Army Corps of Engineers come riserva d’emergenza d’acqua per la città di Washington, capitale degli Stati Uniti.

La scoperta della roccia risale al 1984, riportata in un articolo della rivista Saturday Evening Post. La roccia venne soprannominata “waffle” a causa dello sconcertante motivo geometrico, molto simile ai segni lasciati dalla griglia utilizzata per cuocere le famose cialde, i waffle, appunto.

Originariamente il masso era completamente interrato, ma durante la realizzazione del lago si decise di innalzarne una parte per consentirne l’osservazione. Un piccolo pezzo della stessa roccia è anche in mostra presso l’Istituto Smithsonian di Storia Naturale di Washington.



Nel corso degli anni, l’origine della Waffle Rock è stata oggetto di numerose teorie. Le speculazioni spaziano della traccia fossile della pelle di un rettile gigante, alla prova di viaggiatori spaziali in visita sulla Terra.

Altri, soprattutto nella comunità scientifica, ritengono che la roccia sia una formazione geologica naturale. Tuttavia, ammettono che tali formazioni sono piuttosto rare. L’unica altra roccia conosciuta modellata in modo simile si trova sul lato orientale della Tea Creek Mountain, in Pocahontas County, West Virginia,

All’indomani della scoperta, dopo una prima analisi, il colonnello Martin W. Walsh Jr., del Corps of Engineers Commander, concluse che la roccia fosse di origine naturale, come riporta l’articolo del Saturday Evening Post del dicembre 1984. Egli ipotizzo che la sabbia depositata dai torrenti si fosse consolidata nelle curiose “pieghe” durante l’orogenesi dei monti Appalachi, avvenuta circa 300 milioni di anni fa.

Durante questo enorme sconvolgimento, la roccia si frantumò in uno schema regolare, indicato come “articolazioni”, imprimendo nei sedimenti il modello a “cialda”. Successivamente, il quarzo si mescolò con i depositi negli interstizi, producendo una malta resistente agli agenti atmosferici. Con il passare del tempo, gli agenti atmosferici provocarono l’erosione della roccia racchiusa negli interstizi, lasciando il caratteristico schema a forma di waffle.


Non fa una piega. I critici della teoria, infatti, non discutono il processo che ha prodotto la griglia, ma si chiedono se la frantumazione della roccia possa acquisire naturalmente uno schema tanto preciso e ripetitivo.

Alcuni ricercatori hanno proposto l’idea che campi magnetici possano aver contribuito a formare i motivi geometrici della Waffle Rock: una tempesta elettromagnetica potrebbe aver influenzato lo schema al momento della sua creazione.

Tuttavia, queste sono solo speculazioni. La verità è che la scienza non è ancora in grado di spiegare l’origine della Waffle Rock.

Per questo motivo, secondo i ricercatori più esotici, la possibilità che la roccia non sia di origine naturale non può essere respinta con certezza. Ma se così fosse, quali strumenti o macchinari sarebbero stati utilizzati per creare tali modelli così incredibilmente perfetti?

I teorici degli Antichi Astronauti ritengono che possa essere il segno lasciato da un veicolo spaziale in visita sulla Terra milioni di anni fa. Gli storici alternativi, invece, ritengono che il reticolato sia la vestigia si una civiltà sconosciuta che viveva sul nostro pianeta in tempi remotissimi, in possesso di tecnologie sofisticate per noi inimmaginabili.

Insomma, è una bizzarra creazione di Madre Natura, un segno lasciato da viaggiatori extraterrestri o il residuo di una civiltà avanzata perdutasi nella notte dei tempi? Il verdetto non è ancora stato emanato… ciascuno giudichi da sé, fino a prova contraria. (fonte: ilnavigatorecurioso.it)

martedì 13 maggio 2014

Un mistero dal passato: la Pietra di Ingá racconta la distruzione di Atlantide?


La “Pedra do Ingá” è un monumento archeologico nello stato nordorientale di Paraíba, in Brasile, posto nel mezzo del fiume Ingá. Si tratta di una composizione di pietre di basalto che formano una superficie di circa 250 m² completamente ricoperta di simboli non ancora decifrati. La maggior parte dei glifi sembrano rappresentare animali, frutta, esseri umani, costellazioni e galassie, mentre altri simboli sono del tutto irriconoscibili. Chi ha inciso la Pietra di Ingá? Perchè? Ma, soprattutto, cosa rappresentano quei simboli?

È un lungo masso orizzontale ricoperto di misteriosi simboli e notevoli formazioni geometriche.

Gli indigeni Tupi che vivevano in questa zona la chiamavano “Itacoatiara”, che nella loro lingua significava semplicemente “la pietra”.

È lunga 26 metri e alta 4 e si trova nel bel mezzo del fiume Ingá, nei pressi dell’omonima cittadina a circa 96 km da João Pessoa, nello stato di Paraíba, a nordest del Brasile.

Il monolite di Ingá è completamente inciso con simboli e figure in bassorilievo che sembrano rappresentare animali, frutta, esseri umani e costellazioni come Orione e galassie come la Via Lattea. Altri simboli, invece, sono del tutto irriconoscibili.

Chi ha scolpito questo antico monolite ? Cosa voleva descrivere o significare? E’ possibile che i glifi incisi sulla roccia rappresentano un’antica lingua terrestre sconosciuta? Nonostante l’interessamento degli archeologi, ad oggi la Pietra di Ingá rimane ancora un enigma. Sono state avanzate molte teorie sull’origine e il significato dei misteriosi simboli, ma finora nessuno studioso è stato in grado di risolvere il mistero di Ingá.

