lunedì 23 marzo 2015

L’acceleratore che potrebbe diventare la porta di accesso alle realtà alternative

Il Large Hadron Collider potrebbe diventare il protagonista di una delle scoperte scientifiche più stupefacenti della storia, tanto da sembrare un vero racconto di fantascienza: l'esistenza di universi paralleli.



Ha già trovato quella che in molti hanno definito la “particella di Dio”, ovvero la particella associata al campo di Higgs, che secondo la teoria, permea l’universo conferendo la massa alle particelle elementari.

Tra non molto, il Large Hadron Collider, abbreviato LHC (in italiano Grande Collisore di Adroni), l’acceleratore di particelle situato presso il CERN di Ginevra utilizzato per ricerche sperimentali nel campo della fisica delle particelle, potrebbe addirittura rilevare la presenza di una forza misteriosa conosciuta come “materia oscura”.

Ma quando si accenderà la prossima settimana, alcuni scienziati scommettono che l’acceleratore ci regalerà qualcosa di altrettanto emozionante: la scoperta di un universo parallelo. La scoperta sarebbe la prova definitiva dell’esistenza del “multiverso”.

Per scoprire gli universi paralleli, secondo gli esperti bisogna individuare dei buchi neri in miniatura a determinati livelli di energia generati dall’acceleratore di particelle.

Già in passato gli scienziati avevano tentato di scovare i mini buchi neri ma senza risultati. Ciò sarebbe dovuto alla ricerca avvenuta su una scala di energia troppo bassa, pari a 5,3 TeV. Secondo i nuovi calcoli, la quantità di energia andrebbe aumentata, cercando i buchi neri nella fascia compresa tra 9,5 e 11,9 TeV.

L’acceleratore di particelle è stato progettato per raggiungere livelli di 14 TeV, dunque gli esperti ritengono che in futuro sia possibile arrivare a ottenere la quantità di energia necessaria per individuare i buchi neri che, secondo i fisici, potrebbero dimostrare l’esistenza di universi paralleli in altre dimensioni.



«Così come molti fogli di carta, che sono oggetti a due dimensioni, possono esistere parallelamente in uno spazio a tre dimensioni, allo stesso modo universi paralleli esistono in altre dimensioni», spiega Mir Faizal dell’Università di Waterloo. «Noi pensiamo che la gravità possa travalicare le dimensioni extra. Se è così, allora i mini buchi neri possono essere individuati dall’LHC».

Come spiegato da Phys.org, il professor Faizal e il suo team si aspettano di rilevare i mini buchi neri nello spettro energetico fuoriuscito dai nuovi calcoli. «Se rileviamo i mini buchi neri in questa fascia energetica, allora sapremo che le extra dimensioni sono reali».

Antichi Astronauti in Polinesia? Il mistero dell’isola di Nuku Hiva

Temehea Tohua è la casa ancestrale di Vaekehu, l'ultima regina di Taiohae. Il sito si trova su Nuku Hiva, l'isola maggiore dell'arcipelago delle Isole Marchesi. Quest'isola è unica per le sue strane statue che secondo alcuni raffigurerebbero creature non terrestri. Sono in molti a voler svelare l'enigma delle sculture Temehea Tohua: sono il frutto della fervida immaginazione dei coloni polinesiani, oppure la testimonianza di un antico incontro ravvicinato?



Senza dubbio, il significato originale e lo scopo di una grande quantità di opere d’arte preistoriche sfugge alla nostra comprensione.

Spesso, quello che era stato considerato come il frutto dell’immaginazione di un antico artista si è poi rivelato essere un’accurata testimonianza di fatti storici. Potrebbe essere anche il caso delle enigmatiche statue di Temehea Tohua?

Le sorprendenti statue si trovano sull’isola di Nuku Hiva, la più grande dell’arcipelago delle Marchesi, nella Polinesia francese. Gli europei hanno raggiunto le Marchesi solo nell’ultimo decennio del 16° secolo, ma secondo alcuni studi recenti, i primi coloni sono giunti da Samoa circa 2 mila anni fa.

La leggenda vuole che ‘Ono, il dio della creazione, avesse promesso alla moglie di costruirle una casa in un solo giorno, così egli raccolse della terra e creò l’isola di Nuku Hiva.

Interessante notare che il nome originario delle isole marchesi fosse “Te Fenua `Enata”, che nel dialetto meridionale significa “Terra degli Uomini”, nome che secondo alcuni studiosi voleva segnare una differenza con la terra abitata dagli “stranieri”.



E, infatti, alcune statue presenti sull’isola di Nuku Hiva sembrano rappresentare esseri di un altro mondo! Certamente, non presentano l’aspetto dei primi abitanti umani dell’isola. Alcune sculture mostrano esseri con teste sproporzionatamente grandi, bocche spalancate e occhi enormi; in alcuni casi, è presente una bizzara miscellanea di tratti umani e alieni.

Gruppi di esseri sembrano indossare quello che agli occhi dei moderni sembra essere un casco. È interessante notare che in tutte le rappresentazioni questi esseri mostrino un aspetto feroce.

La datazione delle statue è incerta. Alcuni studiosi pensano che possano risalire all’inizio del 2° millennio d.C., ma potrebbero essere molto più antiche. Certamente, la loro origine e il loro significato restano un mistero irrisolto.

Perchè i nostri antenati hanno sentito la necessità di scolpire statue di esseri mostruosi con grandi occhi, teste allungate e altre caratteristiche terrificanti? Chiunque essi rappresentino, gli esseri sembrano indossare un qualche tipo di abito, simile alle tute spaziali dei tempi moderni.

Sono rappresentazioni di antichi sacerdoti stranamente vestiti, di spiriti maligni da cui difendersi, oppure, come sostengono i teorici degli Antichi Astronauti, la testimonianza di un contatto alieno avvenuto migliaia di anni fa?

Raffigurazioni simili a quelle dell’isola di Nuku Hiva sono presenti in tutto il mondo. Alcune di loro sono davvero sorprendenti, come ad esempio le figurine di pietra degli Anunnaki scoperte in Iraq, i rettiloidi della Mesopotamia, oppure i Nomoli del Sierra Leone.




Dunque, le sculture di Nuku Hiva sono solo il frutto di una fantasia artistica con un semplice ruolo rituale? Oppure, si tratta dell’ennesimo indizio che “qualcuno” potrebbe aver interagito con i nostri antenati alterando la normale evoluzione della specie umana?

Quello che è certo, è che nell’uno e nell’altro caso, le statue di Nuku Hiva non rappresentano esseri umani.

Oggetti fuori posto: la Piramide Nera “fluorescente” con l’occhio che tutto vede

Nel 1984, un ingegnere in cerca di pepite d'oro si imbatte in una scoperta impressionante: una grotta nella giungla di La Manà, Ecuador, con più di 300 misteriosi artefatti. Tra i ritrovamenti, quello che colpisce di più è una piramide nera con proprietà fluorescenti, modellata secondo la simbologia attribuita agli “Illuminati di Baviera”. Inoltre, l'artefatto presenta un'iscrizione in pre-sanscrito. Dunque, gli illuminati operavano già 4 mila anni fa?



È considerato uno dei più grandi misteri insoluti del terzo millennio.

Si tratta di una Piramide ricavata da una pietra nera, decorata con i simboli attribuiti alla setta degli Illuminati di Baviera (17° secolo d.C.).

La piramide, infatti, presenta incise tredici file di mattoni, su cui si staglia l’enigmatico “occhio che tutto vede”, tutto molto simile alla piramide che compare sulla banconota americana da un dollaro.

Nulla di strano, se non fosse per il fatto che la reliquia presenta alcuni caratteri incisi in quelli che sono stati riconosciuti come appartenenti all’alfabeto pre-sanscrito, ovvero la lingua matrice del sanscrito in uso circa 4 mila anni fa.

Dunque, come è possibile coniugare nello stesso oggetto un simbolo del 18° secolo con un’iscrizione del 3°-4° millennio a.C.? Le decorazioni “massoniche” sono state realizzate in un secondo momento? Oppure, la Piramide Nera indica che la tradizione degli “illuminati” è molto più antica di quanto si pensi?

È possibile che gli aderenti a questa setta siano in possesso di conoscenze occulte risalenti al passato remoto dell’umanità e che facciano riferimento agli “antichi dei” che discesero sulla Terra? Grandi domande, per poche risposte disponibili.


La scoperta

Il ritrovamento della Piramide Nera si deve all’ingegnere Elias Sotomayos, il quale, tutt’altro che interessato a misteriosi reperti archeologici, era impegnato in una corsa all’oro nella giungla di La Manà, Ecuador.

Nel corso della spedizione, il cercatore d’oro si imbatté in un tunnel che si addentrava per più di 100 metri nelle viscere delle montagne ecuadoregne, fino ad arrivare in una camera con più di 300 reperti di origine sconosciuta, tra cui figurava la Piramide Nera.

Altre ai mattoni incisi e alla scritta in pre-sanscrito, la piramide presenta un ulteriore componente interessante: un occhio intarsiato alla sommità della piramide realizzato con un misterioso materiale che si mostra fluorescente quando illuminato da luce ultravioletta, così da brillare come un occhio vero.

Tuttavia, secondo il ricercatore austriaco Klaus Dona, cercatore di “oggetti fuori posto” (Ooparts), l’occhio sulla piramide non sembra umano; l’intento della fluorescenza era forse quello di renderlo come “occhio divino”, illuminato e illuminante.


Costellazione di Orione e testo

La Piramide Nera, sotto la base, presenta un altro affascinante dettaglio: un intarsio piatto realizzato con poco oro che riproporebbe la disposizione delle tre stelle della Cintura di Orione.



Inoltre, sempre sulla base, sono incisi cinque simboli che secondo il professor Kurt Schildmann (1909-2005), uno dei linguisti più esperti al mondo e presidente dell’Associazione Linguistica Tedesca, sarebbero caratteri dell’alfabeto pre-sanscrito, una lingua molto più antica del sanscrito, di cui sarebbe la matrice.



Il professor Schildmann è riuscito a decifrare la scrittura, ottenendo questa traduzione:

“Il Figlio del Creatore viene da qui…”

Molte antiche pietre e manufatti in terracotta presentano la stessa scrittura, nonostante siano stati scoperti nei più disparati angoli della terra: Ecuador, Colombia, Illinois, Francia, Malta, Australia e Italia.



«Questo significa che un tempo questa scrittura esisteva in tutto il mondo, e questo significa che ci deve essere stata una grande civiltà globale più antica del sanscrito, precedente ai 6 mila anni fa», commenta Dona. «Il professor Schildmann mi disse che questa scrittura somiglia alla scrittura dell’Indo e a quella trovata sull’Isola di Pasqua. Come lui stesso mi spiegò, è una lingua più antica del sanscrito. Fu lui a battezzarla “pre-sanscrito”».


Domande, domande, domande…

L’artefatto di La Manà davvero potrebbe essere il più grande segreto mai scoperto, il quale suscita una serie di domande inquietanti: chi è il “Figlio del Creatore”? Veniva da Orione? Perchè i massoni utilizzano la Piramide Nera come loro icona?

C’è un legame che travalica i millenni tra gli dèi che governavano il mondo, Atlantide e i componenti della setta degli Illuminati? Gli illuminati, sono i discendenti degli “dèi” che ancora governano il mondo dietro le quinte?

Un fossile suggerisce che in passato le Piramidi e la Sfinge erano sommerse dal mare

Secondo una controversa teoria proposta dall'archeologo Sherif El Morsi, l'intera piana di Giza fu un tempo completamente sommersa dalla acque del mare. A sostegno della teoria un ritrovamento di un echinoidea fossile (riccio di mare). Potrebbe questa scoperta confermare l'ipotesi che i monumenti di Giza furono costruiti in epoca “pre-diluviana”?




Il paesaggio della necropoli di Giza, comprese le piramidi e la Sfinge, mostra segni di erosione che secondo alcuni ricercatori suggeriscono che in passato l’intera area è stata sommersa dal mare.

Il ritrovamento di un fossile sembrerebbe confermare questa teoria.

La scoperta si deve all’archeologo Sherif El Morsi, il quale ha lavorato nella piana di Giza per oltre due decenni. Nel 2013, in collaborazione con la ricercatrice Antoine Gigal, fondatrice di Giza for Humanity, ha pubblicato i risultati della sua controversa ricerca.

