giovedì 31 luglio 2014

L’ORIGINE MISTERIOSA DELLA RADIAZIONE CHE HA COLPITO LA TERRA DURANTE IL MEDIO EVO

Poco più di 1200 anni fa, il pianeta Terra fu colpito da una raffica molto intensa di radiazioni ad alta energia di origine sconosciuta. Il fenomeno è stato osservato dagli scienziati che studiano le quantità di isotopo radioattivo carbonio-14 negli anelli degli alberi formatisi nel 775 d.C. nell'emisfero settentrionale.



Qualcosa di inspiegabile si è verificato sul nostro pianeta circa 1200 anni fa.


Nel corso di uno studio sulla quantità di isotopo radioattivo carbonio-14 negli anelli degli alberi secolari, i ricercatori hanno rilevato che tra il 774 e il 775 d.C., il pianeta Terra è stato colpito da una raffica molto intensa di radiazioni ad alta energia, la cui origine è del tutto sconosciuta.

Il radiocarbonio si forma quando le radiazioni ad alta energia provenienti dallo spazio colpiscono gl atomi nell’alta atmosfera, producendo neutroni. Questi si scontrano con l’azoto-14, decadendo poi in carbonio-14. Normalmente, la produzione continua di radiocarbonio viene alimentata dalla radiazione cosmica di fondo.

Tuttavia, i solo eventi noti in grado di produrre il picco di 14C negli alberi dell’emisfero boreale sono l’esplosione di una supernova o una tempesta di protoni prodotta da brillamento solare gigante. Ma, nessuno si questi due fenomeni sembra probabile, spiega su Nature Fusa Miyake, fisico dei raggi cosmici presso la Nagoya University in Giappone, dato che ognuno di essi avrebbe dovuto essere abbastanza potente da provocare effetti che sarebbero stati ampiamente notati in quel momento.

Una supernova massiccia, per esempio, sarebbe stata abbastanza luminosa da produrre una “nuova stella” visibile anche di giorno, come nel caso di eventi simili registrati nel 1006 e nel 1054. Per provocare il picco riscontrato negli alberi, l’esplosione avrebbe dovuto essere molto più intensa di queste ultime due.

È possibile, continua Fusa, che un evento del genere possa essersi verificato nei cieli dell’emisfero australe, dove gli astronomi dell’epoca non avrebbero potuto vederlo. Ma se così fosse, i radioastronomi di oggi avrebbero trovato i segni residui di questa esplosione tremendamente brillante.

Per quanto riguarda i brillamenti solari, il ragionamento è simile: un evento capace di produrre protoni ad altissima energia e generare il picco osservato supererebbe enormemente qualsiasi eruzione solare mai registrata. I resoconti storici avrebbero certamente riportato aurore straordinarie alle basse latitudini. Per non parlare poi della gigantesca fiammata che avrebbe probabilmente spazzato via lo strato di ozono, con conseguenze ecologiche devastanti.

Dunque, qualunque cosa sia successa in quegli anni, al momento rimane un mistero. Gli scienziati non sono riusciti ancora a determinare la fonte dell’enigmatica energia proveniente dallo spazio.


Star Wars nel Medio Evo

Profittando dell’incertezza da parte della scienza a fornire risposte al misterioso fenomeno, qualcuno si è spinto a ipotizzare una causa che i ricercatori non hanno potuto, o voluto, considerare.

Partendo da presupposto che esistono numerosi resoconti medievali nei quali si parla di strani oggetti volanti, alcuni arditi pensano che le radiazioni possano essere state emesse da un qualche veicolo di origine non terrestre in orbita attorno al pianeta Terra. Anzi, forse le radiazioni sono il risultato di un epico scontro tra velivoli alieni in prossimità della Terra.

In un manoscritto scritto daAgobardo di Lione nel 9° secolo (Contra vulgi insulsam opinionem de grandine et tonitruis), il vescovo riporta gli strani racconti da parte dei contadini francesi:

“C’è una certa regione chiamata Magonia da dove provengono le navi tra le nuvole. Gli occupanti di queste navi portano lì i frutti della terra che vengono distrutti dalla grandine e dalle tempeste”.

L’arcivescovo scrive di aver anche assistito alla lapidazione di tre uomini e una donna caduti da una di queste stesse navi.

Tra i resoconti più citati c’è quello redatto nel 1211 da Gervasio di Tilbury, un cronista inglese di eventi storici e curiosità, il quale riporta una storia bizzarra nei suoi “Otia Imperialia”:

“Quello che è accaduto nel borgo di Cloera (Irlanda), una Domenica, mentre la gente era a Messa, è una meraviglia. In questa cittadina c’è una chiesa dedicata a San Kinaro.

E avvenne che un’ancora fu calata dal cielo, con una corda attaccata ad essa, impigliandosi nell’arco sopra la porta della chiesa. La gente di precipitò fuori e vide nel cielo una nave con uomini a bordo, la quale galleggiava nell’aria. Videro poi un uomo scendere verso l’ancora per disincagliarla; sembrava come se stesse nuotando in acqua.

Il popolo si precipitò verso l’uomo, cercando di catturarlo, ma il vescovo proibì di imprigionare l’uomo, perchè avrebbe potuto ucciderli. L’uomo fu liberato e volo fino alla nave. L’equipaggio tagliò la corda e la nave salpò verso l’alto”.

Un altra testimonianza diventata famosa è il cosiddetto Manifesto di Norimberga, una stampa che riporta di un evento celeste avvenuto nei cieli di Norimberga il 14 aprile 1561. Secondo le cronache del tempo, la popolazione vide comparire in cielo numerosi oggetti volanti, di varie forme, che ingaggiarono fra di loro una sorta di combattimento.

Le cronache del tempo riportarono l’accaduto con dovizia di particolari, affinché della vicenda rimanesse chiara memoria. Inoltre, furono eseguite diverse incisioni su legno e stampe su carta.



L’avvenimento durò circa un’ora e terminò quando diversi oggetti precipitarono al suolo, alla periferia della città, causando un incendio. Così riporta l’incisore Hans Glaser:

“La mattina del 14 aprile 1561 apparvero vicini al Sole due oggetti a forma di falce, simili alla Luna calante, di colore rosso. Questi oggetti si spostavano dal centro ai lati del Sole, e poi sopra e sotto. C’erano anche delle sfere di colore rosso, blu e nero, e dei dischi tondeggianti. Volavano a file di tre, o a quattro formando dei quadrati, e alcuni dischi volavano da soli.

Mescolate a questi oggetti sono state viste anche molte croci di colore rosso, e fra di esse c’erano oggetti di forma allungata con la parte posteriore più spessa e la parte anteriore più snella. In mezzo a tutto questo c’erano due grandi oggetti cilindrici, uno sulla destra e uno sulla sinistra, e dentro ognuno di essi c’erano numerose sfere, e tutti iniziarono a combattere fra di loro.

La battaglia nei cieli durò circa un’ora e fu vista da numerosissime persone, sia nella città che nelle campagne circostanti, poi alcuni oggetti caddero in fiamme sulla terra, alla periferia della città, provocando un vasto incendio e una grande nube di fumo. I presenti videro anche, vicino alle sfere volanti, una specie di grande lancia nera”.

Il testo di Glaser, attualmente conservato presso la Wickiana della Biblioteca Centrale di Zurigo, venne pubblicato insieme a un breve commento di stampo religioso sul Giudizio Universale e sul peccato nella gazzetta della città di Norimberga, corredato da una stampa a colori.Qualcosa di analogo si verificò, cinque anni più tardi, anche a Basilea. Il 7 agosto 1566, quando la popolazione vide comparire in cielo numerosi oggetti volanti che iniziarono a combattere fra di loro.



La vicenda venne descritta da Samuel Koch nel Volantino di Basilea, la gazzetta cittadina:

“La mattina del 7 agosto 1566 moltissime persone, spaventate, videro dei grandi dischi di colore scuro apparire in cielo e fu come se estate e inverno fossero giunti nello stesso momento, con fumi e nebbie, calore intenso, spari e cannonate.

Questi oggetti, così numerosi da oscurare il Sole, volavano a grande velocità come se stessero danzando o combattendo. Alcuni, che sembravano sparare colpi di cannone, divennero di colore rosso ardente”.

Dunque, è possibile che qualcosa di analogo si sia verificato anche nel 775 d.C. nei cieli settentrionali del nostro pianeta? Nell’attesa di ricevere una risposta dalla scienza ufficiale, sarebbe saggio non escludere alcuna possibilità.

“QUELLO ERA UN UFO E A BORDO C’ERANO DEGLI ALIENI”


Richard French è un ex tenente colonnello dell’Air Force statunitense che negli anni ’50 del secolo scorso era uno dei responsabili del progetto Blue Book: il suo compito era quello di scovare e derubricare i falsi rapporti ufo. Data la sua mansione, l’ex militare mai avrebbe immaginato che un giorno sarebbe finito nel faldone dei casi ufo come testimone dell’attività extraveicolare di due alieni impegnati nella riparazione del loro disco volante.



L’83enne Richard French, ufficiale in pensione, ha raccontato della sua esperienza nel recente congressoCitizen Hearing On Disclosuretenutosi a Washington DC organizzato dalle maggiori associazioni ufologiche per spingere i governi mondiali a rivelare finalmente la verità sull’attività aliena sul nostro pianeta.


L’ex colonnello ha raccontato quello che è conosciuto come Incidente di Terranova, un avvistamento avvenuto nei primi anni del 1950, quando due ufo furono visti da molte persone al largo della costa di Saint John. I superiori di French gli ordinarono di occuparsi del caso.

“Mi dissero che avevano un rapporto ufo e volevano che indagassi”, racconta French. “Mi dissero che uno l’ufo era stato visto sotto la superficie del mare. Quando arrivammo sul posto c’erano numerose persone sulla banchina che guardavano con stupore la superficie del mare, tra cui diversi poliziotti del posto”.

French ricorda che l’acqua era molto chiara e che si potevano vedere due velivoli circolari, ognuno dei quali di circa 18 metri di diametro e circa 3 metri di spessore. I due oggetti galleggiavano sotto la superficie dell’acqua ad un paio di metri l’uno dall’altro e a non poi di 20 metri dalla riva. E poi, vide due essere in acqua vicino ai velivoli.

“La prima cosa che vidi furono gli ufo. Era evidente che erano impegnati in qualche attività, ma non sono stato in grado di dire cosa. I due dischi non si trovavano sul fondale, ma a circa a metà altezza dalla superficie”, continua French. “Poi vidi i due esseri: erano alti circa 2 o 3 metri, erano di colore grigio chiaro, molto sottili, con le braccia lunghe e con due o tre dita. La parte superiore della testa era molto ampia rispetto alla linea della mascella e gli occhi molto inclinati”.

Secondo il racconto dell’ex militare dell’Air Force, una delle navi ha poi cominciato ad emergere dal mare, “Quando è uscito dalla superficie, il velivolo viaggiava a circa 150 miglia orarie. Poi, dopo qualche istante, ha cominciato a muoversi alla velocità straordinaria di 2500-3000 miglia all’ora, per poi scomparire all’orizzonte. Il velivolo, incredibilmente, torno circa 20 minuti più tardi, rallentando quasi fino a fermarsi, per poi rientrare nell’acqua”.French racconta che dopo altri 20 minuti le due navi si sono mosse insieme, ancora una volta cominciando lentamente per uscire dal mare, accelerando repentinamente una volta raggiunta l’alta atmosfera. “Credo stessero eseguendo delle riparazioni alla nave, con relativo collaudo per capire se le riparazioni fossero adeguate”, ipotizza French.

Per ironia della sorte, la funzione di Richard French nell’ambito del Progetto ‘Blue Book’ era quello di scovare e smentire i falsi casi ufo. Che tipo di rapporto ha potuto consegnare dopo aver assistito personalmente ad un caso così eclatante? Dato che all’epoca l’ex militare rifiutava le storie di UFO, presentò una informativa fittizia, nella quale considerava queste navi come qualcosa di sconosciuto.

“Scrissi che si trattava di qualcosa che non conoscevamo, qualcosa di forestiero o irriconoscibile”, ammette French. “Ad ogni modo, penso senza dubbio che si trattasse di ufo e credo che a bordo ci fossero degli alieni. Non avevo alcun dubbio nella mia mente su ciò che ho visto, ma il mio compito era quello di sfatare la storia, così feci del mio meglio per riuscirvi”.

L’evento di Terranova e dei presunto alieni è avvenuto circa 60 anni fa, molto tempo prima che tutti avessero uno smartphone sempre disponibile per scattare qualche foto. Ma, nonostante non esista nessuna documentazione visiva a comprovare il rapporto, si tratta ancora di una delle migliori testimonianze ufologiche esistenti.

