venerdì 12 settembre 2014

RITROVATO LO SCHELETRO DI “NOÈ”, UN UOMO SOPRAVVISSUTO AD UN DILUVIO DI 6500 ANNI FA

All'interno di un magazzino del Museo Penn, Philadelphia, i ricercatori hanno ritrovato lo scheletro di un uomo vissuto 6500 anni nella città sumera di Ur e sopravvissuto ad una immane inondazione. Tanto basta per battezzarlo “Noè”.



Gli scienziati del Museo Penn di Philadelphia hanno (ri)scoperto un reperto raro e importante all’interno dei magazzini del museo: uno scheletro umano completo di un uomo vissuto nella città-stato di Ur.


L’uomo è stato battezzato “Noè”, dato che è stato originariamente fu ritrovato all’interno di profondo livello di limo, indicando che è vissuto dopo un diluvio epico.

La prima cronaca di una grande inondazione globale viene proprio dalla terra di Sumer, l’attuale Iraq meridionale, ed è generalmente considerata il precursore storico del racconto biblico del diluvio scritto millenni più tardi.

Lo scheletro è rimasto immagazzinato in una scatola per 85 anni e ogni traccia della documentazione cartacea sembrava perduta. Tuttavia, un recente progetto avviato per la digitalizzazione dei documenti archeologici ha permesso il ritrovamento della documentazione dello scheletro e la corretta identificazione.

Lo scheletro fu portato alla luce da un team di archeologici del Museo Penn, guidato da Sir Leonard Woolley, in uno scavo eseguito nell’antica città di Ur tra nel 1929, nei pressi della moderna Nassiriya.

Come riportato da Past Horizons, lo scheletro fu rinvenuto all’incredibile profondità di 15 metri, in uno strato di limo sotto il cimitero reale della città, antico di 4500 anni. I test hanno rivelato che lo strato è di 2 mila anni più vecchio del cimitero, collocabile al periodo Ubaid (5500 – 4000 a.C.).

Dopo aver scoperto il cimitero reale di Ur, Woolley individuò una profonda trincea che venne definita come “Il Livello Diluvio”, a circa 10 metri di profondità. Anche se gli strati culturali sembravano finiti, Wolley scavò ancora, trovando antichissime sepolture scavate nel limo e, infine, un ulteriore strato culturale al di sotto, raggiungendo una profondità inferiore al livello del mare.


Woolley ipotizzò che il nucleo originale di Ur si trovasse su una piccola isola con una palude circostante. Poi, un grande diluvio coprì l’insediamento. Successivamente, la gente continuò a vivere e prosperare a Ur, ma il disastro ispirò quelle che poi divennero leggende e testi sacri.

La sepoltura di Noè fu fatta insieme a dieci vasi di ceramica in uno strato profondo di limo, pertanto, l’uomo visse dopo il diluvio e sepolto nei depositi di limo. Questa la ragione per cui gli è stato attribuito il nome dell’eroe biblico del diluvio. Tuttavia, come osservano i ricercatori, il nome Utnapishtim potrebbe essere più appropriato, dato che è il personaggio citato nell’Epopea di Gilgamesh come l’uomo sopravvissuto al diluvio universale.

LO STRAORDINARIO FENOMENO DELLE “ROCCE VIVENTI” DELLA ROMANIA

Nonostante l’umanità si sforzi di cercare la vita extraterrestre nello spazio, la Terra rimane il luogo più “alieno” con il quale abbiamo a che fare. Tra i numerosi, affascinanti misteri della natura, uno tra i più incredibili è quello delle “Rocce Viventi”!



E’ difficile immaginare una roccia capace di crescere, soprattutto perché associamo il fenomeno della crescita agli organismi appartenenti al regno vegetale e a quello animale, non certo al regno minerale.


In Romania, a circa 35 km da Ramnicu Valcea, si trova uno dei più interessanti musei della romania, una riserva naturale trasformata in un museo a cielo aperto, il Muzeul Trovantilor.

Le esposizioni mostrano una raccolta di pietre molto strane e misteriose chiamate trovants. Queste straordinarie rocce sembrano essere state scolpite da uno scultore molto abile.

La particolarità di queste pietre è che possono essere considerate “vive“, nel senso che quando entrano in contatto con l’acqua, sono capaci di riprodursi e di crescere, proprio come un essere vivente biologico. Dopo uno pioggia molto intensa, i trovants partendo da strutture di 6-8 millimetri, possono arrivare a formare rocce fino a 6-10 metri di diametro.

Inoltre, come accade per le rocce della Death Valley in California, i trovantssono capaci di spostarsi da un luogo all’altro. Un vero rompicapo per gli scienziati! Il termine trovants, in rumeno, significa “sabbia cementata” e ben descrive la forma e la consistenza di queste rocce. I geologi pensano che queste straordinarie pietre siano comparse nell’area circa 6 milioni di anni fa, a seguito di una qualche potente attività sismica.

I ricercatori ritengono che la causa dell’aumento delle dimensioni del volume delle pietre sia causato dall’alta concentrazione di sali minerali che si trova nell’impasto che le compone. Quando l’acqua entra a contatto con queste sostanze chimiche, si determina un aumento della pressione interna che genera la caratteristica crescita.

Tuttavia, nonostante gli sforzi degli scienziati, non si è riuscito ancora a trovare una spiegazione logica per la quale le rocce presentano delle ramificazioni che ricordano le radici dei vegetali, forse necessarie a raccogliere l’acqua che le tiene “in vita”. Se si prova a sezionare una roccia, al loro interno è possibile ammirare dei caratteristici cerchi concentrici, proprio come gli alberi.

Forse ci troviamo di fronte ad una nuova forma di vita di tipo inorganico. I residenti della zona sono a conoscenza delle trovants da sempre, ma senza avergli mai dedicato particolare attenzione. Anzi, molto spesso, queste strabilianti rocce sono state utilizzate come materiale di costruzione.

