mercoledì 27 maggio 2015

TANIT e BAAL HAMMON A PANTELLERIA





TANIT e BAAL HAMMON A PANTELLERIA

L’isola di Pantelleria è il territorio più meridionale dell’Italia ed è situato virtualmente alla soglia dell’Africa. L’isola ed il suo vino figurano in un’antica leggenda, seconda la quale la dea Tanit, avendo simpatia per Apollo, voleva attrarre la sua attenzione. Lei chiese a Venere cosa poteva fare e la patrona degli amanti consigliò Tanit di scalare l’Olimpo e di pretendere di essere una coppiera. Tanit seguì il consiglio ma, invece di servire ad Apollo l’ambrosia, l’usuale bevanda degli dei, versò il mosto fermentato delle vigne di Pantelleria. Il trucco funzionò ed Apollo non solo notò Tanit ma si innamorò di lei. Da allora, Pantelleria è stata in grado di vantare l'origine di un vino capace di sostituire la divina ambrosia.




Nell'isola, fin dai tempi preistorici, sono diffusi i culti, comprendenti forse anche il rito della prostituzione sacra, in onore di una grande dea della fertilità naturale; quest'ultima è per i Fenici, per le molte analogie rituali, non altro che l'ipostasi della loro grande dea dell'amore: Isthar - Astarte. Ed è appunto a questa dea che essi, in un momento successivo al loro insediamento in Pantelleria, consacrano un piccolo santuario nei pressi del lago di Bugeber o Bagno dell'Acqua, conosciuto anche come Lago o Specchio di Venere, forse su un preesistente primitivo luogo di culto alle acque salutifere.
Sui reperti archeologici rinvenuti in loco alla fine dell'Ottocento, sia P. Orsi sia A. M. Bisi, che ha condotto un riesame sui reperti quasi un secolo dopo il primo, concordano nel datare il materiale coroplastico più antico ai secoli VII e VI a. C. e l'omogeneità del tema iconografico ripreso: una dea nuda della fecondità, da identificare verosimilmente con la fenicia Isthar - Astarte. Ambedue sottolineano però l'estrema eterogeneità degli stili delle offerte votive. Si va dallo stile egittizzante al siceliota, dal rodio al moziese, dal fenicio al cartaginese. Una spiegazione a tale apparentemente incomprensibile eterogeneità potrebbe trovarsi nell'ipotizzare la consacrazione del santuario ad Isthar nel suo specifico attributo di Stella del Mattino (Venere) e pertanto nella sua connotazione di protettrice e guida dei marinai durante le perigliose traversate per mare.
Dunque un santuario caro ai marinai di tutte le etnie mediterranee, che, ogni qualvolta approdano nell'isola, portano alla dea, per ringraziamento, la propria caratteristica offerta. Da qui la babele di stili. Nell'isola Isthar - Astarte diventerà poi, nel tempo punico, Tanit, il cui simbolo verrà perfino impresso sulle monete, e in quello romano Iside, conservando quindi sempre delle peculiarità di divinità marinara.



Specchio di Venere




Tanit - Moderna iscrizione rupestre -
Monte Gibele - Pantelleria


Scavi archeologici al Tempio della Fertilità - Specchio di Venere - Pantelleria




Astarte - Tanit



Astarte, dea semitica occidentale d'amore, di sessualità e di guerra.
Astarte fu adorata dai Giudei, dagli Israeliti ed i Fenici (i canaaniti nella Bibbia). Il suo culto fu la culla dei ciprioti Afrodite e Adone ed i suoi rituali assomigliano a quelli di Cybele ed Attis. Astarte è anche connessa alla Mesopotamica Isjtar, dalla quale deriva il suo nome.
Astarte è la forma Greca del nome Semitico Occidentale Asjtart o Ashtart. Nei miti di Ugarit il suo nome è pronunciato Athtart o Athartu. E' anche chiamata "la Forte". Altri nomi sono Baalat (Signora), Regina del Cielo, Regina delle Donne, Urania (la Celestiale), Athirat (Signora del Mare), Madre Benedetta, Signora delle Acque, Guardiana delle Navi, Signora delle Battaglie, Dea della Tempesta e Signora dell'Amore. Il mare, la Luna ed il pianeta Venere sono tutti associati a Lei.
A volte il suo nome è combinato con la dea Fanicia/Punica Tanit. In quanto dea della passione, della sessualità e della fertilità è anche chiamata "Grande Utero". Il suo titolo fu "Qadashu" (Santa).
Le versione Semitica di Astarte è Asherah o Ashtart; la versione Israelita è Astoroth o Ashtoreth, un gioco di parole che combinava "Ashtart" e "boshet" per far si che il suo nome significasse "indecente". Nella bibbia le fu dato questo titolo per le sue selvagge energie sessuali e per "concepire ma non dare figli ai suoi amanti".
La Foresta del Libano fu sacra ad Astarte ed a lei fu eretto un tempio sulla cima del Monte Libano.
Era servita sia da Sacerdotesse che da Sacerdoti. Nei suoi templi risiedevano sia maschi che femmine hierodules (prostitute sacre). Il maschio era chiamato Kalbu e la femmina Qodesja. Rituali orgiastici erano parte della sua adorazione - proprio come lo furono per l'adorazione di Cybele. Astarte è spesso presentata con un leone e una coppa nella quale offre da bere al suo amante. Leoni, fiori e serpenti appartengono ai suoi rituali. Le offerte al tempio di Astarte consistevano in incenso, birra, vino e sacrifici di sangue. Le Sacerdotesse erano considerate prostitute sacre rappresentanti del ruolo di Astarte come Dea dell'Amore. Stranieri potevano andare al suo tempio e compiere un atto di adorazione in unione sessuale con le Sacerdotesse. Era costume delle giovani donne prima del matrimonio santificarsi alla vista di Astarte intrattenendo visitatori nel tempio.
I sacerdoti di Astarte si auto-eviravano in una danza estatica. Essi erano abitualmente visti nella vestizione e nel trucco delle donne, danzando e realizzando auto-mutilazioni. Il loro servizio consisteva nel compiere il letterale sacrificio della loro fertilità.
Il simbolo di Canaan fu l'Asherah o palo sacro in suo onore come consorte di Baal. In Siria e Cipro il suo simbolo era una pietra conica e circolare. L'Uovo Sacro rappresentante di fecondità e la melagrana (il frutto con le uova) furono anch'essi simboli di Astarte.

Astarte è associata con l'Equinozio Invernale e con la primavera in generale. Lei governa il Venerdì e i mesi di Aprile e Ottobre. I primi frutti del raccolto e i figli primogeniti sono sacri ad Astarte. Suoi animali sacri sono la colomba, il leone, il toro, il cavallo e i serpenti. E' probabile anche se non chiaro che anche i pesci le fossero sacri in quanto nel suoi templi furono trovate vasche per pesci.
I suoi colori sono il rosso e il bianco, similmente al fiore dell'albero di acacia che è considerato un suo emblema. Il cedro, la rosa, l'ontano, il tamarindo e gli alberi di cipresso le erano anche sacri.
Il suo compagno è Baal-Hadad, il dio delle tempeste, principalmente mostrato come un toro. Astarte fu quindi chiamata "Shem B'l" (nome di Baal).




Nella mitologia Ugaritiana ha un ruolo minore come un'aiutante di Anat e Baal nella loro battaglia contro Mot e Yammu. Comunque, Astarte fu una dea maggiore nella religione Fenicia, principalmente a Sidone e a Tiro.

Luciano di Samosate racconta dopo una visita al tempio di Sidone in Fenicia che Astarte era la stessa Dea Lunare Greca Selene o Europa (che significa Luna Piena). I sacerdoti con cui parlò gli dissero che il tempio di Europa era della casa reale di Agenore, che fu portato a Creta da Zeus nella forma di un toro. Lo stesso mito era raccontato a Tiro. Non è certo quale fu la storia originale. Il territorio dei Fenici ha avuto molti altri occupanti, come i Minoici e i Micenei.
Fenicia/Canaan fu la più importante nazione di commercio marittimo nel Mediterraneo, la sua influenza su altre culture non può essere scartata.
Originariamente, i Fenici avevano pratiche religiose e sessuali identiche ai Canaaniti. Le loro deità principali erano El (chiamato Baal) e Astarte o Baalat (equivalente di Ishtar dei Babilonesi). Fu Astarte o Baalat a mutare il proprio nome con le migrazioni dei Fenici nel Mediterraneo.
A Sidone, Astarte fu la deità predominante e molte regine e re dichiaravano di essere sue sacerdotesse e sacerdoti. Nella Sidone del 14° secolo Astarte fu un completo culto di prostituzione. A Kition, gli uomini dovevano lavarsi il capo per adorare la dea.
Le ceramiche descrivono danzatrici femminili e feste. All'interno dei santuari ogni altare aveva una asherah, a significare la fertilità e dove erano fatte offerte di animali. Figure di Madre Dea e donne gravide o con un bambino sono state trovate ovunque.
A Byblos, Astarte divenne Baalat come signora o Baalat Gebal o Baalat di Byblos. Lei era la madre terra, la fertilità, dea e generatrice degli dei, degli uomini, delle piante e degli animali. Adone appare qui come un più recente dio di morte e vegetazione associato con la madre dea. I soldati adoravano il loro Baal Addir dedicato unicamente alla guerra.




Dal 7° secolo a.c. un nuovo dio appare ai Fenici di Sidone chiamato Eshmun, un dio della morte. Appare anche Melqart, una controparte di Astarte. Ma nessuna di queste deità emerse fino all'arrivo della cultura Greca e queste divinità sembrano essere un'acculturazione tra le due culture.
Secondo il profeta Geremia, essenze erano offerte alla Regina del Cielo, che è uno dei nomi di Astarte. Questo dimostra che il culto di Astarte fu diffuso ampiamente in Palestina. Centinaia di statuette furono ritrovate negli scavi. Lei è presentata con gigli o serpenti, con le mani davanti ai genitali, gravida, in una forma di pilastro e molto altro ancora. Le statuette sono datate nella media età del bronzo (2000-1500 a.c.) fino alla prima età del ferro (900-600 a.c.) - la fine della monarchia Israelita.
Re Salomone eresse un tempio ad Astarte a Gerusalemme su richiesta delle sue molte mogli.
Anche Ramses II eresse un tempio in suo onore in Egitto.
A Wasta, pareti del tempio di Astarte portano graffiti con decorazioni di genitali femminili.
Nel Nord Africa, ogni città aveva la propria versione della madre dea Astarte. A Cartagine essa fu chiamata Tanit. Statue femminili nel tempio mostrano donne che si tengono i seni con le mani. La dea manifestò così un nuovo simbolo, molto simile all'ankh Egiziana. La sua controparte divenne Baal Hammon.