OGGETTI VOLANTI NON IDENTIFICATI IN UN ARAZZO DEL MEDIOEVO?

'Il Trionfo dell'estate' è un arazzo prodotto nel 1538 d.C. Nella città di Bruges, Belgio. L'opera rappresenta l'ascesa vittoriosa di un sovrano al potere. Tuttavia c'è qualcosa di molto insolito raffigurato nell'arazzo, che facilmente potrebbero passare inosservati e che ricordano la forma dei classici 'dischi volanti' resi popolari dai mass media.


La città di Bruges è la capitale, e la città più grande della provincia delle Fiandre Occidentali, della regione fiamminga del Belgio, nel nord-ovest del paese.

Le origini della città risalgono ad epoca pre-romana ed è stata oggetto di numerose invasioni, soprattutto a causa della sua posizione strategica.

Nel museo cittadino Bayerisches Nationalmuseum è esposto un arazzo donato dalla Hypo Vereinsbank UniCredit Bank AG.

Se si guarda con attenzione nella parte alta dell’opera, soprattutto verso il lato sinistro, si noteranno una serie di curiosi oggetti a forma di cappello nero sospesi nell’aria e che non hanno paralleli con nessun’altra rappresentazione religiosa del periodo medievale.



Come riporta Ancient Origins, alcuni esperti hanno suggerito che gli oggetti rappresenterebbero il favore divino all’ascesa al potere del sovrano ritratto nell’opera. Ma da quando dei curiosi oggetti neri a forma di disco volante sono considerati un simbolo della manifestazione divina? E se lo sono, perchè?

Se le persone di quel periodo hanno interpretato i ‘cappelli volanti’ alla divinità, significa che hanno visto realmente questi oggetti nel cielo considerandoli un fenomeno ‘divino’? Naturalmente, tra gli interpreti c’è chi ha risolto la questione spiegando che gli oggetti neri volanti non sono altro che nuvole dalla forma strana…

IL MISTERO IRRISOLTO DELLA NUBE DI OORT


Secondo i ricercatori, una sfera composta di alcuni miliardi o più corpi celesti circonda il Sistema Solare. Ad ipotizzare la sua esistenza fu l'astronomo olandese Jan Oort nel 1950, il quale propose che le comete che vediamo viaggiare nel Sistema Solare provengono proprio da questa nube, le quali acquisiscono il moto disturbate da diversi fenomeni cosmici.



Come scrive wikipedia, la nube di Oort è un’ipotetica nube sferica di comete posta tra 20 mila e 100 mila Unità Astronomiche (0,3 e 1,5 anni luce) dal Sole, cioè circa 2400 volte la distanza tra il Sole e Plutone.


La maggioranza degli astronomi è fermamente convinta della sua esistenza, anche se la nube non è mai stata osservata perché troppo lontana e buia perfino per i telescopi moderni.

Si ritiene che sia il luogo da cui provengono le comete di lungo periodo (come la Hale-Bopp e la Hyakutake, recentemente avvistate) che attraversano la parte interna del sistema solare.

I ricercatori pensano che l’ipotetica nube si sia formata agli albori della formazione del Sistema Solare, dai detriti che non sono stati inglobati nei corpi celesti che lo compongono. Se così fosse, questa enigmatica struttura potrebbe contenere indizi preziosi per comprendere a pieno la formazione del Sistema Solare.

In realtà, il primo a teorizzare qualcosa di simile fu Ernst Öpik, un astronomo proveniente dall’Estonia, che nel 1932 avanzò l’ipotesi che le comete avessero origine da una nube situata al bordo esterno del sistema Solare.

Successivamente, nel 1950 l’idea fu ripresa dall’astronomo olandese Jan Oort, al fine di spiegare un’apparente incongruenza: le comete vengono periodicamente distrutte dopo numerosi passaggi nel sistema solare interno, perciò se le comete si fossero originate all’inizio del sistema oggi sarebbero tutte distrutte.

Invece, il fatto che esse esistano ancora implica che abbiano un’origine differente. Secondo la teoria dello scienziato olandese, la Nube di Oort conterebbe miliardi di nuclei di comete, i quali si troverebbero in condizioni stabili dato che la radiazione solare è troppo debole per avere un effetto a tale distanza.

La nube fornirebbe una provvista continua di nuove comete, che rimpiazzerebbero quelle distrutte. La teoria sembra essere stata confermata dalle osservazioni successive, le quali mostrano come le comete provengano da ogni direzione, con simmetria sferica.

A fornire l’energia necessaria a mettere le comete in moto sarebbero fenomeni cosmici di varia natura che perturbano l’equilibrio gravitazionale della nube. Le comete, fuoriuscite dalla nube, cominciano la loro marcia solitaria attratte dalla gravità solare, descrivendo molto spesso orbite fortemente ellittiche.



Una controversa teoria ipotizza che a perturbare lo stato delle comete nella Nube di Oort sia un’ipotetica stella compagna del Sole chiamata Nemesis. Comunque, gli astronomi pensano che anche le altre stelle abbiano una nube di Oort e che i bordi esterni delle nubi di due stelle vicine possano a volte sovrapporsi, causando un’occasionale “intrusione” cometaria.

“Si sa molto poco circa la Nube di Oort, quanti oggetti vi siano in essa, quali siano le sue dimensioni e come si sia formata”, spiega a Universe Today David Rabinowitz, astrofisico presso l’Università di Yale, il quale in uno studiocomparso su ArXiv prende in esame l’oggetto celeste denominato 2010 WG9, che presumibilmente proviene proprio dalla Nube di Oort. “Studiando le proprietà dettagliate di un componente appena arrivato dalla nube, forse possiamo conoscere i suoi costituenti”.

A Jan Oort non si deve solo la teoria della Nube di Oort. Egli è stato il primo astronomo a stimare che la distanza tra il Sole e il centro della Via Lattea sia di circa 30 mila anni luce. Egli è stato anche il primo scienziato ad ipotizzare l’esistenza di un buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea: bhè, aveva ragione su entrambi i fronti!

TYCHE, IL PIANETA GIGANTE PERDUTO





Se siete cresciuti pensando che i pianeti del nostro Sistema Solare fossero nove e siete rimasti particolarmente scioccati quando Plutone ha perso il suo status di ‘pianeta’ nel 2008, preparatevi perchè potrebbe esserci presto una nuova sorpresa: i pianeti potrebbero tornare ad essere nove e Giove potrebbe non essere il più grande.


Gli scienziati, infatti, potrebbero presto essere in grado di dimostrare l’esistenza di un pianeta gigante gassoso quattro volte più grande di Giove e in orbita sul bordo esterno del nostro Sistema Solare. Tyche sarebbe 15 mila volte più lontano dal Sole rispetto alla Terra e 375 volte più lontano di Plutone, ragion per cui non è mai stato identificato finora.

L’esistenza di Tyche è stata ipotizzata in un articolo pubblicato sulla rivista Icarus nel novembre del 2010 da John Matese e Daniel Whitmire, due astrofici dell’Università della Louisiana in cerca di una spiegazione al cambiamento di rotta delle comete che entrano nel Sistema Solare.

Ora, secondo gli scienziati, la prova empirica dell’esistenza del gigante gassoso è già stata raccolta dal telescopio spaziale WISE della Nasa ed è solo in attesa di essere analizzata. Una volta che Tyche verrà localizzato, altri telescopi potrebbero essere puntati per confermarne l’esistenza.

Withmire e Matese hanno basato la loro ipotesi sul fatto che molte comete a lungo periodo (che quindi dovrebbero provenire dalla nube di Oort) mostrano orbite anomale, come ad esempio un’ellitticità che mal si accorda con la loro origine. Probabilmente qualcosa deve disturbare la loro traiettoria.

Nell’ipotesi che questo “qualcosa” sia un pianeta situato a quella distanza, la sua massa dovrebbe essere pari a circa quattro volte quella di Giove. I due scienziati non vedono l’ora che WISE dia un risultato definitivo.

WISE ha terminato di osservare “a tappeto” il cielo nell’infrarosso, catturando più di 2.7 milioni di immagini: dalle remote galassie agli asteroidi vicini alla Terra. Tutto ciò che era visibile nell’infrarosso (corpi freddi soprattutto) è stato immortalato.

Completata una scansione della fascia asteroidale e due dell’Universo profondo, in due bande infrarosse, WISE è stato “ibernato” ed è iniziata l’analisi accurata dei suoi dati che in un primo momento si pensava di concludere entro marzo del 2012, ma la mole di dati ha richiesto un anno di lavoro supplementare.

Secondo la Nasa, una volta che i dati di WISE saranno completamente analizzati, l’ipotesi di Withmire e Matese sarà confermata o confutata definitivamente.



Ma come si fa a ‘perdere’ un pianeta tanto massiccio?

Tyche sarebbe troppo freddo e lontano per poterlo osservare con un telescopio tradizionale. Whitemire e Matese ipotizzano che l’orbita di Tyche disti circa 15 mila UA dal Sole, un pò meno di un quarto di anno luce.

Questo fa sì che l’ipotetico pianeta di trovi ancora all’interno della ‘Nube di Oort’, il cui confine è stimato in oltre 50 mila UA. Il periodo orbitale di Tyche sarebbe di 1,8 milioni di anni, con la possibilità che l’orbita abbia un orientamento diverso rispetto al piano orbitale dei nostri pianeti.

Sarebbe un pianeta decisamente massiccio, almeno quattro volte la massa di Giove, tanto da innescare reazioni di fusione al suo interno che garantirebbero una temperatura planetaria di -73° C, clima tropicale considerando che ci troviamo ai confini del Sistema Solare.

“Tyche sarà certamente composto di idrogeno ed elio e probabilmente avrà un ambiente molto simile a quello di Giove, con macchie colorate, striature atmosferiche e nubi”, spiega il professor Whitemire. “Non mi stupirei se avesse anche le lune. Tutti i pianeti esterni le hanno”.

Se la sua esistenza verrà finalmente confermata, Tyche potrebbe non vedersi riconosciuto lo status di ‘pianeta del Sistema Solare. Il motivo è che gli astronomi ipotizzano che Tyche potrebbe essere un pianeta nato in un altro sistema stellare e successivamente catturato dal nostro.


Perchè l’hanno chiamato ‘Tyche’?

Tiche (Τύχη, in greco significa ‘fortuna’) era la dea della fortuna e della prosperità. Il nome è stato scelto per evitare confusione con una ipotesi molto simile elaborata negli anni ’80, secondo la quale esisterebbe Nemesis, un oggetto astronomico (una stella nana rossa o nana bruna) in orbita intorno al Sole ad una distanza tra le 50 mila e le 100 mila UA, poco oltre la Nube di Oort.

L’esistenza di questa stella è stata originalmente postulata come parte di una possibile spiegazione dei cicli di estinzioni di massa nella storia della Terra. Tyche, infatti, era il nome della sorella ‘buona’ di Nemesis (la dea della distribuzione della giustizia).

Nemesis avrebbe un’orbita molto ellittica, perturbando le comete che stazionano nella Nube di Oort ogni 26 milioni di anni, causandone la caduta verso il centro del Sistema Solare. Alcune di queste comete avrebbero colpito la Terra, con risultati catastrofici per la vita.

Recenti analisi scientifiche hanno mitigato l’idea che le grandi estinzioni di massa sulla Terra avvengano ad intervalli regolari. Così, l’ipotesi di Nemesis non è più necessaria. Tuttavia, come spiega la Nasa, è ancora possibile che il Sole possa avere una lontana compagna invisibile con un periodo orbitale di alcuni milioni di anni.



Nel Sistema Solare esisteva un pianeta in più, poi espulso

Un astronomo brasiliano ha trovato il pianeta perduto?


Una scoperta del 1983



In realtà, già 30 anni fa un articolo comparso sul Washington Post del 30 dicembre 1983 riportava la scoperta di un corpo celeste gigantesco da parte della Nasa. L’oggetto venne individuato in direzione della costellazione di Orione con il telescopio IRAS.

Si stimò che l’oggetto, più grande di Giove, orbitasse a più di 50 mila miliardi di miglia dal Sole. Anche se può sembrare una distanza incredibile, in termini astronomici corrisponde a ‘due passi’ dalla Terra, facendolo diventare il corpo celeste più vicino alla Terra al di là di Nettuno.

“Tutto quello che posso dirvi è che non sappiamo cosa sia”, ebbe a dire il dottor Gerry Naugebauer, all’epoca scienziato del JPL della Nasa e capo del progetto IRAS.

Anche se nel 1983 non esisteva ancora internet, la notizia della scoperta si diffuse rapidamente tra i circoli cospirazionisti, i quali si convinsero del fatto che la Nasa nascondesse la verità: l’oggetto scoperto da IRAS era in movimento verso la Terra!