Il Muzeul Trovantilor è gestito dall’Associazione Kogayon ed è sotto il patrocinio dell’UNESCO. Ancora una volta, non possiamo non meravigliarci di fronte alla bellezza e alla fantasia dell’Universo.

UN PEZZO DI COMETA SULLA TERRA PER FARE GIOIELLI NELL’ANTICO EGITTO

Un frammento di diamante ritrovato in Egitto, e chiamato Ipazia, è il primo resto di una cometa caduta sulla Terra mai ritrovato. E potrebbe anche aiutare i ricercatori a scoprire i segreti della formazione del nostro Sistema solare. Lo studio su Earth and Planetary Science Letters.



Per la prima volta alcuni ricercatori sudafricani hanno identificato con certezza i resti di una cometa caduta sulla Terra milioni di anni fa.


La sua esplosione all’ingresso nell’atmosfera terrestre causò un’onda d’urto capace di distruggere ogni forma di vita per centinaia di chilometri quadrati sotto il luogo dell’impatto.

Si tratta di uno studio condotto da David Block della Wits University e pubblicato su Earth and Planetary Science Letters.

”Le comete visitano spesso i nostri cieli – sono palle di neve e ghiaccio mescolati con polvere – ma mai prima d’ora nella storia abbiamo avuto le prove dei resti di una cometa caduta sulla Terra”, ha detto il team composto da geologi, fisici e astronomi, tra cui Block, Jan Kramers dell’Università di Johannesburg, Marco Andreoli della South African Nuclear Energy Corporation e Chris Harris dell’Università di Città del Capo.

Al centro dell’attenzione di questa squadra di scienziati c’era un misterioso sasso nero trovato alcuni anni fa da un geologo egiziano. Dopo aver condotto analisi chimiche approfondite, gli autori della ricerca sono giunti alla conclusione che esso rappresenti il primo esemplare conosciuto del nucleo di una cometa arrivato sulla Terra.

Si parla di una cometa, quindi, che è entrata nella nostra atmosfera 28 milioni di anni fa, esplodendo e riscaldando la sabbia fino a una temperatura di 2000 gradi Celsius.

Come risultato si formò un’enorme quantità di vetro di silice giallo-verde che giace ancora disperso su 6000 chilometri quadrati di deserto del Sahara. Un magnifico esemplare di questo vetro, lucidato da antichi gioiellieri, si trova nel diadema di Tutankhamon sotto forma di scarabeo.

Dall’impatto sono stati anche prodotti migliaia di microscopici diamanti, il più grande dei quali è stato chiamato dal team “Ipazia”, in onore della prima matematica, astronoma e filosofa della storia, Ipazia d’Alessandria. Finora non è stato facile trovare sulla Terra resti di comete, se non sotto forma di piccoli granelli di polvere negli strati superiori dell’atmosfera.

“La NASA e l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) spendono miliardi di dollari per raccogliere pochi microgrammi di materiale di cometa e riportarli sulla Terra, ma ora abbiamo un approccio radicalmente nuovo per studiare questo materiale, senza spendere milioni di dollari”, ha detto Kramers.

“Le comete contengono i segreti della formazione del nostro sistema solare e questa scoperta ci dà un’opportunità senza precedenti per studiare attraverso quella cometa materiale di prima mano di com’era il nostro sistema solare miliardi di anni fa”, ha concluso.

ANTICO EGITTO E AMERICA PRECOLOMBIANA: COSÌ DISTANTI, EPPURE COSÌ SIMILI

Gli antichi egizi in Africa e le antiche culture pre-Inca e Inca in Sud America si sono sviluppate sui lati opposti del globo terrestre. Secondo le nostre conoscenze, le due culture non sono mai entrate in contatto tra loro, eppure condividono misteriosamente lo stesso sistema iconografico, l'architettura, il simbolismo, la mitologia e la religione. Gli studiosi di epoca vittoriana, di fronte a questo enigma, conclusero che entrambe le culture erano figlie di una civiltà madre precedente diffusa su tutto il pianeta: Atlantide.



Sono molte le analogie sconcertanti e irrisolte che collegano l’antico Egitto con le culture precolombiane, nonostante si siano sviluppate sui versanti opposti del pianeta, con un oceano nel mezzo.

Di fronte a questo enigma, gli studiosi di epoca vittoriana si convinsero che entrambe le culture avessero ereditato lo stesso sistema iconografico, simbolico, architettonico e religioso da una stessa ‘civiltà madre’ precedente, ormai perduta nel passato remoto della storia.

Ispirati dai racconti di Platone, i vittoriani chiamarono questa antica civiltà globale Atlantide, ipotesi che ben spiegava i paralleli tra l’Antico Egitto e le Civiltà Precolombiane.

Oggi, come è ben noto, l’establishment degli studiosi rifiuta con accesa ostilità l’ipotesi Atlantide, relegandola nel novero del mito e della leggenda, così che gli sconcertanti paralleli tra le due civiltà vengono semplicemente ignorati.

Grazie al lavoro di Richard Cassaro, il quale presenta una lunga carrellata di immagini che evidenziano le similitudini, offriamo alcune di quelle che a nostro avviso sono le più interessanti.


Piramidi



Entrambe le culture costruirono piramidi in pietra in diversi luoghi del territorio, allineandole con i punti cardinali. In entrambi i casi, i defunti vi venivano sepolti all’interno.


Mummie




Entrambe le culture praticavano la mummificazione dei loro defunti, simbolo della vita oltre la morte. Le mummie venivano custodite all’interno delle piramidi, spesso con offerte di cibo e oggetto personali. Entrambe le culture credevano nella vita dopo la morte.


Maschere funerarie d’Oro



Entrambe le culture collocavano maschere d’oro sui defunti di alto rango, simboleggiando la nuova dignità acquisita entrando nell’eternità, l’altra parte del velo, la casa più alta nei cieli che è eterna e spirituale, a differenza della vita terrena che è temporanea e materiale.