La ricerca di Morsi nasce dalle intuizioni del dottor Robert M. Schloch, uno dei primi ricercatori a suggerire che le strutture della piana di Giza siano più antiche di quanto si pensi. Nei primi anni ’90, Schloch suggerì i modelli di erosione trovati sulla Sfinge e sulle rocce circostanti mostravano un’età molto più antica rispetto alla datazione ufficiale, collocandola tra il 9000 e il 5000 a.C.

Morsi ha idealmente continuato il lavoro di Schloch andando più a fondo nella questione. Durante una delle sue documentazioni fotografiche dei modelli di erosione nella Piana di Giza, l’archeologo ha fatto una scoperta che potrebbe indicare che l’intera zona è stata una volta sommersa dalle acque del mare.

«Durante il mio servizio fotografico, sono quasi inciampato in un blocco di pietra», racconta Morsi in un articolo pubblicato su Gigal Research. «Con mia grande sorpresa, il rigonfiamento sulla superficie mostrava le sembianze di un esoscheletro pietrificato di quello che sembrava essere un echinoidea (riccio di mare), una creature che vive in acque marine poco profonde».

Secondo Morsi, il fossile sarebbe la prova che la Piana di Giza ha subito una catastrofica inondazione, rimanendo per qualche tempo sommersa dalle acque del mare. Il sito dove si trova la Piramide di Micerino, in particolare, potrebbe essere stata un’antica laguna quando il livello del mare copriva la Necropoli di Giza, compresa la Sfinge e le Piramidi.

Tuttavia, analizzando il fossile, alcuni scienziati hanno suggerito che l’echinoidea stessa è stata esposta ad erosione, dunque potrebbe già far parte della roccia calcarea originale formatasi circa 30 milioni anni fa.

Come spiega The Epoch Times, Morsi ha contestato queste conclusioni, convinto che la creatura si è pietrificata in un tempo relativamente più recente, spiegando che si tratta di un grosso esemplare ben conservato, a differenza dei piccoli campioni che in genere si trovano nei blocchi di calcare.

«Possiamo vedere chiaramente le condizioni originarie e i dettagli minuti della perforazione dell’esoscheletro», spiega Morsi, «il che significa che questa creature marina deve essersi pietrificata in tempi recenti. Non mostra le caratteristiche della maggior parte dei fossili risalenti a 30 milioni di anni fa. I depositi di sedimenti ne hanno riempito la parte cava».

Secondo Morsi, l’inondazione deve essere stata piuttosto significativa, raggiungendo un livello massimo di 75 metri sul livello attuale del mare, creando un litorale che attraversa il recinto della Piramide di Chefren, vicino alla Sfinge, fino ad arrivare alla Piramide di Micerino.

L’erosione riscontrata sulle rocce mostra i tipici segni causati dalle onde e dal riflusso delle maree. Inoltre, siti come la Sfinge, il Tempio della Sfinge e i primi 20 livelli della Grande Piramide mostrano sedimenti di materiale alluvionale tipici dei fondali poco profondi e delle lagune. Il ritiro delle acque crea un effetto spugnoso nella roccia.




L’echinoidea scoperta da Morsi ha un diametro di circa 8 centimetri. Per raggiungere tale dimensione, in genere questo organismo marino impiega circa 15 anni. Inoltre, la quantità di sedimenti e depositi alluvionali, nonché la qualità dell’erosione nelle zone meno profonde, richiederebbero diversi secoli, suggerendo che la zona è rimasta sommersa per diverso tempo.

Tuttavia, rimane difficile determinare l’anno esatto delle inondazioni. Secondo i dati forniti dal CSIRO Marine and Atmospheric Research, negli ultimi 140 mila anni, i livelli del mare hanno oscillato per più 120 metri, seguendo la crescita e il ritiro delle grandi calotte durante i cicli glaciali.

Gottfried Mayerhofer


Nel settimo anno dopo il ritorno a casa di Jakob Lorber, Gottfried Mayerhofer ricevette in Trieste nel marzo del 1870, nella continuazione della Nuova Rivelazione, il primo Dettato del Signore.

Nato a Monaco quale figlio di un ufficiale, anche Gottfried Mayerhofer intraprese la carriera militare, ma tenne anche conferenze su matematica, fece musica, compose e si formò nella pittura di paesaggi.

Quando il principe bavarese Otto divenne re della Grecia, Mayerhofer si presentò volontario come Maggiore al suo seguito personale, ed arrivò così in questo paese. Lì sposò la figlia di un grande industriale ateniese, Aspasia di Jsay.

Alcuni anni più tardi suo suocero trasferì la sua impresa commerciale a Trieste e su insistenza di Aspasia, che era molto legata a suo padre, Mayerhofer lasciò il suo servizio militare alla corte reale greca e tutta la famiglia si trasferì a Trieste. Ma poiché la Grecia non pagava pensione all’estero, Mayerhofer non ebbe più un’entrata fissa, così per non dipendere finanziariamente del tutto da sua moglie, si dedicò molto intensamente alla pittura di paesaggi sulla scorta di numerose bozze portate con sé dalla Grecia.

Attraverso la conoscenza del medico militare dr Waidele di Graz, il quale trasferito a Trieste dalla città austriaca faceva parte della ristretta cerchia di Jakob Lorber e continuò anche in questa città a trascrivere zelante i testi di Lorber, Gottfried Mayerhofer venne a conoscenza della Nuova Rivelazione e per contribuire alla divulgazione di questa “Nuova Luce” che lo entusiasmò, cominciò anche lui a trascrivere i testi di Lorber (la maggior parte dai manoscritti di Waidele). Così anche Mayerhofer fu risvegliato spiritualmente e preparato per essere uno strumento del Signore.

Mediante il dr. Waidele, anche il medico militare della marina di Trieste, dr. Medeotti, da anni gravemente ammalato, venne condotto a Lorber, e dopo un’efficace applicazione della cura solare di Lorber divenne anch’egli un fervente seguace ed apostolo della Nuova Rivelazione.

In quel periodo però anche il futuro editore della Nuova Rivelazione e fondatore della casa editrice Lorber-Verlag in Bietigheim, Christoph Friedrich Landbeck – il quale si occupava sempre del lato mistico della vita – lavorava in Trieste come pittore d’insegne, e precisamente in quel laboratorio dove Gottfried Mayerhofer faceva fabbricare le tele per i suoi dipinti ad olio. Così nella primavera del 1870 per personale conoscenza del pittore Landbeck, allora trentenne, con il “vecchio Maggiore” che gli regalò il piccolo manoscritto “La mosca”, conquistò pure il nuovo giovane amico per la “Nuova Luce” che allora cercava ancora “la chiave di volta della sua visione del mondo”.

Quindi si era ora stretto un solido legame tra Lorber e la precedente ancor piccola comunità triestina.

In quel tempo Gottfried Mayerhofer, a causa del lavoro di scrittura serale e spesso anche notturna – quando la luce del giorno era dedicata alla pittura – si ammalò agli occhi e dovette essere operato di cataratta. A questo punto Landbeck decise di smettere il suo lavoro di pittore di insegne e si mise completamente al servizio della comunità lorberiana di Trieste. Allora egli scrisse sotto dettatura di Mayerhofer, e su incarico del Signore magnetizzava anche i suoi occhi ammalati affinché non peggiorassero. Tra le altre cose Landbeck visitava e “serviva” anche i pazienti del dr. Medeotti.

Nel marzo 1870 per la prima volta Gottfried Mayerhofer ricevette una comunicazione del Signore e nei seguenti sette anni fino al suo ritorno a casa il venerdì santo del 1877, ebbero origine oltre a numerose comunicazioni occasionali, i due grandi cicli dei “Segreti della Vita” e i “Segreti della Creazione”, nonché l’incomparabile raccolta di “53 Prediche” per tutte le domeniche dell’anno ecclesiastico, e una comunicazione riguardante alcune spiegazioni sull’Apocalisse e sull’Anticristo.

Sul procedere dell’ispirazione e dello scrivere, Landbeck comunica, nei ricordi della sua vita, che Mayerhofer poteva contemplare spiritualmente ciò che poi scriveva, di solito al momento del risveglio, come in una immagine vivente o come panorama in meravigliosa chiarezza; mentre dopo averle messo per iscritto attraverso un ininterrotto flusso di matita, queste visioni sbiadivano. Spesso a Gottfried Mayerhofer era anche concesso di vedere l’uomo spirituale dietro l’involucro naturale. Inoltre Landbeck testimoniò anche “il dono delle guarigioni di Mayerhofer” per la benedizione di molti.

Quando il primo editore degli scritti di Lorber, Johannes Busch a Dresda, nell’anno 1877 (allora già un vegliardo di ottantaquattro anni), ebbe completato dopo sette anni di lavoro la messa a punto per la stampa dell’intera opera del Grande Vangelo di Giovanni e con ciò cadde in grave crisi economica, Gottfried Mayerhofer si prestò aiutandolo e salvandolo, malgrado i suoi occhi ammalati, cominciando di nuovo a dipingere per procurare mezzi per Dresda. Come testimonianza di questo Servizio d’amore di Mayerhofer per l’opera della Nuova Rivelazione, si trovano ancora oggi tre dipinti ad olio di sua mano in possesso della casa editrice Lorber-Verlag di Bietigheim.

I testi dei due cicli di Gottfried Mayerhofer che sono al tempo stesso di carattere scientifico, naturale e spirituale, “Segreti della Vita” e “Segreti della Creazione” – di cui alcuni dettati furono dovuti a richieste verbali o scritte – erano già nel loro tempo della massima attualità, e fino ad oggi non sono da meno.

Era l’epoca dello sviluppo a dir poco esplosivo di tutte le discipline scientifiche naturali; la scienza s’immaginava su una via vittoriosa senza pari, un’invenzione seguiva l’altra, l’intelletto e con esso il materialismo, celebravano il trionfo. Ma tutto ciò che non era raggiungibile ai cinque sensi dell’uomo direttamente o per via sperimentale, era negato e non era richiesto.

Da questa situazione spirituale del tardo 19° secolo – che nella nostra epoca attuale comincia a poco a poco a modificarsi, ma ancor sempre orientata all’immagine del mondo puramente materiale – comprendiamo l’insistenza instancabile con la quale il Signore ci ha rivelato, mediante Gottfried Mayerhofer, le dimensioni spirituali di ogni cosa vivente in sempre nuovi aspetti e profonde spiegazioni, fornendoci per questo, prove di come “non sia nulla” la materia nella quale l’uomo si seppellisce nel disprezzo dell’Ordine divino, anzi, nel senso spirituale, oggi vi si è già seppellito.

Possa la Parola del Signore che ci è stata donata mediante Gottfried Mayerhofer in questi testi, venir compresa come vero dono meraviglioso per il nostro tempo, ed ora finalmente su vasta scala sentita e presa a cuore, affinché “il vecchio” dissestato edificio della vita spirituale dell’uomo, già lungamente dimenticato, possa essere nuovamente riedificato!

H.E. Sponder

domenica 22 marzo 2015

I DIECI PUNTI FONDAMENTALI DELLA NUOVA RIVELAZIONE


1. L'essenza del mondo

Secondo i concetti espressi nella Nuova Rivelazione non esiste la materia vera e propria. Tutto è energia, cioè Forza dello Spirito di Dio, articolata in piccolissime particelle primordiali (scintille primordiali di vita). Anche l'atomo, per lungo tempo ritenuto l'unità più piccola, è un universo vivente in scala infinitesimale fatto di innumerevoli particelle fondamentali (specifici di intelligenza). Di tali particelle, che non sono altro che Pensieri di Dio, è costituito tutto l'Universo materiale nel suo infinito piano evolutivo.

2. L'essenza di Dio

Dio è Spirito eterno, infinito, la Forza e il Fondamento primordiale di tutte le cose e di tutti gli esseri. I Suoi massimi attributi sono Amore, Sapienza e Volontà. Il Suo santo Spirito, che riempie tutto lo spazio infinito, ha un Centro di Forza da cui fluiscono, come da un sole, pensieri ed energie che si manifestano nella Creazione e - dopo un lungo cammino di completamento vitale - ritornano a Dio, come un raggio di luce che, propagato da una fonte, ritorna dopo essere stato riflesso. In questo Centro di Forza primordiale, Dio possiede una forma che è la più alta di tutte le forme di vita: un perfetto Uomo-Spirito Originario (Dio creò l'uomo a Sua immagine!). In questo Centro di Forza primordiale, lo Spirito di Dio è continuamente ed eternamente attivo nell'azione creativa. L'intera Creazione - visibile e invisibile - rappresenta un enorme processo di sviluppo e perfezionamento delle creature originate dai Pensieri e dalle Idee divine. Essa si attua in enormi periodi di tempo ("giorni della Creazione", "di eternità in eternità"), interrotti da periodi di riposo.