Naugebauer fu costretto a dire: “Non si tratta di posta in arrivo! Voglio spegnere questa idea con tutta l’acqua fredda che posso”.

Ma, nonostante le rassicurazioni degli scienziati americani, il sospetto che non tutto sia chiaro sulla ormai famosa questione del ‘Decimo Pianeta’ (in realtà, dopo la retrocessione di Plutone bisogna dire ‘Nono’). La domanda che ci si pone sui blog è: se eravamo all’oscuro dell’esistenza di un pianeta invisibile, che cos’altro non sappiamo?

I DUBBI SULL’ECO DEL BIG BANG

Alcuni scienziati mettono in discussione la bontà delle rilevazioni delle onde gravitazionali primordiali fatta in marzo dal team BICEP2. Per capirne di più bisognerà aspettare i nuovi dati del satellite Planck.



[Dan Vergano su National Geographic] La tanto acclamata scoperta che potrebbe spiegare le modalità di espansione dell’universo primordiale è stata presentata qualche mese fa come la “pistola fumante” della teoria dell’inflazione.


Eppure in questi giorni alcune voci iniziano a dipingerla come una pistola inceppata.

Nel mese di marzo il team dell’esperimento Background Imaging of Cosmic Extragalactic Polarization 2 (BICEP2), guidato dal fisico di Harvar John Kovac, aveva annunciato l’osservazione indiretta di onde gravitazionali primordiali.

La scoperta sembrava confermare la visione cosmologica convenzionale, secondo la quale l’universo ha attraversato una fase di espansione esponenziale nei suoi primissimi istanti di vita.

Usando un telescopio in Antartide, i cosmologi avevano infatti riferito di aver trovato – nella polarizzazione della cosiddetta radiazione cosmica di fondo, residuo del Big Bang che permea ogni angolo di cielo – le tracce delle forti onde gravitazionali create dall’espansione esponenziale dell’universo.

Tali risultati, però, sono ora finiti nel mirino di altri scienziati. Tanto che, in un post su un blog di fisica, Adam Falkowski, del Laboratorio di Fisica Teorica di Orsay, in Francia, ha addirittura scritto che “gli esperti stanno già cercando di analizzare cosa, di preciso, è andato storto in BICEP”.


Tempesta di polvere

In sostanza, Falkowski ipotizza che la squadra di BICEP2 abbia sbagliato la stima degli effetti delle microonde emesse dalla polvere all’interno della nostra Via Lattea, e le abbia mescolate con quelle delle microonde rilasciate nell’intero cielo.

Entrambi i tipi di segnale disturbano le misurazioni e dovrebbero essere accuratamente smascherati e rimossi dalle analisi per poter osservare le increspature delle onde gravitazionali nella sottostante radiazione cosmica di fondo.

Mentre Falkowski sostiene che il team BICEP2 “ha ammesso lo sbaglio”, Kovac e Clemente Pryke, un altro scienziato del team, dell’Università del Minnesota, contattati dalle riviste New Scientist e Science hanno entrambi negato l’accaduto. Pryke ha definito le affermazioni di Falkowski “totalmente false”, e ha sottolineato come il team continui a sostenere il risultato ottenuto.

Su Science Pryke riconosce a ogni modo che la mappa della polvere utilizzata da BICEP2 proviene da dati (ottenuti dal satellite europeo Planck) presentati in una conferenza ma mai pubblicati, il che aggiungerebbe una dose di incertezza ai risultati finali.

Tuttavia le misurazioni di BICEP2 riguardano una regione di cielo piuttosto priva di polvere e inoltre, in una presentazione fatta in aprile al MIT, Kovac ha anticipato che le nuove osservazioni effettuate nel frattempo dal team di BICEP2 sembrano confermare i dati già ottenuti.


Inflazione di euforia

Due mesi fa, il fisico Marc Kamionkowski della Johns Hopkins University di Baltimora aveva dichiarato che le osservazioni di BICEP2 erano “la pistola fumante per la teoria dell’inflazione”, quella che spiega come l’universo primordiale si sia uniformemente esteso a vastità inimmaginabili nella prima frazione di secondo della sua esistenza.

Nel mese di ottobre il team di Planck dovrebbe rilasciare una mappa aggiornata del fondo cosmico a microonde che potrebbe dirimere la controversia. Altri esperimenti in Antartide e in Cile sono già in corso, e scrutano il cielo alla caccia delle stesse tracce osservate da BICEP2 nella speranza di arrivare alla conferma finale dei risultati dello scorso marzo.

I MISTERIOSI MONOLITI DI ASUKA NARA E LA NAVE DI ROCCIA DI MASUDA

Il villaggio di Asuka si trova nel distretto di Takaichi, nella Prefettura di Nara in Giappone. Asuka è una terra antica ricca di interesse storico, infatti conserva parte delle rovine di antichi palazzi imperiali. In diverse punti del territorio di Asuka sono stati rinvenuti alcuni megaliti scolpito nel granito, la cui origine è a ancora oggi del tutto sconosciuta.



Asuka affonda le sue origini nel periodo della storia giapponese definito Jidai Kofun (250-552 d.C.), caratterizzato dalla realizzazione di numerosi tumuli funerari.


La zona è conosciuta anche per i suoi numerosi templi buddisti, santuari e statue, ma ci sono anche dei monumenti di pietra sulle colline circostanti Asuka che non si adattano allo stile della scultura buddista e che nessuno sembra sapere che li abbia realizzati, o quando.

Nella maggior parte dei casi, infatti, i tumuli funerari sono formati da un cumulo rialzato di terra circondato da un fossato. Ma quelli rinvenuti ad Asuka sfidano la tradizionale conformazione dei tumuli.

Innanzitutto, vi sono alcuni kofun in pietra, tra i quali il kofun Ishibutai, costruito con giganteschi massi, uno dei quali pesa 75 tonnellate. Si ritiene sia la tomba del potente statista Soga no Umako.

Ma il più singolare di tutti è quello denominato Masuda no Iwafune (La Nave di Roccis di Masuda), lungo 11 m, largo 7 m, ed alto circa 5 m, pesa quasi 800 tonnellate ed è completamente scolpito nel granito.

La parte superiore della scultura risulta completamente appiattita, su cui insistono due cavità quadrate ampie un metro con una lastra di pietra ad esse parallela. Alla base del megalite vi sono delle rientranze a forma di reticoli che alcuni ritengono essere correlate al processo utilizzato dai costruttori per appiattirne i lati.

Lo scopo, il metodo e il periodo di costruzione sono un completo mistero. L’unico indizio è dato dall’allineamento della depressione centrale e delle cavità con il crinale su cui risiede Masuda no Iwafune, particolare che secondo alcuni ricercatori indicherebbe che il megalite avesse una qualche funzione di tipo astronomico correlato allo sviluppo del calendario lunare giapponese.

Come riporta Ancient Origins, purtroppo, risposte definitive ai numerosi quesiti non esistono. Tuttavia, sono state avanzate numerose ipotesi sullo scopo di questa struttura unica e insolita.

Una di esse viene proprio dal nome della roccia stessa, Nave di Roccia di Masuda. Si ritiene che la pietra sia stata scolpita in commemorazione della costruzione del lago di Masuda, uno specchio d’acqua che una volta si trovava nelle vicinanze e che poi è stato prosciugato diventando parte della città di Kashiwara.

Altri storici, invece, suggeriscono che la roccia sia parte di una tomba progettata per i membri della famiglia reale. Tuttavia, questo non spiega le caratteristiche insolite della costruzione, né mai sono stati trovati corpi o oggetti nelle vicinanze del megalite. Forse, dicono gli studiosi, si tratta di una tomba incompiuta.

Alcuni ricercatori hanno proposto una corrispondenza tra Masuda no Iwafune e Ishi no Hoden, un megalite che si trova nella città di Takasago, con dimensioni pari a 6,45 x 5,7 x 5,45 m, e con la parte superiore molto simile al megalite si Asuka.

Sebbene sia attualmente integrato nel satuario schintoista dedicato al dio shintoista Oshiko Jinja, nessuno sa quando sia stato costruito, quando e soprattutto perché.

Una delle poche conclusioni condivise è che l’intera regione su cui insistono gli enigmatici megaliti deve essere molto più antica dell’epoca Jidai Kofun, data la grande quantità di pietre scolpite presenti nell’area, e comunque, anche in questo caso, non c’è nessuna prova definitiva che possa confermare questa prospettiva.

Alla fine, la vera origine e lo scopo di queste enigmatiche sculture del Giappone antico rimangono avvolte dal mistero e, forse, perduti per sempre nelle pagine della storia antica del nostro pianeta.

“DAMA DI ELCHE”, OPPURE “DAMA DI ATLANTIDE”?

Esiste un controverso artefatto le cui origini restano oscure. È quella che viene definita la “Dama di Elche”, dal nome del paese spagnolo dove è stata ritrovata. Nonostante il dibattito tra gli studiosi, forse la statua rimarrà per sempre un pezzo di arte antica dalle origini e datazione sconosciute.




Il 4 agosto del 1897, durante alcuni lavori in una azienda agricola di L’Alcúdia, a circa due chilometri a sud di Elche, Valencia, Spagna, un giovane operaio di 14 anni, Manuel Campello Esclapez, con la sua vanga urtò qualcosa di duro nel terreno.


Il giovane chiamò altri operai e cominciarono a scavare freneticamente, fino a quando non portarono alla luce un meraviglioso busto raffigurante una dama dell’antichità.

Questa versione “popolare” della storia differisce dal rapporto ufficiale redatto da Pedro Ibarra Ruiz, un funzionario locale, secondo il quale lo scopritore è stato un certo Antonio Maciá.

Il busto, ribattezzato come “La Dama di Elche”, misura 56 cm di altezza e sul dorso presenta una cavità sferica di circa 18 cm di diametro e profonda 16 cm, probabilmente utilizzata per conservarvi reliquie, oggetti sacri o le ceneri di un defunto.

Originariamente, il busto era completamente colorato, con vernici policrome. La donna raffigurata indossa una tunica di colore rosso, sulla quale poggia un ampio mantello marrone con rifiniture in rosso. Le labbra della donna conservano ancora pochi pigmenti rossi.

La Signora di Elche è generalmente creduta essere un pezzo di scultura iberica del 4° secolo a.C., anche se l’artigianalità suggerisce forti influenze ellenistiche. Le caratteristiche del viso, infatti, rivelano una forte influenza greca, in contrasto con l’abbigliamento completamente nativo.

Secondo l’Enciclopedia delle Religioni, la Signora di Elche avrebbe una connessione diretta con Tanit, una dea di Cartagine adorata dai punici-iberici. Tanit era una delle consorti di Baal, quello che secondo i testi di Ras Shamra era padre degli anni e dell’uomo, ed era considerato il progenitore degli Dei.

Il simbolo di Tanit era la piramide tronca portante una barra rettangolare sulla sommità. Su questa barra appaiono il sole e la luna crescente.

Tanit era la dea che deteneva il posto più importante a Cartagine e significativamente, per una città prettamente commerciale, la sua effigie compariva nella maggior parte delle monete della città punica.

Lo stesso fenomeno è accaduto con la scoperta della Signora di Elche, avviando un interesse popolare per la cultura iberica pre-romana, tanto da apparire nel 1948 sulla banconota spagnola da un peseta. Secondo alcuni, la tradizione continuerebbe con la banconota americana da un dollaro, dato che il simbolo della “piramide con l’occhio che tutto vede” avrebbe una matrice comune con il simbolo di Tanit.

Sebbene il manufatto sia datato al 4° secolo a.C., alcuni ricercatori hanno ammesso che la statua potrebbe raffigurare una sacerdotessa, una nobildonna o forse una regina sconosciuta, comunque una creazione artistica della quale non si conoscono le origini. Anche la datazione è oggetto di speculazione: nessuno sa per certo quanto sia antica.

Alcuni, spingendosi oltre le possibili verifiche storiche e archeologiche, hanno ipotizzato che le origini del busto possano avere connessioni con tradizioni artistiche riconducibile al continente perduto di Atlantide.

La dama è stata trovata vicino Elche, in un tumulo che gli arabi chiamavano Alcudia (collina) e che in tempi antichi era circondata da un fiume. Sappiamo, inoltre, che l’insediamento in epoca ellenica era chiamato Helike (poi Illici dai romani), diventando “Elche” per gli arabi.

È possibile che il tumulo di Elche un tempo fosse una città appartenente ad un colonia atlantidea? Il simbolo solare associato alla dea Tanit ci ricorda che il culto del Sole era la religione dominante di Atlantide, e più tardi ereditato da tutte le culture antiche del mondo, dagli Egizi agli Inca.