Tanit, anche Tenit, è la Dea Lunare Fenica e Punica (Cartaginese),è la Madre, simbolo d’amore, fertilità e fecondazione, ampiamente conosciuta da varie iscrizioni trovate lungo la costa del Nord Africa. Nome Fenicio della Grande Dea Astarte, Regina delle Stelle.
Il suo simbolo è un triangolo con barre orizzontali che supportano un disco lunare. Entrambe le deità sono descritte come “signore del santuario”.
Tanit fu la dea suprema di Cartagine, conosciuta anche come BA'ALAT, “il volto di Baal”, personificazione del sole benefico, fino a che fu usurpata dalla dea Romana Giunone nel culto della quale sopravvisse la sua adorazione nei templi cartaginesi. Il suo culto, portato dai Cartaginesi, grandi navigatori, si diffuse ampiamente nel Mediterraneo fin oltre le Colonne d'Ercole e fu nota a Roma come la Dea Caelestis.
I templi di Tanit erano curati da sacerdotesse e sacerdoti, in essi veniva praticata la “prostituzione sacra” ed alcune fonti sostengono che, in suo onore, venivano compiuti sacrifici di bambini e animali. Le sue sacerdotesse furono famose astrologhe.




Tanit è stata anche associata con l’Albero della Vita, descritto come l’albero di palma di quelle regioni desertiche. In alcune descrizioni, l’albero veniva mostrato con linee ondulate che rappresentavano serpenti che emanavano da esso. Tanit, il cui significato è Signora dei Serpenti, fu associata con un sacro “caduceo”, una barra verticale con due serpenti curvati a formare un otto. Tanit e la bacchetta caduceo sono un motivo comune sulle monete e sulle steli della tarda Cartagine, simboleggiando il ruolo di Tanit come la Dea Serpente nel ciclo sacrificale di nascita, morte e rinascita.
Quando aumentò il suo potere, la chiesa Cristiana chiuse il Tempio di Tanit a Cartagine alla fine del 3° secolo e.v. Comunque, secondo gli adoratori della dea, il tempio rimase protetto da serpenti, in modo particolare vipere. Conservando in questo modo la propria natura di luogo sacro alla Dea, i Cristiani non furono in grado di appropriarsi di esso, come fu fatto invece con molti altri templi, ma fu infine distrutto dai Vandali nel 422.
I Cartaginesi chiamavano la Luna con il nome di Tanit e di essa descrivevano le sue varie fasi luminose ed oscure. Era pertanto Dea antitetica dell'Amore e della Morte, della Creazione e della Distruzione, della Tenerezza e della Crudeltà, della Protezione e dell'Inganno.
Di Tanit sono state trovate numerose statuette che la rappresentano nuda con le mani che stringono i seni. Queste immagini non erano solo un'espressione artistico-religiosa, ma erano esposte nelle case come simbolo di fecondità.




Il luogo di culto religioso presso i Cartaginesi era quello del "tophet", luogo recintato dove venivano sepolte urne cinerarie contenenti i resti di animali o bambini che venivano sacrificati a Tanit. Questo doveva servire a rabbonire la dea quando era in ira con la città intera. Spesso i sacrifici umani venivano svolti con fanciulli di povere origini o con piccoli animali che finivano nel rogo purificatore. Ma tante volte questo alla dea non bastava ed allora bisognava sacrificare quanto una famiglia aveva di più caro: il figlio primogenito. Questo macabro rito finì con l'avvento dei Romani, che portarono anche a Roma il dio BA'AL, che fu identificato con Esculapio, patrono della medicina, e la stessa Tanit identificata, si pensa, talora con Giunone.
I ritrovamenti dei tophet e delle statuette mostrano fino a dove si spinsero le colonizzazioni cartaginesi: ne furono rinvenuti oltre che in gran parte del Mediterraneo anche nella zona occidentale dell'Inghilterra.
Alcuni studiosi continuano a rifiutare di credere in tale pratica e respingono le evidenze della letteratura antica come mera propaganda, ma la scoperta dei resti fisici lasciano pochi dubbi a riguardo.




Steli votive segnano il luogo del Tophet di Cartagine. Sotto le steli si trovano centinaia di urne cinerarie contenenti ceneri di infanti ed animali. Alcune steli sono iscritte con testi che dichiarano che la sepoltura è un'offerta agli dei; molte steli sono iscritte con il simbolo triangolare della Dea Tanit. Una pietra del 3° secolo a.c. porta l'immagine di un sacerdote che porta un piccolo bambino. Da queste evidenze, molti studiosi (ma non tutti) concludono che il Tophet fu un luogo di sepoltura per infanti sacrificati agli Dei Tanit e Baal Hammon.



Il rito del sacrificio umano "MoIk" come offerta sacra è tipico di una mentalità sociale che non ha riscontro in quella greco-romana. Se per i Fenici, da segni certi, appariva inevitabile che una divinità avesse in mira l'eccidio di una città o dello Stato, non si doveva indugiare ad offrirle vite umane, scaricando così tutto il suo furore, la maledizione e l'ira sul capo di pochi e tenendola lontana dalla comunità.
Di conseguenza, nei momenti di necessità, per scongiurare un grave pericolo si ricorreva all'offerta della vita al dio Baal che assicurava la prosperità ed esaudiva i desideri, e alla dea Tanit che proteggeva la città e garantiva la sua eternità.
Il sacrificio, ai loro dèi, non solo di animali ma anche di vittime umane e soprattutto di bambini, portava alla divinizzazione dei fanciulli sacrificati.
Si stabiliva, in tal modo, un canale diretto di "comunicazione" con le autorità celesti.
In generale per il terribile rituale valeva il principio del "Molchomor", la sostituzione dei fanciulli con una bestia viva: ma non sempre.
Ogni tanto, in cambio della benevolenza, gli dèi esigevano carne e sangue umano.
Largamente diffusi erano, comunque, i sacrifici di agnelli, uccelli, pecore.
Il quadro della cerimonia del sacrificio umano era caratterizzato dal fatto che, ai parenti delle vittime era severamente vietato esternare il proprio dolore dinanzi all'altare. Lacrime e gemiti avrebbero infatti sminuito il valore del rito.
Diodoro Siculo, lo storico di Agira, ricorda il sacrificio di 200 bambini presi dalle più illustri famiglie di Cartagine. Si era proceduto alla sostituzione dei fanciulli delle migliori famiglie con bambini comprati o adottati da famiglie miserabili; e da qui, per redimersi dell'orrore compiuto, il governo di Cartagine decretò il sacrificio di 200 bambini appartenenti tutti alle famiglie nobili.
Silvio Italico, nel libro IV della sua epopea riferisce, con ricchezza di particolari il caso del figlio di Annibale.
Il governo di Cartagine decise di sacrificarlo. La moglie del condottiero, Imilce, spagnola, si oppose all'atroce decisione e ottenne dal Consiglio una sospensione del sacrificio per informare il marito; Annibale rifiutò di immolare il figlio e, al suo posto, giurò di sacrificare migliaia di nemici.
G. H. Hertzberga precisa il rituale del sacrificio.
Dal numero rilevante di bambini destinati al sacrificio, veniva scelta a sorte la vittima che, di norma, veniva segretamente cambiata con quella di altra gente. Il bambino, posto sulle braccia di un idolo cavo di bronzo, rotolava all' interno dove ardeva un fuoco.
Gustave Flaubert, nel suo romanzo storico "Salambò" così scrive : "i fanciulli salivano lentamente le scale.
Nessuno di essi si muoveva, perchè erano legati ai polsi e alle caviglie e il velo nero che li avvolgeva impediva loro di vedere e alla folla di riconoscerli''.
James B. Frévier narra : "E' notte! Alcuni suonatori di flauto e tamburo fanno un frastuono assordante. Il padre e la madre sono presenti. Consegnano il figlio al sacerdote che cammina lungo la fossa del sacrificio, sgozza il bambino in modo misterioso, poi depone la piccola vittima sulle mani protese della statua divina dalla quale essa rotola sul rogo".
Sabatino Moscati, il noto semitista, avanza la teoria che il sacrificio dei bambini sia una pura fantasia; e sostiene che il "tophet" (area sacra) sia il luogo sacro di sepoltura di bambini nati morti o deceduti subito dopo la nascita, bruciati e quindi sepolti in urne.
La questione del sacrificio rimane aperta comunque, anche se il ritrovamento nei "tophet" di resti animali ed umani fa ritenere credibile il rituale sacrificale della religione cartaginese.


Baal - Hammon



L'antichità dell'adorazione del dio o dei di Baal risale al 14° secolo a.C. tra gli antichi popoli Semiti, i discendenti di Shem, il figlio più vecchio del Noè biblico. Il termine Semitico è più una classificazione linguistica che razziale. Così, popoli con il medesimo linguaggio o linguaggi simili adorarono all'inizio Baal nelle sue molte forme. La parola Baal significa "maestro" o "padrone". Nelle antiche religioni il nome indicava il sole, il signore o dio. Baal fu il nome comune di piccole deità Siriane e Persiane. Baal è nondimeno considerato come una deità della fertilità Canaanita. Il Grande Baal fu di Canaan. Egli fu il figlio di El, l'alto dio di Canaan. Il culto di Baal celebrava annualmente la sua morte e la sua resurrezione come una parte dei rituali di fertilità Canaaniti. Queste cerimonie spesso includevano sacrifici umani e prostituzione templare.
Letteralmente Baal significa "signore", nel pantheon Canaanita fu il titolo locale degli dei della fertilità.
Baal mai emerse come dio della pioggia fino a che, in tempi successivi, assunse le speciali funzioni di ciascun dio. Sebbene non ci fosse un equivalente a Canaan della sterile secchezza estiva che accadeva in Mesopotamia, il ciclo stagionale era abbastanza marcato da aver causato attenzione sulla scomparsa del dio della fertilità, che portò con lui le nuvole di pioggia autunnali nel mondo di nessuno.
Dopo aver sconfitto il dio del mare Yam, ed aver costruito una casa su Monte Saphon, e dopo aver preso possesso di numerose città, Baal annunciò che non avrebbe ancora a lungo riconosciuto l'autorità di Mot, la "morte". Baal non solo escluse Mot dalla sua ospitalità e dalla sua amicizia, ma anche gli disse che poteva visitare solo i deserti della terra. In risposa a questo cambiamento, Mot invitò Baal nella sua dimora per assaggiare il suo cibo, il fango. Essendo terrificato e non in grado di evitare la spaventosa convocazione alla terra dei morti, Baal si unì con una vitella al fine di rafforzarsi per l'ordalia, e poi partì.
El e gli altri dei indossarono gli indumenti funebri, si versarono cenere sulla testa, si mutilarono, mentre Anat, aiutata dal dio Sole Shapash, si incaricò di riportare il cadavere per la sepoltura.
El pose Athtar, dio dell'irrigazione, sul trono vacante di Baal, e Anat amaramente non trovò il suo marito morto. Lei implorò Mot di riportare Baal in vita, ma la sue preghiere rimasero senza successo, e i tentativi di Anat di coinvolgere gli altri dei ad aiutarla furono accolti con cauta indifferenza.
Così, Anat assaltò Mot, strappandolo in pezzi "con un coltello affilato" spargendo le sue membra"con un mantice", bruciandolo "in un fuoco", macinandolo "in un mulino", e "spargendo i suoi resti sui campi".
El, nel contempo, fece un sogno nel quale ritornava la fertilità, che gli suggerì che Baal non fosse morto.
In seguito, egli istruì Shapash per fare attenzione a lui durante i suoi viaggi quotidiani. Nel dovuto corso del tempo Baal fu riportato, e Athtar fuggì dal suo trono.
Malgrado tutto Mot fu in grado di organizzare un altro attacco, ma in questa occasione tutti gli dei supportarono Baal, e nessun combattente avrebbe potuto vincere contro di loro. Infine El intervenne e allontanò Mot, lasciando Baal in possesso del campo.