3. La creazione spirituale primordiale

Alla Creazione materiale a noi visibile sono precedute Creazioni spirituali primordiali. In queste Dio creò dei grandi esseri spirituali(Arcangeli primordiali) a Sua immagine originale, formati da scintille di vita primordiale che sono, per così dire, come fuoriuscite da Lui Stesso, e capaci di creare altri esseri spirituali simili a loro. In questo modo ebbero origine legioni di grandi esseri spirituali (Angeli), i quali dovevano lasciarsi educare al perfezionamento della vita, simile a quella di Dio, per mezzo del Comandamento dell'Amore per Dio e per il prossimo.
Una parte di questi esseri primordiali - essendo dotati di libera volontà - seguirono lo spirito principale Lucifero e caddero vittime dello sconfinato amore di se stessi e dell'autoesaltazione. Ma dato che, secondo l'eterno Ordine, le correnti vitali provenienti da Dio dovevano arrestarsi per coloro che si erano allontanati da Lui, allora essi si sono come irrigiditi e si sono addensati in masse senza via d'uscita. Si sono così formate nello spazio della Creazione, per l'addensamento delle essenze spirituali-eteriche(materializzazione), le nebbie primordiali della materia, ovvero la materia del mondo.

4. La creazione materiale

In questa fase in cui gli esseri primordiali caduti furono "solidificati", quindi resi visibili come materia, restavano due possibilità: o gli esseri rimanevano eternamente in balia del giudizio loro assegnato, oppure venivano ricondotti - attraverso un'altra prova - nel santo Ordine di vita in Dio.
Il divino Amore ebbe pietà degli esseri spirituali caduti: con l'aiuto degli spiriti angelici rimasti fedeli, il Creatore realizzò - dalle nebbie primordiali di materia - la costruzione dell'Universo materiale che rappresenta il "Figlio Perduto" nella sua interezza. Dio però promosse su tutti gli innumerevoli sistemi solari e corpi mondiali una redenzione degli esseri primordiali caduti e prigionieri nella materia.

5. Lo scopo della vita naturale

Le particelle spirituali che costituivano Lucifero, una volta "solidificate" - cioè materializzate e rese visibili nelle costellazioni dell'universo - vengono sempre più ammorbidite e sciolte, e vengono nuovamente spiritualizzate attraverso l'opera di redenzione di Dio. Quelle che si liberano, vengono portate dagli angeli, i servitori dell'Altissimo, in sempre nuove scuole spirituali di purificazione nei regni del mondo della natura, secondo l'amorevole piano di salvezza divino. Questo avviene tramite l'unione di specifici di intelligenza animica che vengono aggregati in forme di vita sempre più elevate attraverso il regno minerale, vegetale e animale. Su questa via di sviluppo spirituale-carnale, le "anime della natura" vengono avviate alla costruzione e all'uso del loro rispettivo corpo-involucro. Esse, rivestite di un corpo esteriore, cominciano con questo a superare un po' alla volta il loro egoismo contro il Divino e a convertirsi all'Ordine Celeste del servire nel reciproco amore. In tal modo vengono poste le basi per dare inizio al ciclo evolutivo che arriverà fino all'uomo.

6. L'uomo - meta finale di questo sviluppo

L'anima umana, compenetrata in un corpo fisico e costituita da tutti gli elementi minerali, vegetali e animali - provenienti dagli specifici animici disciolti dalla materia luciferina - è ora in grado di affrontare la "prova della vita", vale a dire che soltanto ora è in grado di decidere liberamente, di scegliere e di formarsi una propria entità individuale, indipendente ed eterna. In questa delicata fase, in cui è chiamata a costituire il suo futuro "io", può rivolgersi e attingere allo Spirito divino o Scintilla d'Amore che le è stato instillato nel cuore e - grazie ai sensi del corpo fisico - può ascoltare, dal mondo esteriore, gli insegnamenti dei saggi e leggere la pura Parola divina che il Signore rivela ai Suoi strumenti. Con l'adempimento volontario dei Comandamenti divini, l'uomo - quale meta della Creazione - è chiamato a sviluppare sempre di più le sue caratteristiche spirituali, fino a raggiungere la vera figliolanza di Dio, per poi finalmente, in tale meta, entrare nella vera libertà e beatitudine della vita eterna.

7. L'essenza di Gesù Cristo

Quando la Creazione fu così matura da comprendere la più alta rivelazione dell'Amore Divino, DIO, quale Padre, scelse la nostra Terra, apparentemente così insignificante, per l'atto d'Amore più grande della Sua Misericordia. Qui, dove il più interiore centro spirituale di Lucifero viene tenuto legato al centro materiale del nostro pianeta, Dio avvolse il Suo Centro di Forza Primordiale umano-spirituale nelle vesti della materia. ("E la Parola divenne carne"). In Gesù Cristo, Dio Stesso entrò nel regno umano per istruire non soltanto l'uomo ma anche tutti gli spiriti caduti e non caduti dell'infinito. Egli Stesso prese la veste della materia quale testimonianza più alta dell'Amore, per redimere i caduti dal loro giudizio e ricondurre i purificati nuovamente nella casa del Padre. (Parabola del "figliol prodigo").

Lo Spirito di Gesù - è il Padre, cioè l'AMORE;
L'Anima di Gesù - è il Figlio, cioè la SAPIENZA;
La Forza di Gesù - è lo Spirito Santo, cioè la VOLONTA' DI DIO.

Ed ecco spiegata la Trinità: non tre esseri distinti, ma un solo Essere - DIO - avente tre divine caratteristiche: AMORE, SAPIENZA E POTENZA .

(Gesù: "Chi vede Me, vede il Padre", e "Io e il Padre siamo Uno!")

8. Via di salvezza per la rinascita spirituale
Quale unica Via di salvezza per la perfezione e per la vita eterna in Dio, Gesù insegnava la Legge fondamentale di tutta la Creazione: "Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo tuo come te stesso!" . Nè le cerimonie esteriori, nè i fanatismi di fede portano alla salvezza, ma soltanto il puro amore attivo e le opere fatte con il cuore portano alla vera Meta. Se nell'uomo, con l'aiuto dello Spirito di Dio, è divenuto predominante il puro Amore divino, allora egli è sfuggito al giudizio della materia ed ha raggiunto la rinascita spirituale. Egli allora - con la sua anima purificata e unita completamente allo Spirito di Dio dimorante in lei - può finalmente diventare un vero figlio di Dio: una "cosa sola" con il suo Creatore e Padre Celeste, ed eternamente partecipe alla pienezza delle Sue Forze divine di vita ed azione.

9. Continuazione dello sviluppo nell'Aldilà

La maggior parte degli uomini della Terra, dopo la morte del corpo, entrano ancora incompleti nel mondo dell'Aldilà, ma lì l'Amore divino offre loro nuovi luoghi di apprendimento per condurre tutti - anche se spesso per vie ancora più difficili e penose - alla perfezione. Infatti, il Piano divino di salvezza generale non conosce nessuna condanna eterna, benchè il lunghissimo periodo di pena - che l'anima si infligge volendo rimanere nella propria ribellione - le possa sembrare veramente eterno! Per raggiungere la meta finale, le anime che si separano dal corpo fisico ancora immature arrivano nell'Aldilà e vivono, apparentemente, come fossero ancora nel mondo terreno: proprio come avviene in un normale sogno (esclusi quelli lucidi) , dove è tutto apparente ma nulla è reale.
In questo mondo spirituale le anime ottengono, per la loro formazione, una visione ed una esperienza interiore necessarie alla loro evoluzione, e vengono guidate e accudite da esseri spirituali appositamente incaricati - i quali ben sanno che cosa è più opportuno - e che, in base al sentimento buono o cattivo di tali anime, fanno assaporare o deliziose sensazioni paradisiache oppure strazianti sensazioni infernali.
"Cielo ed Inferno" non sono perciò dei luoghi, ma sono condizioni interiori di sviluppo spirituale dell'anima. Solo le anime fortemente egoistiche, legate ancora alle cose terrene, otterranno una ulteriore formazione attraverso la reincarnazione su altri mondi materiali, oppure - raramente - anche sul nostro pianeta Terra.

10. Alla meta della perfezione

Le anime, invece, che si sono purificate sulla Terra o nell'Aldilà, per puro amore verso Dio e verso il prossimo, giungono a sempre nuove beatificanti realtà. La loro visione spirituale e il loro potere d'azione dipendono dalla purezza e dalla forza del loro amore, e si diversificano in tre gradi celesti. La beatitudine, in un crescendo senza fine in coloro che hanno raggiunto la perfezione, consiste in una conoscenza sempre più profonda di Dio e in un amore sempre più grande per Lui e per tutti gli esseri, come pure nell'attività sempre più efficacemente operante nella sublime opera della Creazione, in quanto si è diventati "creatori" come Dio. 

JAKOB LORBER, LO SCRIVANO DI DIO



 Il mistico austriaco Jakob Lorber nacque il 22 luglio del 1800 da una famiglia di antica origine contadina nel piccolo villaggio di Kanischa presso l'odierna Maribor nell'attuale Slovenia. All'epoca la regione faceva parte dell'impero austriaco.
Il padre Michael, che coltivava personalmente il podere di sua proprietà, aveva uno spiccato talento musicale e sapeva suonare diversi strumenti. Fu infatti sotto la sua guida che Jakob, il maggiore dei suoi tre figli, imparò a suonare il violino, il pianoforte e l'organo.
Nel 1829 Jakob Lorber conseguì il diploma di maestro elementare. Non riuscì però a trovare un posto di insegnante e quindi decise di abbandonare l'idea della scuola e di seguire la propria vocazione artistica. Cominciò dunque a dare lezioni di violino - strumento in cui eccelleva - e pianoforte, a comporre lui stesso brani musicali e a tenere concerti. Durante quegli anni, Jakob Lorber manifestò un'inclinazione per l'approfondimento spirituale, e lesse tra l'altro Justinus Kerner, Jung Stilling, Emanuel Swedenborg, Jakob Böhme e Johann Tennhardt. Ma non si separò mai dalla Bibbia, che fu per lui una fonte di ispirazione fino al termine della sua vita.
All'età di quarant'anni gli giunse inaspettatamente da Trieste l'invito ad assumere l'incarico di secondo maestro di cappella: una proposta allettante che gli dava garanzie di sicurezza per il resto della sua vita, che fino ad allora era stata molto precaria. Cominciò dunque a fare i necessari preparativi per questo trasferimento, quando ebbe luogo l'evento inatteso che rivoluzionò la sua esistenza: il 15 marzo 1840, verso le sei del mattino, dopo aver appena detto la sua preghiera mattutina, sentì chiaramente nella regione del cuore una voce che gli ordinava: "Alzati, prendi la tua penna e scrivi!". Lorber obbedì immediatamente a quel misterioso ordine, si alzò, prese la penna e cominciò a scrivere parola per parola ciò che gli veniva dettato interiormente.

Le prime parole furono: "Così parla il Signore per ognuno, e ciò è vero, fedele e sicuro: chi vuole parlare con Me, venga a Me, ed Io gli metterò la risposta nel cuore; tuttavia solo i puri, il cui cuore è pieno di umiltà, percepiranno il suono della Mia Voce. E chi preferisce Me al mondo intero, e Mi ama come una tenera sposa ama il suo sposo, con quello Io voglio camminare a braccetto. Egli Mi vedrà sempre come un fratello vede l'altro fratello, e come Io lo vedevo fin dall'eternità, prima ancora che egli fosse".

