sabato 30 agosto 2014

CASO ROSWELL: L’IPOTESI ‘MACCHINA DEL TEMPO’ DI PHILIP J. CORSO


Il 24 giugno scorso, si è ricordato il controverso avvenimento del 1947, quando vennero trovati i resti un veicolo aereo decisamente insolito conficcato in un terreno agricolo nella Lincoln County, New Mexico, non troppo lontano dalla ormai famosa cittadina di Roswell.


L’evento, uno dei più discussi e indagati della storia ufologica, è stato oggetto di decine di libri, studi ufficiali intrapresi sia dal General Accounting Office che dalla US Air Force, una pletora di documentari televisivi, film e una notevole attenzione mediatica favorita dall’interesse del pubblico.

La vicenda, ovviamente, ha lasciato dietro di sè una lunga scia di teorie sulla natura di quanto è stato rinvenuto nel 1947: dal pallone meteorologico al ‘Mogul Balloon’, una sorta di dirigibile segreto utilizzato per monitorare i progressi dei sovietici sullo sviluppo della bomba nucleare; dal razzo nazista con delle scimmie a bordo al test di un superaereo segreto degli Stati Uniti.

Ma i testimoni oculari dell’evento non sembrano aver mai avuto dubbi sulla natura dell’oggetto: un veicolo extraterrestre con a bordo due alieni. Per quanto suggestiva possa essere questa ipotesi, alcuni ufologi nutrono scetticismo, nonostante un’affermazione del genere possa portare acqua al loro mulino.

La domanda è: se a Roswell non è precipitato un velivolo alieno, allora con cosa abbiamo a che fare? Perchè tanta segretezza su questo caso, che non ha fatto altro che alimentare le teorie più svariate. Ad avanzare una teoria davvero affascinante, e più intrigante di quella aliena, è l’ex tenete colonnello dell’esercito degli Stati Uniti, direttamente coinvolto nei fatti di Roswell.

Philip J. Corso è stato militare di carriera e combattente nella seconda guerra mondiale, autorevole uomo dell’intelligence USA, fu membro del National Security Council sotto Eisenhower per quattro anni (1953–1957). Nel 1961 divenne capo della divisione Tecnologia straniera del Research and Development Department, agli ordini del generale Arthur Trudeau.

Nel 1997 Philip Corso pubblicò il libro “Il giorno dopo Roswell” (in inglese: The Day After Roswell), scritto in collaborazione con William J. Birnes. E’ un’impresa ardua trovare un edizione italiana del libro, ma con un pò di impegno è facile reperire una versione in pdf da leggere su un tablet. Tra le altre, esiste anche una copia caricata su Scribd.

Nel libro, Corso scrisse di aver gestito, a partire dal 1961, come Capo della Divisione Tecnologia Straniera dell’Esercito, i materiali raccolti a Roswell nel 1947, nel contesto di un progetto finalizzato alla retroingegneria da cui sarebbero nati oggetti quali transistor, lenti a contatto e tubi fotomoltiplicatori.

Autorizzato nell’incarico dall’ordine del suo diretto superiore generale Arthur Gilbert Trudeau del Pentagono, Corso avrebbe fornito porzioni di tale materiale a diversi laboratori di ricerca, civili e militari, contribuendo così a distribuire i frammenti di tecnologia acquisiti dal velivolo precipitato a Roswell ai colossi dell’industria statunitense: dall’IBM alla Hugues Aircraft, dalla Bell Labs alla Dow Cornig. Così scrive Corso nella prefazione del suo libro:

“Il Roswell File, è composto da un insieme di reperti e di rapporti informativi, frutto di un’operazione notturna, condotta da uomini del 509° Stormo, di stanza nella Base Aerea dell’Esercito, a Roswell, nella prima settimana del luglio 1947.

La squadra aveva recuperato i rottami di un disco volante precipitato nei pressi di Roswell, nel deserto del New Mexico. Il Roswell File rappresentava la testimonianza di ciò che avvenne nelle ore e nei primi giorni successivi all’incidente, quando scattò il cover-up governativo ufficiale.

Mentre i militari si interrogavano sulla natura e la provenienza dell’oggetto, e le intenzioni dei suoi occupanti, un gruppo segreto alle dipendenze del direttore dell’Intelligence, l’ammiraglio Roscoe Hillenkoetter, studiava l’origine dei dischi volanti, si documentava sulla fenomenologia degli incontri e, nel contempo, doveva negarne ufficialmente e pubblicamente l’esistenza. Tale operazione è stata condotta per cinquanta anni sotto varie forme, nel più totale ed assoluto riserbo”.

Scrive ancora l’ex tenete colonnello:

“Roswell giunse nelle mie mani nel 1961, quando ricevetti l’incarico di dirigere l’Ufficio Tecnologie Straniere del Dipartimento Ricerche e Sviluppo. Il mio capo, il Generale Trudeau, mi chiese di utilizzare i programmi di ricerca e sviluppo delle Forze Armate per far affluire le scoperte sulla “tecnologia Roswell” nei principali programmi disviluppo industriale, mediante contratti d’appalto nel campo della difesa.

Oggi diamo quasi per scontati i laser, i circuiti integrati, le retia fibre ottiche, i dispositivi a fasci di particelle accelerate ed anche il Kevlar dei giubbotti antiproiettile. Ma le loro matrici furono scoperte all’interno dello scafo alieno precipitato a Roswell e le informazioni che le riguardavano le trovai nei fascicoli custoditi nel mio ufficio, quattordici anni dopo”.

Nonostante siano in molti a credere che Corso sia un solido sostenitore della provenienza extraterrestre del velivolo di Roswell, in realtà la lettura del libro svela che l’ex militare era disposto a prendere in considerazione anche qualcosa di molto diverso.

In un passaggio del libro, riferendosi ai corpi ritrovati nel velivolo, Corso ipotizza che i due occupanti possano essere EBE (entità biologiche extraterrestri) progettate geneticamente per sopportare i rigori del volo spaziale, ma potrebbero non essere loro i creatori del velivolo.

“Lo studio dei corpi delle EBE e del possibile sistema di propulsione della loro navicella pose altri interrogativi: se le EBE, oltre ad essere state progettate biogeneticamente per i viaggi interstellari, non fossero state soggette ai tipi di forze che i piloti umani avrebbero normalmente incontrato?

Se le EBE utilizzavano una tecnologia basata sulla propagazione di onde come propulsione antigravitazionale e sistema di navigazione, allora potevano viaggiare dentro una specie di onda elettromagnetica regolabile.

Sulla scorta ditali dati, l’Esercito suppose che questo UFO fosse una navetta di ricognizione, in grado di rientrare velocemente in una astronave-madre o in un oggetto più grande, dove avremmo rinvenuto quello che in realtà mancava nel ricognitore.

L’altra spiegazione che diede il dottor Hermann Oberth era che l’oggetto viaggiasse attraverso la dimensione temporale e non dovesse quindi percorrere grandi distanze nello spazio. Saltava da una dimensione spazio/tempo all’altra e, istantaneamente. Poteva ritornare al suo punto di partenza”.

Fino al momento della sua morte, avvenuta nel 1998, Corso è stato convinto della possibilità che il Governo degli Stati Uniti non avesse ancora nessuna idea reale su chi abbia costruito il velivolo o progettato le EBE in prossimità del relitto.

Tra le ipotesi, Corso ha tenuto grandemente in considerazione la possibilità che l’UFO di Roswell fosse una macchina del tempo progettata e costruita dagli abitanti della Terra di un lontano futuro, piuttosto che il popolo un lontano sistema solare, inviata indietro nel tempo per una qualche ragione che ci sfugge.

Bisogna dire che la vicenda di Philip Corso è stata oggetto di grandi dibattiti, quasi pari a quelli sul caso Roswell in sè. In effetti, aggiunge solo un altra teoria alla ridda di ipotesi che sono state avanzate sul velivolo precipitato nel deserto del New Mexico. La verità è che nessuno sa cosa sia veramente accaduto e nessuno è in grado di fornire una versione definitiva.

Certo, l’ipotesi della macchina del tempo forse e la più suggestiva mai proposta. Eppur vero, però, che forse studiando i materiali di Roswell, la burocrazia è venuta a conoscenza di qualcosa di veramente inquietante e terribile sul nostro futuro, qualcosa che non osa condividere con la popolazione mondiale. Forse è questo il vero motivo per cui la vicenda di Roswell è ancora avvolta in un segreto opprimente, a 60 anni di distanza.

L’INFLUENZA EGIZIA SULLA CULTURA GLOBALE, SUL CRISTIANESIMO E SUL SIMBOLISMO MASSONICO


“Nei secoli precedenti le dinastie dei faraoni, quando gli eventi storici non venivano ancora tramandati ai posteri, esistevano degli uomini intelligenti come noi. Quegli uomini sentivano il bisogno di conoscere il cosmo e di capire il significato dell’esistenza. Ma ignorando la scienza e non possedendo la tecnologia necessaria, facevano ricorso alla loro intelligenza e al loro genio, usavano, cioè, una forma del pensiero che abbiamo da lungo tempo dimenticato, mi riferisco alla ricerca spirituale interiore e intuitiva” (Robert Bauval).

Agli albori della storia, migliaia di anni prima di Cristo, una civiltà chiamò a raccolta le sue forze per costruire i monumenti più grandi della terra: le piramidi di Giza.


13 milioni di tonnellate di blocchi di pietra, sufficienti a costruire la città di Londra, furono trasportati attraverso il deserto. Perchè? Quale visione del mondo giustificava una simile impresa? Gli esponenti del pensiero archeologico classico affermano che si trattava di tombe per tre faraoni.

Robert Bauval, scrittore e ricercatore inglese, nato ad Alessandria d’Egitto, ha passato gran parte della sua vita all’ombra delle grandi piramidi.

Egli ritiene che uno scopo molto più elevato sia alla base della loro costruzione e negli ultimi vent’anni ha cercato di scoprire quel significato di cui si avverte l’eco in antiche storie che parlano di stelle, di divinità discese sulla terra e della creazione come la concepivano gli egizi.


Il mito della creazione

All’inizio tutto era avvolto dalle tenebre e regnava il caos. Poi dal caos emerse un monte e su di esso spuntò Ra, il sole. Infine, un uccello fiabesco: la fenice si alzò in volo e il prime verso che emise fece muovere il mondo. In quel luogo, in seguito, sorse la città di Eliopoli, attorno ad una colonna sormontata dalla sacra pietra Benben, simbolo del monte all’origine della creazione.

Eliopoli era considerata una delle città più sacre del mondo antico. Il nome Eliopoli era rappresentato da un geroglifico: un pilastro sormontato da una croce. Gli antichi egizi la chiamavano “Innu Mehret”, “la colonna settentrionale”, simbolo di uno dei pilastri della Terra.

Sappiamo, da antiche iscrizioni, che lì si ergeva, infatti, un obelisco, molto tempo prima che a Giza fossero costruite le piramidi. Sappiamo anche che in cima alla stele era collocata una sacra reliquia: la pietra Benben.

Questa pietra era a forma di cono o di piramide, e per gli antichi egizi era come la croce per la cristianità, il più sacro dei simboli. Questo simbolo è custodito nel museo del Cairo ed è la pietra di coronamento di una piramide.

I sommi sacerdoti di Eliopoli erano secondi solo al faraone ed erano noti come costruttori, maghi, guaritori e astronomi. Di uno di loro si conosce il nome: Imhotep. In seguito sarà venerato dai greci come “Asclepio”, per i romani “Esculapio”, inventore della medicina. Ma Asclepio è noto anche per la sua conoscenza delle stelle e come ideatore delle grandi piramidi.




Il destino dell’Uomo dopo la morte

Migliaia di anni prima dell’era cristiana, nell’antico Egitto si parlava del giudizio dopo la morte. I peccati di un uomo venivano pesati opponendoli a ciò che quella persona era stata realmente nel corso della sua vita, a quello che ne rimaneva dopo aver scartato tutto il resto. Quella egizia, insomma, era una civiltà in cerca di una verità interiore.



“Oggi, la visione del mondo che ci viene trasmessa dagli scienziati, ci dice che la verità è fuori di noi e dobbiamo cercarla all’esterno. Per gli egizi, invece, la verità va cercata all’interno, nel nostro mondo interiore, in noi”, spiega Robert Bauval su History Channel.

“Credevano che in ogni individuo ci fosse una scintilla del divino. Allo scopo di imparare ad espandere questa scintilla, portarla al massimo dello splendore, era necessario parlare con essa, interiormente, in un linguaggio che chiamavano “linguaggio degli dei”.