Inoltre, il sereno volto quasi divino di questa dama di pietra è avvolto in un ornamento insolito, con due rotoli ai lati del viso stranamente molto simili alle antiche decorazioni utilizzate dalle giovani donne Hopi non sposate.

Si tratta solo di suggestioni, ma quello che è certo è che l’enigmatico volto della Dama di Elche è l’icona del mistero che la circonda. Molto probabilmente, rimarrà per sempre un reperto controverso dell’arte antica dalle origini e datazione oscure.

Planet X: Dark Star, il ritorno del secondo Sole



I nostri occhi ricevono segnali visivi sprigionati dalle stelle sotto forma di costante brillìo che si irradia tra le buie profondità dello Spazio oscuro. Tale brillìo può diffondersi a tal punto da raggiungere immense distanze, ma gli occhi non vedranno mai le stelle nascoste nell’ombra delle tenebre.


E mentre dentro al Sistema Solare le comete e gli asteroidi aumentano di gran numero, i Guardiani Multidimensionali discendono dai mondi sensoriali e interagiscono col nostro mondo fisico. Essi lottano per contrastare le “Avanguardie” che avanzano tra i nostri cieli; minacciosi “precursori” inviati da un mostro distruttivo nascosto tra le inesplorate profondità della Nube di Oort. Un mostro di fuoco oscuro destinato a divenire il più terribile degli eventi che ciclicamente si abbattono sulla Terra.





Probabilmente l’umanità si troverà presto faccia a faccia con la più temibile delle Avanguardie che orbita attorno a questo “Colosso Oscuro”…il Pianeta X.

Ma questo rappresenterebbe soltanto l’inizio di un lungo ciclo di stravolgimenti.

La nube di Oort è una nube sferica di comete che si estenderebbe tra le 2.000 e le 5.000 UA fino ad arrivare alle 50.000 UA dal Sole. Altre stime collocano il confine della Nube di Oort tra le 100.000 e le 200.000 unità astronomiche. Questa nube non è mai stata osservata perché troppo lontana e buia perfino per i telescopi odierni, ma si ritiene che sia il luogo da cui provengono le comete di lungo periodo.

Dentro questa immensa nube, composta da innumerevoli oggetti cosmici, si aggira qualcosa di imponente e spaventoso. Un corpo spaziale enorme, la cui identità “sembra” essere sconosciuta. Non sappiamo ancora quanto questo “ipotetico” corpo planetario possa essere distante da noi, ma potrebbe trattarsi della stella compagna binaria del Sole. Il nostro Sistema Solare potrebbe infatti far parte di un sistema stellare binario, o comunque di un sistema multiplo. Le informazioni a riguardo sono scarse e quelle inoppugnabili vengono tenute al sicuro sotto il velo della segretezza. E’ da considerarsi quindi una grande fortuna conoscere quel “poco” che negli ultimi 30 anni di ricerche è trapelato, arrivando sino a noi come un puzzle scomposto.



Si pensa che anche le altre stelle abbiano una nube di Oort e che i bordi esterni delle nubi di due stelle vicine possano a volte sovrapporsi, causando un’occasionale “intrusione” cometaria. E’ veramente affascinante come tutti i pianeti dell’Universo, appartenenti al nostro Piano Fisico, incontrino molti ostacoli simili tra loro e che subiscano importanti periodi di rinnovi ciclici collegati ai moti orbitali dei propri sistemi planetari e stellari.

L’ipotesi di un Sistema Stellare Triplo

Accantoniamo momentaneamente la teoria di un possibile sistema stellare binario, composto quindi dal nostro Sole e dalla sua stella compagna, per addentrarci nel vivo di un’altra possibile realtà: quella di un sistema stellare triplo, nel quale il Sole si troverebbe a condividere lo stesso comune centro di massa (baricentro) con una seconda stella. Queste due stelle, il Sole (nana gialla) e una “ipotetica” nana bruna, percorrerebbero le loro orbite attorno al baricentro del sistema in un periodo piuttosto distante tra loro. Una terza stella, forse un’altra nana bruna o anche una nana rossa, potrebbe essere gravitazionalmente legata a questo sistema compiendo un’orbita attorno alle due stelle. Un paragone, che ne semplificherebbe di certo la visione, potremmo farlo con Alfa Centauri.

Alfa Centauri è un sistema stellare triplo situato nella costellazione australe del Centauro. È la stella più luminosa della costellazione, nonché terza stella più brillante del cielo notturno a occhio nudo, dopo Sirio e Canopo. È anche il sistema stellare più vicino al Sistema Solare, in quanto ne dista 4,365 anni luce. In particolare Proxima Centauri, delle tre stelle che compongono il sistema, è in assoluto, dopo il Sole, la stella più vicina alla Terra.

Il sistema di α Centauri è costituito da una coppia di stelle di sequenza principale di simile luminosità, una nana gialla e una nana arancione molto vicine fra loro, al punto che a occhio nudo o con un piccolo binocolo sembrano essere un’unica stella. In aggiunta a queste se ne trova una terza, una nana rossa molto più distante e meno luminosa, chiamata Proxima Centauri, la quale compie un’orbita molto ampia attorno alla coppia principale.

Proxima Centauri (spesso chiamata anche solo Proxima) è la debolissima nana rossa che si trova a circa 12.000 o 13.000 UA dal sistema α Centauri AB, equivalente a 0,12 anni luce o 1,94 bilioni di km (circa il 5% della distanza fra il Sole e la coppia α Centauri AB). Proxima appare gravitazionalmente legata al sistema AB, compiendo un’orbita attorno alle due stelle in un periodo compreso fra 100.000 e 500.000 anni; tuttavia, è anche possibile che Proxima possa essere non legata e che si muova lungo una traiettoria iperbolica attorno al sistema AB. L’evidenza principale di un’orbita legata è che sembra difficile che l’associazione fra Proxima e le due stelle principali possa essere accidentale, dato che mostrano circa lo stesso moto proprio attraverso lo spazio. In teoria, secondo alcuni studiosi, Proxima potrebbe lasciare il sistema fra alcuni milioni di anni. Comunque resta ancora da chiarire se Proxima e α siano realmente legate gravitazionalmente.

Cambiamenti nel Sistema Solare

Le piogge meteoriche che arrivano ad entrare nell’atmosfera terrestre e il passaggio costante di comete all’interno del nostro sistema, evidenziano un chiaro mutamento gravitazionale appartenente a forze che spingono questi detriti rocciosi e ghiacciati nelle zone a ridosso della Terra…proprio come fu rappresentato nel crop circle di Santena, apparso il 17 Giugno 2012. I “Guardiani” provenienti da mondi sensoriali sono costantemente presenti nel nostro piano fisico e ne abbiamo avuto prova in tantissime occasioni. Di certo il più incredibile è stato l’intervento, da “Loro” effettuato, sul grosso meteorite caduto in Russia il 15 Febbraio 2013. Un dato di fatto inconfutabile.



Non possiamo immaginare quanti asteroidi vengano deviati da parte di queste “Sentinelle Extraterrestri” anche in zone più distanti al di fuori dell’atmosfera terrestre. Sicuramente la “Loro” presenza è costante e sempre attiva, la dimostrazione è data anche dall’insistenza nell’essere onnipresenti attorno al Sole.

Uno dei casi più incredibili, ma estremamente reale, fu quello degli articoli riguardanti l’asteroide “Nibiru” (denominazione provvisoria che è tipico venire utilizzata dagli scienziati NASA, detta da loro, prima di assegnare una “sigla ufficiale” ad un corpo spaziale minaccioso appena scoperto). Questi articoli furono fatti scomparire quasi subito dopo la loro pubblicazione da tutti i giornali web (ricordiamo che uscirono su CNN, NBC, AlJazeera, ITN, BBC, NOS e altri, nel periodo di Novembre 2012) che ne divulgarono la notizia. Oltre agli articoli scomparve “ovviamente” l’intero asteroide minaccioso…ma vogliamo ribadirlo: la notizia non era assolutamente falsa; semplicemente (probabilmente) quell’asteroide fu fatto “sparire” proprio dai Guardiani Extraterrestri.



L’asteroide “Nibiru” era a tutti gli effetti un corpo roccioso spaziale reale, che avrebbe di certo devastato una buona parte del pianeta Terra. La tensione che si percepiva leggendo le interviste rilasciate a quei giornali era reale, i nomi dei giornalisti e quelli degli scienziati intervistati erano reali, i contenuti scientifici e le “paure” della NASA erano reali. Una notizia che, visto la gravità, era sfuggita di mano alle agenzie governative, ma poi “ridimensionata” immediatamente e quindi fatta ritirare con decisione assoluta dagli “alti” stadi governativi Top Secret dopo (forse) aver ricevuto una “garanzia di difesa” offerta segretamente da esseri provenienti da altri mondi…?

Non vi è dubbio che “osservando Chi” da sempre ci osserva, possiamo trarre la conclusione che l’intervento di questi Guardiani Multidimensionali, nell’interagire col Sistema Solare e col nostro ecosistema, venga svolto per motivi di “prevenzione” in questo delicato momento; lo dimostra anche l’insistenza nei Loro costanti interventi sulle dinamiche termonucleari del Sole.

Qualcosa ci “perturba” sempre più, ma ancora non possiamo vedere esattamente di cosa si tratti. Il Sole sta attendendo un’Ombra Oscura, ovvero una stella oscura (Dark Star) che inevitabilmente farà presto ritorno. I Guardiani delle stelle aumentano la loro presenza nei nostri cieli, Essi conoscono gli eventi, da tempo ci avvertono, da sempre vegliano su di noi. I nostri occhi si accorgeranno presto di un nuovo brillìo nascere dal buio oscuro.

L’Avanguardia più imponente precederà il ritorno del Secondo Sole.

Scritto da Dan Keying

Per Segnidalcielo.it

mercoledì 30 luglio 2014

GLI ANTICHI POPOLI DELLA MESOPOTAMIA POSSEDEVANO UN SISTEMA DI ARCHIVIAZIONE “COMPUTERIZZATO”?

Alcuni ricercatori sostengono di aver trovato la prova del più antico sistema di memorizzazione dati del mondo. E' possibile che i popoli della Mesopotamia avessero dimestichezza con i computer? Il più antico sistema di archiviazione dati potrebbe risalire a più di 5 mila anni fa?


Un team di scienziati sta cercando di decifrare un antico codice che potrebbe rivelare la sorprendente conoscenza di un sistema di archiviazione dati dei nostri antenati, in anticipo di alcuni millenni rispetto ai nostri moderni sistemi di memorizzazione.

Con il termine Mesopotamia si identifica l’area geografica delimitata dal sistema fluviale del Tigri e dell’Eufrate, corrispondente al moderno Iraq, la sezione settentrionale della Siria e una piccola parte della Turchia sud-orientale. La Mesopotamia è considerata la culla della civiltà, in quanto la complessità delle sue antiche società continua si è tramandata fino al nostro modo di vivere attuale.

L’esempio classico è quello dei Sumeri, i cui scritti rivelano una società dall’organizzazione complessa, con sovrani, leggi, letteratura, scuole e biblioteche. In realtà, non si può affermare con certezza che i Sumeri siano stati i veri inventori della scrittura. Secondo alcuni studiosi, alcune civilizzazioni precedenti potrebbero aver ideato i primi sistemi di scrittura tramandati poi ai Sumeri.

Alcuni artefatti scoperti nella regione rivelano la presenza di culture perdute e misteriose, di cui solo ora si inizia a prendere coscienza della loro esistenza. Un esempio emblematico sono le misteriose sfere di argilla portate alla luce alla fine degli anni ’60 nell’Iran occidentale. Le sfere variano in dimensioni comprese tra quelle di una pallina da golf fino a una da baseball.

Lo scopo e il significato di tali manufatti è del tutto ignoto, anche se alcuni ricercatori stanno avanzando delle ipotesi davvero intriganti. I ricercatori sono riusciti a guardare all’intero delle enigmatiche sfere grazie all’utilizzo della tecnologia TAC e della modellazione 3D. La scansione ha rivelato che le sfere sono cave, presentando al loro interno alcune forme geometriche dette gettoni.





Christopher Woods, professore presso l’Oriental Institute di Chicago, è persuaso che le sfere rappresentino il primo sistema di archiviazione dati del mondo. “Queste sfere probabilmente rappresentano il primo sforzo degli esseri umani per archiviare informazioni in modo permanente, almeno secondo le nostre conoscenze attuali”, spiega Woods.

Purtroppo, esistono solo 150 sfere complete e i musei sono riluttanti a sezionarle, dato che ciò significherebbe danneggiarle in modo permanente. Alcune di esse sono attraversate da enigmatici canali dal diametro di 1 – 2 millimetri. Le sfere assomigliano ad alcuni manufatti preistorici di origine sconosciuta ritrovati principalmente in Scozia, Inghilterra e Irlanda. Potrebbero esistere un collegamento tra questi artefatti?