Posizionamento preciso delle pietre



Entrambe le culture erano in grado di intagliare e posizionare la pietra con estrema precisione. Le costruzioni sono sorprendentemente simili.


Porte trapezoidali



Entrambe le culture realizzavano porte dalla forma trapezoidale, simbolo del progresso spirituale verso l’alto. Tale tipo di figura è presente in molte culture antiche. Inoltre, in entrambe le culture sono presenti serpenti simmetrici sull’architrave delle porte trapezoidale, forse per rappresentare l’idea di bilanciare le energie opposte, risultato ottenuto varcando la soglia del tempio.


Teschi allungati



Entrambe le culture praticavano l’enigmatico allungamento del cranio ai loro figli. Questa pratica apparentemente bizzarra è ancora oggetto di discussione da parte degli studiosi. Tuttavia, visto che è di difficile soluzione, si tende ad ignorarla.


Religione Solare




Entrambe le culture hanno usato il simbolo solare come parte centrale del loro sistema religioso. In Egitto la divinità solare era Ra, in Perù era invece Inti. In entrambe le culture, la divinità solare rappresenta te stesso, la tua anima. Sei un eterno sole divino. Hai volontariamente voluto incarnarti nella materia, ma ora vivi un’amnesia che ti ha fatto dimenticare il tuo vero Sé spirituale: hai perso la strada di casa.


Animali simmetrici



Entrambe le culture hanno usato animali posizionati simmetricamente per evocare il potere del Terzo Occhio. Entrambe credevano possibile risvegliare l’occhio della mente, simbolo spirituale dell’illuminazione.




Architettura megalitica



Entrambe le culture hanno realizzato impressionanti costruzioni megalitiche, con pietre dal peso di centinaia di tonnellate perfettamente posizionate.


Divinità fluttuanti



Entrambe le culture hanno rappresentato misteriose divinità in grado di fluttuare in assenza di peso.

Nell’articolo di Richard Cassaro ci sono altri numerosi esempi di quanto siano profondamente simili queste due culture, nonostante non siano mai entrate in contatto tra loro. Gli studiosi vittoriani credevano che dopo la distruzione di Atlantide, due culture presenti sui versanti opposti del pianeta, ne avessero conservato la cultura e le tradizioni. Ma a quanto pare, l’archeologia convenzionale preferisce ignorare, piuttosto che indagare…

SCOPERTA LA TOMBA DI UN FARAONE EGIZIANO SCONOSCIUTO: IL SARCOFAGO PESA QUASI 60 TONNELLATE

E' rimasto nascosto per migliaia di anni, ma un gruppo di archeologi americani è riuscito a trovare l'enorme tomba in pietra rosa di un faraone sconosciuto. Il gigantesco sarcofago in quarzite rosa risale a circa 3800 anni fa e, secondo il governo egiziano, appartiene a Sobekhotep, un faraone sconosciuto della 13° dinastia.



Un team di ricercatori composto da archeologi della University of Pennsylvania e del Ministero Egiziano delle Antichità ha portato alla luce la tomba di un faraone non ancora conosciuto nei pressi della sacra città di Abydos, 300 miglia a sud del Cairo.

Dopo un anno di lavoro sui geroglifici che decorano la tomba, i ricercatori sono riusciti a collegare la tomba al suo proprietario.

“E’ probabile che si tratti del primo rappresentante della 13° dinastia che regnò in Egitto durante il secondo periodo intermedio”, ha detto Mohamed Ibrahim, ministro egiziano, ma non vi è consenso su questo punto tra gli egittologi.

Le informazioni sul faraone Sobekhotep I e sul suo regno sono veramente molto scarne, così come è sconosciuto il momento in cui la dinastia sia iniziata esattamente. Tutto ciò rende la scoperta particolarmente importante. Gli storici ritengono che la 13° dinastia abbia avuto inizio tra il 1803 e il 1781 a.C., ma sono desiderosi di stabilire una data precisa.

Alcuni esperti di History Blog pensano che il sarcofago di quasi sessanta tonnellate sia stato realizzato con la pietra calcarea delle cave di Tura, distanti circa 300 km, e originariamente era sormontata da una piramide ormai andata distrutta. Misteriosamente, il sarcofago era stato estratto dalla sua tomba originaria e riutilizzato in un secondo tomba.

La tomba di Senebkay si compone di quattro camere, tra cui una camera sepolcrale decorata con le immagini delle dee Nut, Nefti, Selket e Iside, le quali fiancheggiano il sepolcro del re. Altri testi fanno riferimento agli dèi figli di Horus e registrano la titolatura del re, indicandolo come il “sovrano dell’Alto e del Basso Egitto”.

All’interno della tomba gli archeologi hanno trovato diversi vasi canopi che una volta conservavano le visceri del faraone, in modo che potessero essere riunite con il loro proprietario mummificato nell’aldilà. Sono stati trovati anche numerosi oggetti d’oro, probabilmente di proprietà del sovrano, che secondo gli studiosi potrebbero rivelare ulteriori dettagli sulla sua figura.

Secondo quanto riportato nel Papiro dei Re, un testo scritto durante il regno di Ramesse II (1279-1213 a.C.) che elenca tutti i re d’Egitto fino a quel momento, Sobekhotep si trova in qualche parte della 13° dinastia, ma non è chiaro quando cominci e quando finisca la 12°. C’è anche una certa confusione sul fatto che nel Papiro dei Re il nome di Sobekhotep compare due volte, non essendo chiaro se si tratti della stessa persona o di un altro faraone della 13° dinastia.

Alcune altre poche informazioni sono state ricavate dai rilievi presenti in una cappella di della città sacra di Abydos, un cimitero reale ad ovest del Nilo, nonchè luogo di pellegrinaggio popolare dove il popolo si recava per adorare il dio Osiride.