Come percepivano questo linguaggio? Se si fa parte del cosmo, bisogna comunicare con esso, e loro comunicavano percependo con i sensi, raccogliendo messaggi portati dal vento, dalle stelle, dalla luna, dalla fertilità del suolo, dalle stagioni, dalla nascita dei figli.

Questa è la lingua della natura, la lingua del cosmo e cominciarono a capire che si poteva codificare questo linguaggio, in un linguaggio sacro e simbolico, legato ai principi cosmici. Questo è il motivo per cui fu inventata la “scrittura sacra”. I miti egizi ci dicono che gli inventori di questa scrittura sacra furono gli dei.


Influenze sul cristianesimo gnostico

Nei secoli che seguirono la costruzione delle grandi piramidi, religioni che veneravano altri dei sorsero e si diffusero nel mondo allora conosciuto. Ma il mito di Osiride sfidò il tempo, anche se il nome stesso di Osiride sparì, sostituito da quello di Serapide. Numerosi templi a Osiride e Serapide, furono edificati in regioni molto distanti tra loro, quali erano l’Inghilterra, la Germania e la Francia.

Nel I secolo a.C., il culto si diffuse il tutto l’Impero Romano, competendo con la supremazia della nascente religione cristiana e finendo, persino, di influenzarla. All’interno del movimento cristiano, si sviluppo una fazione la quale fece propria l’idea che, al fine di giungere alla condizione divina, l’uomo dovesse acquisire al conoscenza mediante la ricerca interiore. Questa idea veniva direttamente dalla religione iniziatica egizia.

Alessandria d’Egitto fu, per molto tempo, luogo di iniziazione per i convertiti a questa nuova fede religiosa: qui, i primi cristiani venivano qui per ricevere la “gnosi“, ovvero la conoscenza mediante l’iniziazione, per cercare Dio in se stessi e la verità interiore.

Gesù, per questa corrente cristiana, era colui che li guidava a scoprire in loro la scintilla divina e per questo, non avevano bisogno né di chiese, né di gerarchie. La religione praticata dai primi cristiani ad Alessandria, rappresenta il collegamento fra il culto misterico dell’antico Egitto e la religione gnostica.


Influenza sul cristianesimo cattolico

La cultura e la mitologia egizia hanno influenzato anche lo sviluppo delle religione cattolica? Alcuni indizi possono essere scovati all’interno del vangelo di Matteo, nel quale si parla della natività di Gesù Cristo, bimbo divino nato dalla vergine Maria, collegando questo avvenimento con l’Egitto.

Il vangelo di Matteo è unico per tre cose importanti collegate alla storia della natività: la prima riguarda la sacra famiglia che scappa in Egitto per sfuggire alla strage degli innocenti voluta da Erode e che trova rifugio ad Eliopoli.

In una chiesa cristiana vicina a Eliopoli, è raffigurata la fuga in Egitto della Sacra Famiglia. La seconda si riferisce alla stella che indicava il luogo della nascita di Gesù; la terza riguarda proprio i Re Magi, figure misteriose che venivano dall’oriente. Che cosa voleva dire l’evangelista Matteo con questi dettagli?




La vergine e il bambino

Siccome sappiamo che il vangelo di Matteo, molto probabilmente, è stato redatto ad Alessandria d’Egitto, Robert Bauval ipotizza che Matteo abbia creato l’immagine di Maria e di Gesù Bambino per parlare agli egizi, ai quali, un’immagine del genere, era molto familiare, in quanto richiama l’immagine più potente della religione egizia: quella della dea Iside che reca in braccio un fanciullo divino.

E’ chiaro dunque che si cercò di fare accettare una nuova religione, un nuovo culto, a persone che per tre millenni aveva visto nell’infante divino il figlio della dea Iside. In un certo senso, Matteo rubò agli egizi il mito stellare di Iside, di Horus e della stella Sirio e lo trapiantò nella mitologia cristiana. E’ plausibile pensare che i primi cristiani d’Egitto, considerassero Iside come la madre di Gesù. Solo in seguito la vergine assunse l’identità di Maria.


La stella nel cielo

C’è però un simbolo ancora più potente attraverso il quale i primi cristiani cercarono di veicolare il mito di Iside nella nuova religione. Il riferimento è alla stella di Betlemme.

E’ essa la stella di Iside, l’antica stella di origine divina? Dopo 3 mila anni, a causa del fenomeno delle precessione, è cambiato il tempo in cui Sirio sorge e tramonta.

Durante l’epoca dell’antico Egitto, la stella Sirio sorgeva durante il periodo del solstizio d’estate. All’epoca della nascita di Gesù, invece, questa stella appariva in cielo, più o meno, nel periodo del solstizio d’inverno, intorno al 25 dicembre, precisamente dopo il tramonto del sole.

Ora, siccome sappiamo che per gli ebrei e i primi cristiani il giorno cominciava al crepuscolo, il 25 dicembre vedevano sorgere la costellazione di Orione e subito dopo la stella Sirio spuntare all’orizzonte.

Questa era la stessa immagine che gli Egizi osservarono per migliaia di anni, quando celebravano la nascita di Horus, l’infante divino durante il solstizio d’estate. E’ lecito dunque ipotizzare che la stella della divinità sia stata presa da un antico mito egizio e fatto proprio dalla religione cristiana.


I Re Magi

Anche i magi che si mettono in viaggio per seguire la stella potrebbe essere il tentativo di uniformarsi a un altro antico mito egizio. La costellazione di Orione, con le sue tre stelle splendenti che formano la cintura, sorgendo sembrano annunciare la nascita di Sirio. Ebbene, è solo Matteo che parla dei Re Magi. Possiamo ipotizzare che le tre stelle della cintura di Orione siano diventati i “tre” magi del vangelo di Matteo?


La rinascita dallo gnosticismo

Sul finire dell’epoca classica, gli ultimi gnostici sopravvissuti affidarono alla scrittura i loro vangeli e la filosofia antica, per sottrarli ai loro persecutori. I testi religiosi degli gnostici sono riapparsi solo di recente, ma quelli filosofici erano venuti alla luce alcuni secoli fa a Firenze, culla del rinascimento.

Nel 1460, un monaco consegnò a Cosimo De’ Medici un pacco di manoscritti. Si trattava dell’”Ermetica”, una raccolta delle ultime parole di Ermete Trismegisto, ovvero del dio egizio Thoth. Cosimo De’ Medici chiese a Marsilio Ficino di mettere da parte la traduzione delle opere di Platone e di dedicarsi a quella degli scritti ermetici.

Improvvisamente, gli intellettuali europei entrarono in contatto con la saggezza degli egizi e questo divenne un fatto di notevolissima importanza culturale, tanto che nei trecento anni che seguirono, servi da stimolo agli artisti europei d’avanguardia, agli intellettuali e ai filosofi.



Alla base del Corpus Haermeticum c’è l’idea della forza dei simboli, l’idea che i simboli non sono solo qualcosa grazie alla quale si riconosce qualcuno o qualcosa, ma che hanno un significato più profondo e che il simbolo stesso possa portare all’iniziazione.

L’ermetismo diventò così popolare che perfinoRodrigo Borgia (papa Alessandro VI) fece decorare i suoi appartamenti nel Vaticano con scene in cui sono raffigurati Iside, Osiride e Thoth Ermes, così come li immaginavano i pittori del rinascimento. Si stava diffondendo una religione molto più antica, e da alcuni ritenuta più saggia, di quella di Mosè e della Bibbia.

Nella cattedrale di Siena si può ammirare un’immagine di Ermete Trismegisto, ovvero del dio Thoth, che trasmette la saggezza dell’Egitto e della Fenice, simbolo della città di Eliopoli.

I papi disseminarono Roma di simboli dell’antichità e di obelischi provenienti dall’Egitto. Stranamente, i papi scelsero l’antico simbolo di Eliopoli e cioè, un pilastro sormontato da un croce e lo posero proprio nel cuore della cristianità. E’ curioso che tutti coloro che vanno in Piazza San Pietro, vengano anche ad ammirare questo antico simbolo dell’Egitto pagano.



Studiosi, quali il gesuita Athanasius Irkere, studiarono gli enigmi egizi, ma la Chiesa cominciò ad avvertire il pericolo. L’ermetismo stimolava prese di posizioni personali, lontani da quelli che erano i suoi interessi. Le nuove idee furono, quindi, bandite e i libri bruciati.

Nel 1600, l’ermetismo venne fatto tacere con la forza e Giordano Bruno, principale sostenitore, fu trascinato davanti a un tribunale ecclesiastico. Malgrado le orrende torture che gli vennero inflitte, il filosofo rinunciò di abbandonare le proprie idee.

La Chiesa aveva un solo modo per porre fine a tutto questo e accadde l’impensabile: il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno fu portato in piazza Campo de’ Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Fino all’ultimo momento della sua vita, il filosofo cercò di non guardare la croce che gli veniva posta davanti agli occhi da un membro dell’inquisizione. Le sue ceneri saranno gettate nel Tevere. Dopo questi tragici eventi, l’ermetismo divenne un fatto culturale clandestino.


Influenza sulla Massoneria

L’ermetismo trovò rifugio nelle società esoteriche, quali il movimento dei rosacrociani e la massoneria. La grande loggia di Londra, cuore e quartier generale della Massoneria pullula di antichi simboli. Gli affiliati vengono iniziati ai segreti, ai riti e ai simboli.

Secondo Michael Baigent, non c’è dubbio che l’ermetismo, partito dall’Egitto, si sia ramificato fino a influenzare anche il ritualismo e il simbolismo delle società segrete: la piramide, l’occhio onniveggente e la stella. I simboli egizi più sacri sono entrati a far parte dei misteri massonici. Le stesse istituzioni americane risultano “contaminate” dall’antico simbolismo egizio.

I fondatori degli Stati Uniti, George Washington, Benjamin Franklin e altri, erano in maggioranza dei massoni e fecero costruire e decorare la Casa Bianca con un’abbondanza di immagini che richiamano la massoneria. La costituzione stessa degli Stati Uniti è un’estensione dei principi della massoneria, con il suo porre fortemente l’accento sulla democrazia, sul sapere e sugli incentivi da dare alla scienza.

Nel tempio massonico dedicato a George Washington, c’è un altro simbolo familiare: Washington e altri padri fondatori sono raffigurati con il “grembiule dei muratori“.



Anche il dollaro, simbolo della potenza americana, mostra il alto sconosciuto dello stemma americano: la piramide con l’occhio onniveggente con la promessa di un Nuovo Ordine Mondiale.



E oggi, a più di duecento anni di distanza, possiamo ammirare in alcune delle città più importante dell’occidente, la presenza degli obelischi, simboli antichissimi di un’altra civiltà. Da anni e anni, milioni di persone vi girano attorno, osservandoli distrattamente, di colpo, però, catturano l’attenzione di qualcuno, il quale si chiede: “Che cosa ci fanno qui?”, cercando di evocare la magia del passato e capire il significato di questi simboli, che al pari dei geroglifici, hanno bisogno di essere decodificati.


Letture Suggerite

Custode della Gesesi - Robert Bauval – Graham Hancock

Da migliaia di anni la Sfinge punta lo sguardo a est verso l’infinito, catturando il messaggio delle stelle che l’umanità ha dimenticato. E oggi, mentre la nostra civiltà sembra sospesa verso la fine di un grande ciclo, quel messaggio manda chiari segnali affinché venga finalmente compreso.

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Gli indizi ci sono: la geologia e l’archeoastronomia hanno già indicato che la Sfinge potrebbe risalire a molti secoli prima di quanto gli egittologi abbiano finora ritenuto.

Le scoperte dei due autori hanno rivelato che le Piramidi dell’altopiano di Giza non furono solamente tombe di faraoni megalomani, ma formano una precisa ricostruzione terrestre della Cintura stellare di Orione.

LE PIRAMIDI D’EGITTO E DEL SUD AMERICA ERANO GRANDI CENTRALI PER PRODURRE ENERGIA?

L'alone di mistero che circonda le grandi piramidi d'Egitto e dell'America precolombiana sembra essere impenetrabile all'archeologia convenzionale. Nuovi studi condotti da ricercatori prestati all'archeologia rivelano sorprendenti aspetti che fanno ritenere che sofisticatissime tecnologie fossero largamente in uso presso le culture di epoche da noi ritenute primitive.

La tesi normalmente normalmente divulgata e da tutti accettata è che il progresso delle civiltà si sia evoluto da uno stadio primitivo ad uno più avanzato.


Eppure, se si esce dalla prospettiva “evoluzionista” e si analizzano senza pregiudizi alcune opere maestose del passato, si scopre che questo paradigma è sempre applicabile.

Nuove scoperte sulle piramidi dell’antico Egitto e dell’America Precolombiana indicato come branche della scienza, come l’elettricità, l’elettrochimica, l’elettromagnetismo e la metallurgia, fossero utilizzate in maniera considerevole dagli antichi.