Il mito riportato sopra, frammenti del quale si trovano sulle tavolette di Ras Shamra, si riferiscono all'alterazione delle stagioni. Baal è il dio della pioggia, del tuono e del fulmine. "Al tocco della sua mano destra, anche i colori sbiadiscono".
Yam, il padrone dell'acqua salata, cedette il posto a Baal come genio della piovosità e della vegetazione, uno spostamento che lasciò Mot come il solo contendente sotto il potente El.
Caldo torrido, sterilità, l'arido deserto, morte, il mondo di nessuno: questo era l'irresistibile reame di Mot fino a che Anat trebbiò, vagliò, e macinò il granturco raccolto, la fecondità della terra di Baal, mentre il favore di El per il risorto dio della pioggia assicurò la continuazione del ciclo annuale.
Un parallelo di tali riti magici può essere trovato nei Salmi, dove "coloro che seminano in lacrime mieteranno nella gioia. Colui che avanza e versa lacrime, portando il seme prezioso, senza dubbio verrà di nuovo rallegrandosi, portando covoni di spighe con lui". Questa è magia simpatica: si riteneva che le lacrime versate inducessero le gocce di pioggia a cadere.







Baal fu il figlio di El, o Dagon, una deità Mesopotamica collegata dagli Ebrei con la città Palestinese di Ashdod. Dagon fu associato con il mare, con la fertilità ed i poteri riproduttivi della natura. Sebbene Baal vinse personalmente Yam, non è certo se egli combattè Lotan, il Leviathan del Vecchio Testamento, ma si sa che Anat "schiacciò il serpente che si contorce, quello accusato di sette teste". Un'altra eco dei modelli di pensiero Mesopotamici si trova nelle ragioni avanzate da Baal per il suo bisogno di una "casa". Le sue offerte di cibo erano troppo scarse per un dio "che cavalca le nuvole".



Dagon fu il dio dei Palestinesi. L'idolo fu rappresentato nella combinazione di uomo e di pesce. Il nome "Dagon" è derivato da "dag" che significa "pesce". Sebbene ci fosse un profondo affetto per gli adoratori di Dagon alla loro deità, il simbolo di un pesce in forma umana fu effettivamente inteso a rappresentare la fertilità ed i poteri vivificanti della natura e della riproduzione.



Per quanto distanti Cartagine e Palmyra furono entrambi templi dedicati a Baal-Hammon, "il signore dell'altare di incenso", che i Greci identificavano come Crono.
Sul Monte Carmelo fu il profeta Elijah che discreditò la fede di Re Ahab nel potere di Baal, quando alla sua richiesta "il fuoco del Signore discese, e consumò nelle fiamme il sacrificio", e la foresta, le pietre, la polvere, e lambì l'acqua che era nel fosso. In seguito Elijah indicò al popolo di ammazzare "i profeti di Baal" assicurando in tal modo la sopravvivenza dell'adorazione di Yahweh in Israele.
L'adorazione di Baal si estendeva dai Canaaniti ai Fenici che furono anche parzialmente un popolo di agricoltori. Sia Baal che la sua consorte Astarte o Ashtoreth, equivalente della Greca Afrodite, furono entrambi simboli della fertilità dei Fenici. Baal, il dio sole, fu implorato in modo fervente per la protezione del bestiame e del raccolti. I sacerdoti insegnavano alle persone che Baal era responsabile per le siccità, le epidemie ed altre calamità. Il popolo era spesso eccitato in grandi frenesie al cospetto di Baal dispiaciuto.
In tempi di grande turbolenza, in onore del grande dio Moloch, furono compiuti, sacrifici animali ed umani, in modo particolare bambini.










Dato che i Fenici furono anche superbi costruttori di navi, la religione ed i culti di Baal si diffusero in tutto il mondo Mediterraneo. L'adorazione di Baal fu trovata fra i Moabiti e i loro alleati Midiniti durante il tempo di Mosè. Essa fu anche introdotta agli Israeliti.
La religione del dio Baal fu ampiamente accettata tra gli antichi Giudei, e sebbene essa fu a volte soppressa, non fu mai permanentemente eliminata. Re ed altri membri della famiglie reali delle dieci tribù bibliche adorarono il dio. Le persone ordinarie adoravano ardentemente questo dio sole dato che la loro prosperità dipendeva sulla produttività dei loro raccolti e del loro bestiame. Le immagini del dio furono erette su molte costruzioni. All'interno della religione esistevano numerosi sacerdoti e varie classi di devoti. Durante le cerimonie ciascuna di esse indossava indumenti appropriati. Le cerimonie includevano la bruciatura di incenso, e l'offerta al fuoco di sacrifici, occasionalmente consistente in vittime umane. I sacerdoti officianti danzavano attorno agli altari, cantando freneticamente e tagliandosi con coltelli per ispirare l'attenzione e la compassione del dio. Nella Bibbia Baal è anche chiamato Beelzebub, o Baalzebub, uno degli angeli caduti di Satana.




Il Sole Nero





Sono emerse di recente dichiarazioni fornite da ex ricercatori del dipartimento segreto di Psicotronica del KGB o GRU che, nel dopoguerra, ebbero accesso agli archivi segreti della Ahnenerbe di Himmler.
In essi furono trovati anche dati mai pubblicati riguardanti la spedizione Tedesca in Anartide nel 1938-1939. Tali dichiarazioni indicano una possibile minaccia di offensiva da parte forze esterne al pianeta, civiltà extraterrestri fortemente interessate ad impedire indagini e sperimentazioni degli scienziati terrestri nel campo delle energie del vuoto che, evidentemente, rappresentano un grave pericolo per l’integrità della “concatenazione dello spazio vuoto” che protegge il fragile corpo fisico dell’Universo dalla ferocia del Fuoco Cosmico.



Secondo queste dichiarazioni esiste una contesa sul controllo dell’Organo Intelligente Centrale della Galassia: il gigantesco Buco Nero nel centro galattico spiroidale definito nelle opere di Alice Bailey il “Sole Centrale Spirituale” e nella tradizionale scuola esoterica Occidentale, a cui appartenevano anche gli esploratori della Ahnenerbe. il “Sole Nero”.
L’immagine simbolica del Sole Nero fu posta infatti sul pavimento della sala di meditazione nel Castello di Wewelsburg in Germania, il quartier generale della Ahnenerbe.



Risultava chiaro che la civiltà che avesse posseduto il controllo del Sole Nero sarebbe stata in grado di far esplodere stelle, frantumare pianeti e/o popolarli con razze di loro scelta, ovvero sarebbe divenuta la padrona incontrastata di questa Galassia.

Secondo queste fonti il controllo del Sole Nero potrebbe essere teoricamente esercitato attraverso una sua “modificazione”, inviando un “virus di trasformazione del vuoto” attraverso l’ipertunnel di teletrasporto situato al Polo Sud che ora, secondo la stampa Russa, è estensivamente studiato ed esplorato dal Pentagono.
In pratica si tratta di utilizzare i campi torsionici, un termine ormai accettato per definire “vortici di energia” più veloci della luce.



Secondo le moderne teorie scientifiche, i buchi neri non sono masse omogenee di oscurità indifferenziata ma contenitori di informazioni di immensa capacità. Ogni informazione assorbita in un buco nero e registrata nel formato di “superstringhe di frattali spiroidali” che, secondo il Prof. Samir Mathur dell’Ohio University e di alcuni colleghi Russi, sono super densamente immagazzinate nel buco nero come le stringhe del DNA sono immagazzinate all’interno del nucleo della cellula.

Queste spirali possono emettere le così dette “onde di torsione”, che diffondendosi più veloci della luce, non possono essere fermate dal campo gravitazionale del buco nero.

Il Dr. J. Milewski di Albuquerque ha proposto una raffinata teoria di come la rete di comunicazione cosmica di questi campi torsionici dirige e controlla i processi evolutivi della Vita Cosmica.
Il Prof.Milewski ha scoperto la capacità di tali campi di interagire direttamente con i ritmi del DNA per mezzo di rilevatori a fibre ultrafini.



Occultisti iniziati ai misteri di civiltà avanzate come quella dell’Antico Egitto, dei Maya e dell’India/Tibet, le cui dottrine esoteriche prestano molta attenzione al concetto e al ruolo del Sole Nero – ma anche Wilhelm Reich nel 1950 e J.Arguelles nel 1980 – misero in evidenza che questo contesto (che può essere comparato al contesto tra lo spermatozoo che desidera fecondare un ovulo) è deliberatamente provocato da questa super intelligente Femmina Cosmica (chiamata “Utero di Iside” dagli Antichi Egiziani e “Madre del Mondo” negli insegnamenti di Roerich) come una normale parte del ciclo evolutivo di questo “Fiore Galattico auto-impollinante”. Ciò permette di accelerare e sincronizzare i processi evolutivi di distinte civiltà planetarie, producendo il “prezioso Polline di Conoscenza” ardentemente assorbito dall’Utero/Pistillo Galattico del predatore Fiore Cosmico.



Memorie di un’antica Guerra Galattica per il controllo dell’Utero Galattico furono recuperate negli archivi astrali dell’Akasha da squadre di medium altamente addestrati della Ahenenerbe
Sebbene i nemici della altamente evoluta e potente civiltà della Terra pre-umana del popolo leonino, non furono in grado di nuocere direttamente il nostro pianeta, in quanto i loro attacchi furono respinti da potenti sistemi di curvatura dello spazio-tempo installati attorno all’ipertunnel del Polo Sud, nel continente Antartico allora libero dai ghiacci, la Terra non riuscì a mantenere il suo grande Impero Galattico. Alcune parti di questo impero diviso divennero i più determinati oppositori della Terra.



In un articolo anonimo, firmato K.I, pubblicato sul periodico Russo “Anomaly”, l’autore dichiara che nelle informazioni sulla spedizione Antartica Tedesca, ritrovate negli archivi segreti della Ahnenerbe, erano contenuti accenni al fatto che questa spedizione fosse organizzata attraverso l’iniziativa dei Maestri di Shamballa (al cui messaggero, il Conte de St.Germain, sia Hitler che Himmler ed Hesse avevano offerto giuramento di obbedienza assoluta) che intendevano pregiudicare possibili attacchi sulla Terra da parte dei suoi aggressivi vicini Extraterrestri, pianificando di distruggere una volta per sempre questa “potenziale sorgente di problemi”.

Agendo in accordo alle dettagliate istruzioni fornite da St.Germain, iniziati delle Ahnenerbe membri della spedizione Tedesca in Antartide furono in grado di compiere un test di attivazione dell’ipertunnel nel 1939.

L’aiuto di rituali di “reincarnazione retroattiva” di anime di eroi Ariani dell’Antica India che 5000 anni prima avevano combattuto nella guerra descritta nel “Mahabharata” (la lettura favorita di Himmler) permise agli esoteristi Tedeschi di creare curvature temporali.



