venerdì 17 aprile 2015

Il viaggio nel tempo dalla mitologia antica alla scienza moderna

Il viaggio nel tempo è sempre stato uno degli argomenti che più ha intrigato il genere umano sin dall'antichità. In epoca contemporanea, è il soggetto di numerosi romanzi e soggetti di fantascienza. Sebbene siano in molti a pensare che il viaggio nel tempo sia semplicemente assurdo, alcuni degli scienziati più brillanti del nostro tempo credono che un giorno possa diventare realtà.
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Che cosa è il tempo? Quando nessuno me lo chiede, lo so; ma se qualcuno me lo chiede e voglio spiegarglielo, non lo so!

Con questa lapidaria affermazione, Agostino d’Ippona, filoso e teologo del 6° d.C., ammetteva la difficoltà della filosofia nel comprendere un concetto così sfuggevole come il tempo.

Ma non è solo la filosofia a dover fare i conti con questa difficoltà. Quando Albert Einstein, con la sua Teoria della Relatività, ha rivelato che il tempo è una dimensione della realtà insieme allo spazio, i fisici hanno cominciato a studiarne la natura, scoprendo sempre più che si tratta di una nozione che spesso travalica la comprensione umana dell’Universo.

Soprattutto perchè le equazioni di Einstein suggeriscono che il tempo non è una dimensione assoluta, ma relativa. Il fisico tedesco comprese che quanto più un oggetto si muove a velocità vicine a quelle della luce, tanto più il suo tempo relativo rallenta. Per spiegare questo fenomeno, è utile conoscere la storiella dei due gemelli.

Dopo che il tempo ha assunto la dignità di dimensione, molti scienziati si sono chiesti se, come per lo spazio, sia possibile spostarsi al suo interno, andando indietro nel passato o avanti nel futuro. I numerosi paradossi legati all’ipotetico viaggio nel tempo hanno, però, convinto i più a ritenere che questa possibilità sia semplicemente impedita a causa della struttura intima dell’universo.

Eppure, diversi fisici teorici si dicono convinti del contrario. Secondo costoro, un giorno l’umanità sarà in grado di spostarsi nel tempo sia nel passato che nel futuro, con tutti i problemi etici che ciò comporta. Quali sarebbero le conseguenze di una qualsiasi alterazione del passato e quali effetti avrebbero sul futuro. Chi avrebbe accesso a tale tecnologia, in pratica avrebbe il potere di modificare la storia.


Il viaggio nel tempo nella mitologia antica


Sebbene quello del viaggio nel tempo sembra essere un tema solo appannaggio della fantascienza e della fisica teorica, molti testi antichi fanno riferimento a tale possibilità.

La mitologia indù fa riferimento alla storia del re Raivata Kakudmi, il quale viaggia nel tempo per incontrare Brahma, il creatore del mondo. Anche se il viaggio non fu molto lungo, quando Kakudmi ritornò sulla Terra era no trascorsi 108 yuga (uno yuga si pensa rappresenti circa 4 milioni di anni umani e 12 mila anni divini). La spiegazione che Brahma diede a Kakudmi fu che il tempo scorre in modo differente sui diversi piani dell’esistenza.

Allo stesso modo, ci sono riferimenti al viaggio temporale anche nella tradizione cristiana, in quella che viene chiamata la storia dei Sette Dormienti di Efeso. La vicenda narrata principalmente nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, da Gregorio di Tours e da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum.

Durante la persecuzione dei cristiani promossa dall’imperatore Decio nel 250, sette giovani cristiani di Efeso furono chiamati davanti ad un tribunale a causa della loro fede. Essi, rifiutando di sacrificare agli idoli pagani, furono condannati ma momentaneamente rilasciati.

Per evitare nuovamente l’arresto si nascosero in una grotta sul monte Celion. Scoperti dai romani, vennero murati vivi nella grotta stessa. I sette giovani si addormentarono nella loro prigione nell’attesa della morte.