La batteria di Baghdad mostra come gli egizi conoscessero e utilizzassero ampiamente la corrente elettrica, e i bassorilievi del Tempio di Dendera, scoperti dall’archeologo francese Auguste Mariette nel 1857, rivelano che questa fosse utilizzata anche per l’illuminazione, difatti nessun segno di fuliggine è mai stato trovato nei corridoi delle piramidi o delle tombe dei re perché queste aree venivano illuminate con energia elettrica.

Nel lavoro di diversi importanti ricercatori figura quello di Christopher Dunn, un ingegnere meccanico inglese, che nel suo libro The Giza Power Plant: Technologies of Ancient Egypt afferma che la Grande Piramide di Giza fosse utilizzata come centrale elettrica wireless, sul modello delle intuizioni di una delle più grandi menti del secolo scorso: Nikola Tesla.

Le conclusioni sorprendenti di Dunn fanno apparire la teoria dell’egittologia tradizionale (secondo la quale la Grande Piramide è stata costruita con utensili in rame da una società che non aveva la ruota) piuttosto sciocche! L’ingegnere parte propria dalla grande complessità e precisione della costruzione di Giza, per poi giungere a proporre la sua teoria dagli indizi raccolti sul campo.

Quella che ne viene fuori è una teoria che dipinge la Grande Piramide come una macchina straordinaria, capace di produrre energia utilizzando la Terra come fonte, la scienza acustica e la chimica. La teoria che Dunn chiarisce lo scopo di tutti i passaggi e le stanze all’interno della struttura piramidale.

In maniera molto sintetica, Dunn teorizza che le vibrazioni naturali della Terra provocassero una risonanza armonica in grado di ricavare idrogeno prodotto nella Camera della Regina attraverso la ionizzazione di una soluzione di acido cloridrico diluito e cloruro di zinco idrato. L’idrogeno veniva canalizzato nella Camera del Re attraverso la Gran Galleria e qui convertito in microonde.




Lo studio di Michel Barsoum

A dare credito all’ipotesi di Dunn ci sono le recenti scoperte di Michel Barsoum. Anche in questo caso si tratta di un ricercatore prestato all’egittologia e quindi libero da pregiudizi e dai dogmi dell’archeologia convenzionale. Barsoum, infatti, è un illustre professore presso il Dipartimento di Scienza dei Materiali e Ingegneria della Drexel University.

Come racconta livescience.com, un giorno Barsoum ricevette la telefonata inaspettata di Micheal Carrell, amico di un collega in pensione, per fargli alcune domande sui misteri che circondano la costruzione delle piramidi di Giza.

Secondo Carrell, i misteri erano stati risolti da Joseph Davidovits, direttore dell’Istituto di Scienze dei Materiali Geopolimeri di San Quentin, in Francia, più di due decenni fa, rivelando che le pietre delle piramidi erano state realizzate con una forma molto precoce di calcestruzzo composto da una miscela di calcare, argilla, calce e acqua.

“È stato a questo punto della telefonata che io scoppiai a ridere”, racconta Barsoum. “Se le piramidi sono state effettivamente costruite così, qualcuno avrebbe potuto dimostrarlo al di là di ogni dubbio passando poche ore al microscopio elettronico”. Si è scoperto che nessuno aveva mai dimostrato la teoria.

Barsoum decide di imbarcarsi nella ricerca e un anno e mezzo più tardi, dopo le osservazioni al microscopio a scansione e altri test, cominciò a trarre alcune conclusioni sconcertanti sulle piramidi. Le osservazioni erano effettivamente coerenti con l’idea del calcestruzzo, ma il legame del cemento calcareo era con il biossido di silicio e ricco di magnesio silicato.

Inoltre, le pietre del rivestimento esterno e interno della piramide mostravano entrambe una struttura amorfa, cioè i loro atomi non erano disposti in una struttura regolare e periodica. Lo stato amorfo, in qualche modo intermedio tra il solido e il liquido, è poco frequente in natura, quasi assente: la maggior parte dei solidi sono naturalmente cristallini e le loro molecole sono disposte con un ordine a lungo raggio che definisce un reticolo cristallino.

“È molto improbabile che le pietre del rivestimento interno e esterno che abbiamo esaminato siano stati ricavati da un blocco di calcare naturale”. Più sorprendentemente, Barsoum ha poi scoperto la presenza di sferule di biossido di silicio su scala nanometrica (con diametri nell’ordine di miliardesimi di metro), fatto che conferma ulteriormente che i blocchi non sono di origine naturale.

“È ironico che intere generazioni di egittologi e geologi siano stati ingannati dai blocchi, realizzato in maniera così fedele da sembrare calcare naturale”, spiega Barsoum. “Gli antichi egizi sapevano produrre nanotecnologie”.

Gli egittologi devono costantemente confrontarsi con domande senza risposta: come è stato possibile posizionare blocchi in modo così perfetto che nemmeno un capello può esservi inserito? E se tali blocchi sono stati scolpiti con strumenti di rame, perchè non è mai stato trovato nessuno scalpello sulla piana di Giza?

La ricerca di Barsoum sembra rispondere, almeno in parte, a queste domande, anche se, come tutti i grandi misteri del passato, alcune questioni rimangono aperte: come è stato possibile agli antichi egizi trasportare a metà della Grande Piramide blocchi di granito pesanti più di 70 tonnellate? “Ironia della sorte, questo studio di antiche rocce non riguarda il passato, ma il futuro”, conclude Barsoum.


La “mica” di Teotihuacán

Le indagini archeologiche eseguite sul sito di Teotihuacán, Messico, hanno portato alla scoperta di un esteso uso di “mica” da parte dei costruttori del sito, un minerale presente solo in Brasile, a 5 mila km di distanza.

I fogli di mica sono stati probabilmente trasportati per migliaia di chilometri. Perchè avrebbero dovuto farlo? E perchè la mica è stata trovata in tutti gli edifici di Teotihuacán, nei templi, nei complessi abitativi e lungo le strade, praticamente dappertutto? Ovvimente non per decorazione, dato che non è visibile dall’esterno.

La mica ha alcune proprietà elettriche che la rendono un buon isolante. Viene, infatti, utilizzata anche come isolante elettrico in apparecchiature ad alta tensione. Essendo resistente al calore, la mica viene utilizzata per produrre finestre di forni e altri sistemi riscaldanti. Viene anche utilizzata per isolare i conduttori elettrici in cavi antincendio. Nei forni a microonde sottili mascherine di mica ricoprono il vano del magnetron.

I costruttori di Teotihuacán devono aver avuto un motivo molto preciso per usarla e, a parere di molti ricercatori, è che faccia parte di qualche tecnologia a noi sconosciuta.

All’inizio del secolo scorso, sia nella Piramide del Sole che in una sala sotterranea del Tempio distante un chilometro, gli archeologi hanno rinvenuto grandi quantità la mica, la quale fungeva da rivestimento per il pavimento e per il soffitto. Oggi il Tempio, detto appunto della Mica, non è accessibile al pubblico.

C’è un tunnel che congiunge il Tempio della Mica alla caverna che si trova sotto la Piramide del Sole (anche l’accesso a questa via sotterranea è interdetto), con diverse intercapedini secondarie sia a destra che a sinistra. È possibile che la sala sotto il Tempio della Mica contenesse qualche strumento che producesse energia per gli edifici del sito, come una sorta di centrale elettrica? Se così fosse, significa che i tunnel servissero da rete elettrica che connetteva l’intera città?



Secondo i teorici degli Antichi Astronauti, l’utilizzo della mica potrebbe essere stato dettato anche da uno scopo più ‘protettivo’. La Nasa, ad esempio, utilizza la mica sul dorso degli shuttle per far deflettere il calore prodotto dall’attrito nel momento del rientro in atmosfera, perfetta per questo scopo. È possibile che la mica sia stata utilizzata per proteggere le installazioni di Teotihuacán dal calore prodotto da un qualche tipo di velivolo non terrestre?

A prescindere da quello che si vuol credere, viene da chiedersi da dove venissero queste conoscenze così avanzate in possesso degli antichi egizi e dei costruttore dell’America precolombiana. I racconti mitologici di entrambe le culture narrano di antichi dei discesi dal cielo su navi o serpenti alati, tradizioni che vogliono, ad ogni modo, dire che in quei luoghi è successo qualcosa di straordinario.

mercoledì 27 agosto 2014

IL CONTINENTE PERDUTO DI KUMARI KANDAM

Kumari Kandam è il nome di un ipotetico continente sommerso nell'Oceano Indiano. Il riferimento appare per la prima volta nel Kanda Puranam, una versione del 15° secolo scritta in Tamil dello Skanda Purana, il più vasto tra i diciotto Purana principali, nel quale sono riportate una serie di leggende su Shiva e i luoghi santi a lui collegati. L'antico testo cita alcune grandi inondazioni oceaniche che hanno sommerso le terre a sud dell'India.

[Ancient Origins] La maggior parte delle persone hanno familiarità con la storia di Atlantide, il mitico continente perduto descritto dal filosofo Platone.


Fino ad oggi, le opinioni sono ancora divise sull’esistenza reale di un continente sprofondato nelle acque dell’oceano migliaia di anni fa, e se prendere le parole di Platone alla lettera oppure considerarle come racconto allegorico.

Tuttavia, nel subcontinente indiano si tramanda un racconto simile, anche se molto meno noto rispetto a quello di Atlantide. Si tratta del continente perduto di Kumari Kandam, collegato poi alla teoria di Lemuria.

Il termine Lemuria compare per la prima volta nella seconda parte del 19° secolo, quando il geologo inglese Philip Sclater rimase sconcertato dalla presenza di fossili di lemuri in Madagascar e India, ma non in Africa e Medio Oriente.

Così, in un articolo del 1864 intitolato ‘The Mammals of Madagascar’ (I mammiferi del Madagascar), Sclater propose che il Madagascar e l’India un tempo furono parte di un continente più grande poi sommerso, denominando la massa mancante ‘Lemuria’.

La teoria di Sclater fu accreditata dalla comunità scientifica di quel periodo come la spiegazione più plausibile della migrazione in tempi antichi dei lemuri dal Madagascar all’India o viceversa. Tuttavia, con l’emergere della moderna teoria sulla deriva dei continenti, la proposta di Sclater di un continente sommerso non era più sostenibile.

Eppure, la proposta di un continente perduto non è solo la teoria per la spiegazione di un fenomeno biologico, ma un’idea che si tramanda nella letteratura antica da secoli, tanto che sono in molti a credere che il continente di Lemuria sia esistito realmente.

Tra questi vi è il gruppo di nazionalisti tamil. Il termine Kumari Kandam compare per la prima volta nel 15° secolo nel Kanda Puranam, una versione del 15° secolo scritta in Tamil dello Skanda Purana, il più vasto tra i diciotto Purana principali, nel quale sono riportate una serie di leggende su Shiva e i luoghi santi a lui collegati.

Il testo riprende alcune leggende riguardanti un’antica terra a sud dell’India sommersa dall’Oceano Indiano. Il riferimento più antico risale al 2° secolo d.C. ed è contenuto nel Silappadhikaram, uno dei cinque grandi poemi epici della letteratura Tamil. Secondo i racconti, “il mare crudele” prese la terra governata dai re Pandiyan, compresa tra i fiumi Pahruli e Kumari, corsi d’acqua che un tempo fluivano nel continente ormai sommerso.

Quando le teorie su Lemuria arrivarono nell’India coloniale, il popolo cominciò a considerare le antiche leggende come fatti storici. Come risultato, Lemuria fu rapidamente identificata con Kumari Kandam, caricando la leggenda di sentimenti nazionalisti.

I nazionalisti sostenevano che i re Pandiya di Kumari Kandam erano i governanti di tutto il continente, e che la civiltà Tamil fosse la più antica del mondo. Quando Kumari Kandam fu sommersa, la sua gente si sparse in tutto il mondo fondando diverse civiltà. Da qui, l’affermazione che il continente perduto è stato anche la culla della civiltà umana.

Secondo quanto riporta wikipedia, R. Mathivanan, l’allora caporedattore del‘Tamil Etymological Dictionary Project of the Government of Tamil Nadu‘, nel 1991 affermò di aver decifrato la scrittura Harappa, riferendosi a brevi stringhe di simboli connessi con la Civiltà della valle dell’Indo, in uso durante il periodo Harappa maturo, tra il 26° e il 20° secolo a.C.

I risultati della traduzione restituirono quello che secondo Mathivanan era l’antica cronologia che gli antichi tramandavano, facendo riferimento ai periodi più remoti della civiltà terrestre:

dal 200.000 al 50.000 a.C.: evoluzione dell’Homo Dravida;
50.000 a.C. : inizio della civiltà di Kumari Kandam;
20.000 a.C. : gruppi di Tamil colonizzano l’Isola di Pasqua (Rapa Nui);
16.000 a.C. : inabissamento di Lemuria (Kumari Kandam).