Non è chiaro in che modo venivano utilizzate le sfere dagli antichi popoli mesopotamici, ma i ricercatori ritengono che tali dispositivi servissero come ricevute per vari adempimenti amministrativi quali il monitoraggio di flussi di materiali, merci e manodopera.

Le analisi hanno rivelato che i gettoni all’interno delle sfere sono disponibili in 14 forme differenti, tra cui sfere, piramidi, ovoidi e coni. Ogni tipologia potrebbe rappresentare un valore diverso. Una piramide, ad esempio, potrebbe significare una certa quantità ed utilizzata per conteggiare un determinato stock di merce.

Tutte le sfere di argilla presentano una sorta di guarnizione esterna che attraversa il centro. Ai poli, invece, sono presenti due sigilli. Woods crede che i due sigilli rappresentino il venditore e il compratore. Ma si tratta solo di speculazioni.

Per sperare di risolvere questo antico mistero, i ricercatori devono decifrarne il codice nascosto e capire a cosa servissero i due sigilli. Il codice, infatti, contiene indizi per comprendere il significato dei gettoni interni e il loro utilizzo.

“Abbiamo bisogno ancora di studiare le sfere, sperando di poter esaminare con la TAC i manufatti di altre collezioni”, conclude Woods. Se il ricercatore avesse ragione, allora vorrebbe dire che le antiche civiltà della mezzaluna fertile hanno inventato un sistema di memorizzazione dati, decisamente prima della nostra civiltà moderna.

SECONDO UNA TAVOLETTA BABILONESE DI 4 MILA ANNI FA L’ARCA DI NOÈ ERA ROTONDA

L'arca di Noè è stata la grande imbarcazione che ha messo in salvo una coppia di animali per ogni specie vivente e una manciata di esseri umani da una catastrofica alluvione. Ma dimenticate le immagini del lungo scafo con le estremità appuntite: l'Arca di Noè originale era rotonda.

La recente decifrazione di una tavoletta di argilla proveniente dall’antica Mesopotamia di 4 mila anni fa rivela nuovi sorprendenti dettagli sulle origini del racconto biblico di Noè.

La tavoletta narra una storia simile a quella riportata nella Bibbia, completa di istruzioni dettagliate per la costruzione di una nave rotonda gigante, simile a una ‘coracle‘ e con l’indicazione chiave di salvare gli animali ‘a due a due’.

La tavoletta è da venerdì scorso in esposizione presso il British Museum, il cui curatore, Irving Finkel, è stato autore della traduzione del testo cuneiforme, raccogliendo le sue conclusioni in un libro dal titolo The Ark Before Noah.

Finkel ne è entrato in possesso un paio di anni fa, quando un uomo, Douglas Simmonds, gli ha mostrato una tavoletta danneggiata di argilla che suo padre aveva acquistato in Medio Oriente dopo la seconda guerra mondiale. Era marrone chiaro, delle dimensioni simili a quelle di un telefono cellulare e ricoperta di caratteri cuneiforme.

“Alla fine abbiamo capito che si tratta di uno dei più importanti documento umani mai scoperti”, ha detto Finkel, che sfoggia una lunga barba grigia, una coda di cavallo e l’entusiasmo di un ragazzo. “E’ stato davvero un momento da infarto scoprire che la barca del diluvio doveva essere rotonda. E’ stata una vera sorpresa”.

Secondo lo studioso, una barca rotonda ha perfettamente senso: “E’ una cosa perfetta”, spiega Finkel. “E’ leggera da trasportare e potenzialmente inaffondabile”. Inoltre, le coracli sono state ampiamente utilizzate in Mesopotamia come taxi fluviali e sono perfettamente in grado di affrontare la furia dell’acqua.

La tavoletta riporta le istruzioni fornite da parte di un dio mesopotamico per la costruzione della gigantesca imbarcazione dalle dimensioni pari a due terzi di un campo da calcio, costruita con tavole di legno, rinforzata con corda e rivestita di bitume. Il risultato è una coracle tradizionale, ma la più grande che il mondo avesse mai immaginato.

Come scrive lo stesso Finkel sul blog del British Museum, la superficie dell’imbarcazione sarebbe stata pari a circa 3600 m², con un’altezza pari a 6 metri. La quantità di corda richiesta riuscirebbe a coprire la distanza tra Londra e Edimburgo!

Certamente un’imbarcazione del genere non sarebbe potuta andare da nessuna parte. D’altra parte, tutto quello che doveva fare era galleggiare e mantenere al sicuro il suo contenuto: praticamente una scialuppa di salvataggio cosmica!

Ad ogni modo, per verificare se l’imbarcazione è realmente capace di galleggiare, Finkel ha formato una squadra con l’obiettivo di realizzare una versione in scala ridotta dell’Arca, seguendo meticolosamente le istruzioni riportate sulla tavoletta. L’impresa sarà mostrata in un film documentario che verrà trasmesso entro la fine del 2014 su Channel 4. Finkel è consapevole che la sua scoperta potrebbe portare sconcerto tra i credenti nella storia biblica. Tuttavia, è noto fin dal 19° secolo che esistono racconti molto più antichi di quello contenuto nella Bibbia dove si parla di una grande inondazione, delle indicazioni date da dio a un uomo giusto per costruire una barca e salvare se stesso, la sua famiglia e tutti gli animali. La storia dell’alluvione ricorre negli scritti mesopotamici come l’Epopea di Gilgamesh.

Eppure, la tavoletta tradotta da Finkel, oltre ad essere di gran lunga più antica dei racconti biblici, è l’unica a contenere istruzioni dettagliare sulla sua costruzione. Lo studioso ritiene che gli ebrei abbiano mutuato la storia del diluvio durante l’esilio babilonese del 6° secolo a.C.

Il lavoro sulla tavoletta, inoltre, ha portato ad alcune domande impegnative: qual è la vera origine del racconto del diluvio? Come ha fatto a passare del cuneiforme all’ebraico biblico? Come funzionava davvero il cuneiforme? Insomma, la nuova scoperta ha dato man forte all’entusiasmo di Finkel che avrà di che studiare per i prossimi anni.

L’ENIGMA IRRISOLTO DEGLI “IDOLI OCULARI” DELLA MESOPOTAMIA


Nonostante risalgano a più di 5 mila anni fa, gli Idoli Oculari della Mesopotamia hanno un design straordinariamente moderno: semplice e astratto. Le enigmatiche figurine, che rappresentano figure antropomorfiche con un corpo trapezoidale e grandi occhi, sono ancora fonte di interessanti questioni non ancora chiarite, a partire da chi le ha prodotte e chi o cosa rappresentano.




Tell Brak è un grande sito archeologico a 4 km dalla riva destra del Giaghgiagha, affluente del Khābūr, sulla carovaniera che congiungeva la Siria con l’Anatolia e la Mesopotamia.


La regione, centro importante di commercio, alla fine del III millennio era dominata dalla dinastia di Akkad a cui successero la III dinastia di Ur ed in seguito quelle assire.

Il periodo più antico è quello preistorico, rappresentato da un piccolo insediamento risalente al 6 mila a.C., dove sono stati trovati materiali della tarda cultura neolitica denominata Halaf.

L’occupazione del sito è durata fino al 4° millennio a.C., epoca considerata proto-storica dagli studiosi e al quale si fa risalire uno dei ritrovamenti più importanti del sito: un tempio dedicato ad una divinità sconosciuta.

Il tempio, costruito tra il 3200 e il 3500 a.C., risultava privo di fondamenta, poggiando direttamente su una piattaforma che incorporava tre precedenti edifici spianati e riempiti di mattoni. L’accesso al tempio avveniva per mezzo di una scalinata che, forse, circondava il lato orientale della piattaforma.

La distruzione del complesso avvenne all’inizio dell’epoca sumerica, a causa di qualche scorreria. Durante gli scavi, eseguiti nel 1937-38 dall’archeologo britannico Sir Max Mallowan, vennero rinvenuti centinaia di piccoli idoli caratterizzati da uno o più paia di occhi intagliati, a causa dei quali il tempio venne denominato “Tempio dell’occhio”.

Gli idoli hanno dimensioni variabili, dai 3 ai 6 centimetri di altezza, e sono realizzati in alabastro bianco o nero. Rappresentano un unicum, infatti non sono note raffigurazioni parallele, sia in Siria che in Mesopotamia. Secondo i ricercatori, scoprire l’origine e il significato degli idoli potrebbe aiutare a rispondere a importanti domande sulla storia della regione.

Come spiega il sito del Fitzwilliam Museum dell’Università di Cambridge, il gran numero di idoli oculari ritrovato e le loro dimensioni suggerisce che siano stati lasciati nel tempio come ex voto per ringraziare gli dei di qualche favore ricevuto. Le figurine, infatti, potrebbero rappresentare le persone beneficiate dalla grazia.

La decorazione degli idoli, infatti, varia e i ricercatori pensano si tratti di personalizzazioni. Gli idoli sono stati raggruppati in cinque tipologie: alcuni hanno un solo paio di occhi, con o senza decorazione; alcuni hanno tre, quattro o sei occhi; altri hanno piccole figure di bambino scolpite sulla fronte e in altri ancora gli occhi sono stati forati di traverso.




Inoltre, nella decorazione interna del tempio è molto frequente la figura dell’occhio, suggerendo che si veniva considerato come un potente simbolo magico e religioso. Al momento, comunque, la simbologia e il motivo per cui venivano scolpite le statue rimane ancora argomenti di dibattito.

La notizie più triste di questo affascinante enigma del passato è la situazione politica della Siria. Gli idoli oculari di Tell Brak sono infatti inseriti nella “Lista Rossa d’emergenza”, nella quale sono catalogati tutti i beni culturali siriani a rischio.

Diversi siti archeologici in Siria sono stati danneggiati a causa di bombardamenti. Molti dei manufatti antichi, poi, vengono saccheggiati e distrutti. Si tratta di una situazione simile a quella che ha riguardato l’Iraq pochi mesi fa, dove nel corso delle rivolte è andato perduto buona parte del patrimonio archeologico dell’antica Mesopotamia.

Così avverte la comunità museale internazionale:

«Musei, case d’asta, mercati d’arte e collezionisti sono incoraggiati a non acquistare oggetti provenienti dalla Siria senza aver esaminato attentamente e accuratamente la loro origine e tutta la documentazione legale. Data la grande varietà di oggetti, stili e periodo, la Lista Rossa d’Emergenza è lungi dall’essere esaustiva. Ogni bene culturale proveniente dalla Siria dovrebbe essere sottoposto ad un esame dettagliato e a misure precauzionali».

Purtroppo, la distruzione dei reperti antichi è una parte molto triste della storia umana. La perdita e il danneggiamento di reperti del passato compromettono gravemente la possibilità di ricostruire la verità sui nostri antenati e sul tipo di vita da essi condotto su questo pianeta in tempi preistorici. Un popolo senza storia è come un albero senza radici. È destinato a morire!

L’ENIGMA DELLA “LISTA REALE SUMERICA”: L’ORIGINE DIVINA DELLA REGALITÀ

La Lista Reale Sumerica è un antico testo scritto nella lingua sumera, nel quale sono elencati i regnanti di Sumer con rispettiva durata dei loro regni. Oltre a riferimenti storici accertati, il testo riporta anche l'elenco dei sovrani antidiluviani, i cui regni sono durati fino a 40 mila anni! I Sumeri credevano che la regalità fosse donata dagli dei e che potesse passare da una città all’altra con le conquiste militari.



Tra i numerosi incredibili reperti recuperati nei vari siti archeologi dell’Iraq, dove un tempo sorgevano le fiorenti città sumere, pochi risultano essere più intriganti della Lista Reale Sumerica.

Si tratta di un antico manoscritto originariamente redatto nella lingua sumera, nel quale vengono elencati tutti i re di Sumer (Iraq meridionale), con la rispettiva durata dei propri regni.

Ciò che rende questo manufatto così unico nel suo genere è l’elencazione sia dei governanti pre-dinastici, ovvero vissuti prima del diluvio, sia di quelli storici, dei quali la ricerca archeologica ne ha attestato la reale esistenza.

Non è chiaro il motivo per il quale i sumeri ebbero la necessità di inserire anche i regni predinastici nell’elenco ufficiale dei sovrani. Alcuni assiriologi pensano che si tratti di un’aggiunta successiva, dettata dalla necessità di fare riferimento ad un passato mitico. Ma c’è anche chi è fermamente convinto che la lista predinastica faccia riferimento ad una reale epoca preistorica precedente al grande diluvio planetario.