L’ora deceduto Dr. di Scienze Occulte Sergey Vronsky, super-agente sovietico infiltrato nel circolo interno della Ahnenerbe, dichiarò di aver partecipato a questo “rituale retroattivo” che fu organizzato nell’ultima settimana dell’Agosto 1939, e che questo spiega l’anormale efficienza di combattimento degli aerei, delle navi e dei sottomarini Tedeschi, di gran lunga superiore a quella dei loro avversari.
Durante il “test di attivazione” furono rilasciate comunque onde torsioniche che furono intercettate dai nostri vicini galattici, i cui sensibili rilevatori torsionici monitoravano costantemente la galassia cercando ogni anomalia che avrebbe potuto rivelare l’insorgenza di una civiltà in veloce evoluzione e quindi potenzialmente aggressiva.







Secondo le informazioni diffuse dagli ex ricercatori Russi, questa fu la causa reale dell’eccessivo interesse degli ET per il nostro pianeta e ciò spiega anche il loro spiccato interesse per la regione Antartica dove secondo alcuni continua ad esistere il così detto “Terzo Reich Slavo-Germanico”, del quale poco meno del 80% della popolazione iniziale era composto da donne Ucraine “razzialmente pure”, deportate da Bormann in Germania nel 1942 e successivamente trasportate in sottomarini alla Base-211 in Antartide.

Come alcuni autori dichiarano, le informazioni sul Reich Antartico sono divenute più accessibili alla fine degli anni ’90, periodo in cui presumibilmente il Dr.Vronsky, che assunse una posizione influente nell’elite dell’industria militare Sovietica, predispose una catena di intermediari per la vendita di scafi in titanio di sottomarini nucleari Sovietici al Reich Antartico, che in questo modo riuscì a sviluppare la propria piccola ma efficiente forza offensiva basata su sottomarini nucleari.



Come pensano alcuni esperti di strategia nucleare Russa, è stata la consapevolezza dell’esistenza di queste forze che ha spinto l’amministrazione Bush a portare avanti attivamente i progetti della Difesa Antimissilistica, fino ad interrompere importanti trattati con la Russia, e non le presunte minacce da “stati canaglia” come la Corea del Nord, l’Iran ed altri, che possono essere spazzati dalla faccia della Terra in 3 minuti, semplicemente premendo con un dito un tasto nucleare negli Stati Uniti.

Ciò sarebbe comunque impossibile nel caso del Reich Antartico, protetto da un manto di ghiaccio spesso 2 miglia e che in questo modo avrebbe il tempo necessario per lanciare una devastante controffensiva.

Come affermano gli autori Russi, con il rafforzamento di sicuri mezzi di deterrente nucleare da parte del Reich Antartico nella metà degli anni ’90, è divenuta più forte la necessità di tenere più nascosto possibile il “Segreto dell’esistenza del Reich Antartico”, in modo particolare alle masse facilmente eccitabili, mentre i massimi esperti dei poteri nucleari sapevano questo fatto almeno dal fallito attacco, nel 1947, della missione dell’Ammiraglio R.Byrd contro il Reich Antartico, e dell’intervento di intermediari Massonici che aiutarono a creare un fragile accordo tra Reich Antartico e gli Stati Uniti, basato sulla promessa del primo di condividere presunta tecnologia militare ottenuta dagli ET con i secondi.



Molti esperti sono convinti che la versione familiare del “Mito degli UFO” sia stata progettata come uno schermo di fumo psicologico per questa operazione top secret.

L’articolo di “Anomaly” afferma che, alla fine di Novembre del 1975, quando la Terra, il Sole, la Luna e il Sole Nero furono allineati in modo particolare, i Maestri di Shamballa trasmisero attraverso l’ipertunnel del Polo Sud, un “messaggio retroattivo” al Centro Galattico, al fine di risalire ad un tempo di miliardi di anni fa, quando una giovane “Galassia Bambina” non aveva ancora sviluppato quei formidabili meccanismi di difesa immunitaria che possiede ora.


Ora l’incarico principale delle “Spie ET”, come dichiarano Agenti del Ramo di Contro-Intelligence del Gruppo Russo Indipendente per la Difesa della Terra, è cercare di ottenere la maggior quantità di informazioni riguardo il contenuto di questo “messaggio di meta-istruzioni” il cui codice gli ET non sono in grado di violare, benché la sua trasmissione non avrebbe potuto essere nascosta dopo che gli osservatori ET furono messi in allerta per la prima volta con il test del 1939.


Nel medesimo tempo, i potenti sistemi di difesa in Antartico, in grado di respingere, curvando lo spazio/tempo, anche i più forti attacchi da parte di alieni aggressivi, sia fisici, come il lancio sul pianeta di un asteroide o di una cometa, sia più sottili, come l’irradiazione dell’intero pianeta con mortali raggi torsionici, stanno per essere resi pronti alla battaglia dagli equipaggi Tedesco-Ucraini, prima di possibili attacchi nemici.



L’idea principale di questo articolo, come dichiara il suo stesso autore, è rendere chiaro a tutti gli abitanti del Pianeta Terra, esposti ora ad un pericolo senza precedenti di totale distruzione da parte dei suoi potenti nemici alieni, il bisogno di unirsi per la difesa della propria comune Casa Globale, dimenticando, o per meglio dire, guarendo con una efficiente Psicoterapia Globale, tutti i conflitti ed i disaccordi che ci separano in questo momento critico del test definitivo del nostro diritto di sopravvivere e progredire. Le persone altamente intelligenti ed informate in tutti i paesi del mondo che si svegliassero dall’indolenza prima che sia troppo tardi, e che si rendessero consapevoli dell’esistenza e della gravità di questa minaccia cosmica potrebbero divenire il seme dell’Attrattore Globale di Unificazione.

Nell’articolo a firma di K.I. si fa intendere che le estese esplorazioni delle proprietà bioattive delle radiazioni del Sole Nero effettuate dai ricercatori Russi che ottennero informazioni su tecnologie di contatto con il Sole Centrale Galattico da esperti Tedeschi dell’Ahnenerbe dopo la loro cattura, sono state portate avanti per diversi anni se non per decenni.









L’esistenza del Reich Antartico, se reale, rimane totalmente un mistero celato, come anche l’ipertunnel del Polo Sud e la minaccia di alieni che ci contendono il controllo sullo spaventoso potere del Sole Nero.

In effetti gli studi avanzati sulla possibilità di interagire direttamente con l’oscuro organo centrale intelligente della Galassia e la percezione dello smisurato e terribile potere che ne deriva danno i brividi, anche solo per intuizione profana. Dal punto di vista esoterico siamo di fronte al massimo Mistero Mistico che l’essere umano ha affrontato in tutta la sua esistenza come razza intelligente di questo pianeta.

Anche se la nostra esistenza umana è breve e limitata ed il nostro campo d’azione è circoscritto dagli angusti parametri fisici tridimensionali, abbiamo il diritto di conoscere la sorgente suprema dalla quale siamo scaturiti ed il dovere di compiere tutti i singoli passi che ci separano da essa sulla via del ritorno.

Sono stati, sono e saranno pochi, coloro che, attraverso ogni mezzo e percorrendo qualsiasi via, oltre ogni limite, sono giunti alle porte di un nuovo abisso, perché ciò che è in alto è come ciò che è in basso, perché sempre ci attende una nuova morte ed una nuova rinascita, che fa di ogni uomo e di ogni donna una Stella, di ogni Iniziato un Re e una Regina.

E’ la realtà che supera sempre l’immaginazione, e l’agitazione di uomini ed alieni, come l’illusoria convinzione di poter padroneggiare, per un’inutile supremazia, la Forza Cosmica che ha generato gli astri, i mondi e le creature viventi della Galassia, non sono che un debole sussulto nell’imperturbabile moto del tutto, nell’ineluttabile andare che possiede ogni cosa.

Il Sole Nero arde nelle viscere, alla radice della vita, come l’urlo della Madre Terribile che divora i suoi figli nell’apoteosi del suo feroce, perfetto, immacolato ed implacabile Amore.

Tracce di DNA nello Spazio Interstellare




Usando delle nuovissime tecnologie installate in alcuni radiotelescopio e laboratori all’avanguardia, un gruppo di ricercatori ha scoperto un importante coppia di molecole prebiotiche nello spazio interstellare.

Le scoperte indicano che alcuni componenti chimici di base, che sono i mattoni fondamentali per la nascita della chimica biotica ed il DNA, si sono formati all’interno di piccole particelle polverose che galleggiano tra le stelle.
Gli scienziati hanno usato il GBT (Green Bank Telescope) per studiare una gigantesca nube di gas distante circa 25.000 anni luce dalla Terra nella direzione del centro della Via Lattea. I composti chimici che hanno scoperto nella nube includono anche molecole che si pensano siano precursori di diversi componenti chiave del DNA e potrebbero aver giocato un ruolo fondamentale nella formazione di complesse catene molecolari chiamate amino acidi. In particolare uno: alanina


Una delle nuove molecole appena scoperte, chiamata cianometanimina, è un passo iportante verso la produzione dell’adenina invece, che è uno dei quattro componenti fondamentali del DNA. l’altra molecola, chiamata etanamina, si pensa che abbia giocato un ruolo fondamentale per l’alanina, che è uno dei venti aminoacidi usati per comporre i codici genetici!

Struttura molecolare della cianometanimina, appena scoperta nello spazio interstellare. Il blu sta per l’azoto, il grigio sta per il carbonio ed il bianco sta per l’idrogeno.

Illustrazione della struttura molecolare dell’adenina, uno dei componenti del DNA. Credit: NRAO/AUI/NSF


“Scoprire queste molecole nel gas interstellare fa pensare che probabilmente importantissimi “mattoni” per la costruzione del DNA e degli aminoacidi possono formarsi nello spazio e “inseminare” poi i pianeti appena formati, con questi precursori della vita” ha spiegato Anthony Remijan, del National Radio Astronomy Observatory (NRAO).

In ogni caso, le nuove molecole appena scoperte nello spazio interstellare rappresentano stadi intermedi in lunghi processi chimici che hanno come stadio finale molecole biologiche. I dettagli di come si arriva dalla chimica prebiotica alla chimica biotica sono ancora pieni di punti da chiarire, ma diventa sempre più plausibile che alcuni dei passi fondamentali di questa transizione siano avvenuti nei granelli di ghiaccio sparsi nella polvere della nebulosa che da vita ai sistemi planetari” ha spiegato Remijan.

Le scoperte sono state possibili grazie ad una nuova tecnologia che rende più veloce il processo di identificazione delle “impronte” di questi composti chimici cosmici. Ogni molecola ha uno specifico set di stati rotazionali che può assumere. Quando cambia da uno stato all’altro, una specifica quantità di energia viene o emessa o assorbita, spesso come onde radio a specifiche frequenze che possono essere osservate con il GBT.




Una nuova immagine dal telescopio APEX (Atacama Pathfinder Experiment) in Cile mostra una splendida vista delle nubi di polvere cosmica nella regione di Orione. Mentre queste dense nubi interstellari appaiono scure e opache nelle osservazioni in luce visibile, la camera LABOCA di APEX “vede” il calore emesso dalla polvere e svela i nascondigli in cui si formano nuove stelle. Una zona intorno alla nebulosa a riflessione NGC 1999 è mostrata dall”immagine in luce visibile a cui sono sovrapposti i dati di APEX, in brillanti toni arancio, che sembrano incendiare la nube scura.