Quando i giovani furono risvegliati da un gruppo di muratori che, sfondata la parete, volevano costruire un ovile, si resero conto che erano trascorsi duecento anni. Tornato ad Efeso, scoprirono con stupore che il Cristianesimo non solo era ormai tollerato, ma era divenuto persino la religione dell’Impero. Uno dei giovani, preso per pazzo, venne poi creduto quando il vescovo e i cittadini salirono alla grotta avvalorando il racconto.

La vicenda dei dormienti non è esclusiva del mondo cristiano. Anche nell’Islam essa ha un ruolo centrale, tanto che il racconto dà il titolo ad una sura del Corano, la diciottesima, detta Sura della Caverna. La storia presenta qualche differenza rispetto a quella cristiana. I giovani, cercando di sfuggire alla persecuzione, sotto la guida di Dio, i giovani ripararono in una grotta dove Dio li mise a dormire. Al loro risveglio, gli uomini si resero conto che erano passati 309 anni.

Un altra narrazione è contenuta nella leggenda giapponese di Urashima Taro, il quale si tramanda avesse visitato il palazzo sottomarino del Dio Dragone Ryujin. Urashima vi rimase per tre giorni, ma quando tornò in superficie si rese conto che erano passati 300 anni.

Infine, nel testo buddista Pali Canon si apprende che nel paradiso dei trenta Deva (il luogo degli Dei), il tempo scorre con un ritmo diverso, dove cento anni terrestri corrispondono ad un solo giorno per gli dei. Una concezione simile del tempo è contenuta anche nella Bibbia ebraico-cristiana, dove nel Salmo 89/90 si legge che agli occhi di Dio mille anni sono come il giorno di ieri che è passato.


La ‘mitologia’ contemporanea e la scienza moderna


Probabilmente, una delle storie recenti più note in occidente sul viaggio nel tempo è quella del cosiddetto Esperimento di Philadelphia, al quale abbiamo dedicato un post qualche tempo fa [Philadelphia Experiment: storia di un insabbiamento riuscito a metà].

L’esperimento avrebbe avuto luogo nel 1943, con lo scopo di rendere invisibile un’intera nave da guerra ai radar nemici. Tuttavia, gli esiti dell’esperimento furono di tutt’altra natura. La nave, la USS Eldridge, non solo scomparve fisicamente dal porto di Philadelphia, ma fu teletrasportata a Norfolk, compiendo un balzo indietro nel tempo di 10 secondi.

Quando la nave apparve di nuovo, alcuni membri dell’equipaggio furono trovati fisicamente fusi alle paratie della nave, molti svilupparono disturbi mentali, altri scomparvero definitivamente e altri ancora affermarono di essere stati chi nel passato e chi nel futuro.

Nel 1960 si riporta un altro caso interessante, riguardante lo scienziato Pellegrino Ernetti, il quale sostenne di aver inventato un dispositivo capace di vedere eventi del passato, il cosiddetto Cronovisore. Lo sviluppo di questa tecnologia si basava sulla teoria che tutto ciò che accade nell’Universo lasci una traccia energetica dietro di sé che non potrà mai essere distrutta. Il dispositivo di sua ideazione sarebbe stato in grado di rilevare, ingrandire e convertire questa energia in un’immagine, qualcosa di simile ad un televisore che mostra eventi del passato.

Abbiamo riportato del cronovisore in un post dedicato al recente annuncio da parte di uno scienziato iraniano, Ali Razeqi, amministratore delegato dell’Iranian Centre for Strategic Inventions, il quale sostiene di aver inventato un dispositivo in grado di vedere dai 3 ai 5 anni nel futuro. Curiosamente, il suo annuncio è sparito da internet poche ore dopo la sua pubblicazione.

Passando al 2004, Marlin Pohlman, uno scienziato e ingegnere, ha fatto domanda per brevettare un dispositivo in grado di distorcere la gravità e causare uno spostamento temporale. E solo l’anno scorso, Wasfi Alshdaifat ha depositato un brevetto per una macchina capace di comprimere e dilatare il tempo, fenomeno che a suo dire potrebbe essere usato per spostarsi nel tempo.