Alcuni studiosi credono che si tratta di antichi simboli sacri scolpiti da antiche culture sudamericane; altri hanno ipotizzato che rappresenti la scrittura utilizzata da una antica civiltà sconosciuta che ha abitato la regione; altri, infine, spingendosi in ipotesi più eretiche, propongono addirittura che si tratti di un messaggio in codice lasciato da una civiltà extraterrestre.

In totale, la roccia conta circa 450 glifi. La questione è capire se quanto inciso sul monolite sia un’antica lingua. La maggior parte delle figure, infatti, sembra a prima vista astratta, ma i ricercatori ritengono che la Pietra di Ingá nasconda un antico messaggio cifrato. Il problema principale è che mancano paralleli su cui operare un confronto ed eventualmente tentare una traduzione.



Il ricercatore italo-brasiliano Gabriele D’Annunzio Baraldi, grande studioso di lingue antiche che ha trascorso buona parte della sua vita allo studio della Pietra di Ingá, sostiene che i glifi di Ingá sono simili in forma e dimensione a quelli delle culture mesopotamiche primordiali.

Per di più, a suo parere, la lingua Tupi – Guarani, parlata da molti gruppi etnici sudamericani, sembra avere una lontana origine comune con la lingua ittita, antico popolo indoeuropeo fiorito in Anatolia 3800 anni fa.

Come è possibile che due culture tanto lontane possano aver condiviso la comune origine del linguaggio e della scrittura? Baraldi trova in questa comunanza una prova dell’esistenza di una grande civiltà globale esistita più di 10 mila anni, nota più comunemente con il nome di Atlantide.

D’annunzio Baraldi, ricercatore indipendente e esploratore, è infatti considerato uno degli ultimi grandi atlantologi. Nella sua visione, alcuni gruppi umani originari del mitico continente sarebbero sopravvissuti alla catastrofico cataclisma avvenuto nel 9500 a.C., dirigendosi verso est, in Europa, e verso sud-ovest, in Brasile. Baraldi sostiene che i glifi della Pietra di Ingá raccontino proprio della grande catastrofe globale che causo la distruzione della civiltà atlantidea.

Se la tesi di Baraldi è corretta, significa che la Pietra di Ingá rappresenta un messaggio che gli antichi superstiti di Atlantide vollero lasciare ai posteri, come memoria del passato e come monito per il futuro. E ciò significa che non possono essere stati i nativi americani ad incidere i glifi sul monolite.

La scrittura dell’Isola di Pasqua

A sostegno dell’ipotesi atlantidea ci sarebbe la somiglianza dei glifi della Pietra di Ingá con la scrittura utilizzata dagli antichi abitanti della remota Isola di Pasqua, il Rongorongo. L’Isola di Pasqua (in lingua nativa Rapa Nui, letteralmente “grande isola/roccia”) si trova nell’Oceano Pacifico meridionale.

Si tratta di una scrittura con andamento bustrofedico e che, al momento, è stata solo parzialmente decifrata. L’isola di Pasqua è l’unica nell’area del Sud Pacifico ad aver sviluppato nella propria storia una scrittura propria. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare non si tratta di una scrittura che utilizza geroglifici. La scrittura rongorongo non fu mai decifrata completamente e per molti decenni rimase incompresa.

Fu quindi solo grazie agli studi condotti dal tedesco Thomas Barthel e alla scoperta di una tavoletta che riportava un calendario lunare (oggi conservata nell’archivio dei SS Cuori a Grottaferrata nei pressi di Roma), la cosiddetta tavoletta Mamari, che si poté parzialmente decifrare alcuni simboli. Al momento (2009) in tutto il mondo esistono soltanto 26 tavolette, in buone condizioni ed autentiche al di là di ogni dubbio, scritte in rongorongo.




Alcuni intravedono una forte somiglianza tra l’alfabeto rongorongo e i simboli della Pietra di Ingá. È possibile che questa somiglianza avvalori l’ipotesi che gli abitanti primordiali del Brasile, della Mesopotamia e dell’Isola di Rapa Nui discendessero tutti da un’unica cultura globale spazzata via da un cataclisma?

La Pietra di Ingá rimane uno dei reperti archeologici più importanti degli ultimi tempi e il suo studio, e la sua eventuale traduzione, potrebbero svelare un passato molto diverso del nostro pianeta, raccontandoci di un tempo in cui i nostri antenati vivevano in un grande villaggio globale chiamato Atlantide. (fonte: www.ilnavigatorecurioso.it)

LA TEORIA QUANTISTICA DELLA COSCIENZA


La fisica quantistica potrebbe spiegare l’esistenza dell’anima. La Teoria Quantistica della Coscienza

Una teoria rivoluzionaria sostiene che l'anima umana è una delle strutture fondamentali dell'Universo e che la sua esistenza è dimostrabile grazie al funzionamento delle leggi della fisica quantistica. Con la morte fisica, le informazioni quantistiche che formano l'anima non vengono distrutte, ma lasciano il sistema nervoso per essere riconsegnate all'Universo.


 
Un medico e un fisico quantistico di fama mondiale, l’americano dott. Stuart Hameroff e l’inglese Sir Roger Penrose, hanno sviluppato una teoria che potrebbe dimostrare definitivamente l’esistenza dell’anima.