Mettendo da parte quanto viziato dai sentimenti nazionalistici dei Tamil, quanto potrebbe essere plausibile la storia di Kumari Kandam?

Secondo i ricercatori del National Institute of Oceanography dell’India, 14.500 anni fa il livello del mare era più basso di circa 100 metri, mentre 10.000 anni fa era più basso di circa 60 metri. Dunque, è possibile che una volta esisteva un ponte di terra che collegava lo Sri Lanka con l’India.

Poiché il tasso di riscaldamento globale è aumentato tra i 12.000 e i 10.000 anni fa, è possibile che il livello dei mari abbia provocato inondazioni periodiche. Queste avrebbero sommerso insediamenti preistorici che si trovavano intorno alle basse zone costiere dell’India e dello Sri Lanka.

Storie di questi eventi catastrofici potrebbero essere state trasmesse oralmente da una generazione all’altra, fino a diventare i racconti che narrano le vicende di Kumari Kandam.

Un ulteriore indizio utilizzato per sostenere l’esistenza di Kumari kandam è il cosiddetto ‘Ponte di Adamo‘ (noto anche come ‘Ponte di Rama’), una lingua di terra costituita da sabbia, limo e ghiaia che si estende per 18 miglia, collegando lo Sri Lanka alla terra ferma.

Questo lembo di terra è sempre stato considerato come una formazione naturale. Tuttavia, secondo alcuni osservatori, le immagini satellitari della Nasa sembrano mostrare un lungo ponte artificiale distrutto sotto la superficie dell’oceano.

L’esistenza di un ponte in questa posizione è supportata anche da un’altra antica leggenda. Il Ramayana racconta la storia di Sita, moglie di Rama, tenuta prigioniera sull’isola di Lanka. Rama ordinò la costruzione di un ponte mastodontico per trasportare il suo esercito di vanara (uomini scimmia) sull’isola.

Come spesso accade per la maggior parte dei miti, sembra possibile che ci siano nuclei storici alla base dei racconti leggendari. Dunque, qualcosa di vero potrebbe esserci anche nelle tradizioni tamil su Kumari Kandam. In che misura, tuttavia, è ancora da determinare.

giovedì 21 agosto 2014

L’ENIGMA DEI NOK, UNA DELLE CIVILTÀ AFRICANE PIÙ AVANZATE DEL X SECOLO A.C.


Gli archeologi si sono imbattuti in una serie di strumenti in pietra, pitture rupestri e attrezzi in ferro, tra cui straordinarie punte di lancia, bracciali e piccoli coltelli. Ma l'aspetto di gran lunga più intrigante ed enigmatico della cultura Nok è rappresentato dalle loro statue di terracotta, descritte dagli esperti come straordinarie, senza tempo e quasi “extraterrestri”.

Nok è il nome di un piccolo villaggio al centro della Nigeria, dove nel 1928 un gruppo di minatori portò alla luce una serie di reperti in terracotta, testimonianza di un’antica civiltà perduta.


I numerosi scavi archeologici successivi alla scoperta hanno rivelato che quella dei Nok potrebbe essere stata la prima civiltà complessa comparsa in Africa occidentale, sorta almeno nel 900 a.C. e scomparsa misteriosamente intorno al 200 d.C.

I ritrovamenti hanno evidenziato una società estremamente avanzata, con un sistema giudiziario tra i più complessi del tempo, sorta in un periodo in cui le altre culture africane stavano entrando nell’epoca neolitica.

Gli archeologi si sono imbattuti in una serie di strumenti in pietra, pitture rupestri e attrezzi in ferro, tra cui straordinarie punte di lancia, bracciali e piccoli coltelli. Ma l’aspetto di gran lunga più intrigante ed enigmatico della cultura Nok è rappresentato dalle loro statue di terracotta, descritte dal sitoMemoire d’Afrique, che ospita una galleria fotografica delle statue, come straordinarie, senza tempo e quasi “extraterrestri”.

Nonostante il notevole patrimonio culturale che i Nok si sono lasciati alle spalle, ci sono ancora molte domande senza risposta. Innanzitutto, non essendoci pervenute testimonianze scritte, il nome originale di tale civiltà rimane ignoto. Inoltre, rimangono ignoti il motivo della loro improvvisa scomparsa e il vero scopo delle misteriose statue in terracotta a grandezza naturale.



L’avanzamento tecnologico di tale civiltà è testimoniato proprio dalle straordinarie opere d’arte prodotte dai Nok, manufatti che esprimono una notevole padronanza del processo di produzione e di cottura dell’argilla. Le statue antropomorfe si caratterizzano sempre per una cura quasi maniacale dei dettagli, raffigurate con acconciature complesse, grandi teste allungate, occhi a mandorla e labbra socchiuse.

Queste caratteristiche insolite sono particolarmente sconcertanti, se si considera il fatto che le statue sono state realizzate a grandezza naturale e rispettando le proporzioni tra la testa e il resto del corpo, portando alcuni ad usare il termine “extraterrestre nell’aspetto” per descrivere le opere d’arte dei Nok.

L’ispezione microscopica dell’argilla utilizzata nell’area Nok mostra un’importante uniformità di composizione, suggerendo che il materiale provenisse da un unico giacimento non ancora scoperto. Non si sa molto circa il vero scopo delle sculture, ma alcuni ricercatori hanno ipotizzato che le statue servissero da amuleti per evitare il fallimento del raccolto, le malattie e la sterilità.

Altri studiosi, invece, credono che le figure rappresentino individui di status elevato, oppure divinità ‘celesti’ celebrate ed adorate dal popolo. Tuttavia, la realizzazione di statue a grandezza naturale non è l’unico indizio della complessità della loro civilizzazione. Le ricerche hanno evidenziato che i Nok svilupparono un sistema amministrativo e giudiziario molto avanzato, al fine di garantire la giustizia sociale e l’ordine pubblico.

In maniera molto simile all’organizzazione moderna del potere giudiziario occidentale, i Nok crearono due tipologie di tribunale: uno destinato a giudicare la cause civili, come dispute familiari o false accuse, l’altro creato per accuse più gravi, quali il furto, l’omicidio e l’adulterio. Inoltre, all’interno di un santuario chiuso al pubblico esisteva un’alta corte che prendeva in esame i casi che non potevano essere risolti dai tribunali.

Il popolo credeva che ogni delitto attirasse una maledizione in grado di distruggere tutta la famiglia e, pertanto, la colpa doveva essere scoperta e punita, al fine di evitarne le conseguenze. Prima di essere sottoposto al giudizio della corte, il sospettato veniva portato tra due monoliti posti di fronte al sole, dove giurava solennemente davanti a Nom, la suprema divinità dei Nok, di dire la verità.

La corte era presieduta dal sommo sacerdote e dai vari capi clan. A chiunque fosse stato trovato colpevole veniva imposto un sacrificio agli dei in capre e dei, più una quantità di vino locale al sommo sacerdote. Dopodiché, in città veniva dichiarato un giorno di festa, per ringraziare gli dei per averli aiutati a risolvere il caso e per lo scampato pericolo della maledizione.


Che fine hanno fatto?

Ad un certo punto, intorno al 200 d.C., la fiorente cultura Nok si eclissa tra le pieghe della storia, causando perplessità e interrogativi tra gli studiosi sulla ragione della loro scomparsa. Alcuni ricercatori hanno suggerito che l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e una forte dipendenza dal carbone, potrebbero aver giocato un ruolo cruciale nella scomparsa dei Nok.

Rispetto a questa, sono state avanzate altre ipotesi: dai cambiamenti climatici alle invasioni, da un’epidemia devastante alla migrazione in altre aree geografiche. Ma quello della scomparsa non è l’unico enigma a rimanere senza risposta: quasi tutte le statue in terracotta risultano rotte o gravemente danneggiate. Si tratta di danni intenzionali, oppure il semplice effetto del naturale processo di erosione?

Dove sono finiti i torsi di buona parte delle statue? I ricercatori ipotizzano che le parti mancanti potrebbero trovarsi nel sottosuolo immediatamente fuori gli antichi centri urbani. I ricercatori sono intenzionati a chiarire questo e altri aspetti ancora non risolti, confidando che una nuova campagna di scavi potrebbe fornire nuove fonti per chiarire l’enigma dei Nok.

OGGETTI FUORI POSTO: L’ENIGMA DELLA PIETRA DI WINNIPESAUKEE

La misteriosa pietra del Lago Winnipesaukee è un presunto “out of place artifact” (oopart) scoperto nel 1872 nel corso di uno scavo per la costruzione di una recinzione. L'età della pietra, lo scopo e i suoi realizzatori sono sconosciuti. La pietra è attualmente in mostra al Museum of New Hampshire History.

Nel 1872, un gruppo di lavoratori che stava realizzando uno scavo per la costruzione di una recinzione nel pressi del Lago Winnipesaukee, nel New Hampshire, si imbatté in un oggetto che sembrava fuori posto.


Si trattava di una enigmatica pietra nera a forma di uovo con una serie di strane incisioni, tra cui un volto, un teepee (tipica tenda degli indiani d’americani), una spiga di mais, una spirale e altri enigmatici simboli.

Quando fu presentata agli esperti, subito sorsero alcune domande: chi ha realizzato la pietra e perché? Quanto è antica e, sopratutto, come è stata scolpita.

Come riporta il sito del Museum of New Hampshire History, dove è attualmente esposta, al momento della scoperta, The American Naturalist ha descritto la pietra come “una straordinaria reliquia indiana che ha attirato la meraviglia del mondo scientifico”. Tuttavia, fino ad oggi nessuno è stato in grado di rispondere con certezza alle domande poste dalla pietra.

La pietra fu acquisita da Seneca Augustus Ladd, un naturalista e collezionista di cui è possibile leggere la biografia su cowhampshireblog.com. “Il signor Ladd è già in possesso di una vasta collezione privata di reperti. Era felice della nuova scoperta e mostrato la reliquia con l’entusiasmo che solo un vero studioso può provare”, continua l’articolo di The American Naturalist.

Ladd morì nel 1892, e nel 1927, sua figlia Frances Ladd Coe donò la pietra alla New Hampshire Historical Society. La pietra, circondata da specchi per permetterne l’osservazione dei simboli, è attualmente esposta al Museum of New Hampshire History.

La pietra misura circa 10 cm di altezza e circa 7 cm di larghezza. Tutti i simboli su di essa incisi sono oggetto di varie interpretazioni. Su di un lato compaiono dei simboli che sembrano delle frecce invertite, una luna, alcuni punti e una spirale. L’altro lato mostra una spiha di grano e un cerchio con tre figure, una delle quali assomiglia alla gamba di un cervo.




The American Naturalist ha suggerito che la pietra potrebbe essere un trattato tra due tribù. Altri hanno ipotizzato che possa essere di origine celtica o Inuit.

Un dettaglio curioso è rappresentato da due fori praticati sulle estremità superiore e inferiore della pietra. Ogni foro è diritto e alcuni graffi nei pressi del foro inferiore, secondo un’analisi eseguita da funzionari statili nel 1994, fanno ipotizzare che la pietra venisse posta su un supporto metallico.

“Ho già visto i fori praticati nella pietra con la tecnologia che si associa alla preistoria del Nord America”, spiega in un articolo del 2006 comparso su Associated Press Richard Boisvert, archeologo di stato. “Erano presenti una certa quantità di irregolarità, ma questi fori sono estremamente regolari”. Secondo Boisvert, i fori sono stati praticati con strumenti di precisione disponibili sono nel 19° e 20° secolo.

Nello studio di Boisvert furono incluse le conclusioni del geologo Eugene Boudette, secondo le quali la pietra è un tipo di quarzite, derivata da roccia arenaria o milonite, una roccia metamorfica che si rintraccia prevalentemente lungo ad una linea di frattura della crosta terrestre. Si tratta di un tipo di roccia non riscontrabile nel New Hampshire, ma il territorio non può essere escluso come fonte.

Come afferma la New Hampshire Historical Society, la pietra del Lago Winnipesaukee è un reperto unico, in quanto non si è a conoscenza di oggetti simili negli Stati Uniti. “Questo rende molto difficile capire la sua provenienza”, commenta Boisvert. “Il problema è che la storia della scoperta è sfocata. Non si è certi del contesto nel quale è avvenuta la scoperta, il che rende difficile una valutazione. Il contesto della scoperta a volte è più importante dell’oggetto stesso”.