Il fisico Ronald Mallett Lawrence dell’Università del Connecticut sta lavorando al concetto di viaggio nel tempo da alcuni anni, basandosi sulle ricadute della teoria della relatività di Einstein. Egli è assolutamente convinto che sia possibile spostarsi nel tempi, anche se non sarà possibile prima della fine di questo secolo. Anche il fisico delle particelle Brian Cox concorda su tale possibilità, ma crede sia possibile spostarsi sono in una direzione.

Insomma, il viaggio nel tempo, così come in passato, continua ad appassionare e suggestionare numerosi uomini di scienza e inventori. Verrà il giorno in cui l’umanità saprà muoversi nel tempo? E se qualcuno dal futuro è già tornato indietro modificando il nostro passato?

I misteriosi creatori delle Teste di Lydenburg

Nel 1957, un giovane ragazzo trovò i pezzi di alcune misteriose sculture mentre giocava sul campo nella fattoria di suo padre, vicino Lydenburg, in Sud Africa. Nel corso degli anni, i reperti recuperati hanno permesso la ricostruzione di sette maschere, le quali rappresentano l'unica forma di scultura antica finora rinvenuta nell'Africa australe.



Nel 1957, Ludwig von Bezing era un ragazzo di più o meno dieci anni quando scoprì i primi pezzi di quelle che sono conosciute come Teste di Lydenburg.

Ludwig stava giocando sul campo della fattoria di famiglia, nei pressi di Lydenburg, in Sud Africa, quando trovò alcuni pezzi di terracotta che prontamente raccolse. La scoperta sviluppo nel giovane Von Bezing l’interesse per l’archeologia e torno più volte sul luogo dove aveva trovato i primi pezzi.

Tra il 1962 e il 1966, il giovane ha spesso visitato la Valle di Sterkspruit per raccogliere i pezzi di argilla e ricostruire le sette enigmatiche Teste di Lydenburg. Von Bezing non trovò solo le sette teste, ma anche frammenti di vasi, perline di ferro e rame, uova di struzzo e pezzi di osso.

Attraverso la datazione al radiocarbonio si è appurato che le maschere di terracotta risalgono almeno al 600 d.C., realizzate dai primi gruppi umani dell’Età del Ferro dell’Africa australe. Gli scavi suggerirono che le teste non furono semplicemente abbandonate, ma deliberatamente bruciate e sepolte.

Descrizione delle teste


I reperti di Lydenburg formano una collezione costituita da due grandi teste e cinque teste più piccole. Le teste più piccole mostrano la fronte curva e la parte posteriore del collo. Intorno al collo, le teste piccole presentano due o tre anelli incisi orizzontalmente, con un anello di argilla sulla fronte e sopra le orecchie.

Sulle due teste più grandi, un paio di file di sferule di argilla indicano la decorazione dei capelli. Una delle teste ha il muso di un cane, ed è l’unico esemplare a mostrare le fattezze di un animale.

Poco si sa delle persone che le hanno realizzate, ma la cura con cui sono state sepolte suggerisce che le maschere avessero un grande valore. Anche l’utilizzo delle teste è avvolto nel mistero.

Le teste mostrano cicatrici intenzionalmente create per formare disegno sulla pelle, sulla fronte, sulle tempie e tra gli occhi. Secondo la descrizione riportata sul sito del Metropolitan Museum of Art, le due maschere più grandi avrebbero potute essere indossati come caschi.

Esse si differenziano dalle teste più piccole per la presenza di figure animali in bilico sulla loro sommità. Le altre teste, troppo piccole per essere indossate, mostrano una serie di piccoli fori su entrambi i lati che potrebbero essere stati utilizzati per il fissaggio su un qualche tipo di supporto.


Per una serie di motivi, è stato ipotizzato che le teste venissero utilizzate nei riti di iniziazione, forse indossate dall’iniziato. Interessante la presenza di specularite, una varietà dell’ematite, posta strategicamente sulle maschere, in modo tale da far brillare parti in rilievo come le sopracciglia.