Dopo aver scritto queste parole, Lorber si rese conto che dal mondo superiore gli veniva assegnato un compito eccezionale. Da quel momento in poi continuò a guadagnarsi modestamente da vivere dando lezioni di pianoforte e violino e trascorse tutto il resto del suo tempo a scrivere; prima di allora Jakob Lorber non aveva mai scritto nulla.
Il suo particolarissimo modo di scrivere viene descritto in una breve biografia dal suo amico Ritter von Leitner, che andava a trovarlo quasi ogni giorno. Ci viene delineato un Lorber intento a scrivere senza mai fare una pausa, completamente concentrato in se stesso, come chi scrive sotto dettatura e a volte aveva anche delle visioni di ciò che la Voce gli dettava.

Lorber stesso ci ha lasciato la sua testimonianza su come avvertiva la Voce Interiore:
[....] posso dire soltanto che sento pronunciare la Parola santissima del Signore sempre nella zona del cuore, come un pensiero chiarissimo, luminoso, splendente. Nessuno, anche se vicinissimo a me, può sentire questa Voce misteriosa, che per me risuona più limpida di qualunque altro suono materiale, per quanto forte esso sia. Questo è tutto ciò che posso dire riguardo alla mia esperienza.

Solo per due brevissimi periodi Lorber interruppe la trascrizione della Parola di Dio: nel 1844 per recarsi in Carinzia a dare una mano ai suoi due fratelli nella loro attività di commercio del legname e nel 1857 per una tournèe musicale di pochi mesi.
La sua vita la trascorse quindi quasi esclusivamente in una sola stanza a Graz, dove solo pochi amici andavano a fargli visita regolarmente e, come Ritter von Leitner, assistevano per ore stupiti all'eccezionale "dettato". Gli amici gli furono preziosi perché lo sostennero spontaneamente con aiuti di vario genere nei momenti di indigenza, poichè egli impartiva solo qualche lezione privata sentendo che la sua missione era quella di "scrivano di Dio".
Dopo i sessant'anni la sua salute subì un tracollo, ma continuò a svolgere la sua attività con mente lucidissima e dettando le sue opere agli amici che le trascrivevano per lui.
Una sera, mentre era da amici, dichiarò che sarebbe morto due giorni dopo. Nessuno volle credergli, ma in effetti fu così: la mattina del secondo giorno fu trovato a letto quasi privo di sensi: uno sbocco di sangue rese inutile l'intervento del dottore. Jakob Lorber spirò poco dopo serenamente. Era il 24 agosto 1864. Sulla sua tomba, nel cimitero di S. Leonard in Graz, sta scritta la parola di Paolo: "Possiamo vivere o morire, noi siamo del Signore".
L'OPERA DI LORBER
"LA NUOVA RIVELAZIONE"
Per dare un'idea del contenuto di quest'opera monumentale - costituita da 35 volumi, 14.000 pagine! - è opportuno suddividere la Nuova Rivelazione in tre parti:

1) la parte più importante e più ampia riguarda il messaggio di salvezza e di amore rivolto all'uomo di oggi che vive lontano da Dio e dai valori religiosi, completamente immerso nella vita materiale;
2) la seconda parte concerne le straordinarie conoscenze scientifiche - fisica atomica, antropologia, astronomia, astrofisica - che solo oggi la scienza moderna sta scoprendo e confermando;
3) l'ultima parte è quella delle profezie: vengono previste catastrofi di immane portata che si abbatterebbero sull'umanità proprio in questa nostra epoca.

Per quanto riguarda il messaggio di salvezza per l'umanità, esso si riallaccia direttamente al Vangelo, mettendo in luce aspetti che erano rimasti oscuri o non manifesti, e trasmettendo un insegnamento che finalmente l'uomo del duemila è in grado di capire. In ben seimila pagine il Signore riconsegna all'umanità la versione integrale del Vangelo, narrando tutto quello che Lui Stesso ha insegnato e operato nei tre anni della Sua predicazione.

La seconda parte, riguardante le conoscenze scientifiche, fu quella meno compresa da Lorber stesso e causò molto scetticismo intorno a lui: come poteva un uomo del 1800 capire il senso del doppio carattere della luce - ondulatorio e corpuscolare -, la vibrazione degli atomi, le onde elettromagnetiche, accettare l'esistenza di innumerevoli universi costituiti da miliardi di galassie e da miliardi di soli e pianeti con forme di vita, sentirsi spiegare come funziona il cervello umano ecc.

L'ultima parte concerne i messaggi più inquietanti che riguardano l'umanità di oggi. Lorber parla di "periodo di purificazione", con milioni di persone che moriranno per fame, inondazioni, terremoti ed epidemie a causa di un vuoto di fede creatosi in seguito al materialismo e all'ateismo imperanti. Lorber ha previsto ed esattamente descritto tutto quello che oggi stiamo vivendo: inflazione e disoccupazione, carestie e distruzione dell'ambiente naturale, inquinamento dei mari, dei fiumi e di tutte le acque, inquinamento dell'aria e dell'atmosfera, malattie come conseguenza di questo inquinamento, catastrofi naturali. Nella Nuova Rivelazione è predetta l'epoca in cui tutto questo accadrà: è scritto che dal tempo in cui Gesù visse sulla Terra (aveva 31 anni)al tempo delle catastrofi sarebbero passati poco meno di duemila anni.
Ma il messaggio finale degli scritti profetici è che dopo queste catastrofi, precedute da una forte chiamata del Signore ad un generale risveglio spirituale, ci sarà una Nuova Epoca: gli uomini che crederanno in Cristo vivranno l'amore fraterno e altruistico illuminato dalla Presenza vivente del Signore. 

sabato 21 marzo 2015

IL DANTE ESOTERICO




Concepito come il percorso iniziatico di uomo alla ricerca delle sue origini e dunque sulla Via del ritorno, quello della Divina Commedia è un linguaggio simbolico che cela segreti universali che riecheggiano ancora nei versi del Sommo Poeta.

di Maria Grazia Lopardi

La Divina Commedia è un testo iniziatico-alchemico? Possiamo ravvisarvi il mezzo attraverso cui Dante, il Sommo Poeta, volle codificare le sue conoscenze e la sua sapienza come altri prima di lui fecero?

“O Voi che avete gl’intelletti sani
mirate la dottrina che s’ asconde
sotto il velame delli versi strani”

Così si rivolge Dante al suo uditorio privilegiato capace di comprendere un insegnamento che si nasconde sotto il velo dei suoi versi, una dottrina che non è per tutti, ma solo per gli iniziati, per coloro che, appunto, hanno “gli intelletti sani”.
Una medaglia conservata a Vienna recante l’immagine di Dante e la scritta F.S.K.I.P.F.T. è stata interpretata come “Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius” e vista come la verifica storica dell’appartenenza del poeta all’ordine dei Fedeli d’Amore, o Fede Santa, associato a quello dei Templari, ma la sua opera parla da sola e indica il cammino della trasmutazione dell’essere umano che la Divina Commedia illustra. Dante compie il suo viaggio durante la settimana santa, all’equinozio di primavera, quando gli antichi misteri celebravano una morte e una rinascita, nella natura che esce dal gelo e nell’uomo-Dio vincente sulla cristallizzazione della materia: il candidato ai misteri, colui che ha acquisito consapevolezza di trovarsi in una dimensione pesante e innaturale per il figlio della luce, in una selva oscura e di aver smarrito la retta via, viene spinto a volgere gli occhi in alto, verso la montagna, simbolo del percorso iniziatico, dalla quale verrà l’aiuto. Tre bestie tuttavia gli sbarrano la strada allorché si accinge ad affrontare la dura salita: esse rappresentano la natura bestiale dell’uomo da purificare e trasmutare in un cambiamento radicale di coscienza, in cui si sostanzia la morte iniziatica con l’abbandono dell’immedesimazione nelle energie dell’ego. Prima di salire, Dante inizia un percorso che lo conduce verso il basso, negli inferi interiori, nelle regioni oscure dell’inconscio dove c’è il ribollente magma del rifiuto, l’ombra in cui energie maligne e distorte si agitano richiamando la sua attenzione. Il messaggio è noto alla tradizione: anche Enea nel VI canto dell’Eneide e Maometto in un testo islamico, di appena ottanta anni prima di Dante, compirono viaggi notturni attraverso un inferno che necessariamente precede la salita alle sfere, perché l’uomo deve svelare i suoi meandri più oscuri e negletti per permettere alla luce della coscienza di dissolvervi le tenebre, proprio come suggeriscono gli ermetisti: “Visita interiora tua (o terrae), rectificando invenies occultum lapidem”.

L’Inferno






Nel susseguirsi di personaggi che popolano l’inferno, Dante passa in rassegna le oscure tendenze dell’anima umana, quelle che le impediscono di volare, che lo rendono dualistico e privo d’integrità. Con umana compassione, l’iniziato sul cammino osserva senza giudizio ogni moto della sua anima, traendone il messaggio e davanti alla sua coscienza sfilano tutte le potenzialità inespresse e represse, tutti gli stati d’esistenza di un passato remoto, occultato nell’intimo e proiettato, come un fardello di altri, sull’intero creato.
Come negli antichi misteri, una guida accompagna il candidato: per Dante è Virgilio che già aveva offerto a Enea il ramo d’oro di Eleusi, a simbolo di resurrezione e immortalità, perpetuato nel cristianesimo nella palma della domenica che precede Pasqua, e in massoneria nell’acacia. La guida rappresenta la coscienza dell’uomo dialettico, la ridestata consapevolezza della necessità di raddrizzare le vie del Signore, come diceva il Battista, di compiere un processo di morte e rinascita, per recuperare una condizione divina che spetta per diritto ereditario e di cui il candidato ai misteri avverte una grande nostalgia che funge da pungolo: in una serie incessante di prese di coscienza, penetrando la natura umana, disgregandone la sua apparente compattezza sotto l’azione del calore infernale del crogiolo alchemico, Dante realizza l’opera al nero, la nigredo. Nelle profondità del suo abisso interiore, lo attende Lucifero, la sorgente energetica dell’ego dialettico che, come il minotauro nel labirinto, deve essere affrontato dall’eroe solare che diviene consapevole di essere dominato da forze che lo governano, plasmando la sua fallace personalità in cui si immedesima, ma che lo separa dall’integrità del suo vero essere. Abbandonati i pre-giudizi e smascherando il suo programma interiore originato da karma, educazione ed esperienze, l’iniziato sa che il sistema elettromagnetico che lo alimenta deve essere spento, un nuovo cielo e una nuova terra devono apparire. Per questo Dante, nel profondo del suo inferno, incontra Lucifero a tre facce: una nera, una bianca e una rossa, i colori dell’alchimia, perché anche le energie luciferine si convertiranno con il compimento della Grande Opera: “… conviene che di fortezza t’armi”, gli consiglia Virgilio mentre Dite-Lucifero, con le sue ali tutto ghiaccia, perché tale è la sua azione cristallizzante e Dante così descrive la sua morte iniziatica: “… io non morì, e non rimasi vivo”. Ormai le energie luciferine sono domate, Virgilio e il poeta si aggrappano a Lucifero per uscire dall’inferno, vale a dire che la stessa natura dialettica, vinta dalle energie divine, diviene lo strumento per riscattare l’uomo. Non a caso Dante, volgendo lo sguardo indietro, vede Lucifero capovolto, evidente simbolo della conversione che avviene quando nel bacino dell’iniziato (raggiunto dalla luce entrata nel suo sistema attraverso il cuore) Cristo e Lucifero domato, qual unico flusso di energia, risalgono lungo il canale del serpente, lungo la spina dorsale realizzando l’abito di luce, il manto d’oro delle nozze. L’inferno finisce con il verso “… e quindi uscimmo a riveder le stele”, la stella che appare nell’athanor alchemico dopo il fetore della sostanza sotto l’effetto del fuoco che la sollecita.