Secondo la Teoria Quantistica della Coscienza elaborata dai due scienziati, le nostre anime sarebbero inserite all’interno di microstrutture chiamate “microtubuli”, contenute all’interno delle nostre cellule cerebrali.

La loro idea nasce dal considerare il nostro cervello come una sorta di “computer biologico”, equipaggiato con una rete di informazione sinaptica composta da più di 100 miliardi di neuroni .

Essi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato dell’interazione tra le informazioni quantiche e i microtubuli, un processo che i due hanno definito “Orch-OR” (Orchestrated Objective Reduction).

Con la morte corporea, i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni in essi contenute non vengono distrutte. In parole povere, più legate ad un linguaggio tradizionale, l’anima non muore, ma torna alla sua sorgente.

“Quando il cuore smette di battere e il sangue non scorre più, i microtubuli smettono di funzionare perdendo il loro stato quantico”, spiega il dott. Hameroff, professore emerito presso il Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia e direttore del Centro di Studi sulla Coscienza presso l’Università dell’Arizona.

“L’informazione quantistica all’interno dei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, ma viene riconsegnata al cosmo. Quando un paziente torna a vivere dopo una breve esperienza di morte, l’informazione quantistica torna a legarsi ai microtubuli, facendo sperimentare alla persona i famosi casi di premorte”, spiega Hameroff al Daily Mail.

La grande portata di questa teoria è evidente: la coscienza umana, così intesa non si esaurisce nell’interazione tra i neuroni del nostro cervello, ma è un informazione quantistica in grado di esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato. Si tratta di quella che per secoli le religioni hanno definito “anima”.

Questa teoria scientifica si avvicina molto alla concezione religiosa orientale dell’anima. Secondo il credo buddista e induista, l’anima è parte integrante dell’Universo ed esiste al di fuori del tempo e dello spazio. L’esperienza corporea (o anche terrena, materiale), non sarebbe altro che una fase dell’evoluzione spirituale della coscienza umana.

Ma anche le religioni del libro, quali l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam, insegnano l’immortalità dell’anima. Chissà che questa teoria non possa aprire una nuova stagione di confronto positivo tra la ragione e la fede, la religione e la scienza. (fonte: www.ilnavigatorecurioso.it)

venerdì 9 maggio 2014

UN ASTRONOMO AFFERMA CHE I FENOMENI SPIRITUALI HANNO ORIGINE IN ALTRE DIMENSIONI DELLA REALTÀ

Scienza e spiritualità, passo dopo passo, sembrano destinate ad incontrarsi sul cammino della conoscenza. Bernard Carr, astronomo e matematico, ha teorizzato che molti dei fenomeni che riteniamo di origine sovrannaturale, poiché non possiamo spiegarli con le leggi della fisica della realtà in cui viviamo, potrebbero avere origine in altre dimensioni.



Albert Einstein, premio nobel per la fisica, ha suggerito che la realtà in cui viviamo è formata almeno da quattro dimensioni, tre spaziali e una temporale.

La moderna fisica quantistica, con l’elaborazione della teoria delle stringhe, ha poi teorizzato l’esistenza di almeno 11 dimensioni.

Facendo riferimento alle ultime riflessioni della fisica teorica, Bernard Carr, professore di matematica e astronomia presso la Queen Mary University di Londra, ha suggerito che la nostra coscienza è in grado di interagire con altre dimensioni della realtà.

Egli immagina un universo multidimensionale organizzato con una struttura gerarchica; noi ci troviamo nella dimensione al livello più basso. “Questo modello risolve problemi filosofici ben noti alla filosofia, come il rapporto tra la materia e la mente, e chiarisce la natura del tempo”, come scrive lo stesso Carr in un estratto di una sua conferenza. “Inoltre, tale modello fornisce un quadro ontologico per l’interpretazione di fenomeni come le apparizioni, le esperienze fuori dal corpo, le esperienze di quasi morte e i sogni”.

Spiega Carr che i nostri sensi fisici sono in grado di mostrarci solo un universo a tre dimensioni, anche se in realtà ne esistono almeno quattro. Ciò che esiste nelle dimensioni superiori sono entità che non possiamo percepire con i nostri sensi fisici. Tali soggetti devono anch’esse avere bisogno di un certo tipo di spazio per esistere.

“Le uniche entità non fisiche nell’universo di cui abbiamo esperienza sono quelle mentali”, scrive Carr. “L’esistenza dei fenomeni paranormali suggerisce che la entità mentali devono esistere in una sorta di spazio altro-dimensionale”.

Quando sogniamo, ad esempio, tale spazio altro-dimensionale si sovrappone con lo spazio fisico dove esiste la nostra memoria. Ma anche fenomeni come la telepatia e la chiaroveggenza sono la sovrapposizione dello spazio altro-dimensionale con lo spazio fisico.

“La contrapposizione tra materia e mente è sorta nel momento in cui si è ridotta la realtà ad uno spazio tridimensionale”, scrive Carr. “Tuttavia, da allora la visione del mondo fisico è profondamente cambiata ed è chiaro che i nostri sistemi fisici sensoriali rivelano solo una porzione molto limitata della realtà”.

Una caratteristica fondamentale di questo nuovo approccio alla realtà non può non coinvolgere il concetto di coscienza, dato che questa è la base di tutte le esperienze psichiche. Anche se la parapsicologia ha già acquisito un certo grado di rispettabilità tra gli psicologi, essa non è ancora stata presa sul serio dalla maggior parte dei fisici.