Questa caratteristica è citata come una possibile indicazione sul fatto che le teste venissero utilizzate nelle cerimonie pubbliche. Naturalmente, niente di tutto ciò può essere affermato con certezza e l’uso e il significato delle teste rimangono oggetto di congetture.

Xibalba: gli “inferi” dei Maya tra mito e realtà

“Luogo dell'orrore”: questo è il significato della parola Xibalba, che nella mitologia dei Maya Quiché indica il mondo sotterraneo governato dagli dèi della morte. Nel XIV secolo l'ingresso per Xibalba era ritenuto essere una grotta nei pressi di Coban, Guatemala. Più recentemente, un sistema di grotte scoperte nel Belize fanno ritenere che queste fossero il vero ingresso per il mondo degli inferi. Secondo i Maya, un altro accesso a Xibalba era la linea scura di separazione visibile nella Via Lattea.



Molte culture sul nostro pianeta tramandano di misteriosi mondi sotterranei governati da oscuri guardiani che sorvegliano le attività umane.

Il mondo infraterreno è di solito associato con l’oscurità, il male e la morte.

Uno degli esempi più significativi di questa idea è contenuta nella mitologia Maya Quiché, nella quale si menziona Xibalba, un mondo sotterraneo governato da dodici divinità conosciute come i “Signori di Xibalba”.

I Maya, tuttavia, non pensavano a Xibalba come ad un mondo metafisico o spirituale, ma come un regno fisico, posto sotto la superficie della terra e raggiungibile attraverso degli ingressi reali.

Nel XIV secolo, infatti, l’ingresso per Xibalba era ritenuto essere collocato in una grotta nei pressi di Cobán, Guatemala. Alcuni dei discendenti Quiché delle popolazioni Maya che vivono nelle sue vicinanze associano ancora quella stessa zona alla morte.

Descrizione

Xibalba è descritto nel Popol Vuh come un grande luogo sotterraneo costituito da una serie di strutture, prima fra le quali il Consiglio dei Signori di Xibalba. Inoltre, vengono menzionate le case dei signori, giardini e altre strutture che sembrano voler descrivere Xibalba come una grande città.

La strada che dalla superficie porta a Xibalba è descritta come costellata di trappole e ostacoli. Chi vuole accedere al mondo sotterraneo deve superare prima un fiume pieno di scorpioni, poi uno pieno di sangue e, infine, uno pieno di pus.

Dopo di che, ci si trova di fronte ad un crocevia composto da quattro strade parlanti, le quali hanno l’intento di confondere e ingannare i viaggiatori. Solo dopo aver superato tali ostacoli si arriva al cospetto del Consiglio di Xibalba, dove il primo dovere del pellegrino è quello di salutare i suoi Signori.



Tra mito e realtà


Nel 2008, un gruppo di archeologi ha scoperto un labirinto subacqueo composto di 14 grotte costellate di piramidi e templi. I ricercatori si chiedono se la struttura sotterranea abbia in qualche modo ispirato i miti dei Maya, oppure se sia avvenuto il contrario.

In una delle caverne, gli esploratori hanno trovato una strada lastricata di 90 metri che termina con una colonna. «Queste strutture erano probabilmente destinate ad un rituale molto elaborato», spiega Guillermo de Anda al National Geographic. «Tutto era legato alla morte, alla vita e al sacrificio umano».

L’elemento più antico trovato dagli archeologi è rappresentato da un’imbarcazione risalente a 2 mila anni fa. Inoltre, sono stati trovati frammenti di terracotta databili tra il 750 e l’850 d.C.

«Queste grotte erano considerate l’accesso ad altri regni e sono legate alle tenebre, alla paura e a entità mostruose», continua de Anda, aggiungendo anche che il mito possa aver suggerito la costruzione dei templi.