Il Purgatorio
“Per correr migliori acque alza le vele
ormai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sè mar sì crudele;
e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al cielo diventa degno”.
Inizia così il Purgatorio, la fase alchemica dell’albedo, della purificazione, della caduta delle scorie sotto l’effetto del fuoco, in cui è finalmente possibile intraprendere la salita alla montagna che a ogni passo porta al distacco dai valori del piano orizzontale e alla conquista della libertà. Con Casella, Dante vede quanto leghi la stessa bellezza della terra, con Manfredi scopre l’effetto dei rancori, con Jacopo del Cassero constata come i ricordi possano pietrificare l’anima, con Bordello è la polemica politica a legare. Insomma con i personaggi mano a mano incontrati, Dante scorge i suoi legami interiori da sciogliere per aspirare alla libertà.
All’ingresso, un angelo su tre gradini, ancora una volta con i tre colori dell’opera alchemica, lo segna sulla fronte come i salvati dal Signore di biblica memoria: sette “P” sono tracciate sulla sua fronte, i sette peccati capitali come sostiene la critica, comunque sette ostacoli da sciogliere nel processo di purificazione per rendere possibile la visione, l’apertura del terzo occhio, l’accensione del candelabro dai sette bracci. Solo con il passaggio per le sette cornici – come i sette gradini dei misteri mitriaci e massonici – Dante può essere idoneo agli stati superiori dell’essere, alla trasformazione più radicale che lo porterà dal piombo all’argento e quindi all’oro. Nel ricevere i doni delle sette forze dello Spirito, superando le prove a esse connesse, Dante purifica il suo essere e il suo fardello si alleggerisce preparandosi a una frequenza vibratoria superiore. La scala a sette gradini suggerisce altrettanti livelli d’iniziazione: la guida è ancora Virgilio, perché il suo strumento più elevato è la mente illuminata che lo induce a neutralizzare i legami con il mondo, senza reprimerli, vigilando, osservandoli obiettivamente, come Dante appunto fa con i personaggi che incontra. Staccarsi dalle abitudini del sangue, dai pregiudizi, dal sentimentalismo oscurante, costituisce la base per quella trasformazione fondamentale che porta l’iniziato a liberare la vera facoltà del pensiero, a realizzare l’iniziazione di Mercurio, del potere del pensiero che porterà alla conoscenza di prima mano, alla vera saggezza. A Mercurio segue Venere, fonte di amore che guida l’iniziato a porsi al servizio di Dio per compassione verso il mondo. La Gnosi penetrata nel sistema del candidato ai Misteri conquista i santuari della testa e del cuore, ma ora i nuovi potenziali sviluppati devono essere concretizzati al servizio del piano divino, attraverso una forte volontà nella quale si esprima la potenza creatrice, il fiat lux: è l’iniziazione di Giove, il dio del fuoco, del mago che tutto può perché saggio, pieno d’amore e fornito di volontà divina, è il sacerdote che collega le terra al cielo e che ripristina il piano divino. Quando non vi è purificazione e non viene compiuto il giusto procedimento alchemico, si rischia di divenire maghi luciferini che hanno acquisito poteri per accrescere il proprio ego e non per eseguire la volontà di Dio. Non a caso, nella fase dell’albedo, gli alchimisti pongono la prova del drago, dell’anima liberata dal corpo che si trova ad affrontare una forza tremenda pronta a destarsi per prendere il sopravvento e imprigionare l’anima, se solo l’attenzione dell’iniziato si indebolisce, soggiogata dagli antichi legami: il rischio di tale fase è di perdersi nell’ingannevole mondo tenebroso, nel divenire operatori dell’occulto, al servizio di Lucifero.

La forza saturnina
Il processo continua il suo sviluppo sotto l’effetto del fuoco dello Spirito: ora è Saturno, responsabile del processo di cristallizzazione della struttura fisica, a essere dominato per lasciare il posto al nuovo Saturno che, dopo aver eliminato con la falce gli impeti passionali della vita inferiore, le forze della personalità dialettica, segna il passaggio tra una vecchia e una nuova dimensione. Dal nuovo Saturno, nascerà l’uomo celeste. Aperta la porta di Saturno al limite della dimensione dialettica, l’uomo divino inizia a manifestarsi e diviene esso stesso sorgente d’amore, di un amore impersonale che abbraccia l’intera umanità. Nel Purgatorio, dunque, l’iniziato domina gli aspetti inferiori dei pianeti, per consentire a quelli superiori di manifestarsi, al fine di conseguire il Paradiso. Alla settima cornice Dante attraversa un cerchio di fuoco (in greco pur), estrema prova di purificazione possibile solo per chi ha già compiuto un graduale, consapevole processo di liberazione dell’anima dai legami della materia. L’iniziato è pronto per la Gnosi: “…tra Beatrice e te è questo muro”, dice Virgilio. Con il supremo sforzo di volontà, spinto dal desiderio del divino, Dante realizza l’albedo, l’opera al bianco: “Non aspettar mio dir più nè mio cenno: libero, dritto e sano è il tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: per ch’io te sovra te corono e mitrio”. La creatura già in balia del karma e di autorità esteriori, diviene rex pontifex, Cavaliere Kadosh che riunisce in sé corona e mitra, potere temporale e spirituale, per cui è libero e finalmente responsabile, capace di ascoltare la saggezza che può acquisire solo l’anima, non più condizionata dai legami della materia, grazie alla luce divina che non incontra più ostacoli nell’inondare l’intero essere trasformato. Ora Dante incontra Beatrice, di cui darà la definizione nel VII canto del Paradiso: “… il santo rivo ch’esce da fonte onde ogni Ver deriva”. È la Gnosi, l’intelligenza dei trovatori, la donna, la sapienza divina, la luce di Dio, la Grazia. Il viaggio per il Purgatorio è concluso e l’iniziato è “…rifatto sì come piante novelle rinnovellate di novella fronda, puro e disposto a salir alle stele”. “Novelle, rinnovellate, novella”, una triplice esaltata sottolineatura dell’Uomo Nuovo che è nato dalla vecchia natura, ormai nel fondo dell’athanor.
“Nel ciel che più della sua luce prende fu’ io…”, qui Dante si sente trascendere i limiti della condizione umana e s’innalza attraverso la sfera del fuoco. L’iniziato oltrepassa la natura umana, è rinato nella luce nella quale fissa lo sguardo: la trasfigurazione è compiuta e, non a caso, il poeta passa nel cielo della luna, simbolo alchemico della fase al bianco.
In questo passaggio l’iniziato richiama l’attenzione di chi è in grado di comprendere il suo discorso:
“O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi di ascoltar, seguìti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, chè, forse,
perdendo me, rimarreste smarriti”.

Il Paradiso






L’esperienza del Paradiso è per pochi ed è necessariamente coperta dal segreto iniziatico, essendo del tutto straordinaria. Inizia la fase culminante dell’opera alchemica: la rubedo. Dante rivolge la sua preghiera al dio sole Apollo e, perennemente accompagnato dalla Luce divina, dalla Saggezza, da Beatrice, attraversa le sfere celesti corrispondenti a Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, alle stelle fisse, all’Empireo, viaggiatore tra mondi e dimensioni. Come nel Purgatorio i pianeti hanno rappresentato il loro aspetto inferiore di cui disfarsi, con la purificazione che consegue al distacco dal potere del pensiero egocentrico, responsabile primo della separazione da Dio, dall’amore umano che lega al mondo, dall’azione al servizio del mantenimento del mondo dialettico, dalla volontà guidata dall’egoismo e dal potere, dalla cristallizzazione del vecchio Saturno che chiude la porte all’energia divina, compiuto tale processo nel Paradiso gli stessi pianeti rappresentano le mutazioni legate al procedimento alchemico nella sua fase finale. Di sfera in sfera Dante passa in un processo di esaltazione ed estasi che spesso si esprime con momentanee cecità, con il sonno o con svenimenti, nel tentativo di spiegare a parole la trasformazione della coscienza sotto l’effetto del fuoco divino. Dal nuovo Mercurio nasce la capacità di cogliere il piano divino, di acquisire la conoscenza che è sapienza e saggezza. Dalla nuova Venere nasce la capacità d’indirizzare l’amore verso l’esterno, al servizio di Dio e del creato. Dal nuovo Marte nasce la volontà, riflesso di quella divina. Dal nuovo Giove nasce il sacerdozio, l’essere strumenti della luce realizzando la Giustizia secondo la volontà di Dio. Non a caso, nel cielo di Giove, Dante accusa il papa e si appella al primo verso del libro della sapienza: “… diligite iustitiam, qui iudicatis terram”, la M finale si trasforma in aquila, simbolo di quell’impero che ha la sua fonte nella mitica terra bianca, nel regno del prete Gianni, in Shamballa, per designarlo con nomi di diverse tradizioni. Il cielo di Saturno, degli spiriti contemplanti, esprime l’ingresso in una nuova dimensione, lì ove le forze cristallizzanti del vecchio Saturno non hanno accesso, si manifesta l’Uomo divino accolto da una scala d’oro, un ampio passaggio verso il compimento dell’opera. Nell’ottavo cielo delle stelle fisse, l’Uomo Nuovo appare in tutto il suo splendore, tanto che a Dante appare la Luce del Cristo: il sorriso di Beatrice, la forza irradiante della Gnosi diviene tale che Dante sviene, la sua coscienza non è più umana. Segue la visione della Vergine, dell’anima nuova di natura divina, è l’anima mundi degli alchimisti che genera l’essere divino e che è generata dalla personalità trasmutata nel procedimento alchemico. Il processo continua e, negli occhi di Beatrice, Dante scorge un punto luminosissimo: Dio circondato da nove cori angelici e oltre l’empireo, il cui splendore acceca: è il momento conclusivo della rubedo, la visione del Paradiso dove, nel fiume di acqua viva, appare la candida Rosa della più pura tradizione esoterica, il simbolo per eccellenza del divino, la meta agognata da ogni cercatore della Verità, cantata dai trovatori e cercata dai cavalieri, come il loto dell’oriente, espressione di una fioritura che, con lo stelo, attraversa le acque del divenire, per aprire i suoi petali alla luce del Sole. La rosa è fiorita lì dove i due bracci della croce umana si uniscono nell’unità. Beatrice lascia Dante accolto da S. Bernardo, colui che ha dato la regola all’ordine dei Templari, la coscienza divina che ormai guida l’iniziato e che gli consente di “ficcar lo viso per la luce etterna”, dove il lungo viaggio attraverso il molteplice si conclude con il ritorno all’unità: “nel suo profondo vidi che s’interna, ciò che per l’universo si squaterna”.
La natura umana, mortale e fallace si è trasformata nell’oro splendente del corpo di gloria della resurrezione.

IL VITRIOL



Uno dei simboli del V.I.T.R.I.O.L. , uno degli acronimi più in auge e più temuti dagli alchimisti. Da Daniel Stolcius von Stolcenberg, Viridarium Chymicum , Francfort 1624

L’acronimo V.I.T.R.I.O.L. al quale a volte si aggiungevano le due lettere V.M.. Le iniziali suddette stanno per: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem (Veram Medicinam), che vuol dire “Visita l’interno della terra, e rettificando (con successive purificazioni, ndr) troverai la pietra nascosta (che è la vera medicina)”.
Dietro VITRIOL (a volte rappresentato dal re Duenech) vi è da un lato il procedimento per arrivare al completamento dell’Opus che non può che partire dal minerale che si trova all’interno della Terra. D’altro canto vi è una sorta di invito a indagare la propria anima ed il proprio spirito per purificarsi che è un processo parallelo a quello della produzione della pietra filosofale.
Ritornando al significato letterale vi è ancora dell’altro da osservare. In epoca rinascimentale vi era un mito molto diffuso che riguardava la scoperta di qualcosa di ignoto che avesse significati profondi. Una di tali ambite scoperte era quella di una qualche tomba che contenesse dei manoscritti. Alcune di queste cose accaddero davvero, altre dettero origine a leggende e a pure e semplici invenzioni che nel campo dell’alchimia occorre sempre tenere presenti. Vi è ad esempio il caso del famoso alchimista Basilio Valentino del quale si scoprì un manoscritto nell’altare della chiesa di Erfurt; ma ve ne sono altri che ora non è il caso di indagare.
Quanto detto mi serve per introdurre la leggenda della scoperta della tomba di Ermete Trismegisto da parte di Apollonio di Tiana. In questo sepolcro, che altrove era stato descritto con una lapide di smeraldo, Apollonio avrebbe trovato un vecchio seduto su un trono che teneva in mano le famose Tavole smeraldine ed un libro che spiegava i segreti della creazione e della trasmutazione fino ad arrivare alla Pietra Filosofale. Queste storie quindi sarebbero legate allo scavare la terra per trovare la tomba nella quale si trova il grande Hermes, maestro di ogni conoscenza ermetica ed alchemica. Ed è proprio scavando la terra, con simbolismi che si intrecciano tra loro (cosa eccelsa per gli alchimisti) che si trova la materia prima dalla quale partire per realizzare l’Opus Magnum.