“La questione cruciale è capire se la fisica, nel presente o nel futuro, sarà mai in grado di ospitare i fenomeni psichici”, continua Carr. “La mia tesi è che lo sarà, ma ciò richiederà più di un semplice armeggiare con l’attuale paradigma della fisica, vale a dire più che invocare semplicemente le onde elettromagnetiche, i tachioni, i tunnel spazio-temporali e la teoria quantistica standard. Il nuovo approccio avrà conseguenze profonde per la fisica, la psicologia, la parapsicologia e la filosofia”. (fonte: ilnavigatorecurioso.it)

mercoledì 7 maggio 2014

OLLANTAYTAMBO: LA CITTÀ PERUVIANA COSTRUITA DAGLI INGEGNERI VENUTI DALLO SPAZIO

Tra i numerosi siti archeologici peruviani che sconcertano per la loro realizzazione architettonica, ne esiste uno meno conosciuto, ma che forse è il più sbalorditivo di tutti: l'antica città di Ollantaytambo, nel Perù meridionale, a circa 60 chilometri a nordovest della città di Cusco. Gli enormi megaliti e la perfezione dell'intaglio della pietra fanno ritenere ai teorici degli Antichi Astronauti che Ollantaytambo sia la prova che la Terra del passato sia stata visitata da intelligenze extraterrestri.



Ollantaytambo è un sito archeologico Inca che si trova nel Parù meridionale, nella regione di Cusco, ad un’altitudine di 2792 metri sopra il livello del mare.

Le rovine dell’antica città giacciono in un luogo che gli Inca chiamavano “Valle Sacra”.

Gli storici convenzionali ritengono che Ollantaytambo sia stata costruita nel 1440 d.C. dall’imperatore Inca Pachacuti.

Alcuni ricercatori, invece, sono convinti che sia stata costruita sulle rovine di una città molto più antica, le cui origini rimangono sconosciute.

“La porta che viene chiamata ‘Il Cancello degli dei’ è stata costruita migliaia di anni prima che gli inca arrivassero in questa regione, da una civiltà che chiamiamo Hurimpacha”, spiega Brien Foester, autore del libro A brief history of Incas. “Gli abbiamo dato questo nome perchè non abbiamo idea di chi fossero, da dove venissero e dove sono andati”. Secondo Foester, i reperti più antichi di Ollantaytambo risalgono almeno a 12 mila anni fa.

Ma come hanno potuto i primi esseri umani sulla Terra costruire queste sorprendenti strutture in pietra, con grandi blocchi che si incastrano alla perfezione, con acquedotti e sistemi di irrigazione che funzionano ancora oggi? E come avrebbero potuto spostare enormi massi di granito, ognuno del peso di più di 50 tonnellate?

Una fortezza sacra

“Ollantaytambo è una fortezza di montagna”, spiega Andrew Collins, autore di “The Cygnus Mystery, “conosciuta soprattutto per le incredibili dimensioni dei blocchi utilizzati nella sua costruzione. In particolare, quelli ritrovati nel livello più alto della montagna. Ci sono sei mastodontici blocchi di granito posizionati in linea”.



I monoliti sono stati trasportati da un altro sito, attraversando una piana, un fiume e poi portate in alto sulla montagna. Chiaramente, il mistero più grande è capire come le abbiano tagliate e portate fin lassù.

Al giorno d’oggi, infatti, se dovessimo spostare un masso di 50 tonnellate dovremmo assemblare un’unità di trasporto speciale, comprendente travi metalliche, assi e ascensori idraulici. Per portarlo fino in cima, probabilmente bisognerebbe modificare l’altura, costruire una strada, fissare il masso con dei cavi metallici ad un sistema di carrucole. Molte opzioni differenti, ma nessuna di esse disponibile alle persone dell’epoca.

L’abilità di sistemare perfettamente insieme queste pietre di diverse tonnellate, in modo che fra di esse non ci passi nemmeno un capello, non è una questione di tempo o di fatica, ma una questione di tecnologia. Gli archeologi tradizionali sostengono che il granito sia stato tagliato e modellato con strumenti di pietra e di bronzo.



Ciò che è veramente strano è il modo in cui le grandi rocce sono state fissate, come se fossero state fuse insieme da una fonte sconosciuta di calore. E’ come se due pietre fossero state posizionate una accanto all’altra e poi fuse insieme con qualche forma di raggio ad altissima energia. Guardando la configurazione dei blocchi, non c’è proprio spiegazione su come potessero aver creato una fonte di calore tanto intensa, al punto da saldare le rocce l’una alle altre.



Ulteriori prove dei misteriosi metodi utilizzati dagli antichi costruttori possono essere trovate nel vicino Tempio del Condor. Qui, enormi lastre di andesite venivano estratte dal luogo conosciuto come Il Muro della Roccia Viva.

“Il Tempio del Condor è particolare, perchè troviamo delle enormi sezioni di pietra a forma di parallelepipedo” commenta Collins. “Si tratta di andesite, una roccia molto dura, ed è stata rimossa dalla montagna con tanta accuratezza che non si trovano segni di scalfittura sulla superficie. La superficie rocciosa sembra ruvida, ma quando la tocchi sembra liscia come le piastrelle del bagno, il che significa che è stato usato un qualche processo di vetrificazione”.