Wesley Balla, direttore delle collezioni ed esibizioni della New Hampshire Historical Society, ha detto che la storia della scoperta riflette il modo in cui venivano trattati i ritrovamenti archeologici nel 19° secolo: l’attenzione era più sull’oggetto stesso che non sui dettagli del contesto, come la profondità del terreno, se qualcos’altro si trovasse nei pressi del ritrovamento, o a che distanza dal lago si trovava. “Tutto questo è andato perduto”, conclude Balla.

ECCO COME ESPLOREREMO I TUNNEL DEL SOTTOSUOLO LUNARE


Queste straordinarie strutture sono un vero e proprio tesoro geologico, non solo perchè potrebbero fornire preziose informazioni sui movimenti delle antiche colate laviche lunari, ma anche perchè sarebbero accampamenti naturali perfetti per i futuri esploratori umani, dove troverebbero riparo dalle radiazioni solari e cosmiche.

Sin da quando è stato scoperto, gli scienziati hanno sognato di poter esplorare il tunnel di lava individuato nel 2009 sulla Luna dalla sonda spaziale giapponese Kaguya.


Queste straordinarie strutture sarebbero un vero e proprio tesoro per i geologi, non solo perchè potrebbero fornire preziose informazioni sui movimenti delle antiche colate laviche lunari, ma anche perchè sarebbero accampamenti naturali perfetti per i futuri esploratori umani, dove troverebbero riparo dalle radiazioni solari e cosmiche.

Ma prima di essere gli occhi dell’uomo a guardare per la prima volta la galleria lunare, gli esperti intendono inviare rover robotici in avanscoperta, così da preparare al meglio un’eventuale missione con equipaggio umano.

Tra gli operatori in prima linea in questa nuova frontiera dell’esplorazione spaziale risulta essere l’Astrobiotic Tecnology, una società privata che progetta robotica spaziale e missioni planetarie.

Fondata nel 2008 da William L. “Red” Whittaker, professore di robotica alla Carnegie Mellon University, la società ha come scopo principale quello di vincere il Google Lunar XPRIZE, il concorso indetto da Google con in palio un premio di 40 milioni di dollari.

Per vincere la gara, il candidato dovrà progettare una missione che consenta di atterrare in sicurezza sulla superficie della Luna, muoversi per almeno 500 metri sopra o sotto la superficie lunare e riportare almeno due campioni di roccia sulla Terra. Il progetto va consegnato entro il 31 dicembre 2015.

L’ambizioso obiettivo della società ha permesso lo sviluppo di tecnologie spaziali innovative, tanto da suscitare l’interesse della Nasa, la quale ha fornito una serie di finanziamenti per incentivare lo sviluppo dei progetti della Astrobiotic Tecnology.

L’intenso lavoro progettuale rende i suoi frutti e nel febbraio 2011 Astrobiotic presenta il suo progetto, sia il veicolo per la fase di allunaggio (Artemis Lander), che il rover esplorativo (Red Rover). Gli accordi stipulati con laSpaceX prevedono il lancio della missione lunare nell’ottobre del 2015.

Nel corso dei prossimi due anni, il programma prevede un nuovo investimento di 500 mila dollari, destinato a sviluppare ulteriormente le idee del professor Whittaker, il quale trascorre le sue domeniche calando un robot in unaminiera abbandonata in Pennsylvania.



Il prototipo del rover dovrebbe essere in grado di esplorare la cavità scoperta nella lava lunare, calandosi da solo con l’ausilio di un cavo. Entro il 2015, la versione definitiva del progetto dovrà essere operativa e finalmente esplorare la galleria di lava.

La cavità è stata scoperta circa tre anni fa dalla sonda giapponese Kaguya. L’ingresso della galleria è larga circa 65 metri ed è profonda almeno 80 metri. I geologi hanno subito intuito che si trattasse di un ‘lucernario’ di un tunnel orizzontale forgiato dalla lava lunare.



I tunnel di lava sono grotte estremamente particolari, perché sono la forma fossile di ciò che fu un’eruzione di lava molto fluida. La bassa viscosità della lava consente la formazione di una crosta dura attorno alla lava, la quale continua a fluire.



Quando l’eruzione termina, la lava fuoriesce dal tubo, lasciando un lungo tunnel vuoto che sembra essere di origine artificiale. La lunghezza dei tunnel può essere davvero considerevole. Il tunnel di lava formatosi sul vulcano hawaiano Mauna Loa inizia nel punto di eruzione e si estende per circa 50 km verso l’oceano.

Oltre all’inestimabile valore geologico rappresentato dai tunnel di lava lunari, i ricercatori sottolineano anche la loro valenza strategica. Infatti, queste cavità sarebbero un rifugio perfetto per installare una base permanente sulla Luna. Le caverne proteggerebbero gli astronauti e le apparecchiature dalle micrometeoriti e da raggi cosmici.

Ma la Terra e la Luna non sono gli unici corpi celesti sui quali sono state individuate le grotte di lava. Alcune immagini della superficie di Marte sembrano mostrare l’esistenza di queste cavità anche sul Pianeta Rosso. Questa scoperta potrebbe essere la chiave di volta per le future esplorazioni del pianeta, fornendo un possibile rifugio per i primi esploratori di Marte.

Inoltre, la presenza di possibili cavità promette di poter rilevare dettagli sui strati interni del pianeta senza dover praticare alcun foro. Infine, all’interno delle gallerie marziane potrebbero esserci massicci depositi di ghiaccio, e forse resti di vita biologica.

ALLA NASA STUDIANO IL “MOTORE A CURVATURA” DI STAR TREK


L'idea centrale, non nuova ma finora sempre teorica, è proprio quella che i milioni di fedeli delle serie e dei filmStar Trek conoscono da quando il primo episodio andò in onda nel settembre del 1966: la "warp speed", la traiettoria che viaggia sui "warp", le curve e le pieghe dello spazio per tagliare le distanza e renderle più a misura di una vita umana che non può essere contata in anni luce.

Il vero Captain Kirk di Star Trek tesse ogni giorno il sogno di andare laddove l’umanità non si è mai spinta, oltre le stelle.


Si chiama Harold White, fisico e specialista di sistemi di propulsione spaziale futuri che ancora soltanto lui immagina e che parla con la timidezza pensosa dello scienziato vero, davanti alla sua astronave “Enterprise” che somiglia a una ruotina per supercriceti lanciati oltre la velocità della luce.

“E’ possibile”, dice, “è perfettamente possibile violare il limite di velocita dell’Universo”. Ma quando? “Fra quanche centinaio di anni”.

Eppure è proprio nel suo laboratorio, modesto, spoglio e piccolo come un’aula d’asilo, lavorando con gli spiccioli che scivolano dalle tasche del bilancio Nasa come monetine tra i cuscini dei divani, che l’intuizione romanzesca del creatore di Star Trek, Gene Roddenberry, il superamento della velocità della luce, è lavoro quotidiano.

L’idea centrale, non nuova ma finora sempre teorica, è proprio quella che i milioni di fedeli delle serie e dei filmStar Trek conoscono da quando il primo episodio andò in onda nel settembre del 1966: la “warp speed”, la traiettoria che viaggia sui “warp”, le curve e le pieghe dello spazio per tagliare le distanza e renderle più a misura di una vita umana che non può essere contata in anni luce.

Il lavoro del dottor White, che la Nasa ha finalmente riconosciuto e finanziato con quella miseria di 50 mila dollari, muove dal “Vettore di Alcubierre” l’idea di un fisico teorico messicano, Miguel Alcubierre, elaborata nel 1994. Visto che il limite di velocità dei fotoni, cioè della luce, postulato dalla relatività speciale di Einstein non è oltrepassabile, Alcubierre ipotizzò che il solo modo per superarlo fosse non di accelerare il moto, ma di ridurre lo spazio.

Se il suo “motore” potesse essere costruito, lo spaziotempo davanti all’astronave si restringerebbe, espandendosi nella sua scia. Dunque la “Enterprise” dei futuro Captain Kirk o Picard non andrebbe più veloce, rispettando il limite di velocità imposto dal codice Einstein, ma percorrerebbe più distanza.

Ma nessuno sa come costruire un veicolo capace di comprimere lo spazio, ridurre il tempo e navigare tra le rughe dell’Universo come l’ago di una sarta fra le pieghe di un tessuto.

Problemi incomprensibili a noi umani, come “energia a densità negativa” generata da materia esotica quali le “particelle con massa negativa”, o i “barioni”, o il “plasma quarkgluon “, magari prodotti dalla “femtotechonologia” che addirittura violerebbero le leggi della fisica conosciute avevano sempre confinato i tentativi di applicazione pratica del “Moto di Alcubierre ” sulle lavagne delle aule universitarie. Entra in scena Harlod White.

Armato di un interferometro, un’apparecchiatura circolare che serve a misurare le deviazioni nel percorso dei fotoni, dunque della luce [il principio cruciale per il viaggio a velocità "warp"] White cerca di riprodurre l’evento che segnò la nascita dell’Universo.

“Sappiamo che dopo il Big Bang, particelle furono allontanate l’una dall’altra a velocità immense. Se la natura potè farlo, perché noi non potremmo riprodurre il fenomeno?” spiega a un intervistatore del New York Times.



Il suo laboratorio spoglio, ma specialmente isolato, costruito con quegli avari stanziamento resi necessari dalla estrema sensibilità dell’interferometro che registrava gli sternuti dei vicini di stanza, esibisce modelli e simulazioni di come potrebbe essere la astronave a massa negativa, quella che dovrebbe creare attorno a sé una “bolla” di energia in grado di restringere lo spazio-tempo davanti ed espanderlo dietro, per non turbare le leggi universali.

“Non c’è assolutamente nulla di impossibile, sul piano teorico” insiste, lui che non è un autore di sci-fi, ma un fisico che per 20 anni ha lavorato a sistemi di propulsione utilizzati per i lanci della Nasa.

“Sembra impossibile perché non abbiamo ancora la tecnologia per fabbricarlo, come Leonardo che aveva chiarissimo il principio del volo umano, ma non disponeva di mezzi necessari per renderlo fattibile. Un giorno potremmo avere gli strumenti per permettere a E. T. di andare e tornare”.

L’ipotesi di Alcubierre, piegare la natura stessa dell’Universo alla microscopia misura del tempo umano, potrebbe essere praticabile, ma la forza di gravità irresistibile, lo spazio che non si piega non sta oltre la Galassia, ma ad appena due ore di volo dal suo Space Center a Houston.

Sta a Washington, dentro le aule del Congresso che nella Nasa ha da tempo perso la fede e ogni anno, puntualmente, sforbicia i fondi di ricerca citando la necessità di non aumentare le tasse.

Il budget per il 2014, 17 miliardi, è inferiore a quello del 2007, l’anno prima del grande crack finanziario e la metà dei 35 miliardi (in dollari attuali) riversati sulla “signora della stelle ” per tutti gli anni ’60, quelli della corsa alla Luna alimentata dal carburante della Guerra Fredda.

Certamente non è ancora nato, e non nascerà per secoli il comandante che guiderà la Enterprise fra le onde dello spazio interstellare, e tra la ruota dei criceti fotonici di White e la realtà c’è la distanza che separe gli elicotteri di Da Vinci e gli Apache della Us Army.

Ma già sapere che si può, si potrebbe, è lecito immaginare, rende forte una domanda: se altre creature intelligenti nell’Universo avessero realizzato l’ipotesi di Alcubierre (che resta valida ovunque essendo le leggi della fisica identiche per tutti i figli delle stesse) qualcuno potrebbe avere attraversato lo spazio fino a noi.

“ESPERIENZE FUORI DAL CORPO” (OBE): 3 STUDI SCIENTIFICI


La scienza si interessa alle cosiddette “Esperienze fuori dal Corpo” (OBE, dall'inglese Out-of-Body Experiences). Sono tre gli studi in corso per indagare su questa singolare esperienza riportata da numerosi pazienti.

Generalmente, con le espressioni “Esperienze fuori da corpo”, oppure “Esperienze Extracorporee”, si definiscono tutte quelle esperienze, la cui interpretazione rimane controversa, nelle quali una persona percepisce di “uscire” dal proprio corpo fisico, cioè di proiettare la propria coscienza oltre i confini corporei.


Tuttavia, le circostanze in cui avvengono tali esperienze e le sensazione provare da coloro che le vivono variano sensibilmente. Le statistiche dicono che circa una persona su dieci ritiene di aver avuto qualche volta nella vita una di queste esperienze.

Data l’ampiezza del fenomeno, alcuni ricercatori hanno deciso di studiare il fenomeno più a fondo. Sono almeno tre le ricerche attualmente in corso ad occuparsi delle Esperienze fuori dal corpo.