Il VITRIOL è poi anche un sale (ora diremmo acido) che è in grado di sciogliere l’oro (quel leone verde). E’ quindi un potente elemento in grado di provocare le trasformazioni più elevate. Più in dettaglio, riferendoci al disegno, troviamo in alto la fusione del Sole (maschio) con la Luna (femmina) dentro una coppa (acqua), cioè quella dello zolfo e del mercurio filosofici, sotto l’influsso dei pianeti Marte, Saturno (di color nero come la putrefazione), Venere, Giove e Mercurio (il quale ultimo ha particolare importanza perché è messo al centro, proprio sotto la coppa nella quale avviene la fusione di Sole e Luna; il Mercurio è l’Ermafrodita).

Al centro di tutto vi è un cerchio che dovrebbe rappresentare la pietra filosofale originata anche dai 4 elementi: coppa (acqua), fuoco (leone), aria (aquila a due teste), terra (la stella a sette punte). Immediatamente più in basso vi è un globo sormontato da una croce: si tratta del simbolo del vitriol che penetra nell’interno della terra dove avviene il lavoro di purificazione. In basso, a sinistra della stella, vi è un cerchio nel quale vi sono 7 piccoli oggetti; essi possono rappresentare i cinque metalli generati dai semi primi che sono i soliti zolfo e mercurio.
In basso, a destra della stella vi è un altro cerchio nel quale vi sono due anelli intrecciati; essi potrebbero aver riferimento al mito di Ouroboros o re serpente (da ouro che in copto vuol dire re e ob che in ebraico vuol dire serpente), il serpente che si mangia la coda (che simbolizza varie cose: la seconda solidificazione che segue la putrefazione; lo spirito universale che anima tutto, che ammazza tutto e che assume tutte le forme della natura, ciò che è tutto e niente; il mercurio poiché sia il mercurio che il serpente si trascinano una coda che gli serve per mantenere equilibrio; il passare degli anni ed il ritorno all’origine; origine della tintura filosofica bianca della Luna e di quella rossa del Sole; il ciclo della natura; il limite dell’oceano nella cosmogonia gnostica; …). Alla destra ed alla sinistra dei vari simboli vi sono delle mani benedicenti che indicano la necessità dell’approvazione divina all’Opus Magnum.


Altro simbolo del V.I.T.R.I.O.L. Da Basilio Valentino,
Azoth, Francfort 1613

Vediamo ora il secondo disegno. Partendo dall’esterno, il quadrato rappresenta i quattro elementi. Sullo spigolo in basso a sinistra di esso vi è la terra ed a destra l’acqua; in alto a sinistra vi è il fuoco (la salamandra) ed in alto a destra l’aria (l’uccello). Il triangolo dovrebbe rappresentare la terra che ha nei suoi tre vertici le tre componenti dell’uomo: anima, spirito e corpo. I piedi del corpo dell’alchimista sono piantati uno nella terra e l’altro nell’acqua mentre una sua mano sostiene una torcia (fuoco) e l’altra delle vesciche piene d’aria. Nella parte più alta del grande cerchio che rappresenta l’insieme delle trasformazioni, vi sono un paio di ali dispiegate che rappresentano la quintessenza. Naturalmente il corpo è nello spigolo diretto verso il basso mirato sul cubo della terra e verso il basso è diretta anche una punta della stella a sette punte, quella nera, della putrefazione, di Saturno. Le altre sei punte della stella riportano gli altri sei corpi celesti. Vi è una numerazione che indica la successiva maturazione della coscienza, il cammino verso la perfezione. Tra le punte della stella vi sono sette circoli, dentro ai quali sono rappresentate le trasformazioni alchemiche necessarie all’Opus che è al centro del disegno, il volto del Cristo che nelle intenzioni dovrebbe essere un alchimista. La prima trasformazione è quella della putrefazione che poi, attraverso i processi già più volte discussi (circolando in verso orario), portano alla resurrezione (osservo che l’unicorno, che non abbiamo mai incontrato, è uno dei modi per simboleggiare lo zolfo, il principio mascolino).

CONOSCENZA DEL SE’ O DI SE’?

Differenze e similitudini tra Daumal e Coomaraswamy

di Alberto de Luca


Il titolo, certamente per nulla originale, richiama subito alla mente il volume di René Daumal, che ne raccoglie gli scritti portati a termine a cavallo tra il 1939 e il 1941. Questi elaborati, sebbene con forme diverse, rappresentano dei momenti della ricerca estrema di Daumal incentrata su quella «conoscenza di sé», che egli mutua dalla tradizione indù. È dalla combinazione che si ottiene, assommando alla conoscenza del sanscrito di Daumal, la sua particolare disposizione nei confronti della tradizione indù, che si cercherà di addentrarsi nell’opera di uno dei sommi esponenti del «pensiero tradizionale» e per di più indù, Ananda Kentish Coomaraswamy. All’interno di questo «piano di lavoro», se sarà il caso, si evidenzieranno anche gli eventuali collegamenti tra i due autori. Dopo aver succintamente considerato Daumal, si passerà, pertanto, ad esaminare, almeno a grandi linee, l’opera di Coomaraswamy intitolata Atmayajna, ovverosia «il Sacrificio del Sé».Indubbiamente Daumal fu un attivo cercatore di quell’«intuizione dell’Assurdo come Esperienza metafisica», che per lui si traduce in una necessità ineluttabile di conoscenza concreta, vale a dire vissuta. Egli, infatti, cerca, o meglio vuole scoprire un metodo empirico di verifica di una dottrina metafisica. In quest’ottica vanno, quindi, letti i suoi tentativi di «anticipazione della morte» oppure di sdoppiamento – non solo psicologico ma, come dicono i teosofi, anche «astrale» – coadiuvati dal tetracloruro di carbonio. Un «metodo» questo usato anche da altre figure del Novecento, tra cui Julius Evola, con il quale Daumal può condividere anche la «passione» per la montagna. Oltre che rilevare, senz’ombra di dubbio, il conato esperienziale di Daumal verso l’aldilà, va anche onestamente segnalato un certo paradosso che in questo periodo lo contraddistingue e che si palesa nel tentativo, per l’appunto, di verificare sperimentalmente, tramite l’uso di mezzi indotti ed esterni, un che di metafisico. Si può pensare che certamente sia possibile che la voglia giovanile accompagnata dalla naturale impazienza, porti a sacrificare i mezzi in favore del fine e quindi sarebbe del tutto scusabile sotto questo profilo, ma indubbiamente si può affermare che Daumal mai mosse da una posizione autenticamente tradizionale. Infine, da un punto squisitamente personale, si è diffidenti verso le avanguardie storiche, sebbene siano queste il più delle volte a determinare il successivo sviluppo. Con altrettanta solerzia, bisogna, però, anche ricordare che questo periodo verrà poi superato e sublimato dallo stesso Daumal, dopo aver incontrato gli scritti di Guénon, ma, ancor di più, grazie all’incontro di qualcuno che lo portò verso un insegnamento «di tipo orientale», sostanzialmente debitore di Gurdjeff. Sarà da quel momento, infatti, che egli abbandonerà il ricorso ai tentativi indotti (cfr. l’intervento di Giovannini su Daumal apparso nel numero 26 di Letteratura e Tradizione) di sperimentare la morte tramite l’asfissia, per apprezzare soltanto i metodi tradizionali di risveglio alla sua vera natura. Egli inizierà, pertanto, una severa e rigorosa disciplina interiore che costituirà « la Grande Opera di una lenta e faticosa alchimia interna» e che gli permetterà di vedere il mondo «caotico, larvale ed illusorio» che lo circonda.Finora, si può dire, dunque, che a Daumal difetti la certezza del credo e perciò necessiti di una prova per credere. È qui, forse, la distanza da Guénon come anche da altri esponenti tradizionali, ragion per cui solo latamente Daumal può essere iscritto a ciò che si definisce, consuetudinariamente, il «mondo della Tradizione» – ammesso che questa appartenenza potesse aver interessato l’autore al tempo. Più correttamente, egli appartenne al cosiddetto «esoterismo surrealista», basato sull’automatismo psichico, sulle pratiche analitiche di svelamento di sé, sulla trance della «mezza morte» e contraddistinto, in ognuno dei suoi appartenenti, da una volontà demiurgica di costruirsi la propria anima. Sulle parole di Claudio Rugafiori che afferma che per la prima e unica volta nella sua vita, Daumal diventa «direttore di coscienza», si incarica non di convincere ma di trasmettere, di sorvegliare e guidare i primi passi nell’apprendimento, sinceramente, si nutre qualche dubbio vista la vasta possibilità di ecome fungere da guida per qualcuno: forse precisando maggiormente il campo di applicazione di detta funzione qualche perplessità di diraderebbe. Rimane, infatti, per chi scrive una certa diffidenza generica nei confronti di qualsiasi attività demiurgica dell’uomo.La sua padronanza del sanscrito lo consegna, però e forse inconsapevolmente, ad essere figura di rilievo per tutti coloro che, in Occidente e a quel tempo, si avvicinavano all’Induismo, chi da posizioni spiritualistiche e chi da posizioni autenticamente tradizionali. In questo senso, le sue traduzioni di alcune Upanisad costituiscono un autentico ponte tra Oriente e Occidente. Soltanto le traduzioni però, poiché si ritiene che la sua ricerca individuale troppo particolare ed eccezionale non possa essere presa ad esempio da altri. Per spiegare, infatti, la particolarità di Daumal forse aiuterebbe un esempio visivo legato alla montagna che egli tanto amò. Se l’Assoluto potesse essere raffigurato come la cima di un monte, si potrebbe scorgere anche sui suoi fianchi dei sentieri che lo risalgono in vista della cima. Essi appaiono come tortuosi e lenti, ma sufficientemente sicuri. Sarebbero le Vie tradizionali all’Assoluto. Esiste, però, anche la possibilità di raggiungere la vetta, al di fuori dei sentieri, praticando del «fuori-strada» insomma – una arrampicata in verticale ad esempio -, e nessuno potrà mai dire di quest’ultima possibilità, che essa non permetta di arrivare sino in cima. L’unica cosa che si potrà effettivamente dire sull’argomento, è che essa sia pericolosa. Dove il pericolo è dato, allora, dalla possibilità concreta di smarrirsi, di non essere «accompagnato» ad ogni passo da un indicatore della direzione. Qualcuno al proposito potrà pensare di classificare queste due modalità, ripartendole agli uomini deboli e a quelli forti, che non necessiterebbero di alcun aiuto o indicazione. Sinceramente, non si pensa, però, che sia possibile procedere a questa classificazione, per la mancanza di un punto imparziale dal quale poter procedere alla formulazione di un tale giudizio di valore. L’unica cosa che si evince, è che la via di Daumal fu – come già si ha avuto modo di affermare – pericolosa e come tale non consigliabile, senza che ciò voglia dire giudicare il grado della sua realizzazione, che in via definitiva spettò solo a lui. Sul romanziere Daumal, però, nessun’altra parola se non quelle che lo encomino. In quest’ottica, infatti, egli va ringraziato – ad esempio – per la traduzione della Brhadaranyaka-Upanisad, che permise di leggere anche in lingua europea. Sono, infatti, dodici paragrafi di rara profondità, che condensano la metafisica e la spiritualità indù. Di questi, pare molto importante il paragrafo, in cui si legge che:


Colui che ha trovato se stesso, il cui essere si è risvegliato
sepolto nelle profondità di questa carcassa,
quello è attivo, quello è autore di tutto,
a lui il mondo – lui stesso è il mondo.