Utensili preistorici non avrebbero potuto ottenere questo risultato, soprattutto se si pensa che Ollantaytambo è fatta quasi tutta di andesite. Per tagliarla serve qualcosa di più duro della semplice pietra o del bronzo. Si poteva utilizzare il diamante, ma non c’erano strumenti nell’età della pietra che potessero tagliare queste rocce.

E’ possibile che gli antichi costruttori di Ollantaytambo abbiano davvero utilizzato utensili provenienti da un altro mondo, così come sostengono i Teorici degli Antichi Astronauti? Qualche indizio può essere trovato negli antichi miti di creazione tramandati nelle Ande.

In essi, gli antenati, o fondatori, sono descritti come fratello e sorella, figli del Dio Sole, mandati sulla Terra dal Dio Sole stesso. Questi due enigmatici personaggi giungono sulla Terra in possesso di un cuneo dorato. E’ possibile che questo potesse essere una sorta di utensile tecnologico in grado di tagliare la pietra, fonderla e farla addirittura levitare, capace di vincere la forza di gravità?

Il fatto che Ollantaytambo abbia a che fare con la tradizione del cuneo dorato, può solo significare che in quel luogo, migliaia di anni fa, qualcosa di straordinario è veramente successo. (www.ilnavigatorecurioso.it)

martedì 6 maggio 2014

L’ARTE RUPESTRE DI SEGO CANYON: ENTITÀ SPIRITUALI O ANTICHI ASTRONAUTI?

La parete rocciosa di arenaria di Sego Canyon rappresenta una spettacolare galleria d'arte rupestre dipinta dai nativi americani di circa 8 mila anni fa. Gli studiosi ortodossi affermano che le enigmatiche figurine rappresentino entità spirituali percepite in stato di trance dagli antichi sciamani, mentre i teorici degli antichi astronauti sono convinti che i petroglifi siano la prova di una visita aliena nel passato della Terra.


I petroglifi di Sego Canyon sono la testimonianza antichissima della presenza umana nella regione dello Utah, occupata in un ampio periodo che va dal 6000 a.C. al 1800 d.C.

Si tratta di una vera e propria galleria di rappresentazioni sacre, con più di 80 figure inquietanti a grandezza naturale, con occhi incavati o mancanti e con la frequente assenza di braccia e gambe.

Questo sito impressionante è stato annoverato nel Registro Nazionale dei luoghi storici degli Stati Uniti, e nonostante le severe leggi sulla conservazione dei beni archeologici, il sito è stato oggetto di numerosi atti di vandalismo che minano un così grande tesoro archeologico.

Il sito presenta tre stili pittorici diversi, rappresentanti di altrettante culture distinte succedutesi nel tempo, comprendo un arco di tempo di almeno 8 mila anni.


I pittogrammi di Barrier Canyon (6000 a.C. – 100 a.C.)



Le forme artistiche più antiche appartengono al periodo cosiddetto arcaico, eseguite tra il 6000 a.C e il 2000 a.C. Si tratta degli esempi più spettacolari di arte rupestre attribuita ad un popolo arcaico, probabilmente nomade, di cacciatori-raccoglitori. Non costruivano strutture abitative permanenti, ma vivevano in caverne e in piccoli rifugi.

Lo stile artistico di Barrier Canyon consiste solitamente in entità antropomorfe riprodotte a dimensione naturale. Il segno distintivo di queste figure è l’assenza di occhi o dalla conformazione oculare incavata, la mancanza di braccia e strane raffigurazioni simili ad antenne, orecchini e serpenti stretti nelle mani.


I pittogrammi degli indiani Fremont (600 d.C. – 1250 d.C.)



La cultura Fremont ha prosperato tra il 7° secolo e il 13° secolo d.C., in contemporanea con la cultura Anasazi della zona di Four Corners. Come quest’ultima, la cultura Fremont coltivava il mais e viveva in case scavate nel terreno coperte con strutture in pietra, lavoravano il vimini e producevano artefatti in ceramica.

I Fremont avevano una struttura sociale complessa, come illustrato nell’arte da loro incisa sulla roccia, ed erano altamente capaci di adattarsi alle variazioni estreme del loro ambiente. Certamente, ciò che li distingue è la loro straordinaria arte rupestre.

La parte superiore del pannello rappresenta le creazioni più antiche. Le figurine sono dipinte con grandi corpi di forma rettangolare e piccole teste, simili a quelle prodotte dagli Anasazi.

Le realizzazioni più recenti, invece, sono state intagliate nella roccia e sembrano sovrapporsi a quelle più antiche. L’impressione è che gli antichi artisti abbiano voluto circondare le entità sacre più antiche con scene di vita quotidiana, come la caccia e la vita del villaggio, come buon auspicio e richiesta di protezione divina.


I petroglifi degli indiani Ute (1300 d.C. – 1880 d.C.)



Si tratta delle ultime realizzazioni petroglifiche prodotte dai nativi americani, in particolare dal popolo Ute, anch’essi un popolo di cacciatori-raccoglitori. La datazione recente delle figurine è stata determinata dalle incisioni che rappresentano uomini a cavallo, chiara indicazione della presenza dei conquistadores spagnoli.

Sono rappresentate molte altre figure e elementi, utilizzando i colori rosso e bianco: si notano un bisonte bianco, alcune figure antropomorfe e grandi cerchi ritenuti essere scudi. Gli indiani Ute vivevano liberamente in tutto il Colorado occidentale e nello Utah orientale, fino al 1880 quando furono costretti a riparare nelle riserve a loro destinate.