Nuove tecniche da laboratorio hanno permesso agli astrochimici di misurare i pattern caratteristici di queste frequenze radio per specifiche molecole. Armati di queste informazioni, possono vedere se ci sono corrispondenze con i dati ricevuti dal telescopio. I laboratori dell’Università della Virginia e del Centro di Astrofisica della Harvard-Smithsonian, hanno misurato le emissioni radio per la cianometanimina e l’etanamina, ed i pattern delle frequenze per queste molecole sono stati resi pubblici tramite la pubblicazione dei dati delle indagini fatte con il GBT tra il 2008 ed il 2011.

Un team di studenti che ha partecipato ad un programma di ricerca estivo dell’Università della Virgina ha condotto alcuni degli esperimenti che hanno portato alla scoperta della cianometanimina. Gli studenti hanno lavorato insieme ai professori Brooks Pate, Ed Murphy e Ramijan. Il programma, finanziato dalla National Science Foundation, non solo ha portato ad una grandissima scoperta, ma ha anche aiutato a creare un forte gruppo di lavoro tra studenti.

I ricercatori hanno pubblicato i loro dati nell’ultima edizione della rivista scientifica “Astrophysical Journal Letters”.

Delomelanicon: Le nove porte – Il Sogno di Polifilo




Scoperto il vero Delomelanicon, Il Libro delle Nove Porte

De Tenebrarum Regis Novem Portis
De Umbrarum Regni Novem Portis

Incominciai ad interessarmi al Delomelanicon in quanto venni in contatto con un gruppo elitario dedito alla magia alchemica… i Monaci Neri. Essi mi rivelarono che il Delomelanicon era un testo realmente esistente e non un pseudobiblium, cioè un’opera mai scritta, ma citata come vera in libri di narrativa realmente esistenti.
Mi ci sono voluti dieci anni per scoprire l’Ordine Esoterico che possiede il ve­ro Delomelanicon, un testo scritto piú di quattromila anni fa.

Questo è ciò che ho scoperto sul Delomelanicon.

Il Delomelanicon è il piú classico dei Libri Neri, che la tradizione attribuisce alla mano di Lucifero in persona.


Il Delomelanicon è un testo che nella stesura in egiziano, al tempo della IX Dinastia, piú di 4.000 anni fa, si intitolava “Le Nove Porte”. Qualche secolo dopo venne fatta la versione greca con il titolo Delomelanicon che può essere tradotto in due modi: “La Rivelazione delle Tenebre” e “L’Evocazione delle Ombre”. Infine, circa 2.200 anni fa, fece seguito la versione latina con i titoli: De Tenebrarum Regis Novem Portis (“Le Nove Porte del Re delle Tenebre”) e De Umbrarum Regni No­vem Portis (“Le Nove Porte del Regno delle Ombre”). Quest’ultima versione, per quanto concerne il testo intitolato De Tenebrarum Regis Novem Portis, è un’evidente manipolazione – rispetto la versione greca – ad opera di quei circoli gnostici e­braici aperti al pensiero egiziano e greco-romano.

La stesura del libro in egiziano e la sua versione in greco andarono perdute, ma la versione in latino giunse, nel 1188, nelle mani dei Templari. In seguito, nel 1266, il libro venne consegnato a Ruggero Bacone che ebbe il compito di cambiare le nove illustrazioni del De Tenebrarum Regis Novem Portis per meglio adattarle al­la sua epoca. Successivamente, nel 1592, il libro giunse nelle mani di Giordano Bru­no. Il Nolano aggiunse ai due testi i frontespizi e i commenti alle loro immagini. Sui due frontespizi mise la scritta Sic Luceat Lux (Cosí splenda la Luce) e Cum superio­rum privilegio veniaque (Con privilegio e licenza dei Superiori). Infine, alcune in­formazioni sul Delomelanicon – tra cui le nove illustrazioni del De Tenebrarum Re­gis Novem Portis – giunsero allo scrittore Arturo Pérez-Reverte che ne trasse un romanzo (Il club Dumas, 1993) e da esso il regista Roman Polanski ne trasse un film (La Nona Porta, 1999).

Mi venne mostrata la versione latina del Delomelanicon con le esatte illustra­zioni del De Tenebrarum Regis Novem Portis. Alcune di queste illustrazioni differi­scono, in alcuni particolari, da quelle che si trovano nel libro di Arturo Pérez-Re­verte e da quelle che appaiono nel film di Roman Polanski.
Le Tavole

Tavola 1


Nella prima tavola mostrata nel libro troviamo la scritta: “NEM. PERV.T QUI N.N LEG. CERT.RIT”, cioè NEMO PERVENIT QUI NON LEGEM CER­TAVERIT (Nessuno vi giunge se non ha combattuto secondo la Legge), ma nella tavola mostrata nel film troviamo la scritta: “SI.VM E.T AV.VM”, cioè SILEN­TIUM EST AUREUM (Il Silenzio è d’oro). Nella tavola originale troviamo entram­be le scritte.

Tavola 2

Nella seconda tavola troviamo la scritta: “CLAVS. PAT.T”, cioè CLAUSAE PATENT TETH (Aprono ciò che è chiuso Teth).
Come nel film, questa tavola e’ doppia, nell’altro libro, le chiavi sono tenute nella mano sinistra per indicare “la via della mano sinistra”.
Tavola 3

ARCAN.”, cioè VERBUM DIMISSUM CUSTODIAT ARCANUM (La Parola Perduta custodisce il Segreto).
Tavola 4


Nella quarta tavola troviamo la scritta: “FOR. N.N OMN. A.QUE”, cioè FORTUNA NON OMNIBUS AEQUE (Il Destino non è uguale per tutti).
Tavola 5

Nella quinta tavola troviamo la scritta: “FR.ST.A”, cioè FRUSTRA (Invano).
Tavola 6

Nella sesta tavola troviamo la scritta: “DIT.SCO M.R.”, cioè DITESCO MORI (La Morte mi arricchisce).

Tavola 7

Nella settima tavola troviamo la scritta: “DIS.S P.TI.R. M.”, cioè DISCIPU­LUS POTIOR MAGISTRO (L’allievo supera il maestro), ma le caselle della scac­chiera nella tavola mostrata nel libro sono tutte di colore nero, mentre quelle della tavola mostrate nel film sono tutte di colore bianco. Nella tavola originale troviamo le caselle nere e bianche.
Tavola 8

Nell’ottava tavola troviamo la scritta: “VIC. I.T VIR”, cioè VICTA IACET VIRTUS (La virtù giace vinta), ma il volto del cavaliere nella tavola mostrata nel film è diverso dal volto che si trova nella tavola mostrata nel libro. Inoltre il cava­liere, nella tavola mostrata nel film, impugna una mazza, mentre nella tavola mo­strata nel libro impugna una spada. Infine, il giovane inginocchiato, nella tavola mostrata nel film, appare come una fanciulla inginocchiata nella tavola mostrata nel libro. Nella tavola originale troviamo il Cavaliere con la spada e la giovane ingi­nocchiata.
Tavola 9


Nella nona tavola troviamo la scritta: “N.NC SC.O TEN.BR LVX”, cioè NUNC SCIO TENEBRIS LUX (Ora so che dalle Tenebre viene la Luce).
La tavola mostrata nel libro raffigura la Meretrice di Babilonia che cavalca la Bestia Selvaggia dalle Sette Teste. Ella tiene la mano destra appoggiata sul dor­so del Drago e la mano sinistra sostiene un libro aperto, e sul suo grembo è posata una mezzaluna. Inoltre sullo sfondo vi è un castello in fiamme.
La tavola mostrata nel film differisce da quella mostrata nel libro nei seguenti tratti: il volto e i capelli della Meretrice di Babilonia sono diversi, la mano destra è alzata ad angolo con il dito medio ad indicare qualche cosa, e sul suo grembo non appare la mezzaluna. Inoltre il Castello è di stile diverso e non è in fiamme, e su di esso risplende una Stella ad Otto Punte.
La tavola originale è simile a quella del film con alcune differenze: il Drago ha Otto Teste e sul Castello non appare la Stella ad Otto Punte.
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Mi venne rivelato che la versione latina del Delomelanicon, per quanto con­cerne il testo intitolato De Tenebrarum Regis Novem Portis, era un’evidente manipo­lazione – rispetto la versione greca – ad opera di quei circoli gnostici ebraici aper­ti al pensiero egiziano e greco-romano. Tale manipolazione è di carattere cabalisti­co, poiché la sacra Cabbala iniziava ad originarsi. Di conseguenza il testo originale venne sovrastrutturato di tutte quelle conoscenze cabalistiche che iniziavano a sor­gere. In definitiva si può sostenere che il De Tenebrarum Regis Novem Portis è un testo che traccia la Via all’Uomo, a Colui che ha conquistato la Corona (Kether), il Cristo-Luce (Lucifero). Infatti, il viaggio iniziatico che viene proposto nel testo è di­scensionale, cioè procede dall’alto (Kether) verso il basso (Malkuth), dalla Prima all’Ottava Porta… per trovare la sua apoteosi nell’apertura della Nona Porta, tra­mite la diciassettesima Chiave. Pertanto si può sostenere che la versione latina del testo contiene un testo dentro il testo.
Qual è dunque il testo originale?
Solo Colui che possiede la Conoscenza può saperlo! A tutti gli altri non rima­ne che cercare…
Per quanto concerne il testo intitolato De Umbrarum Regni Novem Portis non c’è molto da dire, si può soltanto affermare che riproduce fedelmente la versione greca. Esso tratta delle Nove Porte del di-sotto, in cui troviamo Nove Dimensioni sottili abitate da entità sottili.
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Per una possibile controlettura dell’iniziazione a Venere del Sogno di Polifilo
“Tolto l’ultimo involucro la giovane donna apparve nella casta nudità delle sue belle forme…la sua posa era quella della Venere dei Medici”
(Roman de la momie di Teophile Gautier, il brano si riferisce al momento della scopertura di un sarcofago egizio)