La meditazione che questi versi comportano, porta a gustare la realtà del Mistero, Mistero che è Presenza divina nell’uomo. Ora, per arrivare a sentire nel palato questa Presentificazione divina, è necessaria una previa autofagia da parte del meditante stesso, che si attua con il «sacrificio di sé» tramite la (Grande ) Guerra Santa – anche questa oggetto di un suo scritto contenuto nello stesso La conoscenza di sé. La sensazione gustativa coinciderà alla fine con la «conoscenza di sé», o meglio ancora del Sé, che si può esprimere fisicamente nell’atto di portare la lingua a sfiorare il palato, ricavandone l’ecceità, il hic et nunc dell’aura dello Spirito. Si tratta, come si vede, di una via remotionis, di un certamencontro le bassezze dell’anima umana, giacché quest’ultima ha volto il suo sguardo solo sull’involucro corruttibile della carne, confidando tutte le sue aspettative solo in questo mondo. Il pensiero tradizionale, invece, non vede nel mondo alcun valore e non vi basa le sue aspettative. Unica «opera» che possa dunque avere un valore è il distacco, l’abbandono, fino a giungere all’oblio del Sé – dove oblio è l’ultimo «nome» per Eckhart dell’«anima nobile» – oppure fino ad arrivare a «sedere nell’oblio», per dirla come Chuang-tzû.[1] Questa lotta spirituale richiama molto da vicino il concetto islamico di lotta contro l’anima-che-istiga-al-male e che viene reso appunto dalla locuzione di Grande Guerra Santa. Ma è un concetto, del resto, ben presente anche nella sigla ermetica VITRIOL, visita interiora terrae rectificando invenies occultum lapidem. E si potrebbe proseguire, fornendo tutte le analogie presenti anche in altre tradizioni, ma ciò devierebbe probabilmente dal presente obiettivo, che è il significato sublime della conoscenza di sé nella tradizione indù.

Una specie spuria di improbabile koan italiano potrebbe chiosare il tutto:


La conoscenza di sé, arriva dopo il sacrifico di sé.
Poi si conoscerà il Sé.


Con ben più competenza e dovizia di riferimenti, invece, Coomaraswamy dimostra, nel suoAtmayajna,[2] come colui-che-vuole-conoscere sia de facto l’oblazione nel sacrificio che lo porterà poi a conoscere se stesso. La mort du sacrifiant est en même temps sa delivrance, car le Soi est sa récompense, afferma l’accademico singalese, facendo vibrare quelle corde sottili di chi lo legge, poiché questi intuisce che per raggiungere quell’essere sepolto nelle profondità di questa carcassa deve per l’appunto abbandonare quest’ultima, che è la sede della sua egoità. Che un sacrificio reale sia poi una trasposizione macrocosmica di quello interiore, pare senza dubbio una conseguenza del tutto naturale e lo studio sopraccitato di Coomaraswamy ha il pregio di corroborarlo con un impianto di note e di riferimenti di alto livello. Lo studio del singalese – ma anche la stessa raccolta di Daumal, che qui si è considerata, come più in generale tutta la sua corrispondenza - tocca inevitabilmente, quindi, anche il concetto dell’«io-sono-colui-che-fa» (ahamkarâ), la qual cosa potrebbe essere resa pure con il temine arabo di al-ikhtiyâr – «libero arbitrio». Costituisce, infatti, un’implicazione irrinunciabile che il viaggio verso il centro di se stessi sia accompagnato da un crescente abbandono della propria egoità, proiezione illusoria in uno spazio euclideo di una traccia della Presenza divina. Non si potrebbe d’altronde capire come mai Coomaraswamy ribadisca più volte chec’est en fait à l’intérieur de nous que la déité est «cachée» (guhâ nihitam), c’est là que les rishis védiques la suivirent à la trace, c’est là, dans le coeur, que l’on doit «trouver» le Soleil caché» (sûryam gûlham), oppure che nous sommes alors la «montagne» en laquelle Dieu est «enseveli». Non sarebbe giusto e neppure corretto leggere questi ultimi paragrafi cercando di vedervi un richiamo al Dio monoteistico. Non lo è per il semplice fatto che non viene menzionato espressamente, ma non perché il sé in maiuscolo non rimandi alla nozione della Presenza di Dio all’interno di ogni essere umano. Sicuramente possibile e quanto mai doveroso è, invece, evidenziare il medesimo itinerarium di svuotamento o di kenosi in comune a tutte le tradizioni, che potrà dirsi compiuto soltanto quando ogni elemento psichico e morale sarà stato consumato. La lettura di Daumal porta quindi a scorgervi la volontà di seguire questo intinerarium, che, però, lui non completa con un ad Deos. Anche per il letterato francese si tratta di pulire lo specchio interiore, ma non si fa menzione alcuna che in esso debba riflettersi Dio. Qui, forse, la differenza e la distanza tra Coomaraswamy e Daumal, ammesso che il raffronto che si sta facendo tra il saggista e il poeta abbia un senso. Per il resto è sembrato corretto ed utile partire da Daumal, per cercare di approfondire sinteticamente Coomaraswamy. Indubbia è la differenza tra la tradizione indù e quelle abramiche, ove la «conoscenza del Sé» per il tramite della sentenza delfica diventa «chi conosce se stesso conosce il suo Signore» (man ‘arafa nafsa-hu ‘arafa rabba-hu), ma non si può fare a meno di ricordare che, comunque, al pari della sentenza dell’oracolo di Delfi anche quella islamica appena citata sono destinate a pochi e non alla moltitudine dei credenti. Proprio come quella della tradizione indù. Nello specchio dell’essere umano appare, quindi, il riflesso inverso della Verità, tanto che Ibn‘Arabî può dire:


Fa-anta maqlûbu-Hu Tu sei il Suo riflesso inverso.
Fa-anta qalbu-Hu Tu sei il Suo cuore.
Wa-Huwa qalbu-ka! Ed Egli è il tuo cuore!


Fino a che punto Daumal nel suo Guerra Santa oppure nei suoi altri interessanti lavori, sia stato conscio di quanto ora riportato dai versi ibnarabiani, francamente non è dato di saperlo e altrettanto sinceramente è una questione che interessò unicamente a lui. Rimane, di sicuro, la sua eccezionalità e la sua misteriosità: fino a quale punto, infatti, fu un cercatore piuttosto che uno smarrito? È riuscito Daumal ad essere come la pura coppa di cristallo, il cui colore cambia a seconda del liquido che contiene? O meglio, ha fatto suo il principio in base al quale il colore dell’amante è il colore dell’Amato? Ognuno lo potrà constatare solo meditandolo direttamente. La nullificazione dell’ego porta, comunque, alla conoscenza di sé, che sta alla base della conoscenza del Sé. L’uomo è certamente, dopo quanto finora si è detto, un essere duplice, duale, «a due sé» (dvyâtman), ossia un essere che possiede un io e il Sé conoscente, «presenza totale, indivisa nelle cose divise» e questo sicuramente Daumal lo aveva percepito. La particolarità della «teologia indù», infatti, risiede in una pura autologia (âtmâjñana), una scienza del Sé e di sé, nonché della loro discriminazione. Compito terreno dell’uomo sarà, allora, consumare entro di sé il «matrimonio sacro» (hieros gamos, daivam mithunam) tra, come scrisse Coomaraswamy, «il nostro io esteriore, attivo , femminile e mortale (e) il nostro Sé interiore, contemplativo, maschile ed immortale».[3] Dopo tutto quanto ha preceduto e che si è tentato di evidenziare, resta comunque inteso che il più elevato livello di illuminazione, conseguente alla nullificazione dell’ego, consiste nel testimoniare le creature e l’Assoluto come due aspetti di una Realtà o forse ancora meglio, affermando il tutto come una Realtà che si differenzia costantemente ed


[1] T.Isutsu, Sufism and Taosim, Tokyo, 1981.
[2] A.K. Coomaraswamy, La Doctrine du Sacrifice, Dervy, Parigi.
[3] Sembra interessante rilevare come l’esistenza (Werden) dell’essere umano sia contingente, mentre la coscienza che egli possiede dell’essenza (Wesen) sia valida ed indefettibile, ex tempore.

domenica 8 marzo 2015

L'Universo olografico



L’Universo è un’illusione?
Ricerche. Gli scienziati alle prese con il “paradigma olografico“

Stupefacenti scoperte nel campo della fisica potrebbero sconvolgere completamente le nostre convinzioni sulla natura dell’universo e della vita stessa, aprendo un ventaglio di possibilità mai ipotizzate prima d’ora.

Nel 1982 un’équipe di ricerca dell’Università di Parigi, diretta dal fisico Alain Aspect, ha condotto quello che potrebbe rivelarsi il più importante esperimento del 20° secolo. Aspect ed il suo team hanno infatti scoperto che, sottoponendo a determinate condizioni delle particelle subatomiche, come gli elettroni, esse sono capaci di comunicare istantaneamente una con l’altra indipendentemente dalla distanza che le separa, sia che si tratti di 10 metri o di 10 miliardi di chilometri. È come se ogni singola particella sapesse esattamente cosa stiano facendo tutte le altre. Questo fenomeno può essere spiegato solo in due modi: o la teoria di Einstein che esclude la possibilità di comunicazioni più veloci della luce è da considerarsi errata, oppure le particelle subatomiche sono connesse non-localmente. Poiché la maggior parte dei fisici nega la possibilità di fenomeni che oltrepassino la velocità della luce, l’ipotesi più accreditata è che l’esperimento di Aspect sia la prova che il legame tra le particelle subatomiche sia effettivamente di tipo non-locale.

David Bohm, noto fisico dell’Università di Londra, recentemente scomparso, sosteneva che le scoperte di Aspect implicavano che la realtà oggettiva non esiste. Nonostante la sua apparente solidità, l’universo è in realtà un fantasma, un ologramma gigantesco e splendidamente dettagliato. Ologrammi, la parte e il tutto in una sola immagine

Per capire come mai il Prof. Bohm abbia fatto questa sbalorditiva affermazione, dobbiamo prima comprendere la natura degli ologrammi. Un ologramma è una fotografia tridimensionale prodotta con l’aiuto di un laser: per creare un ologramma l’oggetto da fotografare viene prima immerso nella luce di un raggio laser, poi un secondo raggio laser viene fatto rimbalzare sulla luce riflessa del primo e lo schema risultante dalla zona di interferenza dove i due raggi si incontrano viene impresso sulla pellicola fotografica. Quando la pellicola viene sviluppata risulta visibile solo un intrico di linee chiare e scure ma, illuminata da un altro raggio laser, ecco apparire il soggetto originale. La tridimensionalità di tali immagini non è l’unica caratteristica interessante degli ologrammi, difatti se l’ologramma di una rosa viene tagliato a metà e poi illuminato da un laser, si scoprirà che ciascuna metà contiene ancora l’intera immagine della rosa. Anche continuando a dividere le due metà, vedremo che ogni minuscolo frammento di pellicola conterrà sempre una versione più piccola, ma intatta, della stessa immagine. Diversamente dalle normali fotografie, ogni parte di un ologramma contiene tutte le informazioni possedute dall’ologramma integro.

Questa caratteristica degli ologrammi ci fornisce una maniera totalmente nuova di comprendere i concetti di organizzazione e di ordine.

Per quasi tutto il suo corso la scienza occidentale ha agito sotto il preconcetto che il modo migliore di capire un fenomeno fisico, che si trattasse di una rana o di un atomo, era quello di sezionarlo e di studiarne le varie parti.

Gli ologrammi ci insegnano che alcuni fenomeni possono esulare da questo tipo di approccio.

Questa intuizione suggerì a Bohm una strada diversa per comprendere la scoperta del professor Aspect. Diversi livelli di consapevolezza, diverse realtà Bohm si convinse che il motivo per cui le particelle subatomiche restano in contatto indipendentemente dalla distanza che le separa risiede nel fatto che la loro separazione è un’illusione. Egli sosteneva che, ad un qualche livello di realtà più profondo, tali particelle non sono entità individuali ma estensioni di uno stesso "organismo" fondamentale.

Per spiegare la sua teoria Bohm utilizzava questo esempio: immaginate un acquario contenente un pesce. Immaginate anche che l’acquario non sia visibile direttamente ma che noi lo si veda solo attraverso due telecamere, una posizionata frontalmente e l’altra lateralmente rispetto all’acquario. Mentre guardiamo i due monitor televisivi possiamo pensare che i pesci visibili sui monitor siano due entità separate, la differente posizione delle telecamere ci darà infatti due immagini lievemente diverse. Ma, continuando ad osservare i due pesci, alla fine ci accorgeremo che vi è un certo legame tra di loro: quando uno si gira, anche l’altro si girerà; quando uno guarda di fronte a sé, l’altro guarderà lateralmente. Se restiamo completamente all’oscuro dello scopo reale dell’esperimento, potremmo arrivare a credere che i due pesci stiano comunicando tra di loro, istantaneamente e misteriosamente.