Entità spirituali o Antichi Astronauti



I sostenitori della teoria degli Antichi Astronauti suggeriscono che le enigmatiche figure di Sego Canyon, almeno quelle più antiche, rappresentino entità extraterrestri che visitarono la Terra in epoca arcaica. Le caratteristiche anatomiche delle figure indicano che gli artisti volevano sottolineare il fatto che non si trattava di esseri umani.

I ricercatori ortodossi, invece, difendono l’ipotesi che si tratti di entità spirituali percepite dagli sciamani in visioni in stato di trance. Gli sciamani, con l’aiuto degli spiriti e l’assunzione di sostanze allucinogene, erano in grado di entrare in comunicazione con il mondo degli spiriti e dialogare con i “creatori dell’energia”.

“Con l’aiuto degli spiriti guida e delle divinità tutelari, gli sciamani invocavano la presenza di esseri divini e semi-divini per chiedere la fertilità della terra e delle donne, l’abbondanza dei raccolti, il successo nella caccia e la vittoria in battaglia”, scrive il ricercatori Polly Schaafsma in un documento sulla simbologia dell’arte rupestre di Barrier Canyon.

Tuttavia, rimangono senza spiegazione le caratteristiche insolite delle entità raffigurate, come gli occhi assenti, l’assenza di braccia e gambe e la presenza di antenne sul capo. Facendo riferimento al fenomeno del Culto del Cargo, i teorici degli Antichi Astronauti ritengono che non sia improbabile che i nostri antenati siano entrati in contatto con una civiltà di viaggiatori extraterrestri e che abbiamo scambiato la loro tecnologia per magia, fino a considerarli come esseri divini.

È possibile che i petroglifi di Sego Canyon siano l’ennesimo esempio di questo fenomeno tanto diffuso sul pianeta Terra? Al momento, nessuno sa con certezza cosa rappresentino le immagini o perché siano state dipinte. Le misteriose entità di Sego Canyon rimangono ancora un enigma che potrebbe rimanere insoluto per sempre. (fonte: www.ilnavigatorecurioso.it)

LA CREAZIONE DELL'UOMO

a cura di Filippo Cozzatelli

Quando i Nefilim arrivarono, circa 450.000 anni fa, un terzo della Terra era coperto da ghiacci (seconda glaciazione), il livello dei mari era più basso (fino a 200 metri) e le condizioni climatiche di alcuni luoghi erano decisamente diverse da come le conosciamo ora. Scelsero tre luoghi che a turno divennero il centro di una civiltà antica: la regione del Nilo, quella dell’Indo e quella del Tigri e dell’Eufrate, tutte ricche di acqua, petrolio (tranne quella dell’Indo) e con un clima temperato. La prima città fondata fu Eridu, poi ne seguirono altre sei, ma la cosa importante è che non furono costruite in modo casuale, ma con una logica ben precisa: il Monte Ararat domina l’altopiano armeno con il suo diametro di 40 km e con le due altissime cime perennemente innevate (Piccolo Ararat e Grande Ararat) ed è adattissimo per farci passare un immaginario meridiano che va ad intersecare il corso dell’Eufrate, inoltre è un luogo accessibile sia via terra (intorno al massiccio montuoso c’è un’enorme pianura per poter atterrare) che via fiume (L’Eufrate con le sue ricche fonti di bitumi superficiali); le tre città di Bad Tibira, Shuruppak e Nippur si trovano su una linea che forma un angolo preciso di 45° rispetto al meridiano di Ararat e che incrocia il meridiano esattamente a Sippar! Le altre due città, Eridu e Larsa, si trovano anch’esse lungo un’altra linea che incrocia la prima e il meridiano di Ararat proprio a Sippar. Basandoci su un antico schizzo che metteva Nippur al centro di un cerchio, e tracciando cerchi concentrici che toccano le diverse città, scopriamo che un’altra delle antiche città sumeriche, Lagash, si trovava esattamente su uno di questi cerchi, in posizione perfettamente speculare a Larsa. Cosi costruite diventavano, dall’alto, un facile modo per poter individuare ed atterrare senza problemi. Sippar divenne il loro porto spaziale e Nippur il centro di controllo della missione.

Al tempo il potere sulla terra era diviso tra Enlil che occupava il “mondo superiore” (emisfero boreale) ed Enki che occupava il “mondo inferiore” (emisfero australe). Quest’ultimo dirigeva un gruppo di Anunnaki nel Sud Africa che si occupava dell’estrazioni di minerali e metalli, in special modo oro (utilissimo anche per l’industria elettronica); recenti ritrovamenti indicano come l’attività estrattiva sia molto antica, risalente, nello Swaiziland, anche a 70.000/80.000 anni prima di Cristo. Grazie ad un testo ricostruito da W.G. Lambert e A.R. Millard (Atra-Hasis: La storia babilonese del Diluvio) basato su un’originale sumerico, possiamo leggere l’arrivo degli dèi sulla Terra, la creazione dell’uomo e la distruzione ad opera del Diluvio. La storia comincia al tempo in cui soltanto gli dèi abitavano la Terra:

Quando gli dèi, come gli uomini,
si affannavano a lavorare
e sopportavano la fatica
grande era la fatica degli dèi,
pesante il loro lavoro,
e immensa la sofferenza

Il racconto continua descrivendo le diverse sfere di comando e va avanti raccontando di come gli dèi minori scavassero per le diverse esigenze (letti dei fiumi, canali d’irrigazione e minerali) fino a quando, dopo quaranta “periodi”, dissero: basta.