Con tutte queste fonti controverse e frammentarie, si può ben capire perchè la scoperta della tomba del faraone è una grande opportunità per gli egittologi. C’è abbastanza materiale archeologico per rispondere a moltissime domande.

STEPHEN HAWKING: IL BOSONE DI HIGGS POTREBBE DISTRUGGERE L’UNIVERSO

Nella prefazione scritta per il libro "Starmus, 50 Years of Man in Space", lo scienziato allerta sui potenziali rischi legati agli esperimenti sulla cosiddetta "particella di Dio".


Il bosone di Higgs – altrimenti conosciuto come “particella di Dio” – può avere il potenziale per distruggere l’universo.

L’avvertimento è dell’astrofisico inglese Stephen Hawking, che lo scrive nella prefazione del libro Starmus, 50 Years of Man in Space, una raccolta di conferenze tenute da scienziati e astronomi, tra cui gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin.

Secondo il celebre fisico, a livelli di energia molto elevati, il bosone potrebbe improvvisamente diventare instabile, causando un “catastrofico decadimento del vuoto” tale da far collassare il tempo e lo spazio, e non ci accorgeremmo nemmeno che sta succedendo.

Hawking sottolinea che questo scenario è molto improbabile, perché i colleghi non hanno a disposizione un collisore di particelle abbastanza grande per un esperimento di questa portata.

Con una nota sarcastica infatti Hawking aggiunge che “un acceleratore di particelle capace di raggiungere 100 miliardi di GeV sarebbe più grande della Terra, ed è improbabile che si possano ottenere i finanziamenti per realizzarlo nel clima economico attuale”.

Secondo il fisico comunque, nell’eventualità che lo si costruisse, il bosone di Higgs “potrebbe diventare metastabile a energie superiori a 100 miliardi di giga-elettronvolt (GeV)”.

In sostanza, se gli scienziati dovessero intraprendere un esperimento simile, l’universo potrebbe subire un catastrofico decadimento del vuoto, cioè la bolla del vero vuoto si espanderebbe alla velocità della luce. Il disastro secondo Hawking “potrebbe accadere in qualsiasi momento”.

L’affermazione ha portato il professor John Ellis, fisico teorico del Cern, a rispondere prontamente per tranquillizzare gli animi: “Deve essere chiaro che la scoperta del bosone di Higgs al Large Hadron Collider (Lhc) non ha causato questo problema, e le collisioni nell’Lhc non potrebbero innescare instabilità, perché le loro energie sono troppo basse”.

È dello stesso avviso Nicola Mori, ricercatore in fisica all’Università di Firenze, che abbiamo contattato per capire meglio il problema sollevato da Hawking.

Mori ci spiega che da una parte “è vero che i fisici stanno cercando di studiare il fenomeno a energie molto alte con Lhc, e che progettano in futuro di costruire nuove macchine per aumentare questa energia, ma è bene sapere che nell’universo esistono oggetti e processi fisici che lavorano a energie molto maggiori di quelle di Lhc – per essere precisi fino a un milione di volte – e per ora nessuno di questi processi ha causato un catastrofico decadimento del vuoto”.

In altre parole, “oggi siamo in grado di osservare raggi cosmici che arrivano dal Cosmo sulla Terra con un’energia un milione di volte maggiore di quella delle particelle che girano dentro all’Lhc, ma nessuno di questi raggi cosmici ha causato danni”.

“Quella di Hawking – che resta uno dei più grandi luminari del nostro tempo – è quindi da vedere come una speculazione teorica, un fatto che si potrebbe verificare a energie ancora maggiori di quelle dei raggi cosmici di cui si parlava sopra”, conclude Mori e sottolinea che “la cosa più importante, al di là di speculazioni e idee pindariche, e l’unica cosa sicura è che non siamo ancora in grado di distruggere l’universo”.

I MISTERIOSI VISITATORI CELESTI SBARCATI NELLA CORSICA PREISTORICA

Pochi lo sanno, ma la Corsica è la regione europea più ricca di menhir: in tutta l'isola se ne contano più di 500! La stragrande maggioranza di questi monumenti si trovano nel sud. Secondo alcuni studiosi, i primi menhir in Corsica risalirebbero al 3300 avanti Cristo. A differenza degli altri menhir sparsi per l'Europa, su alcuni monoliti còrsi sono stati scolpiti volti umanoidi per ricordare una visita celeste avvenuta molti secoli fa.




La Corsica è la regione europea con la più significativa presenza di menhir, un monumento preistorico molto semplice, in quanto si tratta di una pietra unica eretta verticalmente nel terreno.


Alcuni di essi sono notevoli figure di granito che possono raggiungere i 4 metri di altezza ed il peso di quasi 2,5 tonnellate.

I menhir più significativi si trovano nel magnifico sito di Filitosa, scoperto nel 1946 dal proprietario della terra, Charles-Antoine Cesari. I veri e propri scavi cominciarono nel 1954. Il ritrovamento di alcune punte di freccia e di oggetti in ceramica testimoniano che il sito era già abitato nel 3300 a.C.

Intorno al 1500 a.C., furono eretti menhir di due, tre metri. Essi furono scolpiti con volti dalle sembianze umane, armature e armi. In totale, nel sito di Filitosa si contano circa 20 statue.

Le statue-menhir sono state erette dai nativi perché le generazioni future potessero ricordare qualcosa di importante. Questa affascinante eredità è stata lasciata da una cultura indigena completamente sconosciuta. Cosa sia accaduto a questo popolo non è chiaro, così come è avvolta nel mistero la sua origine.

Tutto ciò che rimane sono questi intriganti monumenti megalitici che variano molto in forma e dimensioni. I loro allineamenti non sembrano essere basati sul sorgere del Sole o della Luna. Essi, invece, formano una linea nord-sud, il cui significato non è ancora stato compreso.