Una di queste è in corso presso la Nottingham Trent University, Regno Unito. La ricerca mira soprattutto ad ottenere una migliore comprensione delle varie forme di esperienze extracorporee e il significato che queste assumono per le diverse persone che le hanno vissute.

“Gli attributi che caratterizzano l’esperienza fuori dal corpo sono abbastanza ricche e variegate, ma sono in genere ignorati dalla ricerca moderna in favore di un insieme snello di caratteristiche condivise”, spiega in un comunicato dell’università il dottor David Wilde, docente di scienze sociali.

Le indagini del dottor Wilde sono più dettagliate di quelle eseguite in molti studi precedenti, includendo un processo mirato ad eliminare “altre esperienze allucinatorie simili che potrebbero essere scambiate per un’esperienza fuori dal corpo”.

Un altro studio è in corso presso l’Università di Ottawa, Canada, nel quali i ricercatori hanno eseguito la risonanza magnetica di una donna durante quella che viene descritta nello studio come un’esperienza extra-corporea.

La donna, una ventiquattrenne studente di psicologia, ha spiegato che era in grado di lasciare il suo corpo e di interagire con il mondo esterno in forma extra-corporea fin dall’infanzia, riuscendo ad entrare nello stato a suo piacimento. I ricercatori Andra M. Smith e Claude Messier hanno misurato la sua attività celebrale durante l’esperienza.

Le immagini hanno rivelato l’attivazione di parti del lato sinistro del cervello che si sovrappongono alla giunzione parietale temporale, una parte del cervello collegata alla consapevolezza di sé. I ricercatori hanno visto anche l’attivazione di parti del cervello che si accendono quando qualcuno immagina di muoversi, sensazione conosciuta come “immagini cinestetiche”.



“L’esperienza extra-corporea nel presente studio sembra aver attivato il lato sinistro del cervello e di diverse aree associate alle immagini cinestetiche ed è associata ad una forte disattivazione della corteccia visiva”, scrivono Smith e Messier nello studio. “Questo suggerisce che la sua esperienza è stata vissuta come reale, con una forte componente cinestetica. La donna è sana e senza anomalie cerebrali, fornendo così una finestre sul cervello durante un’esperienza extra-corporea non patologica”.

Come sottolineano i due ricercatori, ulteriori studi sono necessari per aumentare i dati statistici relativi a queste esperienze, essendosi lo studio concentratosi su un singolo caso. “Questa capacità potrebbe essere presente già nella prima infanzia, ma potrebbe perdersi senza la pratica regolare”, scrivono in chiusura.


L’esperienza di Miss Z

Uno degli studi più famosi sulle esperienze extra-corporee è stato eseguito nel 1968 dal dottor Charles Tart, professore emerito di psicologia presso l’Università di California-Davis.

L’esperimento ha riguardato l’osservazione di una paziente, che nello studio viene indicata come Miss Z, durante una esperienza fuori dal corpo. Mentre la donna dormiva, il dottore ha posto un numero di cinque cifre su una mensola al di sopra del letto sul quale giaceva la donna. Il numero era stato selezionato casualmente e portato nella stanza in una busta opaca.

Al suo risveglio, la donna ha riferito di aver lasciato il suo corpo mentre giaceva sul letto e, galleggiando nella stanza, di aver individuato il numero sulla mensola, fornendo ai ricercatori la cifra esatta.

Il dottor Tart e i suoi collaboratori hanno cercato di individuare il modo in cui la donna possa aver indovinato il numero, tralasciando le ipotesi parapsicologiche. Eppure, la spiegazione più plausibile sembrava proprio quella meno plausibile.

Miss Z era stata scelta per l’esperimento perchè aveva raccontato che le capitava di svegliarsi più volte ogni notte e di trovarsi a galleggiare vicino al soffitto, guardando il suo corpo.

NIKOLA TESLA INTERCETTÒ UN SEGNALE EXTRATERRESTRE?


Colorado Springs, 1899, Nikola Tesla, uno dei pionieri della moderna elettricità, testa uno strumento che spera possa sfruttare l'energia di un filmine durante una tempesta. Nel corso dell'esperimento, la macchina di Tesla riceve una strana serie di segnali. Tesla, in un articolo comparso sul Collier's Weekly, descrive l'evento come “il saluto di un pianeta a un altro”. Il grande scienziato serbo aveva intercettato un segnale extraterrestre?

Un genio eccentrico e uno scienziato straordinario nato esattamente 158 anni fa. È Nikola Tesla, l’uomo conosciuto per il suo lavoro rivoluzionario e i numerosi contributi nel campo dell’elettromagnetismo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.


I suoi brevetti e il suo lavoro teorico formano la base del moderno sistema elettrico a corrente alternata. Dopo la sua dimostrazione di comunicazione senza fili nel 1893, e dopo essere stato il vincitore della cosiddetta “guerra delle correnti” insieme a George Westinghouse contro Thomas Alva Edison, fu riconosciuto come uno dei più grandi ingegneri elettrici statunitensi.

Molti dei suoi primi studi si rivelarono anticipatori della moderna ingegneria elettrica e diverse sue invenzioni rappresentarono importanti innovazioni tecnologiche.

A causa della sua personalità eccentrica e delle sue apparentemente incredibili e talvolta bizzarre affermazioni, negli ultimi anni della sua vita Tesla fu ostracizzato e considerato una sorta di scienziato pazzo.

Tesla morì per un attacco cardiaco, solo, nel New Yorker Hotel, tra il 5 e l’8 gennaio del 1943, all’età di 86 anni. Nonostante avesse venduto i suoi brevetti sulla corrente alternata, egli era praticamente nullatenente: un grande uomo scomparso, ma il cui ricordo rimarrà vivo per sempre.

Tra gli aspetti più controversi della sua storia, c’è un episodio avvenuto nel 1899, nel corso di un esperimento nel suo laboratorio di Colorado Springs. Lo scienziato cercava un modo per imbrigliare la potenza di un fulmine durante una tempesta.

Nel corso dell’esperimento, la macchina di Tesla, una mastodontica torre di 85 metri, ricevette una serie di strani segnali non riconducibili a cause conosciute dalla scienza. Così scriveva Tesla in un articolo comparso sul Collier’s Weekly del 9 febbraio 1901 dal titolo Talking with the planets (Parlando con i pianeti):

“Sapevo che alcuni disturbi elettrici sono prodotti dal sole, dalle aurore boreali e dalle correnti terrestri, ed ero sicuro che quei segnali non erano dovuti a nessuna di queste cause. La natura dei miei esperimenti precludeva la possibilità che i segnali derivassero da perturbazioni atmosferiche, come è stato avventatamente affermato da alcuni.

Solo qualche tempo dopo è balenato nella mia mente che i disturbi che avevo rilevato potessero essere dovuti ad un controllo intelligente. Anche se non riuscivo a decifrare il loro significato, era impossibile per me pensare come ad un evento casuale. La sensazione in costante crescita dentro di me è di essere stato il primo a sentire il saluto di un pianeta all’altro. C’era uno scopo dietro quei segnali”.

All’epoca dell’intercettazione di Tesla, il mondo non era del tutto estraneo all’attività extraterrestre. Nel 1896, c’era stata una lunga scia di avvistamenti nell’area di Los Angeles. “All’epoca, il primo volo non c’era ancora stato e l’aeroporto di Los Angeles non esisteva”, commenta John Greenwald jr., fondatore di TheBlackVault.com. “Non c’è spiegazione per quanto visto volare in cielo”.




Scrive ancora Tesla:

“Allo stato attuale del progresso, non ci sarebbe alcun ostacolo insormontabile nella costruzione di una macchina in grado di trasmettere un messaggio verso Marte, né ci sarebbero grosse difficoltà a rilevare segnali trasmessi a noi dagli abitanti di quel pianeta […].

Una volta stabilita una comunicazione, anche la più semplice, come uno scambio di numeri, il progresso verso una comunicazione più comprensibile sarebbe rapida […]. I marziani, o gli abitanti di qualunque altro pianeta che trasmetta verso di noi, capirebbero subito che abbiamo ricevuto il loro messaggio e trasmesso una risposta. Tutto ciò è molto difficile, non impossibile, e ho già trovato il modo di farlo”.

Forse, senza rendersene conto, il geniale Nikola Tesla anticipava di ben 70 anni quella che sarebbe stata l’attività di ricerca del SETI, nato ufficialmente nel 1974, profetizzando che la comunicazione interplanetaria “sarebbe diventata l’idea dominante del secolo appena cominciato”.

“Che tremendo scalpore darebbe questo al mondo! […]. Spero di poter presto dimostrare con i miei esperimenti in Occidente che non stavo contemplando solo una visione, ma che avevo intravisto una grande e profonda verità”, conclude lo scienziato.

venerdì 15 agosto 2014

UNA TRAPPOLA PER CATTURARE LA LUCE



L’idea di stoppare qualcosa che si muove alla stratosferica velocità di 300mila chilometri al secondo potrebbe sembrare piuttosto azzardata, eppure un team di ricercatori guidati da Georg Heinze della Technische Universität Darmstadt è riuscito a fermare la luce per un minuto, un record.

Come siano riusciti a raggiungere un risultato del genere, che potrebbe accelerare lo sviluppo di reti quantistiche per le lunghe distanze, lo spiegano gli scienziati sulle pagine di Physical Review Letters.

I tentativi di rallentare e quindi arrestare completamente la luce si susseguono da un po’. Per riuscire nell’impresa gli scienziati tedeschi hanno utilizzato una tecnica nota come trasparenza elettromagnetica indotta (electromagnetically induced transparency, Eit).

Semplificando, i ricercatori hanno usato un cristallo opaco contro cui hanno sparato un raggio laser in grado di innescare reazioni tali da renderlo trasparente. Successivamente sullo stesso cristallo (ora trasparente) è stato sparato un altro fascio di luce, e quindi il primo raggio laser è stato spento, facendo tornare il cristallo opaco.

Come riporta Galileo, la luce è stata quindi intrappolata all’interno del cristallo, dove, data l’opacità, non poteva neanche rimbalzare.

Di fatto è come se fosse stata fermata. Una volta intrappolata la luce, l’energia trasportata da questi fotoni (e i dati da questi veicolati) è stata catturata dagli atomi del cristallo, convertita in eccitazione degli spin, per essere quindi restituita come luce una volta che il cristallo fosse diventato di nuovo trasparente.

Gli scienziati hanno usato questa trappola, racconta il NewScientist, per imprigionare e recuperare un’immagine di tre linee luminose per 60 secondi, dimostrando come il sistema messo a punto possa funzionare come una memoriaottica. Sebbene per un tempo limitato: infatti, le caratteristiche del cristallo fanno sì che gli spin possano mantenere la coerenza (proprietà fisica), e quindi le informazioni trasportate, solo per una sessantina di secondi, dopo i quali l’impulso luminoso si disperde.

Lo studio fa ben sperare per la creazione di reti quantistiche capaci di operare su lunghe distanze. Anche perché, concludono gli scienziati, potrebbe essere possibile ottenere tempi di storage più lunghi con diversi cristalli.

SVOLTA NELLA RICERCA: IL MISTERIOSO MANOSCRITTO VOYNICH CONTIENE UN MESSAGGIO AUTENTICO

Il dottor Montemurro, assieme ad un collega, ha utilizzato un metodo statistico computerizzato per analizzare il testo, un approccio che è stato utilizzato anche su altre lingue. I due ricercatori si sono concentrati su alcuni modelli, cercando di capire in che modo le parole sono state organizzate nel testo, così da estrarne i contenuti portanti.



Il messaggio contenuto in quello che è stato definito da Robert Brumbaugh il ‘manoscritto medievale più misterioso del mondo’ è sfuggito a crittografi, matematici e linguisti per oltre un secolo.

E per molti, il cosiddetto Manoscritto di Voynich potrebbe essere una bufala. Ma un nuovo studio pubblicato sulla rivista Plos One, suggerisce che il manoscritto potrebbe, dopo tutto, contenere un messaggio vero e proprio.

I ricercatori che hanno condotto le analisi affermano di aver individuato dei modelli linguistici che credono essere vere e proprie parole all’interno di un testo.

Grazie alla datazione al radiocarbonio, è stato stabilito con certezza che il volume è stato redatto tra il 1404 e 1438, ma poi scomparso dalla documentazione pubblica fino al 1912, quando un commerciante di libri antichi, chiamato Wilfrid Voynich, se lo ritrovò in uno stock di pubblicazioni antiche di seconda mano acquistate in Italia.

A tutt’oggi, è l’unico testo medievale che non si è riusciti ancora a decifrare. Ci ha provato addirittura un team di eminenti decifratori di codici durante la seconda guerra mondiale, esperti nel decodificare i messaggi cifrati dei nemici, ma senza riuscire a trovare alcun significato nel testo. Forse, però, lo studio potrebbe portare ad una svolta.