La storia del testo

Come racconta The Ancient Origins, il primo frammento di questo testo straordinario fu individuato dallo studioso tedesco-americano Hermann Hilprecht su una tavoletta antica di 4 mila anni rinvenuta nel sito archeologico dell’antica Nippur. La scoperta venne pubblicata nel 1906.

Dopo la scoperta di Hilprecht, furono ritrovati almeno altri 18 esemplari della Lista Reale, la maggior parte dei quali risale alla dinastia Isin (2017-1794 a.C.). I materiali presentano diverse discrepanze. Tuttavia, gli studiosi ritengono che il materiale comune a tutte le versioni della lista sia sufficiente per ritenere che derivino tutte da un unico originale.

Tra tutti gli esemplari della lista, la versione più completa è rappresentata dalprisma Weld-Blundell, conservato nel Museo di Oxford. Si tratta di un parallelepipedo alto circa 10 cm, con i quattro lati maggiori completamente incisi con caratteri cuneiformi. Si ritiene che in origine ci fosse un fuso di legno che passasse nel suo centro, così da poter essere ruotato e letto su tutti e quattro lati.

Il prisma elenca i governanti dell’era antidiluviana fino al sovrano dell’ultima dinasta Isin (1763-1753 a.C.). La lista ha un immenso valore storico, sia perché rispecchia molte antiche tradizioni, come quella che soggiace alla Genesi biblica, sia perché fornisce un importante quadro cronologico relativo ai diversi periodi della storia sumera.




Governanti Antidiluviani

La Lista Reale Sumera comincia con l’elenco dei primi otto re che hanno regnato prima di una grande inondazione. Dopo il diluvio, le varie città-stato e le loro dinastie si sono date guerra per la conquista del potere sul regno.

Nessuno degli otto sovrani ha avuto conferma storica da scavi archeologici, iscrizioni epigrafe o altro. È possibile che risalgano al periodo corrispondente a quello della cultura Jemdet Nasr, conclusosi intorno al 2900 a.C.

Tuttavia, ciò che lascia sconcertati è l’immensa durata cronologica dei governi. La lista inizia con l’origine stessa della regalità, vista come un’istituzione di origine divina:

“Dopo che la regalità calò dal cielo, il regno ebbe dimora in Eridu. In Eridu, Alulim divenne re; regnò per 28.800 anni”.

I regni sono misurati in “sar”, periodo che corrisponde a 3600 anni, e in “ner”, unità che ne vale 600, rivelando una serie di Regni incredibilmente lunghi:
Alulim di Eridu: 8 sars (28.800 anni)
Alalgar di Eridu: 10 sars (36.000 anni)
En-Men-Lu-Ana di Bad-tibira: 12 sars (43.200 anni)
En-Men-Gal-Ana di Bad-tibira: 8 sars (28.800 anni)
Dumuzi di Bad-tibira, il pastore: 10 sars (36.000 anni)
En-Sipad-Zid-Ana di Larag: 8 sars (28.000 anni)
En-Men-Dur-Ana di Zimbir: 5 sars e 5 ners (21.000 anni)
Ubara-Tutu di Shuruppak: 5 sars e 1 ner (18.600 anni)

Dunque, i primi otto sovrani di Sumer coprono un totale di 241.200 anni dal momento in cui la “regalità calò dal cielo”. Poi, come riporta il documento:

“Dopo che il Diluvio spazzò via ogni cosa e la regalità fu discesa dal cielo, il regno ebbe dimora in Kish”.

Interpretazione dei lunghi regni

I lunghi regni dei governanti sumeri non sono facilmente spiegabili, rimanendo a lungo oggetto di diverse interpretazioni. Ad un estremo, c’è chi liquida la faccenda come un tentativo di mitizzare figure storiche, sottolineandone con le cifre il potere e l’importanza.

All’altro estremo c’è chi è convinto che i numeri hanno un fondamento nella realtà e che i primi re sumeri erano esseri di un altro mondo in grado di vivere molto più a lungo degli umani. Secondo Zecharia Sitchin, la Lista Reale Sumera indica i primi insediamenti creati dagli Anunnaki sulla Terra, elencando i regni dei primi capi Anunnaki prima del Diluvio.

Dopo il diluvio, le straordinarie lunghezze dei regni sumerici diminuiscono progressivamente, fino a raggiungere standard “umani”.

Alcuni studiosi, come Bryant G. Wood, hanno richiamato l’attenzione sulla presenza di notevoli concordanze tra la Lista Reale Sumera e quanto riportato nella Bibbia.

Nel libro della Genesi, ad esempio, è raccontata la storia della grande alluvione e lo sforzo di Noè per mettere in salvo tutte le specie di animali terrestri. Inoltre, la lista sumera fornisce un elenco di otto re che hanno governato prima del diluvio; allo stesso modo, Genesi riporta che tra Adamo e Noè intercorrono otto generazioni.

Infine, dopo il diluvio, la lista regale sumera registra un graduale accorciamento della durata dei regni; allo stesso modo, Genesi, all’indomani dell’inondazione, riporta una graduale diminuzione della longevità degli uomini.

Dunque, la Lista Reale Sumera rimane una pietra preziosa, con tanti misteri ancora da svelare: perché i sumeri hanno ritenuto di dover elencare sovrani mitici e storici in un solo documento? Perché ci sono tante similitudini con Genesi? Perché i sumeri pensavano che i sovrani antidiluviani avessero governato per migliaia di anni?

LA MISTERIOSA ESTINZIONE DEGLI HARAPPA, LA CIVILTÀ DELLA VALLE DELL’INDO CHE POTREBBE RISALIRE A 9000 ANNI FA

Un sito archeologico al largo delle coste occidentali dell'India indica che la civiltà indiana potrebbe risalire ad addirittura 9000 anni fa, diventando di diritto una delle più antiche del mondo.


Quasi cinquemila anni fa, la Civiltà della Valle dell’Indo viveva il suo massimo splendore. Estesa su una superficie di oltre un milione di chilometri quadrati nei territori che oggi appartengono al Pakistan, all’India nord-occidentale e all’Afghanistan orientale, fu una delle prime e più importanti culture urbane dell’antichità.

Gli scavi iniziati a partire dagli anni Venti del Novecento portarono alla luce migliaia di reperti di rotte commerciali, edifici, manufatti e un sistema di scrittura ancora da decifrare. Poi, tra i 3900 e i 3000 anni fa iniziò il suo declino, per motivi tutt’altro che chiari.

Si pensa che il progressivo diminuire delle piogge frenò lo straripamento dei fiumi. Alla lunga, la poca acqua rese impossibile coltivare la terra e spinse la popolazione a spostarsi altrove.

È questo lo scenario ricostruito da un gruppo di ricerca coordinato da Liviu Giosan della Woods Hole Oceanographic Institution, negli Usa, in uno studio pubblicato su Pnas. “Abbiamo ritenuto fosse finalmente ora di contribuire al dibattito sulla misteriosa fine di questo popolo”, afferma Giosan.

La sua équipe ha lavorato in Pakistan dal 2003 al 2008 mettendo assieme dati archeologici e geologici. Per prima cosa, i ricercatori hanno elaborato mappe digitali del territorio utilizzando foto satellitari e dati topografici collezionati dalla Shuttle Radar Topography Mission, la missione congiunta NASA-NGA (National Geospatial-Intelligence Agency) che ha permesso di mappare in tre dimensioni la superficie del globo terrestre con un livello di dettaglio mai raggiunto prima.

Poi sono passati alla raccolta e all’analisi di campioni del terreno per risalire all’origine dei sedimenti e per capire come furono modificati nel tempo dall’azione di fiumi e vento. Combinando queste informazioni con i dati archeologici, hanno infine ricostruito lo scenario che vide l’ascesa, e il declino, della civiltà.



Il destino della popolazione di Harappa, dal nome del primo insediamento scoperto nel 1857, fu affidato ai monsoni. All’inizio, le piogge abbondanti alimentavano l’Indo e gli altri fiumi provenienti dall’Himalaya provocando inondazioni che lasciavano le pianure circostanti molto fertili.

Poi i monsoni iniziarono a diminuire, i fiumi smisero di straripare e la popolazione fu libera di costruire i suoi insediamenti lungo i corsi d’acqua, dove la fertilità del terreno rese fiorente l’agricoltura. Alla fine però, la scarsità di precipitazioni diede il colpo di grazia alle pratiche agricole e costrinse la popolazione a spostarsi verso est nella piana del Gange, dove le piogge continuavano.

Ma ciò cambiò radicalmente la cultura: le grandi città lasciarono il posto a piccole comunità agricole, segnando la fine della civiltà urbana della Valle dell’Indo.

Oltre a questo mistero, i ricercatori statunitensi credono di aver risolto anche quello del mitico Sarasvati, uno dei sette fiumi che, secondo gli antichi testi indiani Veda, attraversava la regione a ovest del Gange e veniva alimentato dai ghiacciai perenni dell’Himalaya.

Oggi si pensa che il Sarasvati corrisponda al Ghaggar, un fiume intermittente che scorre solo nella stagione monsonica per poi dissiparsi nel deserto lungo la valle di Hakra. Se ciò fosse vero, i dati geologici non confermerebbero l’origine himalayana del Sarasvati.

Sembra invece che il fiume sia stato sempre alimentato dai monsoni e che la desertificazione lo abbia infine ridotto a un corso d’acqua stagionale.


Una civiltà antichissima… sommersa!

Un sito archeologico al largo delle coste occidentali dell’India indica che la civiltà indiana potrebbe risalire ad addirittura 9000 anni fa, diventando di diritto una delle più antiche del mondo.

Questa scoperta è il risultato di circa otto mesi di ripresa di immagini sonar del fondo marino, dove sono state osservate strutture che somigliano a quelle costruite dall’antica civiltà Harappa.

Anche se sono stati individuati alcuni siti paleolitici risalenti a circa 20 mila anni fa nello stato indiano di Gujarata, si tratta della prima scoperta di strutture tanto antiche sotto la superficie del mare. La zona della scoperta, il golfo di Cambay, è stata oggetto di grande interesse da parte degli archeologi, per la sua vicinanza a un altro sito sottomarino, Dwarka, nel vicino golfo di Kutch.

Gli studi del nuovo sito sono però stati resi difficili dalla presenza di forti correnti di marea, con velocità fino a tre metri al secondo. Proprio per l’impossibilità di compiere vere e proprie immersioni, gli archeologi del National Institute of Ocean Technology indiano sono ricorsi alle immagini sonar.

Le immagini non mostrano solo le simmetriche strutture attribuite all’uomo, ma anche il letto di un antico fiume, sulle cui sponde fiorì la civiltà. La datazione del sito è stata fatta recuperando un frammento di legno da una delle strutture, che è risultata risalire all’anno 7600 avanti Cristo.

LE ESPERIENZE DELL'ALDILA' NELL'ESPERIENZA RELIGIOSA

Questa relazione è basata sul libro del monaco tibetano Sogyal Rimpoche "Il libro tibetano del vivere e del morire", Ubaldini, e sul seminario avente per tema "Il viaggio dell'anima dopo la morte" tenuto dal Prof. Cesare Boni, docente alla "Scuola d Specializzazione in Psicologia del ciclo della vita", Università degli Studi di Napoli "Federico II".

Egli ha avuto all'età di 11 anni, durante un'operazione chirurgica, un' esperienza di pre-morte che ha segnato profondamente la sua vita. Dopo aver confrontato la sua esperienza con molte altre similari, l'ha approfondita con i maggiori studiosi occidentali di questa fase della nostra esistenza che chiamiamo morte. Tra essi il Dott.. Moody, che ha raccolto centinaia di testimonianze sulla condizione di pre-morte nel suo libro "La vita oltre la vita", Mondadori, e la Prof.ssa Kuebler Ross, autrice del libro "La morte e il morire", Cittadella.

Ma la conoscenza di Boni intorno al processo della morte si è decisamente ampliata a seguito del suo incontro in Asia con prestigiosi monaci tibetani e guru indiani coi quali ha studiato per oltre 25 anni.


La presente esposizione rappresenta dunque la visione induista-buddista della morte, che, in alcuni suoi aspetti, trova corrispondenza con quanto espresso da altri cammini spirituali. Una conclusione che qui viene anticipata, è chiara. Vi è uno stretto legame tra la vita e la morte, anzi, la morte è uno specchio nel quale è riflesso l'intero significato della vita. Si ritrova in morte lo scopo della vita, quando questa sia ben intesa. L'Oriente ha una concezione unitaria, circolare dell'esistenza quale si manifesta nel ciclo delle rinascite ripetute.