C’è anche un altro puzzle rispetto alle statue-menhir: ci sono alcune di esse che raffigurano sono il volto, mentre altre riportano dettagli anatomici ben definiti, come spalle e mani. Alcune statue sono raffigurate con armi simili a pugnali o spade.

Si tratta di caratteristiche uniche, in quanto la definizione di tratti antropomorfi sui menhir non è stata riscontrata in nessun altro sito archeologico. Ciò spiega perché i monumenti di granito della Corsica esercitano tanto fasciano.



I volti presentano nasi lunghissimi e menti molto arrotondati. Le persone che li hanno visitati dice che il loro sguardo vuoto e fisso dà l’impressione di essere costantemente osservati, come una sorta di monito che attraversa i secoli.

Secondo Roger Grosjean, l’archeologo francese che condusse gli scavi nel 1954, le statue di granito còrse potrebbero rappresentare dei guerrieri, oppure i capi nemici sconfitti.

Egli ha anche ipotizzato che gli autori delle statue potrebbero essere stati i “Torréens” o “Gente del Mare”, il misterioso e distruttivo popolo marittimo che ha invaso diverse culture del mediterraneo nel corso del 2° millennio a.C., lasciando dietro di sé caratteristici templi a forma di cupola in Corsica, Sardegna e in altre parti del mediterraneo.

In Corsica, avrebbero anche scolpito le proprie immagini sul granito. Ma, perché l’avrebbero fatto solo su questa particolare isola e non in altri posti? Nessuno lo sa.

Se non sono stati i Torréens, allora potrebbero essere stati gli abitanti nativi della Corsica? In caso affermativo, per quale scopo? Se è così, allora bisogna ammettere che gli strumenti utilizzati per scolpire il quarzo bianco e il granito sono del tutto sconosciuti.

Molte delle statue sono state rappresentate con dettagli curiosi, tipo caschi emisferici che coprono la nuca. Altre figurano con delle statue lunghe scolpite sul petto. Inoltre, la parte superiore di quelli che sembrano caschi presentano due fori che potrebbero aver alloggiato delle corna… forse antenne?

Dunque, per i nativi dell’isola, in un tempo remoto della storia, la Corsica è stata abitata da una serie di strani esseri. Così come molti monumenti megalitici presenti in Sardegna, i menhir còrsi potrebbero far riferimento all’esistenza di un’antica razza di giganti?


Inoltre, agli enigmatici menhir còrsi era associato un culto religioso che faceva vedeva nei giganteschi monoliti la rappresentazione degli dèi venuti dal cielo. Anche dopo le invasioni greche e romane, i còrsi hanno continuato a venerare le pietre.

È possibile che i nativi della Corsica abbiano voluto registrare nelle rocce la testimonianza di un antico contatto con cosmonauti venuti da un altro pianeta, per trasmettere questa importante informazione alle generazioni future?

Centinaia di volti enigmatici sono lì, eretti e in completo silenzio, custodendo i segreti della Corsica preistorica. Secondo un’antica tradizione, le vecchie pietre hanno un anima, ma non possono parlare.

Se queste figure erette potessero davvero parlare, ci avrebbero certamente svelato chi esse rappresentano e chi ha voluto realizzarle.

venerdì 5 settembre 2014

L'universo si è evoluto per ospitare la vita

La proposta di una teoria evolutiva dell’universo, teorizzata dal fisico Lee Smolin, potrebbe spiegare perché esistiamo.



Quando ci soffermiamo a pensare a quanto complesso sia l’organismo umano, viene sempre da chiedersi come sia stato possibile che la vita si sia evoluta da una molecola di DNA a una struttura incredibile come l’essere umano, il cui solo cervello ospita tante cellule quante sono le galassie presenti nell’universo conosciuto. E quando ci soffermiamo a pensare a quanto improbabile sia l’emergere della vita – tanto improbabile che finora non conosciamo altri esempi, nel cosmo, di forme di vita come noi la conosciamo – viene spontaneo domandarsi se non esista un limite alla mera casualità. È quel che si domandano da decenni diversi scienziati e filosofi uniti nello sforzo di spiegare il fatto che l’universo sembra “fatto apposta” per ospitare la vita facendo a meno della scomoda “ipotesi Dio”, come la definiva Laplace. Insomma, è possibile conservare la fede scientifica nella pura casualità come motore del passaggio dal semplice al complesso, dal Big Bang alla vita umana, riuscendo al tempo stesso a spiegare perché siamo qui? Qualcuno ha provato a rispondere avanzando teorie che vanno dal lapalissianismo del cosiddetto principio antropico debole – il nostro universo è così perché se non fosse tale noi non saremmo qui a parlarne – al finalismo del principio antropico forte, secondo cui esiste un proposito cosmico che ha nella nascita della vita intelligente il suo fine ultimo. Diversi anni fa, il fisico teorico Lee Smolin ha provato a mediare queste due posizioni con la teoria della “selezione naturale cosmologia”, esposta nel best-seller La vita del cosmo e ora ripresa da due ricercatori dell’Università di Oxford in un articolo in uscita sulla rivista “Complexity”.
La vita del cosmo



Nel suo “La vita del cosmo” (qui nell’edizione originale edita nel 1997) Lee Smolin presenta per la prima volta la teoria della selezione naturale cosmologica.