Essi si lamentavano, parlavano male di tutti,
mugugnavano durante le operazioni di scavo.

E poi:

Affrontiamo il nostro… Capo ufficiale,
che egli ci sollevi da questo duro lavoro.
Il Re degli dèi, l’eroe Enlil,
spaventiamolo nella sua dimora!

L’ammutinamento creò non pochi problemi agli dèi, fino a quando Enki propose una soluzione: creare un lulu, un “lavoratore primitivo”.

Dal momento che qui con noi
C’è anche la Dea della Nascita,
che essa crei un lavoratore primitivo;
che sia lui a portare il giogo…
a sopportare le fatiche degli dèi!

La proposta fu accettata, sarebbe stato creato un lavoratore primitivo. Mami, la madre degli dèi, aiutata da Enki riuscì nell’impresa:



<<Mi avete affidato un incarico-
io l’ho portato a termine…
vi ho tolto i lavori pesanti
e ho imposto la vostra fatica al lavoratore, l’uomo.
Avete levato il vostro grido perché io creassi una stirpe di lavoratori:
ecco, io ho allentato il vostro giogo,
vi ho regalato la libertà>>.

I Nefilim, dunque, arrivati sulla Terra per allestire le loro colonie, avevano dato forma a un proprio sistema di schiavitù, con “lavoratori primitivi” che essi stesi avevano creato. Riscontri su una creazione dell’uomo li abbiamo anche nel Libro della Genesi:

Ed Elohim disse:
<<Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza>>.

Sembrano esserci un po’ troppi plurali in questa frase: a chi stava parlando questa divinità unica ma plurale (Elohim), e a immagine e somiglianza di chi (“nostra”) intendeva creare l’uomo? Ma com’è possibile che una nuova creatura fosse una copia fisica, mentale ed emotiva dei Nefilim? Come fu creato l’uomo? I Nefilim non crearono i mammiferi o i primati o gli ominidi, “L’Adamo” della Bibbia non è il genere Homo in quanto tale, ma l’essere che rappresenta il nostro diretto progenitore, il primo Homo Sapiens. E’ l’uomo moderno, come noi lo conosciamo, a essere stato creato dai Nefilim. Enki, svegliato nella notte con la notizia che gli dèi avevano deciso di formare un adamu, disse:

<<La creatura di cui avete pronunciato il nome esiste già!>>

poi aggiunse:<<Legatele sopra l’immagine degli dèi>>.
Ecco dunque che l’uomo non è stato creato dal nulla, ma hanno preso una creatura già esistente e l’hanno un po’ cambiata, <<legandole addosso l’immagine degli dèi>>. La teoria evoluzionistica e i racconti provenienti dal vicino oriente sulla creazione non sono in conflitto: anzi, si spiegano e si completano a vicenda. Il procedimento che Enki consigliò per ottenere un rapido progresso evolutivo dell’Homo Erectus fu, probabilmente, la manipolazione genetica. Il presupposto da tenere in considerazione è che i Nefilim, già capaci di viaggiare nello spazio, fossero altrettanto avanti nel campo delle scienze biologiche; riferimenti a una sorta di “mescolanza” tra due fonti di vita si ritrovano anche in testi antichi:

Apparvero uomini con due ali, alcuni con quattro e due facce. Avevano un corpo solo ma due teste, una di uomo, l’altra di donna; analogamente, anche molti altri loro organi avevano una parte maschile e una femminile…
…Vi erano poi tori con testa di uomini, e cani con quattro corpi e una coda di pesce….

E’ possibile che gli strani dettagli del racconto nascondano un’importante verità, che prima di ricorrere alla creazione dell’uomo, i Nefilim abbiano tentato altre vie, come l’ibridazione, per ottenere la forza lavoro necessaria di cui avevano bisogno. Gli strani uomini-toro o uomini-leone (sfingi) che adornavano i templi edll’antico Medio Oriente forse non erano prodotti della fervida fantasia di un’artista, ma riproduzioni di vere e proprie creature.
Gli stessi esperimenti di Ninhursag ed Enki descritti dai Sumeri non dettero subito i risultati sperati, ma alla fine riuscirono ad ottenere l‘uomo perfetto che Enki chiama Adapa, la Bibbia Adamo, in nostri studiosi Homo Sapiens. Con questo prodotto finale i Nefilim erano geneticamente compatibili con le figlie dell’uomo e quindi avere figli da loro, ma questa compatibilità poteva esistere solo se l’uomo si fosse sviluppato dallo stesso “seme vitale” dei Nefilim.
Gli antichi testi affermano che l’uomo nasceva dalla fusione di un elemento divino, sangue o “essenza”, con l’”argilla” della Terra. Il termine ebraico adama e il nome ebraico del color rosso, adom, derivano dai termini che significano sangue: adamu, dam. Adamo poteva significare “quello della terra”, “quello fatto di terra color rosso scuro” e “quello fatto di sangue”. Il testo Quando gli dèi come gli uomini ed altri testi paralleli fanno una dettagliata descrizione di come avvenne la creazione dell’uomo. Enki mise a disposizione la sua stessa sposa, Ninki, per portare nel suo grembo “Adapa”, e solo dopo lo usarono come modello genetico per farne dei duplicati, sia maschili che femminili. Un’altra dimostrazione di come i testi biblici siano un condensato, spesso poco preciso, delle originali fonti sumeriche è questa:

Il giorno che Elohim creò Adamo,
a somiglianza di Elohim Egli lo fece.
Maschio e femmina egli li creò,
e li benedisse e li chiamò “Adamo”
il giorno stesso in cui li creò.