La cultura occidentale, al contrario, ha grandissime difficoltà con la morte. Essa viene vista come nemica, essa è la fine violenta di tutto ciò che ci è familiare: legami, cose, corpo, il corpo che tanto amiamo. In tibetano il corpo si chiama "lu", che significa qualcosa che si lascia indietro, come i bagagli.

Se la morte viene vista come nemica, la conseguenza inevitabile è che ci saranno grandi difficoltà a vivere, perché la vita è condizionata dall'angoscia della morte.

Uno dei principali motivi che ci fanno provare tanta angoscia e difficoltà nell'affrontare la morte è la nostra ignoranza della verità dell'impermanenza. Vogliamo così disperatamente che tutto continui così com'è che ci costringiamo a credere che le cose rimangano uguali. E' una pura finzione, è il traballante fondamento su cui edifichiamo le nostre vite.

La stessa scienza ha scoperto che l'universo fisico non è altro che cambiamenti, attività, processi, i quali costituiscono la base di tutti i fenomeni. Il mondo sub-atomico è una danza incessante di creazione e distruzione (come simbolicamente rappresenta la danza di Shiva Nataraja).


I testi sapienziali di tutte le culture non hanno una visione tragica della morte. Un esempio vicino a noi, l'Apocalisse di Giovanni, testo fondamentale cristiano sulla morte, ha il significato originale di "rivelazione".


Studiando questi testi e le migliaia di testimonianze dei casi di premorte (vedi le ricerche del dott. Moody) si possono affermare due cose:


1. La morte , così come noi la pensiamo, non esiste.

2. Non esiste, tra la vita e la morte, interruzione del flusso di coscienza. (Se veniamo lasciati liberi di morire e non siamo sotto l'influsso di farmaci, non esiste perdita di coscienza).


La paura della morte è la paura madre. Se noi cambiamo l'approccio alla morte cambiamo la nostra vita. Abbiamo tanta paura della morte perché la vediamo così:


nascita------------------------morte


Nei libri sapienziali la vita è eterna: nascita, morte, rinascita


nascita morte


Nascita e morte sono porte di passaggio, due momenti dello stesso flusso di coscienza, poiché nella morte non c'è interruzione di coscienza.

Colui che muore non si accorge di essere morto, egli ha ancora la percezione del mondo.


Per comprendere il processo del morire dal punto di vista dell'Oriente occorre accennare ai fondamenti della vita spirituale di quelle tradizioni.


Secondo l'indicazione yogica l'uomo ha quattro corpi con i relativi stati di coscienza.


CORPI PENSIERI CONSAPEVOLEZZA


veglia si si

sonno no no

sogno si no

turiya no si


"Turiya" è il divino, nell'uomo è lo stato di coscienza che non cambia mai, gli altri stati sono "vesti" per vivere le varie situazioni.

Possiamo pensare agli stati di coscienza che ci sono noti come alla forma delle onde: uno stato di veglia si succede ad uno di sogno, o di sonno profondo, ma in realtà noi siamo il mare che c'è sotto, le onde sono fatte di questo; il mare è il "turiya", noi siamo "quello". Entrare in contatto con il "turiya" equivale a scoprire chi siamo, e questo è ciò che noi dobbiamo sapere, poiché la ragione più profonda che ci fa temere la morte è il non sapere chi siamo. L'Oriente ha sviluppato molte tecniche per raggiungere lo stato di Turiya, perché esso è la porta d'ingresso alla realtà dell'Uno.


Nella tradizione induista l'Uno, Colui che è, si chiama "Purusha".

"Purusha" si osserva, si conosce, e crea "Prakriti", la Natura primordiale, radice di tutte le manifestazioni, madre di tutte le forme, indifferenziata, non composta di parti, né dotata di qualità.

Nell'osservazione di se stesso, "Purusha" genera un flusso di conoscenza che illumina "Prakriti", ed è "Buddhi", la luce di Dio.

Da "Buddhi" si sviluppa l'albero della vita dell'uomo con le sue facoltà. Il senso della vita è realizzare la consapevolezza di noi stessi come Uno, ossia acquistare lo stato di coscienza di TURIYA.


"Buddhi" genera la coscienza individuale "Ahankara", da cui si articola l'albero della vita:


AHANKARA (COSCIENZA INDIVIDUALE)


Nasce con Ahankara l'individualità, la funzione dell'IO (IO SONO)


MANAS

(senso interno ­ pensiero individuale ­ mente e l'elemento discriminante della mente, l'intelletto)

(collegato direttamente ad Ahankara)


5 TANMATRA

(qualità sensibili non manifestate ­ suono primordiale che genera altre qualità)


5 BHUTA (elementi)


JNANAINDRIYA (poteri di conoscenza) Organi di conoscenza, sensi


KARMAINDRIYA (poteri dell'azione)


Cosa avviene durante la morte? Durante la morte compiamo il cammino inverso della vita, si riassorbe e viene portata via tutta l'energia che il nostro corpo ha manifestato. Buddhi abbandona il corpo che non è più adatto allo scopo della vita, ossia la consapevolezza di se stessi come Uno.

L'energia sarà ritirata da tutti gli organi e da tutti i sensi, in senso inverso all'atto della creazione, e saranno ritirati gli elementi. Non si lascia nulla di prezioso, vengono lasciati organi che non sono più adatti allo scopo per cui sono stati creati.


In che modo succede questo? Attraverso diversi stadi, attraverso un "Bardo". "Bardo" è un termine tibetano che significa "passaggio" tra uno stato e un altro. Il Bardo Todrol Chenmo, il libro tibetano dei morti, significa "Grande liberazione attraverso l'udire del Bardo", ossia nel passaggio della morte. Una fase evolutiva è cessata e non ha ancora avuto inizio la fase successiva.


Bardo del morire


Inizia dal momento in cui contraiamo la malattia o la condizione che ci porta alla morte, fino a quando cessa il respiro. Si compone di due fasi.


· dissoluzione esterna: dissoluzione dei sensi e dissoluzione degli elementi

· dissoluzione interna: dissoluzione degli stati grossolani e sottili del pensiero e delle emozioni


Nella morte i vari passaggi ed i segni particolari che li contraddistinguono saranno colti tanto meglio quanto più elevata sarà la nostra consapevolezza. Ecco perché è importante averla conseguita al massimo grado in vita.


Prepararsi a morire


a) L'ultimo pensiero ed emozione prima della morte sono di enorme impatto sul nostro immediato

futuro. Quello che noi siamo al momento della morte è di grandissima importanza nell'aldilà. Di

qua è dove abbiamo gli strumenti per evolvere, di "là" non più. Lasciamo di "qua"ciò che

abbiamo, portiamo di "la" ciò che siamo.

f) Non avere più attaccamenti: proprietà, amicizie, persone care, vita.

h) Fare un testamento molto chiaro ed equilibrato.

j) L'atmosfera sia il più serena possibile, senza forti emozioni.

l) Sistemare i problemi irrisolti.

n) Ricevere dai parenti l'autorizzazione ad andare, dare a se stessi l'autorizzazione a morire.

p) Essere assistiti, se possibile, dagli amici spirituali, se ci sono. Essi faranno le pratiche adatte, sul sentiero che noi abbiamo scelto.

r) Ascoltare la musica spirituali preferita, già alcuni giorni prima di morire; noi siamo generati da un suono, è utile andare con un suono.

t) Pensare al proprio maestro, se ne abbiamo uno, o alla figura spirituale che ci è familiare.

j) Essere preparati a cogliere lo stato di luce chiara post-mortem.


Dissoluzione esterna


21) I sensi (Jnanaindriya) cessano il loro funzionamento insieme agli organi dell'azione (Karmaindriya) nel seguente ordine e modo.

Gli organi dell'azione si ritirano nei rispettivi sensi che si indeboliranno e poi si ritireranno uno dentro l'altro, l'odorato nel gusto e poi nella vista e poi nel tatto e poi nell'udito, che è l'ultimo a essere perduto (Attenzione a ciò che si dice nella camera di un morente!)

Quando si perde la capacità di riconoscere la parola, il primo passo della dissoluzione esterna sta per terminare. Inizia la dissoluzione di BHUTA, gli elementi.


2) Si riassorbe l'elemento Terra, il corpo perde forza, la testa cade, ci sentiamo sprofondare, le guance si infossano, il colorito diviene pallido, la mente si intorpidisce: l'elemento Terra si sta dissolvendo nell'elemento acqua.

Il segno segreto (che coglie il morente) è la visione di un miraggio scintillante, è la prima

esperienza che fa perdere i limiti, non tutti la possono percepire.


24) Acqua: perdiamo il controllo dei fluidi. La mente si annebbia e diviene irritabile e nervosa..

L'elemento Acqua si dissolve nell'elemento fuoco.

Il segno segreto della mente è la visione di una foschia densissima. E' la prima volta che non abbiamo più riferimenti spaziali.


27) Fuoco: si abbassa la temperatura del corpo, dai piedi verso il cuore. La mente oscilla tra

lucidità e confusione, non riconosciamo più nessuno.

L'elemento Fuoco si dissolve nell'elemento aria..

Il segno segreto della mente è costituito da scintille rosso vivo.


30) Aria: il respiro diviene più difficile, si allunga l'espirazione. La mente avverte un deciso

distacco dal mondo esterno. Come nei sogni cessa di funzionare l'intelletto, che è il più grande consumatore di energia che si possegga.


In questa fase cominciano le visioni più o meno positive a seconda del nostro stato di

coscienza: rivediamo i nostri attaccamenti che prendono forme antropomorfiche. Qui si fanno vivi i sensi di colpa.

Il morente potrà rivedere la madre o una figura di sostegno: è la mente che rappresenta una

figura significativa in grado di aiutarci nel momento difficile; nessuno muore solo, tutti siamo accompagnati dall'Amore che crea le figure che più ci sono di aiuto


33) Alla fine l'elemento Aria si dissolve nell'elemento Etere, e da questo direttamente nel

Manas.

I Venti, ossia i costituenti del Prana, si riuniscono nel cuore con gli elementi vitali del padre e della madre.

Il segno segreto è una torcia, una colonna di fuoco. Questo è un momento difficile, perché

dobbiamo avere il coraggio di entrare nel fuoco che, per la nostra cultura e per i sensi di colpa che ci portiamo dietro, siamo portati a collegare all'inferno. Questo invece è Buddhi. La colonna di fuoco rappresenta "l'assunzione in cielo".


Il sangue si riassorbe nel cuore, dopo tre lunghi respiri finali il respiro cessa e, con esso, le

funzioni vitali: è la morte clinica.


Affermano i maestri che il processo di dissoluzione interna dura circa 20 minuti, ma potrebbe essere più veloce a seconda del tipo di morte (incidente, arresto cardiaco)


Dopo la morte clinica


34. Lasciare il corpo più tranquillo possibile. La tradizione di esporre il cadavere non è civile, diverse tradizioni lo coprono.

35. Continuate, se siete in grado, a dargli ulteriori insegnamenti per i primi 20 minuti.

36. Lasciategli vicino la sua musica spirituale preferita.

37. Coprite il corpo con uno scialle bianco o un lenzuolo.

38. Invitate amici e conoscenti a cantare, pregare o meditare in un altro posto.

39. Rispettate le sue volontà

40. Dategli assistenza spirituale il più costante possibile per i primi 3 giorni e poi, nel giorno della morte, per le sette settimane successive.


Ritornando allo schema dell'albero della vita, sono stati riassorbiti finora i tre livelli di energia vitale introdotti nel corpo dallo spirito con il Prana: Karmaindriya, Jnanaindriya, Bhuta.

(Prana deriva da "ana", soffio vitale, da cui discende la parola anima)

La restante energia da riassorbire viene dal concepimento. Ma come essa si è formata?


Al concepimento l'energia paterna e materna si incontrano e si compenetrano, con una vera "esplosione" creativa. Questo accumulo di energia crea il cuore del bimbo: Anahata, il Chakra del cuore. Anahata significa "il suono non udito".

Lungo un canale centrale, parallelamente alla colonna vertebrale, l'essenza paterna sale ed è bianca e beata, l'essenza materna scende ed è rossa e calda. Questo canale è chiamato "Sushumna", qui c'è l'energia della vita.

Lungo la "Sushumna" si creano gli altri Chakra, tre in su e tre in giù rispetto ad Anahata. Dall'estremo Chakra in basso, il "Muladhara", partono due canali (Nadi) principali, "ida" e "pingala", che si incrociano ad ogni Chakra e forniscono energia a tutti i circuiti interni ed alla nostra individualità.

La concezione induista e tibetana conta 72.000 Nadi nel corpo umano, ma lo schema Chakra e canali (meridiani) è condiviso da molte tradizioni, anche occidentali e dallo stesso monachesimo cristiano.( Il simbolo del caduceo è verosimilmente la rappresentazione della "Sushumna" e di "ida" e "pingala" che si attorcigliano.)