L’idea è semplice: gli universi si evolvono alla stessa stregua degli organismi biologici; anche a livello cosmologico, dunque, si applica il principio della selezione naturale previso dalla teoria evoluzionistica. Immaginare l’universo come un organismo biologico è un po’ azzardato, riconosceva Smolin – oggi al Perimeter Institute di Waterloo, Canada – nel suo libro, pubblicato nel 1997. Ma è un’ipotesi in linea con teorie come quella famosissima di Gaia elaborata dal biochimico James Lovelock, secondo il quale la Terra va intesa come un organismo capace di autoregolarsi: non cosciente, certo, ma in qualche modo “vivo”. Sarebbe molto strano, riconosceva Smolin, se tra tutti gli universi possibili l’unico emerso dal Big Bang fosse stato proprio questo: un universo retto da circa 30 parametri casuali (i cui valori, cioè, non hanno spiegazione), così stringenti che la variazione di un solo valore decimale in uno di essi avrebbe impedito la nascita della vita. Ma diventa più facile accettare questa straordinaria fortuna cosmica se immaginiamo che di universi ce ne siano più di uno.

La teoria del multiverso è in effetti oggi di moda. Diverse ragioni portano fisici e cosmologi a concordare sul fatto che il nostro potrebbe essere solo uno di infiniti universi. Ma Smolin si spinge oltre e immagina che questi universi non siano slegati tra loro, ma strettamente connessi da rapporti di filiazione. Alla base della sua idea c’è il concetto di “singolarità”. La singolarità è un luogo previsto dalla relatività generale in cui tutte le leggi della fisica vengono meno. Questo luogo è esistito all’inizio dell’universo ed è noto come “singolarità cosmologica”: l’atomo primordiale esploso nel Big Bang. Esistono tuttavia ancora oggi nel nostro universo altre singolarità. Sono quelle al centro dei buchi neri: distorsioni estreme dello spazio-tempo prodotte dal collasso gravitazionale di stelle di massa enorme, diverse volte quella del nostro Sole.
Figli della singolarità

Le singolarità al centro dei buchi neri sono forse identiche a quella all’origine dell’universo. Smolin ipotizza quindi che ciascun buco nero costituisca l’inizio di un altro universo da qualche parte nell’infinito multiverso. La singolarità al suo centro darebbe vita a un nuovo Big Bang. Ma l’universo che emergerebbe da questa singolarità non sarebbe identico al nostro: differirebbe di qualche minimo valore nei parametri delle leggi fondamentali (qui famosi 30 parametri che rendono tale il nostro universo), esattamente come nostro figlio differisce da noi per una mera manciata di geni del nostro codice genetico. Ogni nuova generazione, negli esseri viventi, diverge dalla precedente per pochi geni, che variano in modo casuale. Allo stesso modo, ogni nuovo universo, pur nascendo da uno precedente, è diverso per pochi parametri fondamentali, che variano in modo casuale.



Il fisico Lee Smolin. Negli USA è appena uscito il suo ultimo libro, “Time Reborn. From the Crisis in Physics to the Future of the Universe”.

Ma su tutto si staglia il principio della selezione naturale. L’evoluzione fa sì che solo gli esseri viventi che hanno acquisito un vantaggio competitivo siano destinati a sopravvivere sul lungo periodo. Gli esseri umani più forti e più adatti a sopravvivere alle difficili condizioni di vita sul nostro pianeta sono quelli che hanno visto la loro prole sopravvivere e riprodursi a sua volta. Ciascuno di noi discende dagli esemplari più adatti vissuti sulla Terra, in grado di sopravvivere alla ferrea legge della selezione naturale. Così accade anche per gli universi. Il vantaggio evolutivo, per un universo, è dato dalla sua capacità di riprodursi. Tanto più un universo può produrre altri universi-figlio, tanto più questo tipo di universo si diffonderà nel multiverso. Avremo così una miriade di “universi-fenice”, che nascono e muoiono senza produrre né stelle, né galassie, perché i loro parametri di partenza non lo consentono. Alla fine del loro arco di vita, si contraggono e ritornano alla singolarità iniziale, dal quale emerge un altro universo. Ma in almeno uno di essi i parametri casuali permetteranno la nascita e l’evoluzione delle stelle. Una di esse finirà per contrarsi, al termine della sua vita, dando vita a un buco nero: un nuovo universo-figlio. Un universo dotato di miliardi di buchi neri è quindi, dal punto di vista della selezione naturale, l’universo dotato del miglior vantaggio evolutivo. La selezione naturale cosmologica, dunque, secondo Smolin, conduce inevitabilmente alla diffusione di universi dove possono nascere le stelle e dove queste possono poi produrre buchi neri a volontà.
Vite di scarto (dei buchi neri)



La singolarità al centro di un buco nero costituirebbe l’origine di un nuovo universo, diverso dal progenitore per i valori di alcuni parametri fondamentali.

La vita, allora, sarebbe un mero sottoprodotto della selezione naturale cosmologica. La vita non potrebbe esistere in un universo senza stelle e pianeti. Ma poiché esiste un vantaggio evolutivo nell’avere un universo i cui parametri abbiano valori tali da permettere la nascita delle stelle, gli universi come il nostro saranno nient’affatto rari, come finora ipotizzato, ma al contrario estremamente comuni. E consentiranno quindi, come conseguenza di minore importanza – dal loro punto di vista – la nascita e l’evoluzione di forme di vita come la nostra. Anche se la tesi di Smolin non ha riscosso il consenso di molti fisici e cosmolgi (per esempio, Stephen Hawking l’ha respinta a più riprese), è stata ora rianalizzata da due ricercatori di Oxford, un evoluzionista – Andy Gardner, del dipartimento di zoologia – e un fisico teorico, Joseph Conslon. A loro dire, l’ipotesi che l’universo abbia un fine, e cioè quello di massimizzare la produzione di buchi neri per “garantirsi la discendenza”, è congruente con la teoria di una selezione naturale cosmologica: l’equazione di Price, che spiega matematicamente il principio della selezione naturale darwiniana, si applicherebbe infatti anche al nostro universo, e ad infiniti altri. Resta tuttavia il problema di dimostrare la teoria dal punto di vista pratico: sfida questa ritenuta impossibile dai due studiosi, per la mancanza di altri esemplari di universi analizzabili alla luce della teoria delle selezione naturale cosmologica. Smolin ha comunque cercato di elaborare alcune predizioni dalla sua teoria, eventualmente verificabili sperimentalmente, come l’esistenza di un limite superiore nella massa delle stelle di neutroni (pari a non oltre due masse solari).