William Saturno, esperto di Maya presso la Boston University, ritiene che la costruzione dei templi subacquei indichi un significativo sforzo per la creazione di questi portali. Oltre a immergersi in profondità per raggiungere le grotte, i costruttori dovevano trattenere a lungo il respiro per portare a termine il lavoro. Questo aspetto rappresenta un enigma tutto da spiegare.

Una vecchia storia indiana su una misteriosa rete di grotte sotterranee antica migliaia di anni

Numerose leggende narrano dell'esistenza di mondi sotterranei abitati da esseri semidivini che, in qualche modo, influenzano le sorti della vita degli abitanti della superficie. La tribù dai nativi Sioux tramanda del viaggio di Cavallo Bianco verso il centro della Terra.



Molte culture del nostro pianeta hanno tramandato storie di misteriosi mondi posti sotto la superficie terrestre.

Incredibilmente, molte di queste strane città sotterranee esistono realmente. Basti pensare all’enigmatico sito sotterraneo di Derinkuyu.

In altre parti del mondo sono state scoperte intere reti sotterranee di tunnel scavate da uomini antichi, alcune delle quali lunghe diversi chilometri.

Alcuni ricercatori ritengono addirittura che sotto la superficie della Terra ci sia un’enorme sistema di gallerie segrete e corridoi in grado di collegare città e persino continenti.

Il problema è che conosciamo solo una piccola parte di questo mondo misterioso che si trova sotto i nostri piedi. Dunque, quando si parla di racconti di esplorazione di mondi sotterranei, ci troviamo sulla linea di confine tra la leggenda e la storia.


Uno di questi racconti è tramandato dalla tribù dei nativi americani Sioux. Il protagonista del racconto è un vecchio della loro tribù chiamato “Cavallo Bianco”.

Un giorno, mentre partecipava ad una caccia al bisonte in quella che oggi una delle aree della California, Cavallo Bianco trovò un insolito varco nella roccia. Incuriosito dall’anfratto, il vecchio sioux entrò nell’apertura, trovandosi poco dopo davanti ad un tunnel lungo, molto lungo.

Deciso a scoprire dove portasse la galleria, Cavallo Bianco si inoltrò all’interno del passaggio, fino a quando non notò una luce verdastra molto debole alla fine del tunnel. Fu lì che ebbe l’incontrò incredibile con due sconosciuti: un uomo di pelle bianca e una donna dai capelli biondo oro, entrambi seduti nel mezzo di una grande sala.

Guardandoli, il vecchio aveva avuto l’impressione che i due fossero addolorati per qualcosa. Facendosi forza, chiese loro il motivo della loro disperazione, scoprendo così che il figlio della coppia era morto ucciso da poco tempo.

Poi, i due si presentarono a Cavallo Bianco affermando di essere abitanti del mondo sotterraneo e che, nonostante sapessero dell’esistenza del mondo esterno, non avevano mai avuto occasione di vedere qualcuno della superficie. Da parte sua, il vecchio sioux spiegò loro di aver avuto accesso al loro mondo sotterraneo solo accidentalmente.

Durante il lungo incontro, la coppia descrisse a Cavallo Bianco il modo in cui si svolgeva la vita nel mondo interno. Inoltre, gli rivelarono che gli antenati dei nativi americani provengono proprio dal mondo interno e che sono in qualche modo legati ad un’antica razza antidiluviana proveniente dal continente sommerso di Atlantide.

Quando Cavallo Bianco decise di tornare in superficie, i due donarono all’anziano sioux una sorta di talismano, un misterioso pezzo di ferro che aveva la capacità di emettere un’insolita luce in grado di fondere le rocce, tagliare gli alberi e cambiare la sabbia in pietra!


L’anziano uomo non volle mai separarsi dal suo prezioso talismano, il quale lo accompagnò per tutta la sua vita. Quando morì, l’incredibile oggetto fu seppellito insieme a Cavallo Bianco.

A prima vista, l’avventura di Cavallo Bianco sembra essere nient’altro che una fiaba o una leggenda. Tuttavia, secondo il dottor Harold T. Wilkins (1891-1960), storico e giornalista britannico, sovente le leggende fanno riferimento ad un qualche evento realmente accaduto.