Cosa c’entra il “Sogno di Polifilo”, con il castello di Puivert posto su un‘altura in pieno territorio occitano? Apparentemente nulla. Il luogo fu celebre fortezza catara sede verosimile di una “corte d’amore” prima del suo danneggiamento verificatosi durante la sanguinosissima crociata contro i Catari. Il libro veneziano è posteriore a queste vicende e non ha apparentemente alcun legame con la fortificazione e in genere con le vicende dell’Occitania catara. Tutto questo fino all’edizione del libro “Il club Dumas” o “L’ombra di Richelieu” dello scrittore spagnolo Arturo Perez Reverte da cui Roman Polansky trasse il suo film “La nona porta”, che suggerisce la possibile esistenza di un fil rouge che unisce, attraverso un sottile intreccio di risonanze, il luogo cataro con il libro veneziano.
La storia narrata nella pellicola si dispiega essenzialmente nelle vicende di un antiquario librario o, per meglio dire, di un cacciatore di libri per collezionisti, Dean Corso che diviene lo strumento prima incosciente, poi sempre più consapevole di una lotta magica tra opposte fazioni. L’l’Hypnerotomachia Poliphili (il sogno di Polifilo) viene menzionato una sola volta all’inizio della vicenda. Ciò accade durante un colloquio peritale per la valutazione della biblioteca di un cliente. Da qui in poi del testo non si parlerà più apertamente. Il centro della narrazione si focalizza su un altro libro, questo di fantasia (uno dei tanti psudobiblia della letteratura fantastica), dal titolo Le Nove porte del regno delle Ombre. Si tratta di un trattato di demonologia scritto dal veneziano Aristide Torchia e da questi illustrato, addirittura con la collaborazione dello stesso Lucifero. Di questo antico trattato sono sopravvissuti al rogo inquisitorio tre esemplari. Nel testo sono presenti nove illustrazioni di strategica importanza operativa. Di queste sei hanno come autore il Torchia e tre sono a firma di LCF ovvero Lucifero. In ognuna di esse compare il disegno di una porta da qui il titolo dell’opera.
Nel corso della vicenda filmica si scopre che praticamente i tre volumi costituiscono tre tomi di un solo libro, in quanto, pur essendo assolutamente identico il corpo del testo, le immagini di origine “diabolica” sono permutate tra di loro di volume in volume, in modo che quelle di Lucifero vanno a sostituire di tre in tre quelle del Torchia, fino a pareggiare il numero. Queste tavole riunite tra loro formano il vero compendio illustrativo ed esse differiscono da quelle del Torchia solo per deboli dettagli che invece risultano di essenziale importanza per l’oltrepassamento delle porte simboliche presenti in ciascuna di esse. Mai come in questo caso è congrua l’espressione che il “diavolo si nasconde nei dettagli”. Le tavole luciferine scandiscono quindi un processo di iniziazione attraverso nove passaggi che dovrebbe culminare con l’assunzione da parte dell’astuto adepto di poteri indicibili dal momento che è riuscito a risolvere ogni enigma propostogli, Tuttavia se il “Sogno di Polifilo” non è più nominato, la sua presenza aleggia invisibile se non altro per il perno venereo su cui entrambi gli scritti sono costituiti. Due degli interlocutori dell’antiquario (due bizzarri gemelli, gestori di una libreria a Sinta in Portogallo) insistono molto sulla qualità ineguagliabile delle incisioni e questo è sovrapponibile al giudizio degli estimatori dell’Hypnerotomachia posto che esso è considerato il più bel libro a stampa mai edito, come del resto identica è la sua provenienza veneziana e soprattutto affine è il tema iniziatico: affinché il grezzo Polifilo possa ricongiungersi con l’adorata Polia è necessario che compia un percorso purificatorio scandito dal passaggio di alcune porte. Al termine del suo itinerario una Venere benevola, nella sua qualità di suprema erotocrate, riconosciuta la conversione interiore del dolorante viator, lo favorirà nel suo tentativo di ricongiunzione all’amata. Il libro alla pubblicazione, avvenuta nel 1499, ebbe un grande successo e un’enorme influenza sulle arti e la cultura dell’epoca, basti pensare all’influsso che generò sull’architettura che accolse alcuni dei suggerimenti colti nelle audaci e minute illustrazioni presenti nel volume.
Si tratta di un interesse che persiste tuttora dato che le accuratissime descrizioni dei giardini e la pedissequa loro trasposizione grafica hanno ispirato la composizione e la topiaria del complesso della Scarzuola dell’architetto Buzzi. Anche nella vicina Francia il libro esercitò un‘influenza importante. Le illustrazioni ispirarono disegnatori e pittori, incaricati di mettere a punto i fasti decorativi delle entrate reali, come parimenti stimolò l’immaginazione plastica di Poussin e di Perrault e di una miriade di colti estimatori di cui ancora si dirà. L’Hypnerotomachia Poliphili è concepita secondo una struttura che ricalca quella della Divina Commedia, con l’ingresso del protagonista in una selva oscura, una breve e drammatica catabasi e una progressiva penetrazione in paesaggi e strutture sempre più ineffabili, oltre che per la presenza di Polia, sofianica ispiratrice del viaggio iniziatico. (1)
Esso tuttavia ne differisce radicalmente perché narra di un’iniziazione agli ambigui misteri di Venere, i cui contenuti verranno pienamente svelati al protagonista (ma non al lettore “comune”) appena prima del suo agognato congiungimento con Polia. Nella circostanza Polifilo si paragonerà al personaggio mitico di Ippolito Virbo (vir bis, nato due volte) confermando il carattere misteriosofico della sua istruzione. Non si dia però per scontata l’effettività dell’esistenza di un’iniziazione a Venere in epoca classica cui il Colonna avrebbe potuto appigliarsi per trovare il riferimento che legittimasse la vicenda da lui narrata, tutta costruita su erudite citazioni che si accumulano in migliaia di prelievi enuncianti la sua “incontenibile golosità onomastica”. Non esistono fonti che ne parlano, ma tale iniziazione potrebbe essere testimoniata da un dipinto proveniente dai sotterranei della Farnesina che, staccato, è oggi collocato presso il Museo di Palazzo Massimo a Roma che mostra Venere assisa sul trono. Un culto quindi affatto pubblico ma di impronta evidentemente esoterica.
Per quanto riguarda l’autore del “Sogno” si può ipotizzare che questi consapevole dei contenuti del suo scritto velò con un artifizio la sua identità che corrisponderebbe, secondo una corrente di studi quasi unanime, al turbolento e coltissimo frate domenicano Francesco Colonna, che si macchiò (almeno così pare) del delitto di aver “sverginato una putta” e per questo fu per sempre confinato a Treviso in condizione di esclaustrato. I collegi di frati all’epoca partorirono personalità particolarmente problematiche, basti pensare, oltre al citato Colonna, a un altro famosissimo domenicano, Giordano Bruno, che produsse un grande sconquasso dottrinale all’epoca sua, che a tutt’oggi in qualche modo perdura, e ancora al benedettino Teofilo Folengo. Tutti questi frati sono sottilmente uniti dal filo della loro incontenibile eterodossia. (2)
La dichiarazione di “seconda nascita” del testo del Colonna rende evidente che ci si trova di fronte al compimento di un percorso iniziatico, concepito in ambito rinascimentale nel quale però la dimensione cristiana è pressoché assente, tranne per qualche sincretica e sporadica contaminazione occasionale, nonostante che l’ambientazione della vicenda sia contemporanea all’autore (che ricordiamo è un frate!). I contenuti dello scritto, infatti, non mantengono quel delicato equilibrio che si era stabilito tra la dottrina cristiana e la filosofia del mondo classico, dopo che il climax medioevale rappresentato dalla Commedia, era stato irrorato dal potentissimo influsso platonico e neoplatonico introdotto dagli umanisti. Si tratta di un nuovo e diverso orientamento di pensiero che spazzerà il tomismo dall’orizzonte cristiano dell’epoca, in cui i nuovi contenuti “pagani” saranno assimilati dall’ortodossia. A proposito di ciò, scrive Marco Ariani, uno dei curatori dell’edizione di Adelphi: “L’irriducibilità del paganesimo polifilesco all’ortodossia cristiana di Dante è palese. Nondimeno l’Hipnerotomachia rimane l’unico libro, nella tradizione letteraria italiana, ad aver tentato, pur con modalità e presupposti culturali diversi, un’audace, immane, costruzione sapienziale paragonabile alla Commedia…” (H.P. pag. LXI). Verrebbe da dire che se è irriducibile è perciò stesso “eretico”. (3)
Questo testo, apparentemente così lontano da ogni tradizione occitana e trovadorica, invece fini per essere adottato addirittura come “Bibbia” da una società a sfondo ermetico di antica origine di cui facevano parte uomini di cultura, quali Narval, Poussin, Barres, Sand e molti altri ancora, un cenacolo denominato Societé Angelique. Il coltissimo Rabelais fu membro influente di questa consorteria dagli evidenti contenuti iniziatici ed egli fu, a propria volta, un cultore appassionato del testo di Colonna nel quale evidentemente vedeva degli elementi di similitudine con i proponimenti del consesso cui partecipava. Qui l’argomento inizia a complicarsi perché il nome di Rabelais si innesta sull’enigma infinito che ruota intorno alla mitologia di Rennes le Chateau. Rabelais dette, infatti, nome a un torrentello che scorre nei pressi di Rennes Les Bains denominandolo Trinque Bouteille immortalandolo poi nel suo Gargatua e Pantagruel. Né va dimenticata l’esistenza di un’altra società costituitasi a Tolosa denominata Amicizie Angeliche anch’essa contraddistinta dalla struttura fortemente gerarchizzata e segreta.
Davvero troppi angeli “sospetti” in così poco spazio!
Abbandoniamo per il momento questa consorteria francese e poniamo la nostra attenzione sull’apex della vicenda di Polifilo e Polia. Essi dopo un lungo percorso sbarcano all’isola di Citera per giungere al cospetto di Venere e qui accade che: “Con gesto repentino la piissima dea, deposta la conchiglia, incavando la palma della mano divina e serrando gli intervalli delle dita affusolate, raccolse dell’acqua salata e sacralmente ne versò su di noi aspergendoci…tramutandomi repentinamente con un‘aspersione di segno opposto (a quella di Diana nel mito di Atteone ndr) che mi rese gradito all’abbraccio delle sacre ninfe. Avevo appena compiuto quell’atto salutare che in me, asperso come impregnato di rugiada marina, quegli spiriti, che mi si erano accesi all’improvviso, si illimpidirono, divennero capaci di conoscenza …Sentendomi certamente rinnovato a una dignità superiore mi fu evidente… che ero stato ricondotto alla desiderata luce. Con grande tenerezza le ninfe preposte mi spogliarono della toga plebea e mi rivestirono di una candida più decorosa veste”. Il cambio di veste è paradigmatico del cangiamento di stato.
Il ricercatore Mariano Bizzarri ha manifestato delle notevoli riserve circa la correttezza, dal punto di vista tradizionale, dei contenuti dell’Hypnerotomachia sostenendo che la Venere-Iside di Polifilo conferisce con quest’aspersione un nuovo battesimo al suo adepto facendogli implicitamente abiurare quello cristiano. E’ solo dopo questo evento che Polifilo potrà baciare con carnale trasporto Polia, mentre anche le ninfe che lo accompagnano si abbandonano lietamente a gesti affettuosi, sentendo i due amanti quali parti di un medesimo “collegio”. Questa “iniziazione” è quindi sospetta apparendo ben lontana dall’estasi plotiniana culminante nella visione dell’Uno. Essa piuttosto sembra mostrare il vertice estremo di quanto gli “dei” e nella fattispecie Venere sia disposta a concedere a un mortale, in una cornice di suggerimenti eruditi in cui sembrano coniugarsi insieme Platone e il Lucrezio dell’Alma Venus (4)




Nella vicenda non v’è alcuna deificazione, né divinizzazione (tanto che Polifilo rimane tra le ninfe, mentre Venere si allontana per congiungersi ierogamicamente con Marte). Nel passaggio successivo l’autore scrive; “Poi la dea Madre…ci partecipò di cose che non è lecito diffondere perché non sono comunicabili al volgo. Durante il colloquio con grande mitezza, ci conferì gentilmente la sua grazia”. Qui sembra sancito il carattere di sottomissione alla dea che viene chiamata “Madre” e ben quindi ci sta la parificazione di Venere con Iside che propone il Bizzarri nel suo testo. (5)
L’iconografia di Iside lactans è difatti piuttosto frequente, mentre Venere è raffigurata come lactans solo nel testo del Colonna. L’immagine la mostra mentre nutre l’infante Eros seduta proprio sulla tomba di Adone, secondo una posa consueta nell’ambito egizio. Del resto Colonna non fa mistero della sua posizione nei confronti di Venere e del suo culto e la enuncia nel momento in cui la coppia, giunti ormai alle ultime pagine del testo, si accommiata dalla dea, e qui Polifilo, supplice, chiede:”… fortifica e rendi saldi la comunione e la sostanza del nostro amore, disponendoci per sempre a sottometterci e a servire come schiavi il sommo potere della divina Madre”. (H.P.: 475)Essere schiavi della “divina madre” è sicuramente agli antipodi dalle conclusioni della Commedia dantesca.