L’idea di un universo che si evolve alla stregua di un organismo biologico è apparsa a molti poco scientifica e molto “new age”. Ma nella visione di Smolin e dei fisici che l’hanno presa sul serio, si tratterebbe invece della migliore teoria scientifica possibile per risolvere il dilemma antropico senza tirare in ballo altre ipotesi che metterebbero in crisi la visione del mondo condivisa dagli scienziati, secondo cui la nostra esistenza non ha nessun impatto nella comprensione dell’universo. Se siamo qui, non lo dobbiamo né a un dio né a uno straordinario risultato del caso, ma ai buchi neri e alla loro capacità di produrre nuovi universi. Forse si tratta solo di una bella teoria senza alcuna valenza reale, ma immaginare che lassù tra le stelle vi siano i semi di nuovi universi rende il cosmo più vivo di quanto ci appaia.

FONTE: http://scienze.fanpage.it/l-universo-si-e-evoluto-per-ospitare-la-vita/

I pianeti nomadi

A 100 anni luce da noi, non sembra orbitare intorno ad alcuna stella. Confermerebbe la teoria di miliardi di pianeti nomadi in giro per la galassia.

Stiamo forse leggendo le prime pagine di un nuovo capitolo dell’entusiasmante storia della ricerca di pianeti extrasolari. Un gruppo di astronomi francesi e canadesi, attraverso il Canada-France-Hawaii Telescope, sarebbero riusciti a individuare il primo pianeta nomade o “orfano”, un tipo di pianeta cioè che non risulterebbe orbitare intorno ad alcuna stella, diversamente da quanto fino a oggi comunemente creduto in ambito astrofisico. Si tratterebbe di un gigante gassoso con una massa dalle quattro alle sette volte maggiore di Giove, quindi verosimilmente una nana bruna (una “stella” mancata, cioè, in cui non si è innescato il processo di fusione nucleare per accenderla), ed è distante circa 100 anni luce dalla Terra. Attraverso i potenti strumenti del Very Large Telescope dell’ESO, in Cile, gli astronomi hanno perfezionato le osservazioni e si sono spinti ad annunciare l’importante scoperta appena pubblicata sulla rivista Astronomy & Astrophysics.



Scacciato da casa - Etichettato “CFBDSIR2149”, fa parte di una ‘corrente’ di stelle molto giovani nota come Associazione AB Doradus, la più vicina di questo tipo al nostro sistema solare. Le stelle di questo gruppo si sono formate più o meno nello stesso periodo e vagano insieme nello spazio, in un movimento di gruppo definito appunto ‘corrente’. Il pianeta nomade potrebbe essersi formato all’interno di questo gruppo finché le spinte gravitazionali delle altre stelle non l’avrebbero scacciato dal proprio sistema solare di origine. Una teoria alternativa vedrebbe invece CFBDSIR2149 come una delle tante altre stelle della corrente, ma priva dell’innesco della fusione nucleare, quindi una nana bruna, un enorme gigante gassoso. In tutti i casi, la conferma della scoperta irrobustirebbe le teorie per cui la nostra galassia pullulerebbe di simili pianeti nomadi, scacciati dai loro rispettivi sistemi di origine da “calci” gravitazionali e vaganti negli spazi interstellari. Questo tipo di corpi celesti sarebbe molto comune, forse numeroso quanto le stelle nella nostra galassia.

La chiave della “massa mancante”? - Ciò aprirebbe importanti scenari non solo nella logica della comprensione dei meccanismi di formazione ed evoluzione dei sistemi stellari, ma anche nell’ambito della comprensione della materia oscura. Una percentuale forse significativa di quella “massa mancante” che compone la nostra galassia e le altre potrebbe essere costituita da simili mondi nomadi, che non brillano di luce propria e quindi risultano appunto oscuri alle osservazioni telescopiche e spettroscopiche, ma che pur tuttavia sono dotati di massa, sufficiente a produrre un effetto osservabile a livello di forza gravitazionale. In realtà, per poter dar conto di tutta la materia oscura calcolata dai fisici, questi pianeti nomadi dovrebbero essere davvero parecchi, addirittura qualche migliaia per ogni stella della nostra galassia. Alcuni modelli proposti dagli astrofisici permettono l’esistenza di un numero tanto alto di mondi vaganti per gli spazi interstellari, la maggior parte dei quali potrebbe essersi formata addirittura prima delle prime galassie, nei primi milioni di anni successivi al Big Bang. Ma la comunità scientifica resta cauta su queste proposte.



L’abitabilità dei pianeti nomadi - La scoperta di simili pianeti, tuttavia, pur estremamente difficile in quanto i pianeti extrasolari danno prova della loro esistenza soprattutto grazie alle stelle intorno a cui orbitano (provocando oscillazioni gravitazionali nelle orbite o riduzione della luminosità nel transito davanti alla stella), sarebbe comunque importante anche per le teorie sulla possibile abitabilità di questi mondi. Secondo alcuni studi, un pianeta lontano da qualsiasi stella potrebbe comunque essere abitabile se una forte radioattività interna ne consentisse il riscaldamento al punto da permettere la presenza di acqua liquida in superficie. Lune e satelliti naturali di tipo roccioso orbitanti intorno a nane brune o giganti gassosi di tipo gioviano vaganti nell’universo potrebbero analogamente possedere, perlomeno sotto la superficie, oceani di acqua liquida prodotti dalla forza mareale, come forse avviene su Europa, la luna di Giove. E lì potrebbero ugualmente presentarsi le condizioni per la formazione di composti biologici elementari.