Wilkins scoprì che l’intrigante storia dei Sioux presentava molte somiglianze con le storie tramandate dalle altre tribù native d’America.

Tra i Shoshone e Apache, per esempio, vi è la credenza comune dell’esistenza di un’antica rete sotterranea, piena di grotte e cunicoli segreti. Essi credono che il luogo di origine dei loro antenati sia nel sottosuolo.

Per sfuggire al cataclisma globale che cancellò, tra l’altro, il grande continente al centro dell’Atlantico, i superstiti ripararono nel sottosuolo delle terre rimaste emerse, scavando dei rifugi che divennero vere e proprie città sotterranee.

Dopo alcuni anni, quando le condizioni climatiche e geologiche della Terra si normalizzarono, alcuni dei superstiti tornarono in superficie per dare inizio ad una nuova storia (di cui noi siamo gli eredi). Gli altri sopravvissuti, ormai abituati alla vita nel sottosuolo, continuarono a vivere e a prosperare sotto terra.


Anche se molti studiosi relegano Atlantide nel mondo della leggenda e del mito, per i nativi americani il continente perduto è realmente esistito, credendo che i loro antenati siano in qualche modo legati ai superstiti del mondo antidiluviano andato distrutto.

Il primo occidentale a parlare di Atlantide è stato Platone, raccontandone gli splendori e l’improvvisa scomparsa. Tuttavia, i nativi americani quasi certamente non hanno mai letto le opere di Platone.

L’età degli dei: i miti giapponesi che raccontano di quando le divinità camminavano sulla terra

Come nella maggior parte dei miti di creazione delle culture terrestri, anche il Giappone tramanda di un'epoca d'oro durante la quale gli dei “creatori” camminavano sul nostro pianeta e governavano le società umane. Chi erano questi dei? Visitatori di altri mondi scambiati per divinità?



La mitologia giapponese è raccolta in un’unica opera chiamata Kojiki (古事記, letteralmente “cronaca di antichi eventi”), un’opera in tre libri scritta in giapponese antico.

La redazione finale del testo è stata eseguita nel 712 d.C., raccogliendo in un’unica opera una serie di documenti che tramandavano i fatti dell’epoca antica del Giappone.

Queste singole fonti, a loro volta, prima di essere fissate su documenti scritti, erano tramandate oralmente attraverso le generazioni.

Il testo inizia con il racconto mitologico della creazione del Cielo e della Terra e la creazione dell’uomo. Inoltre, vengono raccontate le vicende di varie divinità che erano sulla terra all’alba dei tempi. Infine, vengono narrate le origini mitologiche del Giappone, della dinastia Yamato e delle maggiori famiglie nobili.

Il primo tempo viene descritto come Jindai moji o Kamiyo moji (神代文字 “personaggi dell’Età degli Dei”), un’epoca in cui una Terra desolata vede la discesa di due entità, Izanagi e Izanami (oltre ad essere fratello e sorella, i due sono anche amanti), intenzionate a dare forma e vita al pianeta.

Si narra che il primo gesto di Izanagi ed Izanami fu quello di far sorgere le terre dall’oceano e mescolarle con una lancia chiamata Ame-no-nuhoko. Con il fango che si ammassò colando dalla lancia ebbe origine la prima isola: Onogaro-Shima (il Regno Terreno).

In seguito gli dei crearono altre otto grandi isole che divennero la terra di Yamato, il Giappone. Le due divinità abbandonarono il Regno del Cielo e stabilirono la loro nuova dimora sulla Terra.

«Izanagi e Izanami scesero su quella piccola isola e là innalzarono un palazzo. Ma il loro lavoro era appena iniziato: a parte quel piccolo scoglio deserto, il mondo era ancora una massa di acqua senza forma. Non vi era nulla: né piante né animali né creature viventi, e il paesaggio era piatto e spoglio. Izanagi e Izanami cominciarono a riflettere su come proseguire la loro opera di creazione».