Di fronte a queste affermazioni non si può dar torto a Bizzarri quando stigmatizzando gli esiti di un simile percorso afferma:” “la realizzazione culmina non già con la conquista della dama, ma con la sottomissione alle energie lunari (Venere) che sanciscono non già il compimento di un percorso di tipo solare (come è necessario in ogni iniziazione maschile regolare), bensì piuttosto l’acquisizione di una specie di realizzazione magica sotto gli inquietanti auspici di Iside.” (M. Bizzarri: 106) (6)



Proprio per la natura di questa conclusione si può affermare che la circolazione così serrata del libro di Colonna nel Razés è sospetta e ciò anche per un motivo che sintetizzeremo appena più avanti. J. Baltruisaitis nel suo volume Alla ricerca di Iside aveva sottolineato la grande fortuna che conobbe soprattutto in Francia la dea egizia che però, decontestualizzata dall’ambiente religioso d’origine, fuse le sue caratteristiche con altre figure ctonie abrogando le sue caratteristiche solari, per assumere connotati lunari e finendo anch’essa per identificarsi come una delle numerose ipostasi della Grande Madre. Si tratta di una trasformazione già iniziata sul suolo italico in epoca romana dove, a un certo punto, lo svolgimento dei suoi culti fu interdetto dal Senato romano, configurandosi evidentemente dei verosimili profili di negromanzia.






Gustav Meyrink ha ben stigmatizzato le caratteristiche di questo potere contro iniziatico nel suo romanzo L’angelo alla finestra d’occidente, la cui sintesi parrebbe ben riassunta nelle parole che Evola pretermise all’edizione Bocca dell’epoca, nel punto in cui si faceva riferimento alla figura di “Isais la nera”. Da tale entità sarebbe derivava la fonte di un potere antivirile femmineo definito come “morte suggente che viene dalla donna”. Questa osservazione ben si attaglia a un passaggio del testo di J. Baltrusaitis ove questi parla di “… una statua del Campidoglio (in cui) è riconoscibile Iside, con la sua tunica conforme alle descrizioni di Apuleio. Il colore nero del marmo corrisponderebbe, se si applica al monumento un passo di Plutarco, alla fase calante della Luna simboleggiata dalla dea”.
La figura della Maddalena nel Razés, nella particolare lettura che ne fa il Bizzarri, sviata anch’essa dal contesto sia esso “ortodosso” o addirittura gnostico così com’è disegnata sia dai Vangeli, che nella Pistis Sofia, viene manipolata e assorbita in questo orizzonte ctonio e si configura quasi come la proiezione terrena di questa Iside oscura. Come si afferma che Maria è la forma umana di Sophia, così, in una cornice degli eventi omologa a quella sopradescritta, si può prospettare un parallelo rapporto tra “quella” Iside e Maddalena, le cui caratteristiche telluriche sono state particolarmente e costantemente amplificate nella zona del Razés. Da qui l’interesse di varie consorterie per queste figure tra cui la Société Angelique di cui G. Postel scrisse: “se anche non nega Dio…essa si sforza di scacciarlo dal suo cielo”.
La Société Angelique e le sue supposte finalità controiniziatiche ci permettono di tornare, senza interrompere la logica della nostra esposizione, alla Nona Porta proseguendone il rapido esame. Il racconto cinematografico nasce dall’incarico che un facoltoso professionista, Boris Balkan, commissiona al giovane esperto di libri antichi Dean Corso, tendente a stabilire l’autenticità di un esemplare di La Nona Porta in suo possesso operando un confronto con altre le due copie sopravvissute del medesimo testo. La ricerca dei due esemplari, per ragioni che qui non interessano, si farà sempre più pericolosa e Corso se la caverà, in un paio di situazioni difficili, grazie all’aiuto provvidenziale di una misteriosa fanciulla.

Questo insospettato angelo custode lo trarrà d’impaccio proprio nel momento in cui i si troverà a soccombere ai suoi agguerriti avversari. La vicenda, infatti, diviene di ora in ora più drammatica. Entrambi i possessori dei due volumi del Torchia morranno per mano ignota e il loro libro luciferino sarà bruciato dopo averne asportato le illustrazioni. I due sono accomunati non solo dal possesso del medesimo libro ma anche dal fatto di essere entrambi portatori di handicap motori. Il primo, Victor Fargas, è afflitto da un’evidente zoppia, mentre il secondo, una donna, la baronessa Kessler, è costretta su una sedia a rotelle e mantiene il solo uso della mano sinistra (palese suggerimento della sua dichiarata scelta di vita, l’adesione alla “via della mano sinistra”). Alla fine Balkan con atti di violenza entrerà in possesso di tutte le nove illustrazioni luciferine, queste sole efficaci e parallelamente dei “segreti” per schiuderne i sigilli. All’interno del castello di Puivert, sotto gli occhi di Corso si compie quindi l’oscuro rituale. Balkan, al colmo di un delirio di onnipotenza, sente di dominare gli elementi e per ultimo si rivolge al fuoco, forse perché la nona immagine mostra la fortezza in fiamme.
Non è così: proprio il fuoco implacabilmente lo brucerà. La nona porta non si è affatto aperta e il sigillo è rimasto serrato, il rito è fallito consumandone l’esecutore: l’ultimo velo non è stato strappato perché l’immagine in possesso di Balkan è stata astutamente contraffatta e dell’ultima porta v’è un ulteriore e corretto esemplare. Sarà la ragazza misteriosa, dopo una notte d’amore consumata avendo alle spalle il castello in fiamme e a cui Corso partecipa più sgomento che compiaciuto, come se attraverso l’amplesso gli provenissero conoscenze soprannaturali, a suggerirgli dove reperire la “vera” illustrazione.
L’angelo custode è quindi Lucifero stesso, una Venere-Lucifero che aveva rivelato in un paio di occasioni alcuni comportamenti inquietanti, tingendo di sangue il volto di Corso, rendendolo così “marziale”. Finalmente il giovane antiquario può contemplare l’immagine più segreta dello strabiliante progetto che mostra suo “angelo custode” rappresentata in completa nudità mentre cavalca spavaldamente il dragone apocalittico dalle sette teste (l’immagine di un dragone è presente anche nel libro di Colonna), mentre alle sue spalle il castello appare illuminato da una luce sorgente straordinaria. Questa immagine ha rilevanti similitudini con la carta dei Tarocchi denominata Le stelle che nell’ordine delle lame è la 17° del mazzo.
La carta è “retta” proprio dal pianeta Venere. Qui una stella di grandi proporzioni, a otto punte, circondata da altre più piccole sovraintende il lavoro di una fanciulla che, nuda, versa da due brocche liquido bollente e freddo rispettivamente nell’acqua e sul terreno. Per memoria ricordiamo che un’altra lama dei Tarocchi, denominata l’Appeso, aveva concretato un episodio della vicenda. Alludiamo qui all’uccisione di un libraio, che Corso, in amicizia, aveva incarico della custodia del libro per i pochi giorni necessari a esperire alcune sue indagini. L’amico, ucciso, viene trovato nella stessa posizione dell’Appeso dei Tarocchi con le gambe collocate a formare il quatre de cifte. Si tratta di una figura ermetica di grande importanza il cui significato non sarà qui esaminato perché inessenziale per le nostre finalità. Perché Puivert alla fine catalizza tutta questa vicenda concepita come un concerto di nascoste assonanze? Proponiamo una linea di lettura. Certamente il fatto che nella fortezza fosse costituita una corte perenne di menestrelli trovadorici (il luogo era denominato “Puivert dei trovadori”, come dimostrano gli strumenti musicali incisi in una sala al quarto piano del castello) declina a favore del fatto che il luogo fosse più o meno direttamente dedicato alle disputazioni amorose e quindi a “Venere”, comunque Ella la si immagini.

Questo può essere un indizio significativo per l’ambientazione della vicenda, tuttavia vi sono elementi più sottili su cui vorremmo porre all’attenzione. Il castello aveva all’origine otto torri e solo cinque di esse oggi sopravvivono intatte, le altre furono pesantemente danneggiate durante la crociata albigese. Questi numeri all’apparenza nulla hanno a che vedere con Venere in sé, quale astro del mattino e della sera, e quindi con Lucifero. Il numero “mitologico” di Venere (come dea) è notoriamente il sei, pertanto sembrerebbe incongruo cercare nel cinque e nell’otto un qualche collegamento a Venere. Tuttavia. Richiamiamo alla memoria la venerazione che Pitagora riversava sul pentalfa, emblema al quale si inchinava con reverenza, quale simbolo ultimo dell’aurea venerea “bellezza” celeste per scoprire un possibile collegamento. Ci sono voluti molti secoli per ricomprendere il segreto “geometrico-astronomico” che Pitagora celò e che unisce il pentalfa al moto del pianeta Venere. Tale ri-scoperta si deve a Manfred Knapp che, nel 1934, pubblicò il diagramma del movimento dell’astro nel cielo, denominandolo pentagramma Veneris.
Si tratta della visualizzazione prodigiosa di un movimento celeste che in otto anni forma un pentalfa e che rende leggibile anche la lama del tarocco in cui sono rappresentate diverse stelle tutte a otto punte, sempre ricordando che questa lama è sotto la tutela di Venere. Venere, infatti, nel suo percorso annuale tocca i punti limite della sua traiettoria, oltre i quali non può andare (periodo sinodico) e che variano lungo un arco di tempo di otto anni solari, In pratica poiché l’anno venusiano (584 giorni) è più lungo di quello terrestre, i punto estremi dell’orbita del pianeta, posizionandosi in cinque punti zodiacali diversi nell’arco dei cinque anni venusiani, corrispondono a otto anni solari, per poi ricominciare con un altro ciclo di otto anni e così via. In sintesi, il ciclo di 584 giorni si combina con i 365 giorni dell’anno solare per un rapporto perfetto di 5 a 8. Ci si domanda: può essere un caso che proprio questo castello, dalla numerologia così peculiare, sia stato scelto per la manifestazione di Venere-Lucifero? L’ultima immagine del film dovrebbe lasciare pochi dubbi. La pellicola mostra Corso che si dirige con le sue nove immagini all’ingresso della fortificazione avvolta dalla favorevole luce abbagliante di una stella sorgente per assumere infine i poteri destinatagli dall’angelo caduto. (7)
 