FONTE: http://scienze.fanpage.it/individuato-il-primo-pianeta-nomade/

Sei miliardi di anni fa l’universo iniziò ad accelerare

Per la prima volta ricostruito il processo di espansione dell’universo nel remoto passato, dimostrando che già 6 miliardi di anni fa era in azione la misteriosa energia oscura responabile dell’accelerazione del cosmo.




Che l’universo sia in piena accelerazione, è un dato che abbiamo ormai imparato a dare per scontato da quando, nel 1996, venne per la prima volta resa nota la straordinaria scoperta, che è valsa il premio Nobel per la fisica – lo scorso anno – agli scienziati Saul Perlmutter, Brian Schmidt e Adam Riess. Ora arriva una prima “fotografia” dell’epoca in cui l’universo iniziò per la prima volta ad accelerare, spinto da una ancora misteriosa energia oscura. Un risultato importante reso noto lo scorso 3 aprile al Meeting nazionale della Royal Astronomical Society, la prestigiosa istituzione britannica che ha pubblicato i primi risultati di BOSS (Baryon Oscillation Spectroscopic Survey).
Lo spostamento verso il rosso dello spettro



Per osservare l’universo di miliardi di anni fa, BOSS impiega uno spettrografo di ultima generazione presso l’osservatorio di Apache Point, nel New Mexico. In pochi anni è stato possibile analizzare lo spettro di ben 250mila galassie, alcune lontane da noi miliardi di anni-luce, e quindi fotografate quando l’universo era molto più giovane. Uno spettrografo ha il compito di scindere la luce di queste galassie nel loro spettro – ciò che avviene facendo passare la luce attraverso un prisma e scomponendola nei diversi colori che la compongono – e verificare il suo spostamento verso il rosso. Quanto più tali spettri tendono verso il rosso, tanto più, in base all’effetto Doppler, le galassie in oggetto si stanno allontanando da noi.

“Abbiamo realizzato misurazioni di precisione della struttura a larga scala dell’universo tra i cinque e i sette miliardi di anni fa, la migliore misurazione finora realizzata in queste dimensioni di ciò che c’è al di fuori della Via Lattea”, sostiene con orgoglio David Schlegel del Lawrence Berkeley National Laboratory. “Ci stiamo spingendo fino al momento in cui l’energia oscura si accese nell’universo”. Ora si tratta di scoprire cosa provochi quest’accelerazione, ossia di cosa sia ‘fatta’ l’energia oscura.
La traccia dei barioni

BOSS utilizza una tecnica particolare, che studia le oscillazioni acustiche barioniche per determinare le distanze tra le galassie più lontane. Nell’universo primordiale, infatti, materia ed energia erano un tutt’uno, fino a un momento in cui si scissero in seguito a un’oscillazione che diede vita alla materia barionica, fatta cioè dei barioni, la famiglia di particelle di cui anche noi siamo composti. Ciò avvenne quando l’universo, inizialmente troppo caldo, si raffreddò in misura sufficiente da permettere lo sviluppo separato dei primi atomi di idrogeno e, allo stesso tempo, dei fotoni, i quanti che trasportano l’energia elettromagnetica. Allora l’universo divenne visibile perché, d’improvviso, apparve la luce. Le tracce di questa oscillazione sono impresse nella radiazione cosmica di fondo, l’eco del Big Bang, che è una radiazione a microonde presente “sullo sfondo” dell’universo e ne rivela la struttura appena 300.000 anni dopo la sua nascita. Studiando queste oscillazioni su questa sorta di immagine primordiale, possiamo stabilire le diverse epoche in cui il fenomeno è avvenuto in diverse parti del cosmo e stimare dunque la distanza tra le galassie più antiche.

Ora, confrontando le tracce delle oscillazioni barioniche “impresse” sul fondo a microonde con le galassie di cui sono espressione, alcuni miliardi di anni dopo, è possibile verificare la loro evoluzione da un periodo di circa 13 miliardi di anni a, poniamo, 8 miliardi di anni fa. Cosa è successo in quell’arco di tempo di cinque miliardi di anni che separa le tracce del fondo a microonde con la galassia di cui analizziamo lo spettro? È successo che l’espansione dell’universo, iniziata con il Big Bang, ha subito un’accelerazione: la galassia si trova più distante rispetto alla posizione prevista se l’espansione fosse proseguita sempre alla stessa velocità.
Ipotesi sull’energia oscura



L’energia oscura ha quindi cominciato ad agire non meno di sei miliardi di anni fa, ma resta il fatto che gli scienziati continuino a ignorare la sua identità. Si tratta di una forma di energia diversa da quelle conosciute, che agisce in maniera opposta alla gravità, o piuttosto è l’effetto di una diversa azione della gravità su larga scala, che potremmo comprendere solo con una nuova teoria della gravità, che corregga quelle di Newton ed Einstein? Oggi gli scienziati parlano genericamente di una “costante cosmologica” per definire l’energia oscura. È un termine coniato per la prima volta dallo stesso Einstein, che sull’accelerazione dell’universo non ne sapeva niente. È considerata la soluzione più semplice, perché prevede che quest’energia provenga letteralmente dal vuoto che “riempie” gli abissi cosmici. Ma non è detto che questa sia l’ipotesi più giusta.

“Sulla base delle limitate osservazioni dell’energia oscura da noi compiute finora, la costante cosmologica può essere la spiegazione più semplice, ma in verità la costante cosmologica non è stata testata. Si concilia con i dati, ma in realtà abbiamo davvero pochi dati. Abbiamo appena iniziato a esplorare le epoche in cui l’energia oscura si accese. Se ci sono sorprese da quelle parti, ci aspettiamo di trovarle”, assicura Schlegel. Sorprese che potrebbero ancora una volta sconvolgere la nostra concezione dell’universo in cui viviamo.
FONTE http://scienze.fanpage.it/sei-miliardi-di-anni-fa-l-universo-inizio-ad-accelerare/
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