Marcelo Montemurro, fisico teorico presso l’Università di Manchester, Regno Unito, ha trascorso molti anni ad analizzare i modelli linguistici e spera di riuscire a svelare il mistero del manoscritto, convinto che la sua nuova ricerca possa portare ad una svolta.

“Si tratta di un testo unico nel suo genere, non esistono opere simili. Tutti i tentativi di decifrazione finora messi in atto hanno fallito”, spiega Montemurro a BBC News. “Non si può facilmente respingere il manoscritto come se non avesse senso, in quanto le analisi mostrano una struttura linguistica significativa”.

Il dottor Montemurro, assieme ad un collega, ha utilizzato un metodo statistico computerizzato per analizzare il testo, un approccio che è stato utilizzato anche su altre lingue. I due ricercatori si sono concentrati su alcuni modelli, cercando di capire in che modo le parole sono state organizzate nel testo, così da estrarne i contenuti portanti.

“Ci sono prove sostanziali che le parole portanti tendono a presentarsi in un modello di cluster”, spiega il ricercatore. “Nelle lunghe campate di testo, le parole lasciano una traccia statistica sul loro uso. Quando l’argomento cambia, sono necessarie altre parole.

Le reti semantiche che abbiamo ottenuto mostrano chiaramente che le parole correlate tendono a condividere somiglianza di struttura. Ciò accade anche in una certa misura nelle lingue a noi conosciute”.

Il dottor Montemurro ritiene improbabile che queste caratteristiche sono state semplicemente “incorporate” nel testo per rendere una bufala più realistica, come ritiene la maggior parte del mondo accademico.



Tuttavia, anche se il ricercatore ha trovato un modello, il significato delle parole rimane ancora un mistero. Il fatto stesso che per oltre un secolo molte menti brillanti hanno analizzato il lavoro con pochi progressi, per alcuni, l’unica spiegazione possibile è che si tratti di una bufala.

Uno di questi è Gordon Rugg, un matematico della Keele University, Regno Unito. Lo studioso ha anche prodotto un suo proprio codice complesso, volutamente simile a quello di Voynich, per mostrare come un testo possa sembrare di avere modelli significativi, anche se è un “incomprensibile testo bufala”.

Secondo Rugg, le nuove scoperte fatte da Montemurro non escludono che il manoscritto possa essere un falso. “I risultati non dicono nulla di nuovo. E’ stato appurato da decenni che le proprietà statistiche del manoscritto sono simili, ma non identiche, a quelle delle lingue reali”.

E’ chiaro che Rugg non crede che il testo di Voynich contenga un codice sconosciuto, tuttavia avanza una sua teoria: “Alcune della caratteristiche del testo del manoscritto, come ad esempio il modo in cui sono state poste le parole separate, sono in contrasto con la maggior parte dei metodi di codifica del testo. Questo manoscritto contraddirebbe la maggior parte dei sistemi di codifica conosciuti”.

Chi invece ha rivisto la sua opinione, alla luce delle scoperte di Montemurro, è il dottor Craig Bauer, autore di Secret History: La storia della crittologia. Prima dello studio, Bauer era convinto che il manoscritto fosse una bufala, ma come lui stesso ora ammette, “potrebbe risolvere qualche arcano segreto, o addirittura aiutare a riscrivere la storia della scienza”.

Tuttavia, Bauer è ancora sul ‘chi va là’ e non esclude di poter cambiare ancora la sua opinione alla luce di altri contributi allo studio del manoscritto. Ma il dottor Montemurro è fermo nella sua convinzione, e sostiene che l’ipotesi della bufala non può assolutamente spiegare i modelli semantici che ha scoperto.

Egli è consapevole che la sua analisi lascia molte domande ancora senza risposta, ad esempio se si tratta di una versione codificata di una lingua conosciuta o se si tratti di una lingua totalmente inventata.

“Dopo questo studio, ogni nuovo supporto all’ipotesi bufala dovrebbe tenere conto di questa struttura sofisticata in modo esplicito. Finora, questo non è stato fatto”, insiste il ricercatore. “Ci deve essere una storia alle spalle, che non conosceremo mai”.


100 anni di analisi

Il volume, scritto su pergamena di capretto, è di dimensioni piuttosto ridotte: 16 cm di larghezza, 22 di altezza e 4 di spessore. Consta di 102 fogli, per un totale di 204 pagine. La rilegatura porta tuttavia a ritenere che originariamente comprendesse 116 fogli e che 14 si siano smarriti.

Fanno da corredo al testo una notevole quantità di illustrazioni a colori, ritraenti i soggetti più svariati: proprio i disegni lasciano intravedere la natura del manoscritto, venendo di conseguenza scelti come punto di riferimento per la suddivisione dello stesso in diverse sezioni, a seconda del tema delle illustrazioni.

L’ultima sezione del Manoscritto Voynich comincia dal foglio 103 e prosegue sino alla fine. Non vi figura alcuna immagine, fatte salve delle stelline a sinistra delle righe, ragion per cui si è portati a credere che si tratti di una sorta di indice.

Il manoscritto Voynich, del quale non esistono copie, è attualmente conservato presso la Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale, negli Stati Uniti, dove reca il numero di catalogo «Ms 408».

“Sono state eseguite circa 25 esami del manoscritto Voynich e la maggior parte dei risultati conferma che il testo presenta analogie con il linguaggio naturale. Questo nuovo esame si aggiunge a quelli di questo genere”, afferma Klaus Schmeh, un crittografo.

“Mentre sappiamo molto sulle proprietà statistiche del testo, non sappiamo abbastanza su come interpretarli. Questo è uno dei problemi da affrontare con le nuove ricerche. Abbiamo bisogno di capire come i diversi linguaggi, metodi di crittografia e tipi di testo influenzano le statistiche”.

QUASI DECIFRATA LA SCRITTURA PIÙ ANTICA DEL MONDO: IL ‘PROTO-ELAMITICO’

Tra le grafie ancora da decodificare, la proto-elamitica custodisce le testimonianze più antiche in assoluto. L'antico popolo medio-orientale viveva in una società agricola nella quale a comandare era una famiglia.



Jacob Dahl, membro del Wolfson College e direttore dell’Ancient World Research Cluster, è raggiante:


“Siamo finalmente sul punto di fare un passo avanti nella decifrazione della grafia proto-elamitica, tra tutte le scritture ancora da decifrare la più antica in assoluto”.

Ed effettivamente per un archeologo decodificare la scrittura proto-elamitica è una vera sfida.

Il proto-elamitico si sviluppò intorno al 3 mila a.C. e, assieme a quella sumerica, fu una scrittura effimera: durò appena 150 anni da quando comparve nella regione di Elam (antico nome biblico dato al territorio che oggi corrisponde alla parte sud-occidentale dell’Iran).

Poi svanì nel nulla, lasciando ancora oggi tante domande senza risposta. Di questa grafia si sa infatti poco e niente: oscure sono le popolazioni che la utilizzarono, i caratteri e persino la lingua delle iscrizioni.

Oggi si conservano un migliaio di segni di questa antica grafia che si ipotizza fosse logografica. Ma il mistero che la avvolge sta per svanire, grazie a un sistema il cui acronimo RTI (Reflectance Transformation Imaging System) consentirebbe una rilettura dettagliatissima di quegli ambigui segni.

Gli studiosi stanno esaminando le tavolette di argilla custodite all’Ashmolean Museum di Oxford e soprattutto quelle custodite al Louvre e sono riusciti a catturare le immagini a più alta definizione e più particolareggiate mai esistite del prezioso materiale.

Milleduecento segni studiati e ristudiati per dieci lunghi anni, senza conoscere quasi nulla della civiltà proto-elamitica. E ora forse finalmente se ne potranno raccogliere i frutti. Nonostante l’ottimismo, gli stessi scienziati enfatizzano il mistero più assoluto che ancora oggi cela sia l’alfabeto che il linguaggio di questa antica civiltà.

La più importante collezione al mondo di tavolette risalenti al proto-elamitico è custodita a Parigi, al Louvre, e il metodo utilizzato dal team di Oxford consiste nell’inserimento delle tavolette di argilla in un sistema RTI capace di usare 76 luci fotografiche separate per catturare ogni solco e ogni angolo delle preziose tavole.

La tecnica RTI applica metodi fotografici per caratterizzare la superficie e traduce queste informazioni in un’immagine composita digitale che descrive, per ogni pixel, la cromia e la morfologia superficiale del soggetto indagato.

La tecnica ha la capacità di documentare in modo scientifico e inequivocabile il colore e la reale morfologia tridimensionale delle superfici in un unico documento di facile lettura. Successivamente le immagini saranno postate online, per sfruttare al massimo il potere del crowdsourcing nel difficile lavoro di decodificazione.



Tra le grafie ancora da decodificare, la proto-elamitica custodisce le testimonianze più antiche in assoluto. Oggi le scritture antiche ancora da decifrare si possono dividere in tre categorie: le scritture il cui alfabeto è stato decifrato ma non si conosce la lingua; le scritture il cui alfabeto è incomprensibile ma di cui si conosce la lingua; le scritture con alfabeto e linguaggio sconosciuti.

La sfida della scrittura proto-elamitica è quella di rientrare in quest’ultima categoria e a rendere il lavoro ancor più difficile è il fatto che i testi originali sembrano contenere molti errori.

Ma non si tratta di sbagli commessi da uno scriba distratto, piuttosto della conseguenza della totale assenza di un alfabeto e di una grammatica condivisa da tutti.

A rendere ancora più problematica la decifratura dell’antica lingua concorre anche il fatto che, pur essendo una lingua adottata da popolazioni vicine, gliElamiti aggiunsero al vocabolario nuovi imperscrutabili simboli. Una delle particolarità della scrittura proto-elamitica è l’inesistenza di figure umane (o anche solo di particolari umani).

Malgrado le difficoltà incontrate da Dahl nel comprendere il significato dei simboli incisi sull’argilla, nel corso del decennio di studi che lo hanno visto impegnato è riuscito a lanciare uno sguardo su quel mondo lontano.

Sebbene infatti non sia ancora stato possibile arrivare a una traduzione integrale delle tavolette, è stato in qualche misura realizzabile interpretarne il senso.

È bene precisare che gli studiosi britannici sono riusciti a comprendere interamente il sistema numerico adottato dagli Elamiti e possono pertanto affermare che non si tratta di scritti poetici, ma più umanamente di registrazioni di proprietà, quantità di raccolti e popolazione.

L’antico popolo medio-orientale viveva in una società agricola nella quale a comandare era una famiglia. Al di sotto di questa si trovava una sorta di middle-class eterogenea e ancora più giù la numerosa classe dei lavoratori, trattati come ‘bestiame con un nome’.

Dalle tavolette si è compreso che i titoli o il nome delle persone più importanti riflettevano il loro status e indicavano il numero di persone che si trovavano socialmente al di sotto. Infine Dahl e il suo team hanno dedotto altre informazioni anche riguardo al regime alimentare dell’epoca.

I potenti avevano a disposizione per la loro alimentazione yogurt, formaggio e miele, ma anche ovini, capre e bovini. Mentre ai lavoratori veniva concessa una dieta a base di orzo e di una specie di birra allungata con acqua. Il loro regime alimentare è stato giudicato dagli studiosi come appena sopra il livello di denutrizione.

IXS ENTERPRISE: L’ASTRONAVE A CURVATURA DELLA NASA CON LA QUALE ESPLOREREMO LA GALASSIA

Uno scienziato della Nasa ha lavorato insieme ad un artista digitale per creare il primo modello grafico dell'astronave chiamata IXS Enterprise che, in un futuro non troppo lontano, ci consentirà di esplorare lo spazio interstellare: il veicolo spaziale potrebbe raggiungere Alpha Centauri in sole due settimane.



“Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise. La sua missione è quella di esplorare strani nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare dove nessuno è mai giunto prima”.

Per gli appassionati della saga fantascientifica di Star Trek, queste parole hanno in sé un grande potenziale emotivo e, per certi aspetti, progettuale.

Tutti i fan di Star Trek sperano con tutto il cuore che l’umanità, prima o poi, possa avventurarsi nell’esplorazione dello spazio profondo, inaugurando una nuova era di pace e concordia.

Ma viaggiare tra le stelle è solo un sogno di romantici fantasiosi appassionati di un semplice romanzo televisivo? Come è possibile attraversare le enormi distanze cosmiche dell’Universo e raggiungere le stelle più vicine?

Uno scienziato, il dottor Harold White del Johnson Space Center della NASA, sostiene che tale prospettiva non è necessariamente riservata alla narrativa di fantascienza, rivelando la progettazione di un’astronave sul modello della Enterprise di Star Trek che potrebbe rendere il viaggio spaziale realtà.