Dall’unione di Izanagi e Izanami nacquero il dio del mare O-Wata-Tsu-Mi, il dio delle montagne O-Yama-Tsu-Mi, il dio degli alberi Kuku-no-chi e il dio del vento Shina-Tsu-Hiko. La nascita dell’ultimo dio, quello del fuoco Kagu-tsuchi, costò la vita ad Izanami. Così si legge:

«Purtroppo, nel dare alla luce il dio del fuoco, Izanami si ustionò il ventre e morì. La donne fu sepolta sul monte Hiba, nella penisola di Izumo. Izanagi molto si dolse della morte della moglie».

È strano leggere della morte di una divinità, che per definizione dovrebbero essere immortali. Dunque, Izanagi e Izanami erano creature mortali. Se così, chi erano veramente e da dove venivano?

«Allora Izanagi si mise in viaggio per il Profondo, lo Yomi-Tsu-Kumi, il paese dei morti che si trovava nel sottosuolo. Entrò in una caverna, e dopo aver percorso un lungo cunicolo, giunse a una strana costruzione che sprofondava ancor più nelle viscere della terra».

Izanagi, adirato, uccise il figlio e scese all’inferno con l’intento di condurre fuori la sua compagna dal mondo dei morti. Ma al suo arrivo, il dio scoprì che la sua sposa si era nutrita con il cibo infernale ed era diventata un demone malvagio. Izanagi fuggì in superficie ed Izanami restò nello Yomi-Tsu-Kumi divenendone la terribile regina.

I racconti mitologici giapponesi sono particolarmente interessanti perché trovano due paralleli decisamente notevoli.

Il primo è quello con la mitologia cinese, nella quale si racconta di esseri celesti discesi sulla terra in draghi volanti: costoro furono i primi sovrani cinesi che diedero inizio alla civiltà cinese e che sono conosciuti come i Tre Augusti: Fu Xi, Nüwa, Shen Nung.

Nüwa era la sorella di Fu Xi e ne divenne anche la sposa. Fu Xi e Nüwa venivano rappresentati sempre allacciati per la coda. Fu Xi tiene in mano una squadra, Nüwa invece un compasso. I due strumenti (ad oggi, ancora adoperati nella simbologia massonica) indicano che i due sovrani inventarono norme, regole, standard.



Il secondo parallelo notevole è con la mitologia egizia, nella quale si tramanda sempre di un fratello e di una sorella sposi (Osiride e Iside), dalla cui unione nacque Horus, il capostipite delle dinastie faraoniche.

Inoltre, come nello Kojiki, i Testi delle Piramidi parlano dello Zep Tepi, un periodo primordiale dal quale emerse l’ordine dal caos e nel quale gli dei governavano la Terra.


Come interpretare queste corrispondenze presenti in culture tanto lontane nello spazio e nel tempo? Se si tratta solo di racconti mitologici, è possibile che una civiltà ormai perduta fosse presente anticamente su tutto il pianeta, condividendo un unica cultura mitologica?

È se invece questi racconti mitologici fossero il ricordo lontano di un evento che ha impressionato i nostri antenati fino a convincerli a tramandare tali eventi alle generazioni future? È possibile che antichi viaggiatori di altri mondi siano stati scambiati per divinità dai nostri antenati? E se così fosse, in che modo hanno influenzato o alterato l’evoluzione biologica e culturale della specie umana?

domenica 12 aprile 2015

Le immagini più spettacolari a livello suolo



























Cerchi nel Grano Annata 2013



Cavallo Grigio-Asti 30.6.2013

Stanton St. Bernard 21.6.2013

The Ridgeway 7.7.2013

Avebury Trusloe 7.7.2013

Hackpenn Hill 15.7.2012



Stonhenge 1.8.2013



Chute Causeway 10.8.2013



Harewell Lane 12.8.2013



West Kennett Longbarrow 13.8.2013



Etchilampton 19.8.2013

Cooks Plantation 23.8.2013



Chaular Salinas Valley USA 30.12.2013
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