Note
Sorprende che un’opera di letteratura italiana di tale complessa fattura possa avere avuto un così gran seguito in Francia dal momento che nella sua stessa madrepatria il testo è stato giudicato di quasi impossibile lettura. Tiraboschi autore di una Storia della letteratura italiana [1824] aveva affermato a proposito di queste difficoltà inerenti la comprensione della lingua del frate “,,,felice non dirò già chi giunge a intenderla ma solo chi ci sa dire che lingua essa sia”. Per quanto riguarda i rapporti tra il “Sogno” e Francesco Rabelais vi sono molti contributi che dimostrano l’influenza del libro sugli scritti dell’autore francese. L’intervento più documentato su tale relazione sarebbe stato individuato in un studio di M. Leon Dorez L’arte italiana nell’opera di Francesco Rabelais una pubblicazione in lingua tedesca che, decorsi due secoli, è sicuramente irreperibile allo studioso italiano che citiamo solo per correttezza, non avendola di certo consultata (Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Litteraturen Brunswick, 1898 pp. 163 et sgg.). Tutto questo depone a favore dell’uso sicuramente operativo del testo del Colonna presso la “Nebbia” (altro nome della Società Angelica).
Maurizio Calvesi che molto ha indagato sui contenuti dell’Hypnerotomachia Poliphili, ha ritenuto di attribuire la paternità dell’opera al nobile romano Francesco Colonna che è praticamente contemporaneo del nostro intemperante frate. Egli ha ricostruito il culto cui Polifilo avrebbe inteso riferire la sua iniziazione immaginandolo rivolto a una tripla divinità ossia Venere-Iside-Fortuna. Quest’ultima entità è evidentemente ricompresa nel trittico per il noto e immane tempio di Palestrina che il Colonna romano conosceva molto bene. L’ispirazione dei paradisiaci giardini e del sogno polifilesco stesso, elementi cardine del testo del Colonna, sarebbe da ricondursi al dotto Enea Silvio Piccolomini (poi promosso al soglio pontificio) che scrisse qualcosa di assonante nel poemetto Somnium de Fortuna dedicato a Procopio di Rabenstain e composto nel 1444. La tesi di un Colonna laziale autore dell’l’Hypnerotomachia è stata comunque respinta con dovizia di argomentazioni da Mario Andriani e Mino Gabriele
Sugli eventuali contenuti cristiani presenti nell’opera sarebbe necessario operare un esame analitico assai complesso. Qui proponiamo un’osservazione dello storico dell’arte Stefano Colonna, ispirato nelle sue parole dalle annotazioni sulla materia di Maurizio Calvesi, che investe la struttura della concezione del romanzo stessa: “Molto spesso l’Hypnerotomachia Poliphili viene letta come un romanzo pagano e basta, ma in realtà i riferimenti alle pur presenti tematiche sensuali e “laiche” sono “posti per essere tolti” in una filosoficamente complessa “dialettica degli opposti”di matrice cristiana.” (BTA Bollettino telematico dell’Arte n.562, 14 maggio 2010).
A Polifilo al culmine della sua iniziazione sembra concessa una visione confrontabile con l’epopteia degli iniziati eleusini. Epoptes è infatti colui che, contemplando la natura, vede riflessa nelle sue immagini la luce divina e viene iniziato alla visione misterica delle forme perfette.
Secondo i relatori del monumentale commento dell’edizione adelphiana del “Sogno” l’esistenza storica di un myterium veneris è di ardua dimostrazione. Sarebbe stato il Colonna che, in base alla sua competenza antiquaria, avrebbe quasi ricostruito, partendo da un suggerimento ovidiano, una tale iniziazione che nel suo testo troverebbe un potente suggerimento nella descritta ierogamia tra Marte e Venere, evento che avrebbe poi consentito un’unione finalisticamente androginica tra Polia e Polifilo. Tale risultato sarebbe stato ottenuto attraverso il rito della “freccia d’oro” celebrato da Cupido in cui si mescola il sangue dei due amanti. Sommessamente rileviamo che non sia stato particolarmente evidenziata in questo loro commento relativo al silenzio delle fonti la possibilità che possa aver agito sul Colonna l’influenza della tradizionale orale trasmessagli da qualche cenacolo, tanto più che il precetto di segretezza iniziatica è da loro stessi esattamente richiamato. Non è superfluo ricordare che questa tipologia di tramandamento è un elemento ineliminabile di ogni tradizione autenticamente sapienziale e del resto solo una possibile praticabilità dei suggerimenti contenuti nel testo (ma mai riferiti perché “indicibili”) avrebbe reso potabile un simile astrusissimo romanzo presso una società come l’Angelique, che non era certo costituita da una cerchia di semplici eruditi e che al contempo, lo si rammenta, considerava tale opera come una sua “Bibbia” operativa.
Nella pellicola si vede che il paredro della signora Teillefer, vedova del primo possessore della copia della Nona porta passata poi a Balkan, si prepara a una sessione di magia sexualis adornandosi con il vistoso pentacolo “venusiano” emblema stesso del satanismo (luciferismo).
Venere è in qualche modo da considerarsi l’emblema della città di Firenze come si evince dalla lettura di un passaggio dell’articolo di Elisabetta Landi Venus Impudica dalla parte di Venere, in cui l’autrice scrive:” ..per comprendere lo scarto tra i persistere di un analisi al negativo e il principio positivo rappresentato in realtà da Afrodite, che nella Firenze dell’Umanesimo impersonò l’Humanitas e indirizzò le menti allo spirito…” (E. Landi e altri: 9). Nell’ottica puramente espositiva e non faziosa delle considerazioni di questo nostro articolo non si può tuttavia tacere come René Guénon, autore di assoluto prestigio nel campo degli studi tradizionali, abbia attribuito a Firenze un ruolo completamente opposto a quello disegnato dall’autrice del brano sopra riportato. In estrema sintesi si possono delineare i passaggi essenziali di questa lettura guénoniana della città e del suo destino nella storia. Firenze nasce “inaugurata” non conformemente alla dottrina lucumonica tradizionale e questo peccato cainita farebbe di essa già all’origine una “città luciferina”. Il dominio dei mercanti come “terza casta” e quindi dell’argento, assunse un ruolo prevaricatorio del principio aristocratico, che venne spogliato di ogni sua prerogativa (in senso sia materiale che spirituale). Si tratta di eventi già stigmatizzati dall’Alighieri ai tempi suoi e non per nulla egli si definì fiorentino di nascita e non di costumi. Citiamo l’Alighieri anche in relazione alla Commedia e alla relazione strutturale che essa avrebbe con il Sogno di Polifilo (da altri stabilita) che, in questa cornice, pare costituirne una sorta versione parodistica (e quindi luciferina) dell’opera del Sommo poeta. Anche l’attitudine della signoria fiorentina dei Medici a organizzare e con sospetta insistenza feste carnevalesche, permise di introdurre elementi antitradizionali veicolati attraverso la parodia satanica propria delle occasioni carnascialesche. Si opera così l’inversione della simbologia tradizionale con evocazione, ottenuta attraverso il mascheramento, di larve e spettri che corrisponderebbero alla dimensione inferiore degli stati molteplici dell’essere (inoculazione culturale decontestualizzata molto in voga ai tempi odierni con l’ormai celebrata Hallowen, evento sicuramente ispirato dall’attività di un grande suggeritore). Tutto questo sia pure in estrema sintesi costituirebbe la dimostrazione del carattere sovversivo latente (più o meno consciamente) nella mentalità dell’epoca. Per Guénon il Rinascimento, considerato in generale, costituirebbe un gradino della degradazione epocale, ovvero un’epoca in cui si sarebbe consumata la rottura con le dottrine proprie al mondo tradizionale (tali concetti sono rinvenibili in tutta l’opera dell’autore, comunque una completa esposizione si trova nel secondo capitolo del suo Autorità spirituale e potere temporale). Firenze in questo disegno avrebbe costituito il polo sovversivo principale di tale inversione, una sorte di “torre” luciferina (per una completa disamina di tale tematica si consulti René Guénon e le sette torri del diavolo di Jean-Marc Allemand. Si tratta di un titolo che stabilisce un’involontaria ma singolare relazione con le tematiche affrontate nel nostro scritto.



Indice delle fotografie
1) Una splendida rappresentazione di Lucifero colto in atteggiamento melanconico-faustiano in una statua collocata nella cattedrale di Saint Paul de Liege in Belgio
2) Il frontespizio del testo Le nove porte
3) La copertina della ristampa corretta del libro Hypnerotomachia Poliphili ovvero Pugna d’amore in sogno di Polifilo
4) Il Castello cataro di Puivert come si presenta ai nostri giorni
5) Venere assisa in trono nell’affresco staccato alla Farnesina e conservato nel Museo nazionale romano rara testimonianza di un possibile culto misterico presieduto dalla dea
6) Il mito dell’uccisione di Adone da parte di Marte è rappresentato in questo affresco di Giulio Romano a palazzo Te
7) Venere seduta sulla tomba di Adone e lactans mentre riceve l’omaggio della sua corte e viene baciata da Polifilo sul piede punto dalla spina di una rosa, come si racconta la versione del mito ripreso da Francesco Colonna.
8) 8b) La prima immagine si riferisce al Torchia, la seconda a “Lucifero”: si noti come in quella luciferina l’uomo tenga con la mano sinistra la chiave evidenziando come l’adepto stia percorrendo la via della mano sinistra,
9),9b L’appeso. Si riferisce a una scena della pellicola, dove Flavio La Ponte, socio e amico di Corso, viene ucciso e il suo corpo è composto in questa enigmatica postura che è identica a quella della relativa carta dei Tarocchi
10) l’immagine del castello di Puivert dato alle fiamme nella versione di Torchia, accanto al castello la “donna” che cavalca il dragone a sette teste in adesione a quanto descritto dall’ Apocalisse
11) Le Stelle. La 17° lama del Tarocchi rivela alcune similitudine con l’immagine che gli è affiancata tratta dal libro del Torchia e cela ulteriori similitudini dettate dai “numeri” del castello
12) Un momento topico nella vicenda di Polifilo la scelta della porta giusta da attraversare. Tanto essenziale è ritenuto questo passaggio nell’architettura narrativa della vicenda iniziatica che al complesso della Scarzuola ideato da Tomaso Buzzi è stata riprodotta in forma vegetale tale triplice possibilità ponendola all’ingresso del complesso.
13) La fortezza di Puivert suggestivamente illuminato da una luce innaturale
14) questa immagine (fotogramma ritagliato) illustra bene la relazione tra il castello cataro e la stella a otto punte che fa di Puivert quasi un centro di culto dedicato alla dea (Puivert de Trovatori).
15) La stella a otto punte che splende sul sesso di Venere nell’immagine denominata Venere e i suoi figli (dal libro astrologico De Sphaera)
17) Il Dragone, cui Polifilo sfugge varcando la “magna porta”
18) Il diagramma cosmologico detto pentagramma veneris di M. Knapp relativo al moto di Venere conosciuto anche per l’interpretazione data da G. De Santillana nel suo “Fato antico fato moderno”. Il disegno pentadico della stella scaturisce dal movimento celeste che si completa in otto anni terrestri.
19) l’espressione “morte suggente che viene dalla donna”, espressione del femminile “durgico” non potrebbe avere migliore rappresentazione che quella offerta da questa immagine tratta dalla pellicola.
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