Sahasrara


Ajna


Essenza paterna

Vishudda bianca e beata


ovulo spermatozoo


Anahata


Essenza materna
rossa e calda

Manipura


Svadistana


Muladhara


Dissoluzione interna


La dissoluzione interna è il risucchiamento delle energie. All'interno vengono riassorbite tutte le funzioni che ci hanno impedito l'unione con Dio: i "sette veli" della tradizione, ossia i "sette peccati capitali": ira, invidia, lussuria, gola, avarizia, superbia, accidia, che esistono anche nelle tradizioni buddista (3 veli), induista (5 veli), ebraica (4 veli).


Ecco le diverse fasi della dissoluzione interna secondo la tradizione tibetana dei 3 veli.


1° fase (Apparizione)


L'energia paterna, "bianca e beata", viene risucchiata verso il cuore.

Cessano tutti gli stati mentali derivati dall'ira.

Il segno esterno è il "biancore", il morto vede un gran chiarore bianco, come un cielo terso illuminato dalla luna piena.


2° fase (Incremento)


L'energia materna, "rossa e calda", risale verso il cuore, richiamata verso Anahata. Si dissolvono tutti gli stati mentali derivanti dal desiderio: invidia, lussuria, gola, avarizia, riassorbiti insieme all'energia materna.

Il segno esterno è il rosso, come un sole che tramonta. Il segno interno è una grande beatitudine.


3° fase (Completo conseguimento)


L'energia è ora totalmente nel cuore. Nell'incontro dell'essenza bianca e rossa nel cuore è racchiusa la coscienza.

Il segno esterno è la nerezza, il segno interno è uno stato mentale privo di pensieri, una pace assoluta.

Cessano gli stati mentali derivati dall'ego, dall'ignoranza e dall'illusione: superbia e accidia (l'accidia è la pigrizia spirituale).

In questa fase c'è il "tunnel nero", che viene percorso secondo un tempo variabile, da 30 minuti a 3 giorni: il richiamo del di vino ci vuole portare verso l'esperienza dell'Uno.

La consapevolezza è più che mai vigile.


Non passano il tunnel coloro che hanno forti attaccamenti sul piano di esistenza terrestre. I fantasmi, gli spiriti sono i morti che non hanno passato il tunnel a causa dell'incompletezza della dissoluzione interna per via dell'eccessivo attaccamento. E' assolutamente sconsigliato di richiamarli per mezzo dei medium, perché li si danneggia, si impedisce loro di compiere il cammino del distacco dal mondo, li si fa soffrire. Questi poveri esseri, ormai privi di corpo, possono invece essere aiutati in tre modi:

- noi, dal nostro piano di esistenti, di esseri viventi, possiamo aiutarli "pagando" eventuali debiti che

hanno contratto, e così liberandoli.

- possiamo aiutarli anche facendo pratiche anche non specificamente indirizzate, che saranno

comunque ricevute e i cui benefici saranno distribuiti.

- le grandi anime che attraversano il tunnel a velocità elevatissima, si trascinano dietro, nel vortice,

una quantità di questi esseri: i maestri dicono che il passaggio del Cristo abbia "svuotato gli

"inferi", e che il passaggio di Madre Teresa di Calcutta ne abbia liberato una grande quantità.

(La Comunione dei Santi è un deposito di energie positive, di amore, di compassione, che vanno a beneficio delle povere anime inquiete).


4° fase (Luminosità fondamentale, la vera natura della mente, in tibetano la radiosità di Rigpa,)


Al fondo del tunnel ci aspetta una luce di "mille soli". Il Divino ci si presenta per quello che è: pura trascendenza luminosa.

Come è vista la grande luce post mortem? (luce che può essere vista anche in Samadhi, in profonda meditazione).

I grandi santi ci vedono molti mondi. Per lo Yoga è il fiore di loto dai mille petali in nove cerchi concentrici, al cui interno risplende il punto di luce.

Per Ildegarda di Bingen, santa cristiana, la visione è simile: nove cerchi dove i petali sono ali e visi di angeli; al centro, nella luce, una figura blu, il Divino.

Anche Dante vede nove cerchi, al centro la luce.


Cosa succede in presenza della luce? Possono accadere due cose.


1) Si riconosce la luce per quella che è, pura trascendenza luminosa, e ci si immerge, si diventa

Buddhi. Si ottiene la luminosità fondamentale, i "bardi" sono finiti.


2) Si vede la luce e non la si riconosce per quello che è. Si resta fuori, non si entra. Oppure si vede

la luce e la si riconosce, ma si ha difficoltà ad entrare perché ci si sente fondamentalmente

separati da Dio, la concezione dualistica vince.

Nell'un caso e nell'altro si perde la prima possibilità di realizzazione post-mortem col divino.

Ci viene dato un corpo di luce e si entra in un nuovo "bardo", ci avviamo verso una serie di

esperienze che costituiscono il


Bardo della dharmata (dharmata = la vera natura incondizionata di tutte le cose)


Questo "bardo" ha tre fasi, che sono altrettante possibilità di realizzazione.


1° fase: Luminosità, Paesaggio di luce


Il Divino, estremamente compassionevole, si fa per noi natura, creazione, la manifestazione più vicina all'uomo. Ci viene proposto un mondo fluido, vibrante di suoni, luci colori paesaggio luminoso non determinato in dimensioni o direzioni.

Se cogliamo questa espressione come divino, realizziamo l'unione, altrimenti usciamo (seconda possibilità) e passiamo alla fase successiva


2° fase: Unione, le Divinità


Il Divino assume allora forma umana, tra noi e le Divinità sottilissimi raggi di luce uniscono il nostro cuore al loro. Ciascuno le vede rappresentate come quelle a lui familiari: il Cristo, i Santi, la Vergine, il Buddha.

C'è puro amore tra noi e la forma divina: se la riconosciamo e ci entriamo siamo realizzati (terza possibilità); E' in questa fase che si manifestano i sensi di colpa: vedremo personificate le nostre debolezze (ira, gola, lussuria, cattive abitudini.) e anche le nostre qualità (carità, compassione, generosità.). Le scritture le chiamano Divinità pacifiche o irate.


3° fase: Saggezza


Se neppure nella forma antropomorfa il Divino viene riconosciuto, ci vengono offerte 5 visioni: le qualità. Se ne cogliamo una, realizziamo il Divino (quarta possibilità).

Le qualità sono rappresentate da "tappeti di luce", sfolgoranti, composti da palline sferiche (tiklè), sono le manifestazioni delle cinque saggezze.


La saggezza onnicomprensiva, dello "spazio che tutto accoglie", in cui nulla manca e nulla è al di fuori di esso.


La saggezza della equanimità, simile a specchio, l'assoluta serenità in ogni circostanza.

La saggezza unificante, una sola natura per tutte le cose

La saggezza del discernimento, il riconoscimento della propria vera natura.

La saggezza che tutto compie, Dio si prende la responsabilità di ogni atto, è unico attore.


Se anche l'ultima possibilità viene persa, il Divino ci restituisce tutto ciò che avevamo al momento della morte nel cosiddetto "corpo mentale" , che però è privo dell'intelletto discriminante, ed entriamo nel


Bardo del Divenire


Qui tutta la nostra vita ci viene presentata. Qualsiasi atto, pensiero, parola detta, omissione (ciò che avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto) tutto viene sperimentato in un solo attimo senza tempo. Nulla viene perso. Insieme agli atti ci viene presentata anche l'intenzione che animava gli atti. Ma non basta, rivediamo come ognuna di queste cose ha influito sugli altri, e di come questa influenza siamo responsabili. Ecco l'inferno.

Inoltre ogni atto, ogni pensiero, ogni parola, ogni omissione (ossia gli elementi del KARMA), viene confrontato con il programma che ci eravamo dati al momento della nascita, quel programma (la via del dharma) che, se seguito, ci avrebbe portati a realizzarci durante la vita.


La meditazione, il silenzio interiore, sono aiuti fondamentali per "sentire" il dharma.

Ogni azione può essere conforme o difforme al dharma, e le conseguenze non sono di ordine morale, ciò che conta è che l'azione dharmica ci avvicina al Sé, quella karmica ci allontana.


Noi vedremo tutto questo ed emetteremo un giudizio, nel senso che non ci sarà nessuno a giudicarci, e che il nostro giudizio non sarà di tipo "critico" ma di "presa di consapevolezza".

Non avendo intelletto non c'è giudizio, la visione è equanime e ci serve per conoscere: io sono quello, la mia vera natura.


Noi, in quel momento, in base a quel giudizio, ci avviamo verso determinati "mondi", mondi di mente, le "nurì" (da cui nous), 6 luoghi mentali, uno dei quali ci compete dopo aver "pesato" noi stessi:

mondo infernale, animale, degli spiriti affamati, umano, dei semidei, degli dei.


Tutto ciò che avviene d'ora in poi avviene esclusivamente nella nostra mente, ecco perché la nostra mente deve essere pulita, leggera, e lo sarà tanto più quanto meno in vita ci identifichiamo con le azioni che compiamo.


Nel Bardo della Dharmata avevamo un corpo di luce, nel Bardo del Divenire abbiamo un "corpo mentale", una forma più grossolana della precedente.


Si tratta di una mente dotata di immensa limpidezza e illimitata mobilità, ma la direzione in cui si muove è determinata esclusivamente dalle tendenze abituali del karma passato. Si innesca un processo contrario a quello della dissoluzione, si riformano gli stati mentali legati all'ignoranza, al desiderio, all'ira.


Mosso dalla forza del pensiero concettuale, detto anche "vento karmico", il "corpo mentale" non riesce a rimanere fermo neppure un istante. Le percezioni mentali cambiano velocemente proiettandoci in rapide alternanze di gioia e dolore, ma senza i due grandi filtri del corpo e dell'intelletto, e così i pensieri diventano effettivamente realtà. Nel Bardo del Divenire anche la più piccola irritazione può avere effetti devastanti.

La natura instabile e precaria del Bardo del Divenire può anche trasformarsi in un'occasione di liberazione, volgendo a nostro vantaggio l'impressionabilità della mente in questo stato. Occorre creare nella mente un unico pensiero positivo e in esso stabilizzarcisi. Per ottenere questo giova aver stabilito, in vita, un profondo legame con una pratica spirituale. Allora potremo richiamare alla mente una potente figura spirituale, Buddha, Cristo, la Vergine Maria. Se le invocheremo con fervore e devozione concentrate, con tutto il cuore, allora grazie al potere della loro benedizione la nostra mente sarà liberata. In questo Bardo la preghiera ha effetti incredibilmente potenti.


La mente ora è invasa dal desiderio di un corpo fisico e il fatto di non poterlo avere ci sprofonda nel dolore. Durante i primi 21 giorni è molto forte il ricordo della vita precedente, ed è perciò il periodo più importante affinché i vivi diano aiuto al morto.


Nel Bardo del Divenire dobbiamo attendere che si sviluppi un legame karmico con i futuri genitori Il Bardo del Divenire dura da 7 a 49 giorni.


La presenza del Divino che ci richiama, il Dharma, l'evoluzione ed il nostro desiderio di tornare, dunque il Karma, e il nostro Desiderio di conoscerci, che possiamo soddisfare soltanto nello stato di libero arbitrio, sono le tre forze che ci mettono in grado di riprendere il cammino, di "programmare" la nostra vita in maniera così perfetta da poter essere completamente evolutiva.


Dharma


libero arbitrio


azioni karmiche


Cosicché scegliamo dove nasceremo, in quali condizioni sociali, da quali genitori, il nostro livello di intelligenza, lo stato di salute, il sesso, tutto ciò insomma che serve a sciogliere i karma residui, compresi la data e il tipo di morte.


Sembra che non sia facile avere un corpo fisico, questo meraviglioso strumento per la nostra realizzazione, la concorrenza a rinascere è molto accesa, come la corsa degli spermatozoi starebbe ad indicare: ecco perché la vita non dovrebbe essere vissuta alla leggera.


Il fatto di seguire o meno il programma dipenderà da noi. Ci viene restituito l'intelletto. Se andiamo su scelte consone al Dharma andiamo verso la realizzazione, se no ce ne allontaniamo. Non è importante quanto si diverge dal programma: esso è dinamico e continuamente si riaggiusta. Il concetto fondamentale è che noi conosciamo il programma. La sua voce è continuamente in

sottofondo e può essere richiamato, sentito. Il programma è scritto nel nostro respiro.


Entrati finalmente nell'utero materno, ripercorriamo a ritroso la stessa strada percorsa in morte, fino a rinascere e a ricominciare.


TUNNEL

NASCITA E MORTE
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