Secondo Bohm il comportamento delle particelle subatomiche indica chiaramente che vi è un livello di realtà del quale non siamo minimamente consapevoli, una dimensione che oltrepassa la nostra. Se le particelle subatomiche ci appaiono separate è perché siamo capaci di vedere solo una porzione della loro realtà, esse non sono "parti" separate bensì sfaccettature di un’unità più profonda e basilare che risulta infine altrettanto olografica ed indivisibile quanto la nostra rosa. E poiché ogni cosa nella realtà fisica è costituita da queste "immagini", ne consegue che l’universo stesso è una proiezione, un ologramma. Il magazzino cosmico di tutto ciò che è, sarà o sia mai stato

Oltre alla sua natura illusoria, questo universo avrebbe altre caratteristiche stupefacenti: se la separazione tra le particelle subatomiche è solo apparente, ciò significa che, ad un livello più profondo, tutte le cose sono infinitamente collegate. Gli elettroni di un atomo di carbonio del cervello umano sono connessi alle particelle subatomiche che costituiscono ogni salmone che nuota, ogni cuore che batte ed ogni stella che brilla nel cielo.

Tutto compenetra tutto. Sebbene la natura umana cerchi di categorizzare, classificare e suddividere i vari fenomeni dell’universo, ogni suddivisione risulta necessariamente artificiale e tutta la natura non è altro che una immensa rete ininterrotta. In un universo olografico persino il tempo e lo spazio non sarebbero più dei principi fondamentali.

Poiché concetti come la località vengono infranti in un universo dove nulla è veramente separato dal resto, anche il tempo e lo spazio tridimensionale (come le immagini del pesce sui monitor TV) dovrebbero venire interpretati come semplici proiezioni di un sistema più complesso.

Al suo livello più profondo la realtà non è altro che una sorta di super-ologramma dove il passato, il presente ed il futuro coesistono simultaneamente; questo implica che, avendo gli strumenti appropriati, un giorno potremmo spingerci entro quel livello della realtà e cogliere delle scene del nostro passato da lungo tempo dimenticato. Cos’altro possa contenere il super-ologramma resta una domanda senza risposta.

In via ipotetica, ammettendo che esso esista, dovrebbe contenere ogni singola particella subatomica che sia, che sia stata e che sarà, nonché ogni possibile configurazione di materia ed energia: dai fiocchi di neve alle stelle, dalle balene grigie ai raggi gamma. Dovremmo immaginarlo come una sorta di magazzino cosmico di Tutto ciò che Esiste.

Bohm si era addirittura spinto a supporre che il livello super-olografico della realtà potrebbe non essere altro che un semplice stadio intermedio oltre il quale si celerebbero un’infinità di ulteriori sviluppi. Poiché il termine ologramma si riferisce di solito ad una immagine statica che non coincide con la natura dinamica e perennemente attiva del nostro universo, Bohm preferiva descrivere l’universo col termine "olomovimento".

Affermare che ogni singola parte di una pellicola olografica contiene tutte le informazioni in possesso della pellicola integra significa semplicemente dire che l’informazione è distribuita non-localmente. Se è vero che l’universo è organizzato secondo principi olografici, si suppone che anch’esso abbia delle proprietà non-locali e quindi ogni particella esistente contiene in se stessa l’immagine intera.

Partendo da questo presupposto si deduce che tutte le manifestazioni della vita provengono da un’unica fonte di causalità che include ogni atomo dell’universo. Dalle particelle subatomiche alle galassie giganti, tutto è allo stesso tempo parte infinitesimale e totalità di "tutto". Il cervello è un ologramma capace di conservare 10 miliardi di informazioni…

Lavorando nel campo della ricerca sulle funzioni cerebrali, anche il neurofisiologo Karl Pribram, dell’Università di Stanford, si è convinto della natura olografica della realtà.

Numerosi studi, condotti sui ratti negli anni ‘20, avevano dimostrato che i ricordi non risultano confinati in determinate zone del cervello: dagli esperimenti nessuno però riusciva a spiegare quale meccanismo consentisse al cervello di conservare i ricordi, fin quando Pribram non applicò a questo campo i concetti dell’olografia. Il Dott. Pribram crede che i ricordi non siano immagazzinati nei neuroni o in piccoli gruppi di neuroni, ma negli schemi degli impulsi nervosi che si intersecano attraverso tutto il cervello, proprio come gli schemi dei raggi laser che si intersecano su tutta l’area del frammento di pellicola che contiene l’immagine olografica. Quindi il cervello stesso funziona come un ologramma e la teoria di Pribram spiegherebbe anche in che modo questo organo riesca a contenere una tale quantità di ricordi in uno spazio così limitato.

È stato calcolato che il cervello della nostra specie ha la capacità di immagazzinare circa 10 miliardi di informazioni, durante la durata media di vita (approssimativamente l’equivalente di cinque edizioni dell’Enciclopedia Treccani!) e si è scoperto che anche gli ologrammi possiedono una sorprendente capacità di memorizzazione, infatti semplicemente cambiando l’angolazione con cui due raggi laser colpiscono una pellicola fotografica, si possono accumulare miliardi di informazioni in un solo centimetro cubico di spazio.... ma anche di correlare idee e decodificare frequenze di ogni tipo.

Anche la nostra stupefacente capacità di recuperare velocemente una qualsivoglia informazione dall’enorme magazzino del nostro cervello risulta spiegabile più facilmente, se si suppone che esso funzioni secondo principi olografici. Non è necessario scartabellare attraverso una specie di gigantesco archivio alfabetico cerebrale perché ogni frammento di informazione sembra essere sempre istantaneamente correlato a tutti gli altri: un’altra particolarità tipica degli ologrammi.

Si tratta forse del supremo esempio in natura di un sistema a correlazione incrociata. Un’altra caratteristica del cervello spiegabile in base all’ipotesi di Pribram è la sua abilità nel tradurre la valanga di frequenze luminose, sonore, ecc. che esso riceve tramite i sensi, nel mondo concreto delle nostre percezioni.

Codificare e decodificare frequenze è esattamente quello che un ologramma sa fare meglio. Così come un ologramma funge, per così dire, da strumento di traduzione capace di convertire un ammasso di frequenze prive di significato in una immagine coerente, così il cervello usa i principi olografici per convertire matematicamente le frequenze ricevute in percezioni interiori.

Vi è una impressionante quantità di dati scientifici che confermano la teoria di Pribram, ormai, infatti, condivisa da molti altri neurofisiologi. Il ricercatore italo-argentino Hugo Zucarelli ha recentemente applicato il modello olografico ai fenomeni acustici, incuriosito dal fatto che gli umani possono localizzare la fonte di un suono senza girare la testa, abilità che conservano anche se sordi da un orecchio. È risultato che ciascuno dei nostri sensi è sensibile ad una varietà di frequenze molto più ampia di quanto supposto.

Ad esempio: il nostro sistema visivo è sensibile alle frequenze sonore, il nostro senso dell’olfatto percepisce anche le cosiddette "frequenze osmiche" e persino le cellule del nostro corpo sono sensibili ad una vasta gamma di frequenze.

Tali scoperte suggeriscono che è solo nel dominio olografico della coscienza che tali frequenze possono venire vagliate e suddivise. La realtà? Non esiste, è solo un paradigma olografico.

Ma l’aspetto più sbalorditivo del modello cerebrale olografico di Pribram è ciò che risulta quando lo si unisce alla teoria di Bohm. Perché se la concretezza del mondo non è altro che una realtà secondaria e ciò che esiste non è altro che un turbine olografico di frequenze e se persino il cervello è solo un ologramma che seleziona alcune di queste frequenze trasformandole in percezioni sensoriali, cosa resta della realtà oggettiva? Per dirla in parole povere: non esiste.

Come avevano lungamente sostenuto le religioni e le filosofie orientali, il mondo materiale è una illusione. Noi stessi pensiamo di essere delle entità fisiche che si muovono in un mondo fisico ma tutto questo fa parte del campo della pura illusione. In realtà siamo una sorta di "ricevitori" che galleggiano in un caleidoscopico mare di frequenze e ciò che ne estraiamo lo trasformiamo magicamente in realtà fisica: uno dei miliardi di "mondi" esistenti nel super-ologramma.

Questo impressionante nuovo concetto di realtà è stato battezzato "paradigma olografico" e sebbene diversi scienziati lo abbiano accolto con scetticismo, ha entusiasmato molti altri. Un piccolo, ma crescente, gruppo di ricercatori è convinto che si tratti del più accurato modello di realtà finora raggiunto dalla scienza. In un universo in cui le menti individuali sono in effetti porzioni indivisibili di un ologramma e tutto è infinitamente interconnesso, i cosiddetti "stati alterati di coscienza" potrebbero semplicemente essere il passaggio ad un livello olografico più elevato.

Se la mente è effettivamente parte di un continuum, di un labirinto collegato non solo ad ogni altra mente esistente o esistita, ma anche ad ogni atomo, organismo o zona nella vastità dello spazio, ed al tempo stesso, il fatto che essa sia capace di fare delle incursioni in questo labirinto e di farci sperimentare delle esperienze extracorporee, non sembra più così strano. Immaginarsi malati, immaginarsi sani.

Il paradigma olografico ha delle implicazioni anche nelle cosiddette scienze pure come la biologia. Keith Floyd, uno psicologo del Virginia Intermont College, ha sottolineato il fatto che se la concretezza della realtà non è altro che una illusione olografica, non potremmo più affermare che la mente crea la coscienza (cogito ergo sum). Al contrario, sarebbe la coscienza a creare l’illusoria sensazione di un cervello, di un corpo e di qualunque altro oggetto ci circondi che noi interpretiamo come "fisico".

Una tale rivoluzione nel nostro modo di studiare le strutture biologiche ha spinto i ricercatori ad affermare che anche la medicina e tutto ciò che sappiamo del processo di guarigione verrebbero trasformati dal paradigma olografico. Infatti, se l’apparente struttura fisica del corpo non è altro che una proiezione olografica della coscienza, risulta chiaro che ognuno di noi è molto più responsabile della propria salute di quanto riconoscano le attuali conoscenze nel campo della medicina.

Quelle che noi ora consideriamo guarigioni miracolose potrebbero in realtà essere dovute ad un mutamento dello stato di coscienza che provochi dei cambiamenti nell’ologramma corporeo.

Allo stesso modo, potrebbe darsi che alcune controverse tecniche di guarigione alternative come la "visualizzazione" risultino così efficaci perché nel dominio olografico del pensiero le immagini sono in fondo reali quanto la "realtà". Il mondo concreto è una tela bianca che attende di essere dipinta.

Perfino le visioni ed altre esperienze di realtà non ordinaria possono venire facilmente spiegate se accettiamo l’ipotesi di un universo olografico. Nel suo libro "Gifts of Unknown Things", il biologo Lyall Watson descrive il suo incontro con una sciamana indonesiana che, eseguendo una danza rituale, era capace di far svanire istantaneamente un intero boschetto di alberi.

Watson riferisce che mentre lui ed un altro attonito osservatore continuavano a guardare, la donna fece velocemente riapparire e scomparire gli alberi diverse volte.

Sebbene le conoscenze scientifiche attuali non ci permettano di spiegare tali fenomeni, esperienze come queste diventano più plausibili qualora si ammetta la natura olografica della realtà. Forse siamo tutti d’accordo su cosa esista o non esista semplicemente perché ciò che consideriamo "realtà consensuale" è stato formulato e ratificato ad un livello della coscienza umana nel quale tutte le menti sono illimitatamente collegate tra loro. Se ciò risultasse vero, sarebbe la più profonda ed importante di tutte le conseguenze connesse al paradigma olografico, implicherebbe infatti che esperienze come quella riportata da Watson non sono comuni solo perché non abbiamo impostato le nostre menti con le convinzioni atte a renderle tali. In un universo olografico non vi sono limiti all’entità dei cambiamenti che possiamo apportare alla sostanza della realtà perché ciò che percepiamo come realtà è soltanto una tela in attesa che noi vi si dipinga sopra qualunque immagine vogliamo.

Tutto diviene possibile, dal piegare cucchiai col potere della mente, ai fantasmagorici eventi vissuti da Carlos Castaneda durante i suoi incontri con don Juan, lo sciamano Yaqui descritto nei suoi libri. Tutto questo non sarà né più né meno miracoloso della capacità che abbiamo di plasmare la realtà a nostro piacimento durante i sogni.

Tutte le nostre convinzioni fondamentali dovranno essere riviste alla luce della teoria olografica della realtà.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Licenza Creative Commons
Enuma Elish diDario Sumer è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.