C’è una palese contraddizione, venne creato un solo essere e poi subito dopo vennero creati un maschio e una femmina. La contraddizione si fa più profonda quando Dio fece addormentare Adamo per poi creare la Donna con una sua costola, ma c’è una spiegazione, la costola biblica è un gioco di parole del termine numerico TI (“costola”, ma anche “vita”), che ci conferma che Eva nacque dall’”essenza vitale” di Adamo.

BIBLIOGRAFIA

· “Il Pianeta degli Dèi” – Anno 2006- Edizioni Piemme
· “La storia volume 1” – Anno 2007- Edizioni Mondatori

lunedì 5 maggio 2014

LA COLONNA DI ASHOKA: L’ARTE METALLURGICA DEGLI ANTICHI INDIANI SUPERA LA TECNOLOGIA MODERNA

A Delhi, india, esiste una sorprendente colonna di ferra che, nonostante siano passati almeno 15 secoli dalla sua realizzazione, non presenta segni di ruggine ed è così impenetrabile alla corrosione che la tecnologia moderna non riesce ad eguagliarne la struttura.



La cosiddetta Colonna di Ferro (o Colonna di Ashoka), situata a Delhi (in India), è una colonna in ferro alta 7 metri e 21 centimetri , dal peso di 6 tonnellate e con un diametro di 41 centimetri.

La colonna risale almeno al 423 d.C. e non presenta ruggine nonostante sia rimasta esposta per 1600 anni al clima monsonico.

Probabilmente venne eretta da Chandragupta II Vikramaditya (375 d.C. – 414 d.C.) , durante l’impero Gupta che regnò sull’India settentrionale fra il IV e il VI secolo.

La colonna in origine si trovava in un luogo denominato Vishnupadagiri (collina dell’impronta di Visnu). Durante l’impero Gupta, Vishnupadagiri era un centro di studi astronomici, dato che la collina si trovava sul tropico del Cancro. La colonna proiettava un’ombra, che al solstizio d’estate (21 giugno) cadeva nella direzione del piede di Anantasayain Vishnu.

Successivamente, quando Qutb-ud-din Aibak distrusse i templi preesistenti per erigere il Qutb Minar e la moschea Quwwat-ul-Islam, la Colonna di Ashoka venne lasciata intatta, e la moschea fu sviluppata intorno ad essa. Sulla colonna vi è un’iscrizione secondo la quale essa venne costruita in onore di Vishnu e in memoria del re Chandragupta II.

L’enigma della colonna

Data la sua particolare resistenza alla ruggine e alla corrosione, la Colonna di Ashoka è oggetto di interesse di numerosi studiosi. Inoltre, le sue peculiari caratteristiche, ha spinto molti a considerarla come un OOPArt, cioè un oggetto inspiegabile nel suo contesto storico originario. Perchè?

Come rivela uno studio eseguito dal professor A.G. Gupta, direttore del Dipartimento di Scienze Applicate e Filosofia presso l’Istituto di Tecnologia e Management dell’India, il pilastro è realizzato con ferro puro al 99,72 per cento.

Per farsi un’idea, il ferro ottenuto in epoca moderna è ottenuto con una purezza del 99-99,8 per cento, e contiene manganese e zolfo due ingredienti assenti nel pilastro. La colonna, inoltre, è rivestita da un patina di ossido protettivo, rendendola diversa da qualsiasi altra cosa prodotta oggi.

Grazie alla sua particolare composizione, la colonna è sopravvissuta intatta per più 1500 anni esposta agli agenti atmosferici, senza mostrare il minimo segno di ossidazione o corrosione.

Le analisi di esperti dell’Istituto Indiano di Tecnologia, guidati dal professor R. Balasubramaniam, hanno dimostrato che si tratta di una particolare proprietà del metallo di cui è fatta, un ferro molto puro, con una percentuale insolitamente elevata di fosforo dovuta a una particolare tecnica di fusione realizzata dagli artigiani del tempo.

Il fosforo col tempo avrebbe favorito la formazione per catalisi di uno strato protettivo sulla superficie della colonna, un composto di ferro, ossigeno e idrogeno spesso 5 centesimi di millimetro in grado di proteggere il ferro dolce dall’aggressione dell’atmosfera.

Uno studio realizzato da John Rowlett rivela che il pilastro è stato realizzato almeno 400 anni prima della creazione della più grande fonderia conosciuta nel mondo antico e che avrebbe potuto realizzare la colonna.

Per sottolineare la precoce perizia metallurgica degli indiani di 15 secoli fa, Rowlett ricorda il caso della Sultanganj Buddha, la più grande scultura metallica indiana di Buddha.



Anch’essa realizzata 1500 anni fa, realizzata in rame puro e pesante più di una tonnellata, come scrive Rowlett, “nessuna spiegazione scientifica è stata ancora avanzata su come sia stato possibile realizzare una tale opera in un periodo così precoce”.

La statua, sconcertante ricordo delle straordinarie doti degli scultori e degli artigiani del metallo dell’antica India, è sopravvissuta praticamente intatta per 15 secoli, facendone un caso unico al mondo. (fonte: www.ilnavigatorecurioso.it)
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Licenza Creative Commons
Enuma Elish diDario Sumer è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.