Diventato famoso per i suoi studi sui viaggi superluminari (FTL), il dottor White spiega che l’astronave IXS Enterprise si basa su progetti precedenti che teoricamente permettono di viaggiare a grandi distanze nel cosmo piegando lo spazio-tempo. Secondo le stime dello scienziato, il veicolo spaziale sarebbe in grado di raggiungere Alpha Centauri in sole due settimane.

L’idea di base si fonda sul lavoro del fisico messicano Miguel Alcubierre, il quale elaborò il progetto di un disco capace di piegare lo spazio-tempo, permettendo di coprire grandi distanze quasi istantaneamente. Tuttavia, i calcoli che ne vennero fuori, richiedevano una quantità di energia proibitiva per la realizzazione del progetto.

Secondo i fisici contemporanei, però, alcune correzioni apportate all’idea originale di Alcubierre potrebbero permettere al dispositivo di funzionare con quantità di energia significativamente inferiori, portando l’idea del Motore a Curvatura dal mondo della fantascienza a quello reale.



Un motore a curvatura di Alcubierre prevederebbe una navicella spaziale circondata da un grande anello costituito da materia esotica, il quale causerebbe una deformazione dello spazio-tempo, creando una regione di spazio contratta a prua della nave, mentre una porzione di spazio verrebbe espansa a poppa.

In questo modo, la nave sarebbe capace di “surfare” sulle pieghe dello spazio tempo. Allo stesso tempo, la nave rimarrebbe all’interno di una bolla spazio-temporale, dove le leggi della fisica rimarrebbero inalterate. In questo modo, non si violerebbe il limite della velocità della luce, ma semplicemente verrebbe aggirato.

Con l’aiuto dell’artista Mark Rademaker e del grafico digitale Mike Okuda, il dottor White ha realizzato alcune immagini di quella che potrebbe essere la futura nave stellare che ci permetterà di esplorare la galassia: la IXS Enterprise (vedi album).

Nella prima versione del motore di Alcubierre si è stimato che l’energia richiesta per il funzionamento del dispositivo era circa uguale alla massa-energia del pianeta Giove. Ma con le correzioni proposte da White, il motore potrebbe essere alimentato da una massa-energia pari alle dimensioni di un veicolo spaziale come la sonda Voyager 1 della NASA.

Il segreto è nella forma dell’anello che circonda la navicella, il quale non dovrebbe essere piatto, ma avere la forma di una ciambella arrotondata.

Per rendere il sogno una realtà, White ha elaborato una “road map” con tappe importanti che porteranno l’uomo al vero viaggio interstellare. I primi esperimenti saranno compiuti sulla Terra, per dimostrare che la tecnologia è possibile.

White e i suoi colleghi, infatti, hanno iniziato a sperimentare una versione mini del motore a curvatura nel loro laboratorio. Il team è riuscito a creare un interferometro laser capace di creare delle distorsioni nel tessuto spazio-tempo.

“Stiamo cercando di capire se riusciamo a turbare lo spazio-tempo in porzioni molto piccole”, spiega White su space.com. “Ho chiamato il progetto ‘esperimento umile’ rispetto alle energie che sarebbero necessarie per far funzionare il progetto in scala reale. Ma rappresenta un passo promettente”.

Il passo successivo sarà quello di utilizzare la tecnologia a curvatura su una navicella spaziale e completare un breve viaggio nel vicinato, tipo verso la Luna e poi verso Marte. Infine, si passerebbe alla progettazione di un viaggio interstellare vero e proprio, raggiungendo Alpha Centauri in un paio di settimane.

domenica 10 agosto 2014

ANTICHI ASTRONAUTI E CULTO DEL CARGO: PARALLELI INTERESSANTI E INDIZI NOTEVOLI

Il Culto del Cargo rappresentano un singolare fenomeno etno-sociale sorto durante la Seconda Guerra Mondiale, a seguito delle spedizioni americane nelle isole del pacifico. E' possibile che lo stesso fenomeno sia accaduto nel passato della Terra, quando antichi cosmonauti extraterrestri sono entrati in contatto con i nostri antenati considerandoli divinità?


Ogni anno la tribù amazzonica Kayapo festeggia l’arrivo del misterioso Bep-Kororoti, o “colui che viene dal cosmo”, venuto in visita sulla Terra tanto tempo fa.

Così narra un’antica leggenda amazzonica:

“Il guerriero dal cosmo sembrava provare piacere nel vedere la fragilità di queste persone. Nell’intento di voler dare loro una dimostrazione del suo potere, alzò l’arma di tuono e, indicando successivamente un albero e poi una roccia, distrusse entrambi. Tutti compresero che Bep-Kororoti voleva dimostrare loro che non era venuto per fare la guerra”.

La storia dell’umanità ci insegna che il mondo si è evoluto dalla semplicità alla complessità, da attrezzi di pietra fino alla tecnologia avanzata che abbiamo oggi a disposizione. Eppure, decine di storie provenienti dalle culture native sembrano complicare questo schema apparentemente lineare.

Testimonianze architettoniche di immense strutture megalitiche e racconti di antiche divinità discese sulla Terra in antichità, fanno pensare alla visita di antichi astronauti alieni discesi sulla terra migliaia di anni fa.

E’ possibile che antichi cosmonauti extraterrestri siano entrati in contatto con i nostri antenati e siano stati scambiati per dèi a causa della loro tecnologia avanzata? Per esplorare questa possibilità, bisogna comprendere il particolare fenomeno del “Culto del Cargo”.


Il giorno di John Frum

Sin dal primo giorno del suo arrivo nel maggio del 1941, le cose non furono più le stesse per gli abitanti di Tanna, una delle isole più piccole dell’arcipelago Vanuatu nel Pacifico occidentale.

“Il giorno di John Frum” è l’evento più importante nel culto nato in seno alle tribù che vivono sull’isola. In questo giorno sacro, numerose parate e celebrazioni vengono tenute per onorare la divinità compassionevole che aveva visitato questa gente molti anni prima.

Molti etnologi ritengono che i nativi di Tanna abbiano sviluppato il culto attorno alla figura di un soldato americano di nome John Frum (probabilmente è la storpiatura di “John from America”, John dall’America), vissuto a stretto contatto con la tribù nel corso della seconda guerra mondiale.

È noto come tale culto cominciò a svilupparsi con l’arrivo di circa 300 mila soldati statunitensi nelle Nuove Ebridi, incaricati di difendere l’arcipelago da una possibile invasione giapponese.

Il caso di John Frum rappresenta uno dei più noti nell’ambito di quel fenomeno conosciuto come “Culto del Cargo“. Esso rappresenta un singolare fenomeno etno-sociale sorto a seguito delle spedizioni americane nelle isole del pacifico durante il secondo conflitto mondiale.

La distribuzione gratuita di cibo, l’applicazione della medicina occidentale tra gli uomini delle tribù primitive e l’utilizzo degli aeroplani, dovette impressionare notevolmente i nativi, tanto da far credere ai nativi di avere a che fare con delle divinità, spingendoli alla creazione di veri e propri culti religiosi in onore degli dèi.

Con la fine della guerra, lo scopo principale del culto è quello di invocare il ritorno degli dèi dalla pelle bianca, come John Frum o come il duca Filippo di Edimburgo, adorato dalla tribù Yaohnanen dell’arcipelago Vanuatu.

Bep-Kororoti: l’astronauta che ha visitato l’Amazzonia

Eppure, i culti del cargo potrebbero avere un’origine molto più remota di quelli sorti nelle isole del Pacifico. I primi ad aver sviluppato un’adorazione per un visitatore straniero potrebbero essere stati i Kayapo, una tribù della foresta amazzonica.

I Kayapo celebrano ogni anno l’arrivo del misterioso Bep-Kororoti, “colui che viene dal cosmo”, indossando un curioso abito di vimini che ricorda molto una tuta spaziale moderna.

Secondo i racconti dei leader della tribù, il misterioso personaggio venne dalla catena montuosa del Pukato-Ti. Alla paura del primo incontro, pian piano la gente del villaggio cominciò a sviluppare una vera e propria adorazione verso lo straniero, motivata dalla sua bellezza, dallo splendore bianco della sua pelle e dalla sua benevolenza verso tutti. Si tramanda che questo strano visitatore fosse straordinariamente intelligente e che avesse consegnato agli antenati della tribù preziosissime conoscenze.

La leggenda racconta che un giorno Bep-Kororoti esplose in un attacco di rabbia e con urla e minacce vietò ai membri della tribù di avvicinarsi a lui. Fu allora che la tribù vide andare lo straniero verso i piedi della montagna e fuggire verso il cielo in una tremenda esplosione che scosse tutta la regione.

I nativi videro scomparire Bep-Kororoti in una nuvola di fuoco. L’esplosione fu talmente intensa da distruggere un vasto territorio della giungla, fece scomparire gli animali e da quel momento, la tribù soffrì un luongo periodo di carestia e di fame.

L’etnologo Joao Americo Peret, che intervistò gli anziani della comunità aborigena nel 1952, ha affermato che la vicenda di Bep-Kororoti risale ad un passato molto lontano.

I ricercatori moderni, alla luce del fenomeno del Culto di Cargo, si chiedono quale tipo di persona possa aver visitato le tribù del Mato Grosso in un periodo così remoto, vestito con una tuta spaziale e in possesso di una magia che, a dire dei Kayapo, era in grado di abbattere un animale con un semplice tocco.

Certamente, la figura di Bep-Kororoti non corrisponde alla mentalità umanitaria del soldato nordamericano che i Tanna di Vannatu continuano ad adorare. Ma il fatto più bizzarro, quando si venne a conoscenza della storia dei Kayapo, è la strana tuta spaziale che è diventata parte integrante delle cerimonie in memoria di Bep-Kororoti, poichè il culto, di epoca antichissima, è sorto quando non esistevano ancora i viaggi spaziali umani.

Inoltre, il racconto della partenza di Bep-Kororoti, “tra nuvole di fumo, di luce e rombi di tuono”, richiama chiaramente alla mente il comportamento di un motore a reazione moderno. Lo spettacolo deve aver sopraffatto i sensi degli aborigeni.

Secondo i racconti, il meccanismo di propulsione era comandato da ciò che i nativi credevano essere dei “rami” e la nave sembrava essere un “albero”. La leggenda racconta che il visitatore tornò a sedersi in questo albero speciale e toccando i rami, avvenne una grande esplosione e l’albero scomparve in aria. E’ un azzardo pensare che si trattasse di un razzo spaziale?

I Dogon: la tribù con la conoscenza astronomica

Ma la manifestazione più interessante del Culto del Cargo è forse quella che si mostra nella tribù dei Dogon, che si trova nel Mali, Africa occidentale. Sebbene non abbiano sviluppato un culto strutturato e devozionale come quelli raccontati finora, i Dogon conservano delle conoscenze a dir poco miracolose.

Nel 1947, dopo aver vissuto con i Dagon per più di diciassette anni. l’antropologo francese Marcel Griaule ha riportato una storia veramente incredibile. Gli anziani della tribù hanno rivelato a Griaule uno dei loro segreti più gelosamente custoditi, nascosto anche alla maggior parte della comunità tribale.

I capi hanno raccontato di come i Nommo, una specie mezza pesce e mezza umana, abbiano fondato un’antica civiltà sulla Terra. Nonostante la loro cultura primitiva, gli anziani Dagon dicono di aver ricevuto una profonda conoscenza del sistema solare da uno dei misteriosi Nommo.

Gli anziani sono a conoscenza delle quattro lune di Giove, degli anelli di Saturno e sono consapevoli della forma a spirale della Via Lattea e sanno che sono i pianeti a muoversi intorno al Sole e non viceversa.

Ma ciò che più sconcerta gli etnologi è la conoscenza dei Dagon delle orbite, delle dimensioni e della densità delle stelle del sistema di Sirio. I Dogon hanno accuratamente confermato l’esistenza di Sirio A, B e C, conoscenza che la moderna scienza ha acquisito solo di recente. Sirio C è rimasta sconosciuta fino al 1995, quando gli astronomi hanno notato l’influenza gravitazionale che questa esercita sul movimento di tutto il sistema.

Eppure, da centinaia di anni, i primitivi Dagon, non sono erano a conoscenza delle tre stelle, ma ne conoscevano anche alcuni dettagli. Da dove gli è venuta questa conoscenza?

Possiamo ipotizzare che anche i Dogon abbiano avuto un primo contatto con un gruppo di antichi astronauti che ha visitato il nostro pianeta in passato? Gli indizi sembrano andare tutti in questa direzione. Non manca che il ritrovamento della “pistola fumante” e cioè la prova definitiva che non siamo sole e che anche l’umanità è figlia delle stelle.
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